Buona e mala politica50 anni fa il caso Zanzara. Al Piccolo Teatro Strehler, questa mattina…

Al Piccolo Teatro Strehler, questa mattina, il Liceo Parini ha promosso un evento pubblico per ricordare il "caso Zanzara" cinquanta anni dopo.L'attuale preside Giuseppe Soddu ha disposto la pres...

Al Piccolo Teatro Strehler, questa mattina, il Liceo Parini ha promosso un evento pubblico per ricordare il “caso Zanzara” cinquanta anni dopo.

L’attuale preside Giuseppe Soddu ha disposto la presenza di tutti gli studenti del Liceo-ginnasio Parini, che hanno seguito con spirito di appartenenza e tutto sommato con concentrata attenzione le tre ore di rievocazione. Hanno parlato i tre, allora (1966), redattori del giornale studentesco del Parini “La Zanzara” imputati in quel processo spartiacque tra due Italie (Marco De Poli, Marco Sassano, Claudia Beltramo Ceppi), il superstite dell’autorevole collegio di difesa che spuntò l’assoluzione, Carlo Smuraglia; ex pariniani autorevoli come Giulio Ballio, Ada Marchetti e Salvatore Veca. E inoltre ottimi docenti del Parini di oggi che hanno dato conto di serie ricerche sulla tradizione civile e culturale di quell’Istituto. Paolo Di Stefano (Corriere) ha moderato con garbo la piccola maratona.

Il nome di Walter Tobagi è ricorso più volte per la formula, ricordata da Marco Sassano, del “trio di inchiesta” di quel giornale insieme a Stefano Magistretti e Lodovico Jucker. Con quel trio nel 1965 realizzammo insieme (Parini e Carducci) il numero speciale sul ventennale della Resistenza stampato dalla stessa tipografia.

L’iniziativa di questa mattina naturalmente è legittima e in qualche modo va annoverata nelle cose di rilievo che tanti soggetti che costituiscono la complessità identitaria della città fanno per connettere memoria e presente. Tutto quello che è stato detto ha avuto carattere testimoniale che ha spiegato ai meno informati quel che successe, contro chi successe, a favore di cosa successe.

Le mie chiose sono rispettose di questa qualità della rievocazione, ma rendono conto anche di qualche limite.
Al tempo – nel 1966 – avevo, appunto, diretto l’anno prima il giornale degli studenti del Liceo Carducci “Mister Giosuè” e svolgevo il compito di coordinatore del Comitato Milanese Interstudentesco che si occupava dei giornali e delle associazioni studentesche medie milanesi. Il caso Zanzara mi impegnò – allora diciottenne – per almeno tre mesi a tempo pieno. Un fiume di eventi, una campagna incessante, un libro (in quell’anno edito da Feltrinelli) che cercava di spiegare il contesto di quel processo nelle vicende della democrazia scolastica italiana. Facendo rischiare di rimettere gli orologi indietro, oppure permettendo un salto avanti nella modernità.

La legittima “parinianità” dell’evento di questa mattina ha centrato il suo sforzo sulla altrettanto legittima narrazione di un episodio del conflitto culturale e civile del nostro paese come patrimonio della storia di quel liceo.

Tenendo in ombra tuttavia tre cose che mi sento di dover segnalare.

  • Innanzi tutto il carattere trasversale di quell’esperienza allora nelle vicenda di tutta la città di Milano, certamente dei licei più vivaci civilmente e soprattutto quelli che avevano rigenerato, per gli studenti, il loro carattere associativo nelle sfide stesse della Resistenza; e riguardando anche altre città, altre scuole, altri contesti sociali che si mobilitarono come parte del problema.
  • In secondo luogo il fatto che il successo giudiziario – non solo contro un pm di cultura medioevale, ma contro infinite resistenze sociali, istituzionali e confessionali ai cambiamenti dei costumi in materia di diritti della persona – portò, appena dopo la sentenza, all’instaurarsi della censura preventiva per tutti gli organi della stampa studentesca media. Eravamo abituati a dare ai Presidi due copie stampate il giorno prima della distribuzione; ora ci trovavamo obbligati a consegnare le bozze su cui venivano fatti, in tutti i licei, abbondanti tagli di parole e di espressioni. Cosa che ci indusse ad uscire, per protesta, con altrettante pecette nere stampate per segnalare quell’inusuale bombardamento. Alla fine del 1967 quei giornali erano sul viale del tramonto e in breve tempo arriveranno a chiusura.
  • In terzo luogo con l’arrivo, nel ’68, dei moti più generali retti dall’ideologia assemblearista, sul modello giacobino, si schiantò anche l’esperienza della democrazia rappresentativa che per venti anni aveva retto nelle università e nei licei, nello spirito calamandreiano del principio agnostico della scuola pubblica, sede di libero confronto senza interferenze di partito. Ogni fazione premeva invece per il suo diritto di “ingresso” – dagli integralisti cattolici ai marxisti-leninisti – su base movimentista e la democrazia rappresentativa fece le valigie dappertutto.

In sostanza il fervore culturale e civile che segna il tempo 1945-1965, vede in quel processo Zanzara un meraviglioso esito di giustizia e un impietoso esito di forme partecipative dell’autoeducazione.

La celebrazione, insomma, meritava le testimonianze ascoltate questa mattina. Che si sono limitate all’orgoglio di una battaglia vinta. Ma credo meriti anche questo spunto critico che cerca di avvolgere alcune luci e alcune ombre della parte finale degli anni sessanta.