Blow-UpCome la fotografia può farci viaggiare senza muovere un passo.

"Nessun ostacolo potrà fermarci; e, abbandonandoci gaiamente alla nostra immaginazione, la seguiremo ovunque le piacerà di condurci." Così scriveva, nel 1790 circa, Xavier de Maistre, fratello del ...

“Nessun ostacolo potrà fermarci; e, abbandonandoci gaiamente alla nostra immaginazione, la seguiremo ovunque le piacerà di condurci.”

Così scriveva, nel 1790 circa, Xavier de Maistre, fratello del più celebre Joseph. Dopo essere stato condannato per aver preso parte a un duello con epilogo mortale, fu detenuto agli arresti domiciliari per oltre quaranta giorni. Una pena tutto sommato breve e leggera, se consideriamo la gravità del fatto, la cui durata però gli fu sufficiente per scrivere un piccolo capolavoro ancora semisconosciuto, Viaggio intorno alla mia camera.

Il tempo della solitudine, dell’attesa paralizzante in cui la prigionia si consuma, all’improvviso si capovolge nel suo contrario. La reclusione si anima in un moto di esplorazione incessante, frenetico fra gli oggetti che affollano la nuova quotidianità dello scrittore. La permanenza forzata diventa l’occasione per viaggiare dentro se stessi, nei meandri della memoria, oltre i confini dell’immaginazione. De Maistre, percorrendo in lungo e in largo, in diagonale e a zig-zag, il poco spazio a sua disposizione, si sofferma a descrivere con il massimo scrupolo ciò che gli si pone di fronte, ma non per redigere un sorta di inventario domestico, ma per servirsene come figura evocativa dell’invisibile, come chiave d’accesso a una storia privata, nascosta, latente, incapace di manifestarsi da sola. Il linguaggio della metafora e dell’allusione non si limita a rianimare le esperienze sepolte nei recessi della memoria, ma sa proiettare verso il lettore stupito certe immagini ideali del desiderio che la visione, diciamo così, letterale della realtà non potrebbe consentire.

De Maistre privato della sua libertà sociale, messo in stato di sospensione dalle consuetudini, riesce a trovarne un’altra più intima, più pregna di gratificanti emozioni. In quella piccola camera blindata si spalancano spazi immensi in cui lo sguardo può inoltrarsi e perdersi; rifugi sconfinati senza alcuna barriera.

Questo piccolo racconto, forse a sua insaputa, ha incentivato nuove forme di narrazione anche al di fuori degli specifici letterari. Ce lo dimostra l’ottima collettiva fotografica in corso presso la Rocca Malatestiana di Fano (PS) fino al primo luglio 2012, intitolata, appunto, Nella propria stanza.

Quattro giovani artiste, Nadia Groff, Selene Lazzarini, Chiara Proserpio e Katia Rigali, sono state invitate a “replicare” un’esperienza parzialmente analoga a quella dello scrittore savoiardo. Naturalmente manca del tutto la condizione di “cattività” cui il prigioniero era obbligato, ma c’è un identica situazione di distanziamento, di separazione dal mondo reale per un periodo di tempo ben definito, da trascorrere quindi “in clausura” dentro un ambiente circoscritto. Anche in questo caso s’innesca una reazione opposta di apertura e di espansione per mezzo delle cose che si trovano al suo interno.
La mostra è stata allestita in quattro celle di origine medievale, ciascuna immaginata come contenitore ideale per i viaggi segreti delle artiste. Dopo aver superato la soglia d’ingresso delimitata da un drappo di stoffa scura il pubblico può assistere a una proiezione di diapositive con i vecchi, ma ancora affascinanti, carousel della Kodak. La sequenza procede con andamento ripetitivo, senza soluzione di continuità. Il viaggio diventa un evento circolare, interminabile.

Per Chiara Proserpio la stanza è il luogo delle apparizioni e delle trasformazioni. L’artista, come se fosse in posa davanti allo specchio, gioca a mascherarsi con trucco e accessori pescati nel guardaroba della fantasia. Il personaggio dell’autoritratto viene costruito un poco alla volta, consentendo allo spettatore la possibilità di indovinare la nuova identità. Anche Katia Rigali è interessata al tema dello svelamento. Nella sua stanza, però, si materializza lo spazio privato e per certi versi proibito di un personaggio pubblico molto famoso, Marilyn Monroe. La Rigali assume le fattezze della diva partendo però da immagini poco note oppure da quelle più trascurate dalla macchina divoratrice dello showbiz. Nello stupore generale degli astanti, ci fa vedere quel volto misterioso della celebrità che altrimenti non avremmo mai potuto conoscere.
Nadia Groff, invece, ricompone i luoghi della sua privacy, presentando una rassegna di stanze da lei abitate durante viaggi e spostamenti in giro per l’Europa. Sebbene la rapidità dei transiti comporti un altrettanto celere disaffezione dai luoghi vissuti, le fotografie puntano ad esibire tratti personalizzanti indimenticabili. Da ultimo Selene Lazzarini, forse la più adatta a un paragone con de Maistre che però filtra con una sensibilità inquieta alla Hitchcock. Se ne sta barricata dentro le quattro mura della sua camera da letto fermando l’attenzione su particolari a prima vista ovvi e abituali, ma che in realtà nascondono pieghe e risvolti imprevisti. Con uno sguardo penetrante, ad altissima concentrazione, inquadra la finestra che sporge sul cortile esterno. L’oggetto fissato fatalmente si accende; la superficie visuale altrimenti immobile comincia a spaccarsi. Lentamente, davanti ai nostri occhi, appaiono stormi di uccelli rumorosi che con ritmo incalzante vanno ad addensarsi sul vetro dell’immagine. Neri nuvoloni volanti turbano i nostri pensieri, minacciano il nostro destino. In un solo attimo potremmo restare schiacciati dal realismo ossessivo, asfissiante della scena. La suspence è al culmine. Ma poi, ecco che arriva uno stacco finale a riportare il silenzio. Tutto sta ancora lì al suo posto, come se niente fosse mai accaduto.

Le immagini sono tratte dal catalogo della mostra, Nella propria stanza, a cura di L.Panaro e M.Sparaventi, Mnia Comunicazione Editore 2012

Katia Rigali, My Life as Marilyn, 2012

Chiara Proserpio, IndovinaMI, 2012

Selene Lazzarini, Rumore di fondo, 2012

Nadia Groff, Moving room, 2012

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