Buona e mala politicaStartcity. ANCI apre l’inventario sull’attuazione delle città metropolitane.

Conferenza a Firenze alla presenza del Capo dello Stato.Il mio block notes delle due giornateStefano RolandoPartecipo al forum Start City a Palazzo Vecchio a Firenze dedicato alla condizione ...

Conferenza a Firenze alla presenza del Capo dello Stato.

Il mio block notes delle due giornate

Stefano Rolando

Partecipo al forum Start City a Palazzo Vecchio a Firenze dedicato alla condizione progettuale dei 14 cantieri sull’attuazione delle città metropolitane in Italia (quelli delle tre città siciliane Palermo, Catania e Messina, in verità senza ancora le basi legislative perfezionate) e annoto alcune impressioni.

Il driver tecnico scientifico del forum e stato affidato allo Studio Ambrosetti con la partnership di Intesa-San Paolo che è un istituto bancario praticamente primario in tutte queste realtà territoriali. La presenza, nelle conclusioni, del presidente Sergio Mattarella ha conferito all’evento la cifra di priorità del tema affrontato, soprattutto in ordine ai tempi e ai modi di attuazione della “legge Delrio” un anno dopo la sua promulgazione.

Inventario delle potenzialità.

Piero Fassino – che ha il merito di avere voluto avviare questo e prossimi inventari di armonizzazione delle procedure – avverte in apertura che si apre un confronto decisivo con Regioni e Governo su nodi che fanno la differenza tra “parlare” di città metropolitane e “costituire” città metropolitane: risorse proprie, competenze, relazione con gli stakeholder, destino dei territori intermedi.

Ma nelle basi dell’analisi economica qui prospettata si coglie più l’enfasi delle potenzialità di raggiungere l’assetto di concentrazione che altri paesi europei hanno perseguito che la realistica strategia per affrontare fattori che oggi sono inventariati come “ostacoli”. I sindaci presenti sanno infatti benissimo che il percorso non è rose e fiori. Sostenere che nelle 14 città metropolitane italiane si concentrano finanza, talenti, brevetti, regia del valore aggiunto, eccetera, è un argomento vero, importante e preliminare; ma che rischia di non scaldare il cuore di chi non sa e di agitare le preoccupazioni di chi non è coinvolto.

Dunque manca ancora all’inventario un piano di relazione con l’opinione pubblica, attraverso i media e soprattutto in forma diretta. E sono ugualmente necessari un piano per creare un accompagnamento culturale e sociale con la trasformazione identitaria che questi cantieri comportano obbligatoriamente e, questione parimenti rilevante, un piano per un patto inter-istituzionale costruttivo.

Le parole branding, comunicazione, opinione pubblica non appaiono ancora, se non fuggevolmente, nelle orgogliose slides che mettono le basi al seminario di Firenze. In questa fase la strategia investe un lavoro concentrato sul preliminare coinvolgimento delle classi dirigenti che tuttavia apre l’indilazionabile approccio al consenso popolare. Così come nella chiusura della prima giornata esprime con visione culturale l’architetto Daniel Libeskind: “Come dice Sant’Agostino le città non sono fatte dai muri ma dalla partecipazione dei cittadini che contribuiscono a costruirla. Le città però non sono solo centro ma anche periferie che sono le vere città del futuro”. E infatti Piero Fassino pensa ora ad una articolazione approfondita delle varie tematiche di questo complesso cantiere. Oggi tocca essenzialmente al tentativo di sollecitare le sensibilità degli stakeholder.

La leva partecipativa

Anche molti sindaci presenti, in generale, sanno che fino a che non sarà messo a punto il sistema di elezione diretta degli organi delle città metropolitane, la consacrazione democratica sarà imperfetta ed esse non potranno esprimersi. Qui a Firenze il tema è in sottordine. I due tempi della strategia, il primo legato alle potenzialità economiche, il secondo legato alle praticabilità socio-politiche, potrebbero separatamente dare chiarezza e profondità alla diversità delle questioni.

Ma in alcuni interventi si capisce che è anche importante che ci sia chiarezza sul nesso profondo della compresenza. Si percepisce, insomma, il pensiero qui un po’ laterale, attorno al rischio di scavare di più il fossato con la rappresentanza sociale che deve oggi potersi esprimere non tanto in sintonia con le potenzialità ma in forma di assimilazione della conflittualità che il cambiamento genera. Sentire i mediatori sociali ed educativi sarebbe infatti ora ugualmente essenziale. Capire la relazione tra nuova mobilità e nuova opportunità del mercato del lavoro fornirebbe argomenti primari alla comunicazione.

Qui le prime voci che si sentono, proprio nelle prime tavole rotonde, sono quelle degli ingeneri che segnalano le potenzialità di ruolo delle pompe di calore piuttosto che di altre tecnologie innovanti per cacciare le polveri sottili. Il tema c’è, è evidente. Ma il comfort ambientale si colloca in una prospettiva che deve veder risolto prima il tema della governance dei servizi raccordata con la fiducia sociale identitaria. Ed è, per esempio, l’ex ministro Francesco Profumo a introdurre ad un certo punto proprio questo tema, poi ripreso da altri. Lo confina alla gestione delle aziende di servizio pubblico ma è già un segnale importante della questione generale accennata.

Vaghezza nei rapporti inter-istituzionali

Emerge tra l’altro che le leggi di stabilità cominciano ad avere elementi di forza per accelerare le nuove aggregazioni. Dunque non c’è pessimismo sui tempi. Il pessimismo – sento qui alcuni sindaci – è piuttosto sulla vaghezza dei rapporti istituzionali. Ma è ormai la stessa storia di qualunque problema conflittuale. Come Schengen, diciamo. Se la politica sente mordere il dissenso, essa risponde rendendo vaghi e prolungati i progetti di cambiamento. Se, nel caso specifico, avverte che anche all’interno dei perimetri metropolitani non si stanno formando consensi stabili, tende a non risolvere i conflitti (dal basso e dall’alto) che correttamente l’Anci percepisce come rilevanti.

Tuttavia a Firenze si fa con utilità un inventario di chi sta – anche da tempo – studiando le concretezze delle risposte che le città metropolitane danno e devono dare a problemi grandi di modernizzazione delle condizioni di vita nei contesti urbani. Come dire, una rete di analisi e di pre-valutazioni che è a disposizione delle argomentazioni che bisogna ora plasmare. Grazie ai tecnici si capisce che la velocità (anche legata alle disintermediazioni provocate dalle concentrazioni) è oggi una esigenza assoluta per dare le gambe alle startup. E quindi per mettere sangue nel sistema arterioso della crescita delle città, crescita che una volta era concepita con una idea puramente spaziale che oggi sembra superabile. Quella che Guido Martinotti, per tradurre in battuta un pensiero complesso, diceva “essere” la città metropolitana: quella che si definisce per “dove arriva la metropolitana“.

Governo-Comuni, si apre il confronto

E a proposito di rapporti istituzionali cosa dice qui il governo italiano? Del Rio (che ha la paternità della legge istitutiva) è rimasto a Roma trattenuto dal consiglio dei ministri. Due i sottosegretari alla kermesse. Simona Vicari (Sviluppo economico) di fresca nomina e Angelo Rughetti (Funzione pubblica). La prima si limita a raccontare la piattaforma (fondi di garanzia) per le smartcities e i fondi crescita sostenibili per l’innovazione. Il secondo introduce invece il tema delle ombre realizzative. E tocca proprio il tema della consapevolezza sociale. Dice: non dobbiamo considerare le c.m. come un adempimento. Quindi non pensiamole come le ex-province ma come estensioni delle storie amministrative precedenti, in una lettura che proprio i piccoli comuni coinvolti possono comprendere come punto di arrivo a nuovi servizi prima non goduti.

E infatti i sindaci metropolitani presenti avvertono acutamente lo spunto. E segnalano le ombre. Luigi Brugnaro (Venezia) lo dice chiaro e tondo: mettere i tecnicismi prima del problema politico della rappresentanza e dei poteri reali apre la conoscenza ma non rende chiara la priorità dell’agenda. Marco Doria (Genova) dice che la contraddizione irrisolta è tra il livello geo-economico (l’area) e il livello amministrativo (l’istituzione). Daniele Manca (Imola-Bologna) dice che la c.m. rilancia la competitività del territorio ma i patti con gli enti regionali devono essere fatti con chiarezza (rivendicando che loro lo hanno fatto). Nella seconda giornata dei lavori il tema del ruolo partecipativo dei cittadini viene ripreso dal sindaco di Reggio Calabria Giuseppe Falcomatà. Capitolo fragile, troppo fragile, della conferenza resta quello delle risorse finanziarie. Se ne parla poco e il tema pesa ancora di più quando l’a.d. di Invitalia Domenico Arcuri ricorda che l’Italia è il secondo percettore in Europa (dopo la Polonia) di fondi e il quart’ultimo nella capacità di spenderli.

L’attrattività (non dono di Dio, ma messa a sistema delle politiche)

I capitoli infrastrutture e turismo ampliano il dossier della “vetrina”, cioè degli argomenti di “vendita politica” delle c.m., con molto fondamento ovviamente perché in materia di infrastrutture – dice l’ex ministro ed ex-sindaco di Venezia, ora presidente dell’Autorità portuale della città Paolo Costa – esse sono “il luogo fondamentale che genera pensiero strategico“, mentre in materia di turismo vi è chi dice che bastino un po’ di investimenti per modernizzare le buone idee promozionali, il resto ce lo mette il patrimonio storico-ambientale italiano di cui le grandi città sono una essenziale cassaforte.

Ed è proprio nel settore turistico che emerge un’altra questione di relazione, diciamo così “dal basso”. Cioè si segnalano vertenze con territori importanti nel campo dell’accoglienza che sono tagliati fuori dalle attuali architetture delle c.m. Si fa carico di questa riflessione lo stesso vicepresidente vicario dell’Anci, che è anche sindaco di Lecce, Paolo Perrone, che ricorda che il Salento mobilita oggi circa un miliardo di euro all’anno nella competitività turistica ma non sta al tavolo degli indirizzi delle c.m. E per altri versi si aggiunge anche la voce del presidente dell’associazione degli industriali di Reggio Emilia Mauro Severi che parla a nome dei territori intermedi ad alta capacità di impresa. Ferruccio De Bortoli – che nel gruppo degli esperti del programma Start City ha segnalato il pericolo per la stessa Italia di ritardare e ostacolare ulteriormente l’attuazione della legge Delrio – ricorda che la legge promuove ma non impedisce. E ciò dovrebbe orientare il ruolo delle amministrazioni regionali per connettersi in modo sinergico ai cantieri in corso anziché per sviluppare atteggiamenti sostanzialmente negativi e ritardanti.

Ed Enzo Bianco (sindaco di Catania) mette in campo un altro tema a rischio, quello che chiama “la cancellazione della questione meridionale“. Spera che la sfida delle c.m. metta in movimento il fattore oggi più discriminante, la velocità. Sa che bisogna spiegare ai cittadini a cosa serva tutto questo agitarsi e ritrova gli argomenti nel dissesto idrogeologico e nelle infrastrutture della mobilità che rendono necessario un governo unitario dei territori. Stefano Boeri spiega che l’attuazione delle c.m. avviene oggi con parametri di pianificazione strategica e non più di tipo “spazialistico” rendendo ora possibili queste attese.

Certo, considerata la fragilità del sistema politico-istituzionale, è naturale chiedersi se sia davvero oggi possibile mettere in agenda il tema di conclamare la crisi delle regioni, ovvero di aprire la pratica della super concentrazione ovvero delle macroregioni interne (massimo 6 o 7 dice appunto Enzo Bianco). Interessante dibattito, ancora poco osato, che permetterebbe di mostrare se il “regionalismo” degli anni ’70 è ancora una cultura della politica italiana.

Anche questo argomento arriva nell’inventario di Firenze e fa capire la complessità del risiko che si profila. Dice Leoluca Orlando, sindaco di Palermo: “la legge Delrio è un chiodo, bisogna decidere che cosa vogliamo attaccarci“. E lo stesso Orlando tira qualche conclusione sulle convergenze, in materia, tra le voci della politica e quelle delle imprese. “Stesso linguaggio – dice – ma con l’aggravante che per le istituzioni (università comprese) resta debole la leva della formazione, non per la qualità ma per l’efficacia della selezione“.

Altri sguardi e conclusioni

Intanto a Firenze c’è stato il tempo per gettare un’occhiata sulle esperienze altrui. L’ex-capo del piano strategico di Bilbao Juan Alayo ha profilato il “cambio di prospettiva” della concezione metropolitana e Jean Louis Missika, vicesindaco di Parigi, ha spiegato cosa vuol dire mettere al centro di tutto il volano della attrattività e, sotto l’immagine divertente di una Tour Eiffel orizzontale, accenna al tema della “reinvenzione narrativa” delle città. Andrew Collinge (Autorità della Grande Londra) mette l’accento sulle infrastrutture di Open Data. Esko Aho, già premier della Finlandia, racconta un caso di centralità sul tema del rapporto tra ecosistema e innovazione.

Intanto entrano in sala i corazzieri e alla presenza di Sergio Mattarella Dario Nardella, sindaco di Firenze e coordinatore in Anci delle c.m., introduce le conclusioni. Compensando l’avvio un po’ tecnocratico dei lavori, segnala il problema di spiegare a tutti gli italiani il rilievo della trasformazione delle reti urbane a favore di tutto il quadro territoriale. Piero Fassino chiude con accenti di sincerità facendo il primo bilancio a un anno esatto dal varo della legge Delrio. Dietro alle grandi città italiane ci sono oggi grandi attese per il rilancio dell’intero paese, l’idea diffusa dei “motori di sviluppo”. Questa parte di inventario, ricorda, ha voluto far luce su questi due punti: le attese e le potenzialità dello sviluppo. Ma va accolto – dice davanti a Mattarella – il tema del cambiamento identitario di queste città come fattore di indagine e di generazione di nuove politiche per rendere quei “motori” capaci di funzionare nel quadro di un evidente salto culturale, al di là delle norme, che oggi non appare ancora evidente. Il 12 febbraio a Torino un secondo immediato round, quello della rete delle città metropolitane europee, mostrerà la forza del tema che per altro fronteggia le crisi identitarie della stessa Europa.

PS

Non posso, in conclusione, non fare una annotazione riguardante Milano, considerata da tutti la città metropolitana “per definizione” e il cantiere con più probabilità di consolidamento. Pur essendo evidente la “milanesità'” nell’approccio di larga parte degli stakeholder presenti a Firenze, la Milano politico-amministrativa è stata ai margini del dibattito (in verità come Roma e Napoli, anch’esse decisive nel processo di attuazione, ma tutte e tre ora in “campagna elettorale”). Un tassello in più da considerare nel quadro dell’evoluzione a tempi brevi del dibattito stesso. Il documento di sintesi del progetto Start City così riassume la missione di Milano intesa come città metropolitana: “Essere una capitale di livello europeo, competitiva, accogliente e attrattiva di investimenti e talenti e un laboratorio socio-economico del capitalismo moderno in grado di trainare lo sviluppo del paese”. Chissà, forse avendo già saputo il voto in pagella…

Queste note sono scritte nel convincimento – a proposito del titolo della mia rubrica “Buona e mala politica” – che di mezzo si stagliano corposi argomenti della politica controversa, attorno a cui, in proposito, sono decisivi ora due confronti che chiariranno se l’applicazione della legge Delrio è una riforma o una pagina del Gattopardo: quello sul metodo e quello sulle priorità.