Le sanzioni contro l’Iran funzionano?

Il dibattito sul nucleare iraniano ha infiammato la campagna elettorale statunitense, con Romney che rinfacciava Obama di aver seguito una linea troppo tenera. L'Amministrazione ha risposto alle a...

Il dibattito sul nucleare iraniano ha infiammato la campagna elettorale statunitense, con Romney che rinfacciava Obama di aver seguito una linea troppo tenera. L’Amministrazione ha risposto alle accuse chiedendo, per l’ennesima volta, di lasciare che le sanzioni avessero il loro effetto. Ma lo avranno mai?

Personalmente, sono restato sorpreso dalla forza dell’impatto delle sanzioni sul cambio rial-dollaro: il rial ha perso i due terzi del proprio valore dall’inizio dell’anno e l’inflazione ha raggiunto il 30 per cento. Ma questo non significa che le sanzioni stiano avendo effetto, perché l’economia iraniana aveva seri problemi già da prima di questi ultimi round di sanzioni. Da un lato la concorrenza dei prodotti cinesi ha fatto chiudere molte fabbriche, dall’altro il peso di essere tra due paesi in guerra civile, l’Iraq e l’Afghanistan, si fa sentire, in particolar modo per il problema dell’immigrazione clandestina (gli afghani entrati negli ultimi 10 anni nel paese sono più di un milione). E, nonostante questo, nonostante la crisi globale abbia fatto sentire il suo morso ovunque, l’Iran ha continuato a crescere, senza avere nemmeno un trimestre di recessione.

Per capire se le sanzioni abbiano successo o meno bisogna sgombrare il campo dall’idea che il loro obiettivo sia distruggere l’economia iraniana. Creare tensioni nell’economia dovrebbe essere il mezzo attraverso cui indurre un cambiamento di politica, nel caso in questione, l’interruzione del programma nucleare pacifico dell’Iran. (Sottolineo che il programma nucleare è pacifico perché l’assenza di prove sulla presenza di un programma nucleare militare è assoluta, nonostante nel dibattito pubblico si dia stranamente per scontata l’esistenza di un progetto per costruire una bomba atomica).

Non dobbiamo inoltre dimenticare che le sanzioni vengono inflitte prima di tutto sulla classe media iraniana: i corrotti esponenti del regime non le sentono affatto. Continuano a girare in SUV, ad avere la villona sul Mar Caspio, ad andare in Moschea il venerdì e a godere di divertimenti privati il sabato.

Gli economisti sono sempre stati scettici sull’efficacia delle sanzioni. Nel 1997 Gary Hufbauer, del Peterson Institute for International Economics, ha dimostrato che le sanzioni internazionali raggiungevano i propri scopi appena un terzo delle volte, e che le probabilità di successo erano più alte quando gli obiettivi erano minori. In seguito all’Università di Chicago Robert Pape ha rianalizzato meglio i dati di Hufbauer, scoprendo che in realtà le sanzioni avevano avuto successo solo il 4 per cento delle volte. Sorpresi? Basti pensare ai casi di Cuba, della Libia, dell’Iraq, della Corea, … le sanzioni non hai mai condotto ad un “regime change”, come desiderato, anzi. I regimi sottoposti a sanzioni sembrano godere di una straordinaria vitalità.

In ogni area politica ci sono motivi per essere contrari alle sanzioni, che a sinistra sono malviste perché generano enormi sofferenze nelle fasce più basse della popolazione, mentre a destra perché danneggiano i commerci e gli investimenti. Gli italiani, primi partner europei dell’Iran, hanno una lunga storia di amicizia col popolo persiano. Possiamo quindi dire che soffriamo due volte per questo regime di sanzioni che non ha alcuna speranza di funzionare.

Ma allora perché la politica propone le sanzioni se non hanno effetto e ci daneggiano? Una risposta è suggerita da Trita Parsi nel suo libro “A single roll of the dice”, sulla strategie politica dell’amministrazione Obama con l’Iran. Secondo lui, l’obiettivo primario è impedire che l’Iran diventi una potenza economica regionale, in grado di influire sui rapporti di forza in Medio Oriente, col denaro prima che con le armi. In effetti se l’Iran non fosse stato sottoposto alle sanzioni, si sarebbe da tempo unito ai paesi BRICS (quindi BRiiCS) e avrebbe messo in difficoltà gli alleati degli Stati Uniti nella regione.

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Linkiesta Paper Estate 2020