La Frusta Letteraria“Quello che so sull’amore”, di Gabriele Muccino. Al cinema.

A volte a rimuginare un po' troppo sui contesti produttivi di un film di intonazione italiana piegato alle regole della “Macchina dei sogni” di Hollywood, rischia di farci vedere la foresta e perde...

A volte a rimuginare un po’ troppo sui contesti produttivi di un film di intonazione italiana piegato alle regole della “Macchina dei sogni” di Hollywood, rischia di farci vedere la foresta e perdere di vista l’albero: il film. Che è di una linearità non scontata. Raccontare già una storia d’amore senza scadere nel moccismo (da Moccia) ossia sapere schivare situazioni da maniaci sentimentali è già – nella condizione media dell'”educazione sentimentale” di tutti noi – un rassicurante segno di stabilità stilistica.

Dal punto di vista strutturale, poi, sbobinare questa storia secondo la standardizzazione consueta hollywoodiana non è neanche questa una procedura narrativa da vedere come un cedimento a chissà quale Spectre stilistica, anzi è proprio il limite stringente del genere standardizzato hollywoodiano che può pungere meglio l’estro del regista ambizioso e stabilizzargli in qualche modo la mano. Alludo al fatto che tutte le linee narrative (o diegetiche se si vuole ricorrere al vecchio Genette) trovano il loro – prevedibile ma non per questo meno atteso – acme nella partitella di calcio finale: sia la saldatura affettiva padre-figlio; sia quella dei due ex coniugi ritrovatisi. Insomma il film “fa la punta”, non si perde in satelliti narrativi che non trovino sensati epiloghi e punta dritto ad una sua armonica, logica, conclusione dal punto di vista del plot, conclusione ritardata con intelligenza dalla retromarcia dell’Alfa Romeo incamminata verso un sicuro diverso snodo narrativo. La vita può riprendere il suo nuovo/vecchio corso anche in un’ antitesi polemica piuttosto evidente: quella della famigliola difesa e ricomposta dopo una strenua lotta contro un manipolo di cougar assatanate, che accenna ad una situazione, amplificata, alla “Il laureato” (“duetto” della macchina italiana compreso e la cerimonia nuziale abbandonata all’ultimo istante come nel celebre film tenuto forse sottotraccia). Epilogo che ai tempi della mia gioventù sarebbe stato bollato però come filisteo e conformista, ma che nell’epoca del nostro disordine sentimentale può anche giungere a forme di inattesa sprezzatura. Prodotto medio ma che punta alla zona alta dell’intrattenimento onesto.

Ps. Rammento che Muccino è “in topic” quando rappresenta il mondo delle cougars, delle Anne Bancroft del terzo millennio. In un suo libro di sociologia politica Mark J. Penn – “Microtrend” – analizza l’impatto delle cougars e delle ” soccer moms” (categorie che non necessariamente coincidono, ma che nel film sono rappresentate) negli esiti elettorali americani, costituendo questi due gruppi un “Microtrend” ossia “piccole tendenze emergenti ma forze sociali potenti che modellano il futuro sotto i nostri stessi occhi”.

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