Quando la Scozia scrive capolavori : “Fergus Lamont” di Robin Jenkins

Capita, a volte, di entrare in una libreria e di prendere da uno degli scaffali un volume a caso, che ci ha colpiti magari perché ha una bella copertina o forse perché il titolo è accattivante. Un ...

Capita, a volte, di entrare in una libreria e di prendere da uno degli scaffali un volume a caso, che ci ha colpiti magari perché ha una bella copertina o forse perché il titolo è accattivante. Un libro che il fuoco di fila mediatico delle grandi case editrici ha volutamente tenuto ai margini del mondo culturale.

Mi è capitato quando ho scoperto Robin Jenkins. Chi? Appunto – vedi sopra. Non è un autore molto noto, in Italia, ed è tranquillamente trascurato dai maggiori editori ma anche, ahimè, dalla gran parte della nostra intelligentsia. Il suo Fergus Lamont (INSTAR LIBRI, 2004, p. 455, € 17,90) è un libro che ha una bellissima copertina – con la quale attira il lettore di interessi scozzesi – ma è appunto pubblicato da Instar Libri che pur avendo una scuderia di autori di tutto rispetto (tra gli altri, anche il Nobel Le Clézio) non è certo Einaudi o Feltrinelli quanto a potenza economica e visibilità mediatico-intellettuale.

E tuttavia la scelta è da editore assai raffinato. Il romanzo di Jenkins è uno dei migliori romanzi usciti in Italia negli ultimi anni – ciò detto senza tema di essere smentito.

Il piccolo Fergus è un bimbo scozzese che cresce nelle strade operaie di Gantock – l’alias letterario che Jenkins crea per la cittadina di Greenock – con un padre carpentiere ai cantieri navali ed una madre, donna delicata e raffinata, che è scappata con un ricco uomo d’affari di Edimburgo. Scopriamo subito che la mamma di Fergus parla un ottimo inglese, veste abiti costosi e incede come una regina tra le case delle matrone popolari che la insultano a colpi di “brutta troia” e sputi in faccia. Altrettanto presto ci rendiamo conto che il buon John Lamont non è il vero padre di Fergus: gli vuole un gran bene, ma non ha nulla in comune con il frugoletto che indossa sempre il kilt, simbolo dell’aristocrazia scozzese (siamo ai primi del novecento ed il gonnellino è ancora patrimonio di pochi).

E allora come può essere nata una famiglia del genere? Semplice. La madre di Fergus ha avuto una storia d’amore fugace con Henry Corse, il figlio del conte di Darndaff, e da questa relazione è nato il bambino che passa per figlio d’un carpentiere. Ovviamente i figli dei conti non sposano le ragazze borghesi e il padre di Nancy, presbiteriano severissimo dal cuore di pietra, obbliga la figlia ad un matrimonio sconveniente ma utile a salvare la faccia.

Kilty Lamont, come gli amichetti chiamano Fergus (quando non lo definiscono più coloritamente “Lord Merda”), vede interrompersi la sua infanzia quando la madre, tornata a casa per restare con il suo bambino, si uccide gettandosi nel Paddock Loch, una pozza d’acqua melmosa e nera, non riuscendo a sopportare non già le angherie delle puritane matrone popolari ma soprattutto il totale rifiuto di suo padre che la considera come morta.
Il giorno del funerale, Fergus decide, quasi mosso da un istinto, di indossare il piccolo kilt che la madre gli aveva comprato e che diventerà la sua divisa. “Dovevo mettermi qualcosa addosso. Il kilt o le mie solite braghe. Scelsi il kilt. Fu come scegliere mia madre. Da quel giorno non ho più indossato un paio di pantaloni.”

E quel giorno marca anche la scelta di vita di Fergus che intanto ha scoperto di essere il figlio illegittimo di un aristocratico. Con l’eredità lasciatagli dal nonno si emancipa dalla strada operaia dove era vissuto, assume il “nuovo” nome di Fergus Corse-Lamont e frequenta la Gantock Academy, una scuola per ricchi. Lì incontra un insegnante, il maggiore Holmes, che fa con lui ciò che Higgins faceva con Eliza Doolittle: ripulisce il suo accento, gli insegna i modi della upper class e lo riempie delle nozioni che i suoi “pari” dovrebbero avere.

Lasciamo stare che Jenkins scrive bene, molto bene. Che ha il tono del grande romanziere e sa gestire l’economia della trama da narratore navigato. Ciò che davvero colpisce è la profondità che Jenkins sa infondere a questo romanzo. La accuratezza con la quale dimostra di vedere sottigliezze che grandi scrittori nemmeno saprebbero immaginare.

Fergus ce la farà, alla fine. Si arruolerà – complice lo scoppio della Grande Guerra – in un reggimento à la mode e otterrà addirittura la Croce di Guerra, il passaporto per gli ambienti più aristocratici. Sposerà una notissima scrittrice e con lei comprerà una vasta proprietà terriera in Scozia.
Eppure non sarà mai felice. Il sano puritanesimo assorbito negli anni dell’infanzia gli fa guardare con ripugnanza alla lascivia di certa nobiltà senza pudori; l’affettato disprezzo per gli inferiori non riesce a mascherare completamente la compassione verso quei poveri lavoratori con cui è cresciuto; la sua innata sincerità da poeta gli vieta di parlar male di Mary Holmscroft, una sua amica d’infanzia divenuta leader sindacale, che i suoi nuovi e blasonati amici prendono in giro e vorrebbero vedere ridotta al silenzio.

Torquil e Dorcas, i suoi figli, lo abbandonano ben presto ritenendolo un impaccio sociale, esattamente come lui anni prima aveva abbandonato il carpentiere John Lamont, che l’aveva cresciuto, perché difficilmente presentabile in società.
L’unica consolazione Fergus la troverà in un amore inaspettato, su su a Nord nelle Isole Ebridi, con una donna che non gli chiede chi è e cosa vuole dalla vita.

E Robin Jenkins fa concludere a Fergus la sua narrazione proprio nel momento cruciale della Seconda Guerra Mondiale con i bombardieri tedeschi che devastano i cantieri navali delle cittadine scozzesi del nord: “E per la gente di Gantock, sottoposta al terrore, alla sofferenza e alla morte, provavo soltanto pietà e amore.”

Vale la pena, a volte, di entrare in una libreria e comprare un libro per puro caso.

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