Blow-UpLa visione filosofica di Weston

"Dovremmo usare la macchina fotografica per registrare la vita, per rendere la sostanza vera, la quintessenza della cosa in sé... Sono fermamente convinto che ogni approccio alla fotografia passi a...

“Dovremmo usare la macchina fotografica per registrare la vita, per rendere la sostanza vera, la quintessenza della cosa in sé… Sono fermamente convinto che ogni approccio alla fotografia passi attraverso il realismo” .

Con questa dichiarazione, databile intorno alla metà degli anni venti, Edward Weston, uno dei grandi fotografi del XX secolo, apriva una nuova stagione di ricerca. Aveva captato la grande ondata di rinnovamento proveniente dalla costa atlantica, dalla New York di Alfred Stieglitz, della rivista Camera Work e dell’astro allora nascente di Paul Strand. La via del Modernismo era ormai segnata.

Il viaggio in Messico fu, in questo senso, una conferma. La carica eccitante e contagiosa degli eventi rivoluzionari lo spinsero a prendere parte attiva, a stabilire un contatto più intenso con l’attualità. La realtà del luogo parlava una lingua viva e non solo per bocca della gente, ma anche attraverso i silenzi assai eloquenti delle cose: a partire dagli elementi dell’ambiente naturale sino agli oggetti dell’immaginario artificiale, degli antichi rituali, del folclore contadino. Ecco, appunto, le “cose”, pur nel loro mutismo inviolabile, esercitavano su di lui un fascino irresistibile. Non appena venivano scoperte, diventavano oggetti di culto contemplativo. Weston restò totalmente avvinto da questo carattere fatale, pulsante nelle forme. Lo ritrovò, negli anni seguenti, sulle spiagge di Point Lobos, fra conchiglie splendenti e tronchi d’albero rinvenuti dal mare, e sui deserti sabbiosi della California. Lo accompagnò per resto della sua vita.

La mostra, Edward Weston – Una retrospettiva, ha debuttato in concomitanza con il Festival della Filosofia di Modena, Sassuolo e Carpi e resterà aperta fino al 9 dicembre 2012. Il tema della kermesse filosofica, neanche a farlo apposta, sono state “Le Cose”, in tutte le accezioni possibili. Protagoniste di spicco nella società e nella storia contemporanea, durante il secolo scorso hano appassionato il dibattito intellettuale ad ogni latitudine, ma hanno pure scosso nel profono la vita dell’arte.

Edward Weston, a modo suo, ha dimostrato, con immagni incisive e memorabili e con copiosi pensieri trascritti su carta, di essere un autentico filosofo. I suoi interrogativi di ordine chiaramente estetico non si sono mai staccati dall’orrizonte teoretico di fondazione, cercando di mettere a fuoco, il più possibile, le questioni centrali dell’essere e dell’apparire. La sua arte, come è a tutti evidente, ha inseguito senza soste l’espressione della bellezza primigenia nelle forme della realtà quotidiana, del paesaggio terrestre, del corpo umano e non ha cessato un solo istante, seppure spesso in maniera implicita, di domandarsi cosa fosse quella realtà, quel paesaggio, quel corpo; cosa fossero, insomma, quelle “cose”. Ecco perché la sua ricerca è stata, in sostanza, animata da una sfida ontologica.

Per secoli la filosofia occidentale ha tentato invano di raggiungere tale obiettivo: la “cosa in sé”, però, è sempre sfuggita a qualunque individuo raziocinante, anche al soggetto tecnologicamente superdotato dell’epoca odierna. Il suo mistero inviolato continua a sedurci. E ogni volta che la conoscenza tende verso un altro traguardo, ci desta nuove meraviglie e ci fa amare quella liberta del pensiero che, come direbbe Popper, procede senza fine.

Weston, non immune a tale stupore vertiginoso, pensò di creare il suo metodo di ricerca. Non più dedicato alla speculazione sistematica della filosofia pura, bensì rivolto a rinnovare la visione dell’arte per mezzo della fotografia. Se volessimo cercare delle affinità, delle afferenze, potremmo definirlo un neo-idealista però di genere soft la cui derivazione neo-platonica poggia su un sostrato pragmatista, di compensazione, come vuole la migliore tradizione nordamericana. Per Weston il visibile aspirava a dare fondamento all’invisibile, ma restando all’interno di una res materiale, priva di trascendenza: ossia ciò che può esserci si coglie in prima istanza con i sensi (l'”occhio” in primis). Tuttavia, sulla scorta di Kant, sapeva bene quanto le intuizioni sensibili senza i concetti fossero “cieche”; quanto la mente, cioè la ragione, dovesse farsi specchio e acuire lo sguardo per correggere il responso dei sensi, e all’occorrenza armarsi perfino di un apparato tecnologico, prico di indugi emozionali e inciampi fisiologici, per riuscire a vedere “oltre” la realtà fisica. La problematicità di quella preposizione è terribilmente evidente. La fotografia, dirà più tardi Barthes, è “tutta superficie”, è il luogo dove il referente si schianta a “morte piatta”, eppure il grande autore modernista sentiva la possibilità di aprire un varco, di strappare il velo. SUperare le apparenze impressionistiche, i limiti del contingentein cui si invischia la percezione ottica, che gli odiati pittorialisti si ostinavano a riprodurre e al tempo stesso a falsificare, per liberare le essenze, le forme immutabili, fuori dal tempo. I corpi femminili, allora, una volta fotografati, si svuotavano dai palpiti della carne; le piante si seccavano nella durezza delle cortecce; la polpa succolenta degli ortaggi si vivisezionava in lamine spettrali di luci e di ombre. E tuttavia la presenza plastica di queste cose fantasmatiche rimaneva lampante, perentoria, più vera del vero. Ogni singolo dettaglio, descritto con una precisione lenticolare, doveva essere scolpito in forma imperitura. “Voglio realizzare un peperone che sia più di un semplice peperone” disse una volta il grande fotografo, come ricordava Charis Wilson, sua ultima allieva nonché compagna di vita. Tuttavia Weston non rinuciò mai a considerarsi un realista, intenzionato a restituire la realtà in purezza, come traccia palmare sul negativo da stampare a contatto. Continuò a farlo perché rifiutava l’illusionismo tecnico, il gioco di prestigio della mano esperta e le finzioni ingannatrici a discapito dei sensi. L’immagine, prima di qualsiasi esposizione e rielaborazione in camera oscura, si “visualizzava” già nella mente del soggetto guardante. Regole compositive elementari, schemi uniformi e piuttosto ripetitivi, ripresi e applicati alla lettera da moltissimi proseliti, a cominciare dai membri del celebre Gruppo f./64. Numeri, proporzioni armoniche, geometrie classiche, questa era la visione fotografia e filosofica di Weston, dove nulla era lasciato al caso o all’improvvisazione. Poiché tutto, a livello ideale, dagli esseri viventi alle materie inanimate aveva un’identica pelle fenomenica, indifferenziata; la mente tecnologizzata tramutava le figure variabili in icone cristalline, permanenti, imperturbabili, non lontane dalle forme primarie, “eidetiche” di cui discuteva Husserl.

Quale realismo allora? Beh, sicuramente un realismo imparentato con le famiglie artistiche emerse in Europa fra le due guerre, le cui immagini in apparenza molto realistiche, ansi iperrealistiche, rivelavano ad un’attenzione più accorta un forte senso di mistero, straniamento, enigma.

Forse il metodo di Weston aveva ben poco di scientifico, anzi, secondo l’opinione di molti, prestava il fianco a derive irrazionalistiche e quasi misticheggianti e tuttavia è proprio questa irregolarità a renderlo soprattutto sul piano dell’estetica assai rilevante. La sua filosofia in bilico, il suo perenne tentativo di conciliare gli opposti, di quadrare il cerchio è la rappresentazione più emblematica del sogno dell’arte di tutti i tempi.

Edward Weston, Nude, 1936, Copyrights 1981, Center For Creative Photography, Arizona Board of Regents

Edward Weston, Cabbage Leaf, 1931, Copyrights 1981, Center For Creative Photography, Arizona Board of Regents

Edward Weston, Dunes, Oceano, 1936, Copyrights 1981, Center For Creative Photography, Arizona Board of Regents

Edward Weston, Harald Kreutzberg, 1932, Copyrights 1981, Center For Creative Photography, Arizona Board of Regents