Serialità ignorata“We are who we are”, l’adolescenza senza catene di Guadagnino

L’adolescenza è davvero fastidiosa e chiassosa come le serie tv ci mostrano? Noi che l’abbiamo passata incastrati fra i compiti di matematica e la paura di non apparire troppo sfigati agli occhi degli altri sappiamo che non è così. Se per descriverla si dovesse utilizzare una metafora culinaria sarebbe una minestra di verdure con della cacca di cane dentro.

Un’adolescenza lontana dalle emozioni forti, dai balli di primavera, ma anche dal sesso in auto e dai baci all’ingresso di scuola. Un’adolescenza piatta come la linea di un elettrocardiogramma in un cliffhanger di “Grey’s Anatomy”.

Non è altrettanto piatta la vita dei protagonisti di “We are who we are”, la serie Sky-Hbo di Luca Guadagnino. Loro vanno alle feste, si divertono, bevono come mai ho osato fare io alla loro età (pena: uno scappellotto). Ma le loro vite sono l’esatto opposto del glamour da teendrama generalista, sono quanto di più vicino alla realtà. Fraser (Jack Dylan Grazer) e Caitlin (Jordan Kristine Seamòn) – questi i nomi dei due protagonisti – sono figli di militari impiegati nella base americana di Chioggia, nel Nord Italia. Si abbandonano un po’ alle direzioni che la vita gli offre, seguono le correnti, vanno dove li porta il buon vino e la buona musica, cercando di scoprire se stessi. Nei dialoghi convivono felicemente mille contraddizioni, ma non perché la scrittura non sia attenta e sorvegliata: è il modo di rappresentare gli adolescenti di oggi in balia di così tanti input che faticano a trovano un orizzonte, una direzione ordinatrice. Fraser pensa di essere gay, ma qualche scena dopo ne dubita. Caitlin vorrebbe tenersi il suo gruppetto di amici e fare sempre le stesse cose, ma allo stesso tempo vorrebbe sperimentare e sentire il sapore delle novità.

Perché questa raffigurazione risulti il più onesta e verosimile possibile, Guadagnino interviene poco sulle scene: con la camera fissata su una barca e immobile anche per diversi minuti, per esempio, lascia che siano i personaggi a esporsi, a mostrare come i piccoli tormenti quotidiani dell’adolescente – lui mi vuole o non mi vuole? la vita è solo un rincorrersi senza posa di fatti più o meno tragici? – possano avere una forte carica drammatica anche senza l’aiuto di un montaggio accattivante.

Guadagnino – e il team di autori, fra cui il romanziere Paolo Giordano – ha osato molto. HBO e Sky gli hanno offerto i mezzi e lui ha saputo sfruttarli con grande cura, riaffermando lo stile già esibito in “Chiamami col tuo nome”. E’ proprio al film premio Oscar che si pensa guardando la serie. Inevitabili i paragoni fra Elio e Fraser: entrambi con una spiccata sensibilità artistica, entrambi con una sessualità non ancora ben definita che li scaraventa da un dubbio all’altro. Anche l’ambientazione italiana è un punto in comune fra i due prodotti: l’Italia di “Chiamami col tuo nome”, come l’Italia di “We are who we are”, non si impone sulla scena con i suoi provincialismi, è un’Italia quieta che si limita ad assolvere al suo compito di sfondo, un’Italia che mostra il suo volto migliore, fatto di scorci mozzafiato e cittadine ridenti, un’Italia che sembra abitabile.

Probabilmente la serie non verrà rinnovata per una seconda stagione, visti i bassi indici d’ascolto sulla HBO americana (la maggior parte degli episodi è stata vista da meno di 100mila telespettatori), ma è il prezzo da pagare per la sperimentazione: chi prova a battere strade nuove spaventa, indispone, suscita diffidenza. Occorrono anni e una moltitudine di progetti perché uno stile come quello di Guadagnino venga assorbito dalla cultura popolare, perdendo l’apparenza di ricercatezza eccessiva oltre la quale molti non riescono ad andare. Se volete dare una chance a questa serie potete trovarla sulla piattaforma NOW Tv di Sky.

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