La ricerca della felicitàCongresso subito o il Pd si squaglia

A cosa serve un congresso? Da quando sono impegnato in politica ho imparato una lezione. Nell’associazionismo, nella militanza giovanile e poi nel partito ho capito che i congressi, oltre che per r...

A cosa serve un congresso? Da quando sono impegnato in politica ho imparato una lezione. Nell’associazionismo, nella militanza giovanile e poi nel partito ho capito che i congressi, oltre che per riorganizzare la struttura, si fanno per definire la linea. E per scegliere la leadership in grado di interpretarla. Ora è sotto gli occhi di tutti che il Pd ha estremamente bisogno di definire una linea. Perchè va bene il confronto tra pensieri diversi, ma poi bisogna arrivare alla sintesi. Altrimenti si rischia di non andare più avanti. E allora la chiarezza deve prendere il posto della confusione.

Partiamo dall’inizio. Il partito è diviso sull’analisi di ciò che è accaduto, a partire dalla lettura del risultato elettorale delle politiche. C’è chi pensa che l’episodio sia stato solo un piccolo errore di percorso. C’è chi invece crede – come me – che la conseguenza inevitabile di quel dato sia l’avvio ineludibile del cambiamento radicale. Non solo. Le interpretazioni confliggono anche sulla connotazione da attribuire al governo. Per qualcuno essere con Berlusconi e il Pdl è un’esperienza eccezionale. Che non deve finire mai. Per altri è un capitolo che si deve chiudere subito. Io credo che il governo Letta vada sostenuto lealmente, purchè sia chiaro il ruolo che il Pd deve avere nella vicenda. Parliamo di un esecutivo di servizio. Nato per affrontare le emergenze. Non si vada oltre. Ma al resto si aggiunge anche un problema di profondità e prospettiva. Mi riferisco alla natura del partito, alla sua proposta politica per il Paese in un momento drammatico. C’è l’esigenza di proporre un nuovo modello di sviluppo per uscire dalla crisi e per affrontare i drammi sociali. Cosa deve essere il Pd? Che apertura è necessaria in questa fase? Mi pare che su tutti questi punti ci siano visioni molto contrastanti. E anche per sollevare questa nebbia, è fondamentale che si faccia subito il congresso.

Veniamo al secondo aspetto, che poi è un teorema della politica: senza leadership non c’è partito. La ‘querelle’ Alfano e gli altri casi analoghi degli ultimi giorni lo dimostrano. Il Pd, oltre alla linea, deve scegliere il leader. I tanti capicorrente, che molto probabilmente non rappresentano più nulla nei territori, devono capire che se si continua a traccheggiare sulla data del congresso – e siamo al terzo nodo -, rischiamo di avvilire e demotivare ulteriormente la nostra militanza e i nostri elettori. Insomma, il Pd si squaglia. E rimane solo Fioroni.

Se un partito non vince le elezioni, deve riorganizzarsi. Aprendosi. Chiudersi o ripiegarsi su se stessi è il contrario di quello che si dovrebbe fare. L’unica soluzione, dunque, è un congresso aperto agli elettori delle primarie. Il solo sbocco, perchè abbiamo bisogno di coinvolgere gente nuova. Rispettiamo lo statuto. Fissiamo la data del congresso. La scelta del segretario nazionale – e, aggiungo, dei segretari regionali – passi attraverso primarie aperte. Concetti di una semplicità disarmante. Quasi scontati per un partito che vuole caratterizzarsi in senso democratico.

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