La pelle di zigrinoDifendiamo la Storia senza vietare il negazionismo

La giornata della memoria riporta d’attualità il tema se sia bene difendere la tragedia della Shoah, ma lo stesso principio troverebbe spazio per altre aberrazioni umane, sanzionando legalmente il ...

La giornata della memoria riporta d’attualità il tema se sia bene difendere la tragedia della Shoah, ma lo stesso principio troverebbe spazio per altre aberrazioni umane, sanzionando legalmente il c.d. negazionismo.

La memoria storica può dunque essere difesa tramite la sanzione normativa?

A noi pare di poter dire che la difesa della memoria storica, fondamento della convivenza civile perché fornisce a questa un ordito valoriale che non può prescindere dal ricordo del proprio passato, non tragga giovamento dalle iniziative che la vorrebbero sancire per legge, vietando, o sanzionando che poi è lo stesso, chi professa, dichiara, o pretende di raccontare una contro-storia volta a sbiadire, negare, contestare i fatti, spesso per tentare di aprire la strada ad un disegno che non ha nulla a che vedere con gli obiettivi della ricerca storica ma si prostra alle ambizioni di tendenze e movimenti xenofobi, dichiaratamente razzisti o riabilitativi di tragici passati.

Restiamo convinti, infatti, che affermare il dovere della memoria storica non meriti di essere vittima della consueta incontinenza legislativa.

La tradizione non solo liberale, ma occidentale, come usava dire un tempo, si fonda sulla difesa non delle opinioni dei più, della maggioranza, bensì sulla difesa del dissenso, anche quando questo sia palesemente non condivisibile.
Finché vi sarà una persona che dissente rispetto a tutte le altre, la nostra civiltà deve difendere il diritto di quella dissenziente di affermare liberamente il proprio pensiero.
Il diritto si occupa di atti nocivi, ma non deve occuparsi di pensieri, per quanto offensivi essi possano essere anche di realtà storiche che nessuno ha mai contestato o negato.

Luigi Pareyson, nella sua tragica Filosofia della libertà, ricordava come “nessuno vorrà seriamente negare che è meglio il male libero che il bene imposto. Il bene imposto reca in sé la propria negazione, perché vero bene è solo quello che si fa liberamente, potendo fare il male; mentre il male libero ha in sé il proprio correttivo, che è la libertà stessa“.

Il ragionamento che vorrebbe presumere dalla contrarietà ad una legge sul negazionismo una sorta di appoggio di queste tesi è fallace e nemmeno suggestivo.

Sosteniamo, e non ci stancheremo mai di farlo, un principio fondamentale: la storia è sottoposta alla valutazione degli storici e dell’opinione pubblica che hanno il diritto di criticare o dissentire, anche vivamente, sulle interpretazioni proposte dei fatti storici (a suffragio potremmo citare l’opinione di Croce sul giudizio storico e su come questo sia diverso da quello giudiziario). Il mestiere dello storico – e qui volentieri incriniamo un tabù del politicamente corretto – è per sua natura revisionista (lo insegnava uno storico serio e severo come Salvemini). L’unico modo di dissentire legittimo è: scrivere libri o prendersi la libertà di comprarli, non comprarli, leggerli o non leggerli. Punto.

Pretendere che un potere pubblico si prenda la briga di reintrodurre una sorta di Indice dei libri proibiti ci pare l’abbandono non della civiltà liberale (in Italia mai così dimentica come oggi) ma della Civiltà tout court.

Un grande religioso, John Milton, affermava che i libri sono le pupille di Dio (lo diceva lui che era cieco). Aggiungiamo: sia quelli che dicono cose che condividiamo, sia quelli che affermano idee che aborriamo.

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