Blow-UpLa fotografia sulla soglia

«L'immagine. Secolo per eccellenza dell'immagine, di cui la nostra "civiltà dell'immagine" (come viene definita) è la traduzione n termini sociali, il Novecento si è arrovellato sulla presunta "ide...

«L’immagine. Secolo per eccellenza dell’immagine, di cui la nostra “civiltà dell’immagine” (come viene definita) è la traduzione n termini sociali, il Novecento si è arrovellato sulla presunta “identità” che l’immagine fotografica comporta. Quanto più è riproducibile, quanto più sembra comprensibile grazie all’immagine che lo rispecchia, il reale diventa misterioso nella sua immane evidenza. La letteratura, da Pessoa al Pirandello di Uno, nessuno e centomila e dei Quaderni di Serafino Gubbio operatore, da Kafka al Nouveau Roman al Beckett della Trilogia e di Film; la filosofia, da Husserl a Merleau-Ponty all’Ortega della Deshumanisación del Arte al Benjamin de L’Opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, al Barthes de La Chambre Claire – il pensiero novecentesco è dominato dall’immagine. E la realtà oggettiva, antimetafisica per definizione allorché riprodotta in fotografia apre inaspettatamente le porte a una nuova metafisica.»*

Qualcuno ha riconosciuto l’autore di questo brano? No? Beh, poco importa. È stato proprio lui, in fondo, ad insegnarci che la prima risposta non è mai quella giusta e che ad essa deve necessariamente seguire un’altra domanda.
Ecco allora un altro indizio: si tratta della presentazione di un libro sulla fotografia (e non solo) pubblicato dallo scrittore portoghese Bernardo Pinto de Almeida in cui si affrontano alcuni temi centrali nella cultura del Novecento: l’immagine, la percezione e i loro rapporti con la realtà.

E questo dettaglio “geografico”, invisibile nel testo citato, è forse una rivelazione.

Con questa breve introduzione fintamente enigmatica vogliamo rendere omaggio, a pochi giorni dalla scomparsa, a un grande scrittore europeo, uno dei più importanti degli ultimi cinquant’anni.

Questo brano, infatti, non si limita a confermare la sua grande passione per l’immagine e in modo più sottile e nascosto per il suo costituirsi in forma fotografica come si può evincere, del resto, in tutta la sua produzione letteraria, ma fa molto di più: si pone un quesito ontologico.

Tuttavia la soluzione possibile è ossimorica, ambigua, complessa; ci lascia sospesi, stretti in una tensione equivoca, in analogia con quanto succede in ogni pagina dei suoi racconti. L’impossibilità di individuare un’unica prospettiva, di percorrere una strada a senso unico e di cogliere una volta per tutte la forma dell’esperienza vissuta è, secondo lui, il destino della scrittura, quando si accinge a incontrare il mondo esterno, i fatti della vita umana. Le visioni che ne scaturiscono non possono essere ribaltamenti meccanici, speculari, tautologici dei dati materiali, con una sostanziale coincidenza fra i due momenti del guardare e dell’essere guardati, ma al contrario sono spostamenti interminabili nei quali l’apparenza svela se stessa, e fa vedere, dietro il suo schermo impenetrabile e immanente, un’altra apparenza, un altrove inevitabile.
E soltanto sciogliendo via via i nodi di questa lunga catena nell’esplorazione degli spazi dei luoghi e degli eventi ma anche nello scavo nel tempo e nella memoria che si può sperare e forse credere di capire.

La parola scritta, la voce “incarnata”, i personaggi costruiti come ingranaggi di un processo a orologeria, il narratore e l’estrema versatilità del punto di vista, i sogni, le illusioni, i viaggi raccontati sono tutti frammenti di un enorme repertorio di ipotesi, di possibilità, di prove confutabili, di tentativi di decifrazione dei segni fin troppo opachi; sono tutte tattiche nel gioco dell’inversione dei ruoli e delle parti. Ma se tutto questo, infine, è ciò che accade intorno a noi, perché, allora, proprio noi, chi siamo noi?

Secondo il nostro autore, tra l’altro confortato in questa irriducibile convinzione da un’illustre famiglia di predecessori, questa interrogazione è insita nella stessa fotografia la quale “finge”, nel senso etimologico del termine, anche quando sembra asserire, descrivere, registrare, anche quando dichiara in modo perentorio di sapere: finge sapendo di fingere anche se non lo “sostiene” mai.

Ecco, invece di essere una finestra da cui sporgersi e riconoscere in lontananza lo spettacolo del mondo essa è piuttosto una soglia, un “filo dell’orizzonte” teso, da oltrepassare avanti e indietro, a destra e a sinistra, di sotto insù alla ricerca di ciò che dal fuoco dell’inquadratura non può essere del tutto trattenuto. Perché così l’immagine vive con noi, dentro di noi. Anzi, siamo noi stessi a divenire immagini, e poi, finalmente liberi, possiamo esistere all’infinito.

In memoria di Antonio Tabucchi (1943-2012)

*dalla presentazione di A. Tabucchi a Bernardo Pinto de Almeida, Immagine della fotografia, JOUVENCE, Roma 2005

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