Di nuovo in libreria “Utz” di Bruce Chatwin

Può un uomo solo sconfiggere un regime totalitario ottuso e miope? La risposta dovrebbe essere sì, visti gli esempi di personaggi come Karol Wojtyla e Lech Walesa. La domanda più interessante allor...

Può un uomo solo sconfiggere un regime totalitario ottuso e miope? La risposta dovrebbe essere sì, visti gli esempi di personaggi come Karol Wojtyla e Lech Walesa. La domanda più interessante allora è: può un uomo solo sconfiggere un regime, ricreando in privato quel Bello che la massificazione dittatoriale mira a distruggere?

Di dare una risposta a questo quesito, sempre attuale e sempre verificabile in tanti luoghi del mondo, si incarica lo scrittore britannico Bruce Chatwin, nel suo intramontabile e misterioso romanzo – un libriccino che per volumetria passa quasi inosservato – dal titolo quanto mai enigmatico di Utz (ADELPHI, 2011, p. 129, € 9).
La storia di un uomo che non si arrende al mutare dei tempi, che lotta come un leone – anche se di ferino ha ben poco, piuttosto sembra un Humpty Dumpty coi baffi – per difendere una collezione di porcellane dall’avidità dei Musei Statali o, come usava dire oltre il Muro prima del 1989, dei “Musei del Popolo”.
Molti hanno scritto e detto che questo racconto di Chatwin è un apologo sull’ossessione del collezionista, sulla febbre che consuma colui che dedica l’intera sua vita al reperimento ed alla catalogazione di oggetti più o meno preziosi.
Al contrario, si tratta piuttosto di un inno alla libertà. Ciò che in trent’anni il barone (se poi barone lo era, lui stesso era dubbioso) Kaspar von Utz fa non è, semplicemente e stricto sensu, raccogliere porcellane. Certo, la vicenda inizia così, su questo non c’è dubbio. Ma ciò che Utz fa è piuttosto cercare di salvare un tempo perduto; provare ad opporsi, con i mezzi che ha, all’imposizione di una forza maggiore che risulta di giorno in giorno più stupida.
La trama è molto semplice: dopo la fine della guerra Utz, un piccolo terriero boemo, si vede confiscate tutte le terre ed il castello avito. La casa di Dresda è distrutta, perita sotto le bombe alleate, e l’unica soluzione è ritirarsi a vivere in un bilocale di Praga. Ben presto, le due stanzette si colmano di pregevolissime statuine di Meissen, la nota manifattura di porcellane nata nel ‘700 per volontà di un “alchimista” poliedrico e dell’elettore di Sassonia di allora. Da qui in poi è tutto un braccio di ferro tra Utz e le autorità Ceche, le quali rivendicano il loro “diritto” ad avere quegli oggetti in un museo. “Quale diritto”, ribatte Utz, “il diritto di rubare, immagino!”.
Tutta la vita di quest’uomo scorre all’ombra delle sue porcellane, di quelle statuine capaci di riportare in vita le raffinatezze rococò delle corti settecentesche e dei dipinti di Watteau, nel periodo dei casermoni popolari e delle tessere annonarie. Persino la sua vita sentimentale, alla fine, risente della prossimità di questa stupefacente collezione. Ad un certo punto, infatti, quando il Governo stabilisce che gli scapoli non possano essere assegnatari di bilocali, Utz si decide a sposare, seppure in segreto, la fida Marta, una contadina delle sue terre che aveva acconsentito – per amor suo – a fargli da governante in città. Due stanze gli servono, se vuole tenere la collezione. Sarà proprio Marta, alla fine, ad essere l’unica donna che gli rimarrà sempre accanto e la vera erede delle sue idee.
Ma la figura di Utz non è solo quella di uno “Zivago boemo”. Fosse così, forse, sarebbe troppo facile. Utz è pur sempre un capitalista ed ha dei fondi in Svizzera. In un caveau elvetico tiene una seconda collezione di porcellane, pronto a passare la Cortina e ricostruirsi una vita da tranquillo collezionista nell’Europa occidentale.
La grandezza di Chatwin sta tutta qui. Utz è un uomo che trova troppo “borghese” piangere sull’esproprio delle terre. In fin dei conti, vorrebbe dire dargliela vinta, cedere alla violenza fisica e morale subita. Significherebbe innanzi tutto essere espropriati della libertà di sentirsi ancora se stessi.
Utz decide quindi che non lascerà mai Praga. Anzi, chiede il permesso alle Autorità, unico caso in assoluto, di far “rientrare” la sua collezione svizzera in Cecoslovacchia, facendo compiere alle sue porcellane il viaggio inverso a quello che qualsiasi uomo abbiente e “sano di mente” avrebbe fatto. Permette alle Autorità del Museo di fargli costanti ed invasive visite domestiche durante le quali è costretto a sopportare di vedere le adorate porcellane catalogate, e spesso rotte (per incuria), da freddi impiegati statali che nulla sentono al tocco di quelle meraviglie.
Il rapporto che Utz ha con le sue porcellane è quasi erotico. Le tocca e le tiene con sé, le nasconde agli sguardi indiscreti ma le esibisce, fiero, alle persone che sa essere meritevoli. La sera, si ritira a lume di candela nella sua “stanza delle porcellane”, quel misero piccolo locale che lui ha foderato di specchi ed allora rivivono Colombina e Arlecchino, le damine del settecento, il musicista con l’abito a code.
La collezione, infine, sparisce. Dopo la sua morte, i funzionari del Museo si recano a casa di Utz ma la trovano vuota. Che abbia spedito tutto all’estero? No, se ne sarebbero accorti. Chatwin ci da’ un indizio: qualcuno è stato visto, nei giorni precedenti, mentre caricava grossi sacchi neri sui camion dell’immondizia, giusto fuori casa di Utz. Di mattina presto, quando per le strade non c’è nessuno.
E questa è l’ultima, geniale presa in giro del barone boemo. Gettare nell’inceneritore tutto quello splendore per cui aveva dato la vita. Come a dire che il fuoco è comunque meglio della stolida piccineria dei funzionari governativi.

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