The series killerQuel sindaco è un vero Boss

Capita che uno c’ha la febbre. E che fuori ci resti il sole. E che dentro ci sia un divano, e una casa che si svuota per lasciar solo l’untore. Capita che, scosso da un brivido influenzale, il sudd...

Capita che uno c’ha la febbre. E che fuori ci resti il sole. E che dentro ci sia un divano, e una casa che si svuota per lasciar solo l’untore. Capita che, scosso da un brivido influenzale, il suddetto decida di infilarsi dritto nel freddissimo tunnel di Boss, e di non riuscire ad uscirne nemmeno sotto tachipirina. Otto puntate da quasi un’ora, per rendere una giornata bruttina un delizioso inferno. Ve lo dico: se siete smaliziati cronici, feticisti del sottobanco politico alla West Wing, e cultori del pallore ambientale alla The Wire, questa è la serie che fa per voi. E che in verità farebbe pure per tutti gli altri. Una serie consistente come il Das, e pure dello stesso colore. Che parla semplicemente del potere. Del potere di Kane (“Citizen Kane”, vi dice niente?), il sindaco di Chicago. Un potere totalizzante, preso a costo di tutto, strappato via dalla coscienza, calpestando morale, affetti, rapporti, civiltà, legalità. Kane ha la faccia di Kelsey Grammer (quello di Frasier), e il cuore di Giovanni Brusca. Gli scrittori hanno voluto giocare sul destino infame di questo caimano: gli hanno appioppato dalla prima scena una malattia degenerativa incurabile. Se lo sono venduto come tema originale per spingere la serie verso ascolti che non ha avuto. Ma anche quelli di Starz lo sapevano che il discorso, per un gioiello così, è più complesso. E infatti lo hanno rinnovato per una seconda stagione. Avessero evitato l’orpello narrativo del dissidio dell’uomo che sa di essere spacciato, probabilmente niente sarebbe cambiato. Perché i binari sono altri: le dinamiche della politica vera, quella che si fa burla di tutte le apparenze usandole come più le aggrada, e non lascia niente a chi crede che possano resistere le idee, i valori, la giustizia. Volete sapere come funziona davvero? Ve lo spiega Boss. E vi avverto: fa un male cane, pure se non avete la febbre. Perché se non bastasse una linea tirata dritta in una cattiveria machiavellica a spaccarvi l’umore, c’è la regia, la fotografia, a fare tutto il resto. Che sono, poi, la luce che illumina il diamante. Il pilot, per dire, l’ha girato Gus Van Sant, con tutto il suo stile. Ci sono inquadrature tese sui particolari fisici nel pieno di un dialogo: un occhio, una coscia, una mano che sfiora una gonna. Tenute in piedi da una sobria tirchieria, che decide cosa si può evitare di piazzare sullo schermo. L’effetto vedo-non vedo-ma lo immagino-lo so. La colonna sonora quasi non esiste, è pulita, e spara ghiaccio giusto quando serve. Non si sorride mai e poi mai. Si comincia con un groppo in gola e si finisce in un grossissimo assolo di vendetta del Boss, nell’ottavo episodio che chiude il cerchio in un’aridità emozionale spaventosa. Ve lo dico in maniera chiara, ora che la febbre è passata, e ho ripreso a ragionare in maniera (quasi) lucida: Boss è la migliore serie di questa stagione, di gran lunga. Senza eccezioni