Serialità ignorata“Away”, una serie che andrà lontano

Marte. Il fascino, i misteri, i segreti. Oggetto di tanti studi. Ma non ancora esplorato dall’uomo. Nella serie “Away”, casa Netflix (10 puntate disponibili dal 4 settembre), proverà a raggiungerlo una squadra di astronauti. Loro sono Emma (Hilary Swank), Kwesi (Ato Essandoh), Ram (Ray Panthaki), Misha (Mark Ivanir) e Yu (Vivian Wu). Tutti di diverse nazionalità, tutti con modi differenti di guardare al mondo (o all’universo), tutti intrisi di sofferenze e dolori.

La capitana della missione, nonché vera protagonista della serie, è Emma, la madre di famiglia che vive il conflitto più grande e su cui la serie pone particolare risalto: per andare su Marte si lascia alle spalle una figlia e un marito che poi ha un ictus e perde l’uso delle gambe. Il dolore e la sofferenza per la lontananza esplorati nelle continue videochat coi famigliari, così come le tragedie che si porta dietro ognuno degli astronauti, qualificano subito la serie come character-driven, ovvero un telefilm che ha per linfa vitale i personaggi piuttosto che le storie. La stessa showrunner, Jessica Goldberg (qui l’intervista fattale tre anni fa per la sua serie “The Path”) afferma che il suo scopo è sempre stato costruire una serie che parlasse di persone vere, non di drammi spaziali o alieni, e storce il naso se qualcuno le chiede quali sono le opere sci-fi che l’hanno influenzata, ammettendo di non essere fan del genere. Questa esplorazione scrupolosa del personaggio, che ritiene sia il fulcro del suo lavoro, l’ha imparata dal suo mentore Jason Katims (un nome che dirà qualcosa ai fan di “Roswell”, “Friday Night Light”, “Boston Public”), qui coinvolto come produttore esecutivo. Su TvFanatic.com la showrunner svela il metodo che ha imparato da lui e che ha applicato nella scrittura della serie. All’inizio della costruzione di ogni episodio si chiede “Cosa ha fatto questo personaggio nell’ultima puntata? Che cosa abbiamo svelato di lui? Con chi ha parlato?” Per usare una metafora spaziale, il personaggio è il Sole e le storie da cucirgli addosso sono i pianeti che gli orbitano attorno.

Il risultato finale, proprio come detto dalla Goldberg, è uno space drama lontano dalle convenzioni del genere. “Away” è la serie che si consiglia agli appassionati di “Halt and Catch Fire” o “Parenthood”, non agli aficionados di “Star Trek”. Agli occhi del mondo i protagonisti sono astronauti coraggiosi, ma l’occhio cinico e spietato della telecamera ce li mostra come una madre sull’orlo del rimpianto, come una madre bisessuale costretta a soffocare i sentimenti per un’amante e come un padre che ha commesso errori e ha paura di non riuscire a recuperare il rapporto con la figlia, per dirne alcuni. In ogni puntata si scoprono nuove alleanze e alleanze già consolidate vengono messe a repentaglio, ma le divergenze vengono spazzate vie quando lo scopo comune di raggiungere Marte impone che le loro abilità si incastrino come pezzi di un puzzle. E alla fine, tra diverbi, screzi e riappacificazioni, gli astronauti non sembrano molto diversi da una qualsiasi famiglia.

Il ritmo e la suspance hanno un ruolo centrale nelle prime due puntate: nel pilota sorge un piccolo mistero legato a un incidente sull’astronave; nel secondo episodio – da sudori freddi – due degli astronauti devono risolvere un guasto all’esterno della navicella e quindi uscire nello spazio. È probabile che i toni lì siano forti e ansiogeni solo per accrescere l’appeal della serie agli occhi del grande pubblico. Ma “Away” dimostra presto che anche solo con dei personaggi ben costruiti è in grado raggiungere mete finora inesplorate.

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