Kahlunnia“La vita senza mio fratello”

"La cosa più terribile che mi è stata fatta è stata togliermi mio fratello. Mi è stato tolto un compagno di giochi. Un compagno di vita. Qualcuno con cui giocare e magari, perchè no, con cui litiga...

“La cosa più terribile che mi è stata fatta è stata togliermi mio fratello. Mi è stato tolto un compagno di giochi. Un compagno di vita. Qualcuno con cui giocare e magari, perchè no, con cui litigare.” Le parole di Gadiel Gay Taché – fratello di Stefano Gay Taché (2 anni) ucciso a colpi di mitra davanti alla sinagoga di Roma il 9 ottobre 1982, da un commando di terroristi palestinesi – echeggiano nella sinagoga di Roma con una forza dirompente. Così la sua voce rotta. Le lacrime scendono. Non solo sul suo volto…

In occasione del trentennio dall’attentato alla sinagoga di Roma, tenutosi oggi alla presenza del Presidente della Repubblica e dei presidenti di Camera e Senato, il Rabbino Capo di Roma Riccardo Di Segni ha rivelato un fatto storico finora non noto: “Davanti alla piccola bara Pertini scoppiò in un pianto irrefrenabile e certo non cerimoniale. Quel pianto rappresentava per noi il culmine di una drammatica contraddizione tra la commozione per la tragedia e l’atmosfera in cui si era determinata”. La contraddizione era quella di un Paese in cui un Capo di Governo paragonò Mazzini ad Arafat. “Mazzini”, ha però sottolineato Di Segni, “non sparava sui bambini all’uscita dei luoghi di culto”.

Una richiesta è giunta chiara dal presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici: “togliere tutti i segreti di Stato affinché venga fatta luce su quella strage” (ieri aveva chiesto altrettanto il presidente dei Giovani Ebrei italiani, Daniele Regard).

Ad oggi, infatti, sono ancora troppi i dubbi che tormentano chi visse quel drammatico giorno. Perché, proprio in quel giorno di festa, proprio in quel giorno in cui i bambini sono i protagonisti della cerimonia, non c’era nessuna camionetta delle forze dell’ordine davanti al luogo di culto? “E’ forse vero”, ha aggiunto Pacifici, “che siamo stati anche noi vittime del cosiddetto “lodo Moro”, noi come altre vittime italiane in Italia e all’estero?” Domande, per ora, senza una risposta.

I rapporti tra gli ebrei e lo Stato italiano sono migliori di 30 anni fa. Il clima d’odio di oggi non è paragonabile a quello d’allora. Tuttavia finché non sarà fatta luce su quel vile attentato e finché i responsabili non pagheranno il prezzo dei propri crimini nessun ebreo troverà pace. Il Popolo ebraico, infatti, è per eccellenza il popolo della memoria. Un Popolo che non dimentica. Un Popolo che ricorda.

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Linkiesta Paper Estate 2020