Pendolari della storiaGli anni e le parole

Il 2016 sta per terminare con una generale idea di chiusura verso ciò che è diverso dalle proprie abitudini. Se negli anni precedenti idee come innovazione, internazionalizzazione, libero commerc...

Il 2016 sta per terminare con una generale idea di chiusura verso ciò che è diverso dalle proprie abitudini.

Se negli anni precedenti idee come innovazione, internazionalizzazione, libero commercio e disciplina di bilancio hanno dominato la scena, adesso le parole iniziano a far riferimento alla chiusura, al ritorno del nazionalismo come forma di protezione (“Prima gli Americani”, “Prima i Francesi”, “Prima gli Italiani”) come rifiuto della modernità e al malinconico ricordo di un “paradiso perduto”.

Se partiamo dall’assunzione che le ventate protezioniste storicamente facciano danni, soprattutto se associate ad una rivoluzione industriale dove si perdano nel breve periodo posti di lavoro “fisici” sostituiti dalle macchine, la mia domanda per il nuovo anno è: “Qual è la nostra identità? Come facciamo nel pensiero comune a passare da un estremo all’altro in pochi anni senza quasi rendercene conto?”.

Il più grande errore consiste nel pensare al contesto dominato dalla globalizzazione come un nuovo status permanente e non come un fenomeno transitorio. Il primo grande mondo globalizzato muore con il crollo di Wall Street nel 1929, dopo una lunga onda generata a fine Ottocento dalle grandi invenzioni che hanno rivoluzionato la vita umana, dall’elettricità al telefono.

In quest’ottica, l’identità non può essere piegata ad un fenomeno di omologazione o anestetizzazione dei valori fondanti di una comunità. Prima di pensare agli “Italiani”, dobbiamo riconsiderare chi sia effettivamente un “Italiano”, al di là della lingua o del luogo di nascita, e quali siano i limiti per imporre un equilibrio tra protezione ed apertura.

Magari a fine 2017 ci sarà un altro paradigma da affrontare, ma non possiamo limitare a qualche terrorista il ruolo di fattore unificante di un’identità comune che sente di esser viva solo quando minacciata.

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