La T che divide l’amore dalla morteDi Rame e D’amoRe

Non mi piace chi scrive in prima persona singolare: credo che sotto i settanta anni ai giornalisti dovrebbe essere vietato per legge salvo non più di una decina di eccezioni, una per decennio e tre...

Non mi piace chi scrive in prima persona singolare: credo che sotto i settanta anni ai giornalisti dovrebbe essere vietato per legge salvo non più di una decina di eccezioni, una per decennio e tre di bonus.. Non mi piace chi ricorda le persone quando muoiono: preferisco chi le ricorda quando vivono, e chi le cerca perchè vivono (o per chi vivono). Non mi piacciono i weblog che parlano di esperienze personali quando tutto il contesto contemporaneo ne parla, o ne scrive. Nelle prossime ore saremo tutti Dario e Jacopo Fo: tutti avremo adorato Franca Rame, tutti avremo pubblicato la foto con lei, ognuno sarà editorialista di sè stesso nel riferire di Franca Rame. Accadrà anche con l’omonima Valeri, con Dario Fo e chissà con quanti, speriamo fra tantissimo tempo.

Si sprecheranno i Ciao Franca, gli abbracci a Dario,gli applausi, i femminicidi, le pari opportunità, la Carfagna, la satira, le comiche, i premi, mentre scrivo le Feltrinelli di mezz’Italia si affetteranno a mettere in vetrina i libri di Franca Rame (“mannaggia questo muore quando il suo libro è esaurito!” fu il gentile commento con cui appresi, alla Feltrinelli di Bologna della morte di Lucio Dalla), su twitter partirà l’hashtag su Franca, il suo sito sarà il più cliccato, tutti lasceranno commenti su facebook.

Io però non ho mai capito come si sopravvive ad uno stupro. È una parola che i bambini non riescono neanche a pronunciare, e quel che i bambini non riescono a pronunciare (figuriamoci a concepire) non vanno bene. Da piccolo io lo chiamavo strupo. Ancora ora penso allo strupo, che rende ancora più sgradevole il suono. Ho capito un po’ come si sopravvive alla morte (sempre altrui), come si pazienta quando una ragazza per sempre dice mai più anche se non può esser vero, ma uno stupro non lo so,come è possibile il dopo, non lo imparerò mai. Franca Rame non solo sopravvisse, ci fece un monologo. Era un modo, forse, non di spettacolarizzare un dolore ma di esprimerlo in forma di spettacolo. Un po’ come esibire le proprie ferite per farsi conoscere senza ipocrisia. Un modo rivoluzionario, di dire “non sei sola” a chi conosce l’orrore, e magari è evitata e stigmatizzata come se fosse una sua colpa.

Quando ero piccolo sognavo un Casa Fo, magari su Raitre, e mi chiedevo chi sarebbe morto prima tra Vianello e Mondaini o Fo e Rame, e chi tra loro due.

Non mi sono mai piaciuti i ricordi personali in prima persona, ma nelle due estati che passai ad Alcatraz lavorando nel seminario di Stefano Benni, come suo assistente ed animatore, Dario Fo e Franca Rame c’erano. Se lo ricorderà anche Margherita Micali, attrice che rideva insieme a me, di cui ero invaghito la cui rumorosità nel riso ascoltando Franca era contagiosa. Ho imparato qualcosa in più sull’amore guardandoli, Dario cercava ogni cinque minuti Franca quasi come un bambino cerca un amore materno, nonostante la Rame fosse più giovane di quasi un lustro. Franca Rame, cercava ogni cinque minuti dove fosse Dario Fo come un capofamiglia cerca la propria famiglia, con la cura di chi sa prendersi cura, con responsabilità. Un pomeriggio passò ad ospitarci nel loro laboratorio, ci fece vedere le scenografie, i dipinti. Come spesso accade, Franca era l’addetta alle pubbliche relazioni intime, mentre Dario Fo stava dormendo.

Nel 2010, all’ultimo seminario in cui lavorai con loro, assistei al ritorno di Franca Rame alla recitazione. Non recitava, credo, da quasi un decennio, o comunque da molti anni. Nel seminario Franca Rame supervisionava il lavoro di un gruppo che avrebbe dovuto trasporre un testo letterario in spettacolo, mi pare fosse su Ulisse. Dava quotidiani consigli sulla recitazione, e venne più volte a dare qualche suggerimento di scrittura al gruppo autorale che tentavo invano di coordinare. Una sera di fine estate 2010 invece decise di tornare a recitare, un monologo drammatico dalla Medea di Euripide adattato da lei, ed un monologo comico. Fino ad allora per me Franca Rame, di cui mi aveva colpito l’eleganza, la bellezza delle labbra perfette, poteva essere pure in tuta e sarebbe stata la più elegante, era la moglie di Dario Fo.

Persino a guardarla o parlarci troppo si temeva di sporcarla, da quanto fosse elegante e bella. Ma aveva capito che la propria bellezza e fortuna, non importa se artistica, economica, estetica o sentimentale, ha senso se la si offre non se la si soffre, se la si lascia contaminare, senza sporcarla. Per rimanere nella metafora odissiaca, ai tanti Demodoco cantori ciechi in giro e in cerca per sè stessi, e non ai Proci od ai Porci.

Tornò a recitare per Stefano, era il suo seminario, ci si teneva tutti.

Non ho mai riso con un comico dal vivo come con Franca Rame. Neppure con Dario Fo, di cui ero un hooligan, anche solo per la mimica, e che quando recitava per noi si pensava, si rideva, ma ci si annoiava anche un po’. Fece un monologo sul sesso, talmente trasgressivo, elegante, comico, satirico, poetico, che per la prima volta ebbi il sospetto che morire dalle risate non fosse un sintagma catecretico, ma un rischio a cui andare incontro. Ridemmo tutti, e Dario Fo era dietro ad ascoltarla come uno spettatore tra il pubblico, come un regista che impara dall’attore, come un innamorato e quando applaudimmo tutti, anche le sedie, anche le stelle, anche gli stipiti della palestra di Alcatraz, Dario Fo era più orgoglioso e contento di un applauso per lui. Quasi come a dire “finora abbiamo scherzato, ma ora avete scoperto cosa significa l’Arte e l’Artista”.

Da quei due anni in cui li ho annusati, ogni volta che penso ad una coppia, l’unità minima della rivoluzione, penso che l’autrice di un comico, o di un artista, o di uno scrittore, o di un attore, sia la ragazza che gli è accanto, anche se non si vede. Penso che per poter dire ti amo bisognerebbe avere il pudore di aspettare di essere ottuagenari, come lo erano o sono loro. Lo hanno dimostrato. Penso che sia insita nella coppia la fatica, gli allontanamenti, ma che la fatìca sia fàtica, affabula lo scollinamento insieme che è proprio di qualcosa che assomiglia all’amore.

Da allora ogni volta che lo sento e vedo, per me Dario Fo, di cui continuo ad essere un hooligan, è il marito di Franca Rame, la comica che più mi ha fatto ridere nella mia vita, per una sera, dal vivo.

Non mi piace chi pubblica i propri ricordi personali sul web, però, mi sembrava avido, tenere questa memoria di Franca Rame solo per me. Condividerla, è un modo per rimandare la morte, intesa come fine di ogni speranza.

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