“The Raven” : come ti faccio Criminal Minds in pieno ottocento

Nebbia, nebbia dovunque. Nebbia che si alza dalle strade, nebbia che fuoriesce dalle bocche delle persone e dalle nari dei cavalli. Nebbia che avvolge gli edifici georgiani che però sembrano gotici...

Nebbia, nebbia dovunque. Nebbia che si alza dalle strade, nebbia che fuoriesce dalle bocche delle persone e dalle nari dei cavalli. Nebbia che avvolge gli edifici georgiani che però sembrano gotici, tanto è scura e cupa tutta l’atmosfera.

Il terzo film di James McTeigue (V per Vendetta), che si chiama The Raven proprio come la più famosa poesia di Edgar Allan Poe, comincia molto bene, quasi dichiarasse subito di volersi inserire nel solco del riuscito Jack lo Squartatore di qualche anno fa, quello con Johnny Depp che interpretava un ispettore alternativo ed altruista.

Il protagonista è un ottimo John Cusack cui vengono date anche le fattezze fisiognomiche del Poe storico: volto defilato, baffetti e pizzetto, capelli fluenti ed un accenno di incipiente calvizie. Cusack è bravo ed è assolutamente calato nella parte. Un Poe ossessionato da fantasmi indicibili, sempre alla ricerca di un bicchiere di liquore e incapace di calarsi nella quotidiana realtà che lo liberi dalla costrizione del poeta maledetto e gli permetta di sposare la bella Emily Hamilton.

Questa figura di letterato incompreso ci conquista subito, è accattivante e sembra calzante per un uomo tormentato come fu il Poe storico. Poi la trama comincia a svolgersi e all’atmosfera fredda e vittoriana si aggiunge un notevole quantitativo di sangue. Non disturbante – magari sin troppo finto per esser preso sul serio – ma abbastanza fastidioso da farci subito comprendere che il film sta prendendo una piega piuttosto puerile.

Nel giro di un quarto d’ora, l’intera Baltimora della prima metà dell’ottocento – che però è così urbanizzata che sembra Leeds o Manchester, anche se non siamo molto lontani dalla Democrazia in America di Tocqueville, quando il Campidoglio si stagliava, ancora solo, sulla campagna circostante – viene sconvolta da una serie di inspiegabili ed efferatissimi delitti. L’ispettore Fields, come al solito decenni avanti rispetto agli ottusi colleghi, comprende che gli omicidi hanno per chiave i racconti dello scrittore Poe.
Ben presto si capisce che Poe non è solo un medium in questa lotta ma è il vero e proprio destinatario delle attenzioni di quello che, pur anacronisticamente, dobbiamo chiamare serial killer. Emily viene rapita e sarà proprio Edgar a “scambiare” la sua vita con la propria, in un baratto mortale che lo porterà a spegnersi, avvelenato, su una panchina di un parco di Baltimora.

Come si è detto, il film è gradevole. L’idea di dare una spiegazione plausibile per gli ultimi giorni di vita del grande poeta americano, tutt’oggi avvolti in un alone di mistero, è assolutamente lodevole ed ingegnosa. Così come vanno lodate le ricostruzioni ambientali e la capacità del regista di percepire, sentire e restituire il mood a metà tra puritano e vizioso dell’America dell’ottocento.

Accanto a tutto ciò, però, non si può non riconoscere un’ingenuità di fondo tanto palese quanto maldestra. Le tecniche investigative sembrano uscite dalla serie Cirminal Minds, con gli investigatori che si improvvisano profilers mentre sappiamo tutti che proprio Poe viene ancora oggi considerato, con il suo I delitti della Rue Morgue, l’iniziatore del genere “poliziesco”. A tratti, questi investigatori sembrano invece usciti da CSI, tutti presi a raccogliere dati scientifici che la metodica dell’epoca non avrebbe minimamente tenuto per rilevanti.

Insomma, si tratta di un film che patisce il morbo di un anacronismo di fondo; un film che sconta la ormai sin troppo consolidata convinzione secondo cui non si possa fare una buona detective story se non la si fa come la fanno le serie americane. Alla fine, non è possibile non ridere.

Spiace per McTeigue che con un inizio così promettente come V, sembra finito nel vicolo cieco del poliziesco a buon mercato. E pure storico.

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