Buona e mala politicaLe prigioni del comunismo romeno

Si apre con un certo ritardo un nuovo capitolo nella storia e nel racconto del Novecento. Su "Repubblica" di oggi (25 settembre)  una corrispondenza di Andrea Tarquini da Bucarest sulla prima "Nori...

Si apre con un certo ritardo un nuovo capitolo nella storia e nel racconto del Novecento. Su “Repubblica” di oggi (25 settembre)  una corrispondenza di Andrea Tarquini da Bucarest sulla prima “Norimberga” della Romania. Il processo ad Alexander Visinescu per la brutalità della gestione della prigione di Ramnicu Sarat dal 1956 al 1963. Impressionanti i capi d’accusa. Gli storici dicono che le vittime del comunismo romeno furono almeno due milioni.

Nell’aprile del 2008 visitai la prigione più nota del comunismo romeno, quella di Sighetu  Marmaţiei nel Maramures, scrivendo una nota di commento rimasta inedita, che, in occasione di questo processo, pubblico qui nello spazio di un blog intitolato “Buona e mala politica”.

Ai confini con l’Ucraina il memoriale delle vittime del comunismo romeno

Maramuresc, 30 aprile 2008

Sighetu Marmaţiei è la città più settentrionale della Romania, cinquantamila abitanti, tipologie  moldave di provincia, con al cuore un radicamento di chiese di più confessioni, quella cattolica (derivata dalla presenza ungherese), quella riformata, dunque calvinista, che ha visto passaggi di potere nella seconda metà del Cinquecento, più distante dal centro anche una sinagoga e ben inteso quelle ortodosse. La periferia della città confina con l’Ucraina, con la vasta e poco abitata regione transacarpatica. Per tanti anni nel corso del novecento, prima dell’indipendenza dell’Ucraina e della caduta del comunismo in tutta la regione,  questo confine significava i sovietici sopra la testa. A ovest di questo territorio, il Maramures, la città di Satu Mare guarda verso l’Ungheria (e in linea d’aria da qui Budapest è più vicina di Bucarest). Bella regione, il Maramures, con tradizioni contadine e popolari ancora vive, villaggi in legno schierati lungo le strade, boschi e fiumi rigogliosi, l’agricoltura ancora dominata dal lavoro manuale e animale.

E’ a Sighetu Marmaţiei che Ana Blandiana, presidente dell’Academia Civica romena con il suo centro a Bucarest  (acivica@memorialsighet.ro), fondata nel 1994 con lo scopo di “restituire ai romeni la storia contemporanea del loro paese falsificata negli anni della dittatura comunista”, ha collocato il Memoriale delle vittime del comunismo e della resistenza, concepito fin dal 1992 da un gruppo di storici, letterati, architetti e che nel 1995 è stato accolto sotto l’egida del Consiglio d’Europa, nel quadro di interventi dedicata alla memoria civile dell’Europa che comprende altri luoghi ineludibili della storia europea come il Memoriale di Auschwitz e il Memoriale della Pace in Normandia.

L’accurato lavoro di raccolta e riordino di documenti, materiali, oggetti riguardanti la repressione del dissenso che il regime comunista ha sviluppato nel corso di quasi cinquanta anni di storia ha trovato un luogo di straordinaria e realistica ambientazione nel carcere di Sighet, una costruzione della fine dell’ottocento all’origine concepita come prigione di diritto comune. Dal  1945 in poi la destinazione del carcere ha avuto altri sviluppi. Dapprima come centro di rimpatrio dei detenuti di guerra in Russia, poi come luogo di interdizione di movimenti studenteschi della regione, culturalmente refrattaria al comunismo, poi soprattutto come luogo di imprigionamento di una parte della classe dirigente eliminata dal comunismo e infine, nel 1950, come sistemazione carceraria di molti vescovi e prelati ortodossi. Un penitenziario sicuro, a sua volta sorvegliato a due chilometri di distanza dalla presenza sovietica. Solo quando la Romania viene riammessa all’ONU – nel 1955 – vennero applicati trattamenti di grazia ai carcerati del Sighet e tendenzialmente il penitenziario tornò ad essere di diritto comune. Restando tuttavia anche luogo di sistemazione di alcuni detenuti politici che compivano il classico tragitto carcere-ospedale psichiatrico. Nel 1977, sotto Ceausescu, il carcere venne dismesso per avere quindici anni dopo un impegnativa ristrutturazione che ha consentito a questo piccolo ma altamente drammatico complesso radicato nelle strade del centro della città di svolgere il ruolo attuale di teatro di una storia che ha avuto volti, nomi, storie finalmente disvelate e alla portata del pubblico che fa meta qui, così come ora visita monasteri e luoghi di culto ritornati alle loro funzioni religiose.

Un pubblico di giovani, per lo più, a cui fa effetto la cella nera senza pagliericcio, con la catena al centro del pavimento, per le condizioni punitive e di massimo isolamento: o ritrovare nomi che oggi appartengono alla nuova toponomastica delle città, qui in condizioni di umiliazione e di prigionia, come Gheorghe Bratianu e Iuliu Maniu, oppure ancora pronti a fotografare il complesso scultoreo collocato nella “zona d’aria” di un piccolo cortile sovrastato dalle garitte, composto da diciotto profili umani a grandezza naturale drammaticamente protesi verso il muro di cinta. Ma è guardando le silenziose visite degli adulti, delle generazioni coetanee del comunismo romeno, oggi cinquanta e sessantenni, che si capisce il messaggio liberatorio e inquietante. L’accurata ricostruzione del lavoro della Securitate, le manipolazioni elettorali, i verbali di polizia, il trattamento informativo sui prigionieri e sui sorvegliati,  le celebrazioni kitsch del dittatore e della nomenclatura della terza internazionale. Materiali meno vistosi e più all’interno della trama di controllo che è stata la vita di tutti in tutto l’est europeo dall’immediato dopoguerra alla caduta del muro di Berlino.

Qui è la forza e l’importanza di questo luogo (dal 12 giugno 1997 considerato per legge “complesso di interesse nazionale”) e del lavoro del comitato scientifico che Ana Blandiana ha raccolto attorno a se e a Romulus Rusan e Ioana Boca che hanno diretto la struttura (www.memorialsighet.ro ; www.communismvictimes.info ), animato all’insegna di questo principio: “Quando la giustizia non arriva ad essere una forma di memoria, solo la memoria può essere una forma di giustizia”.