A Boston si crea lavoro, ma non per decreto

L’empirista

Poche settimane fa, il Boston Globe titolava in prima pagina che FlightCar sbarcherà presto a Boston. FlightCar è una startup di San Francisco lanciata da neanche un anno da Rujul Zaparde, Shri Gan...

Poche settimane fa, il Boston Globe titolava in prima pagina che FlightCar sbarcherà presto a Boston. FlightCar è una startup di San Francisco lanciata da neanche un anno da Rujul Zaparde, Shri Ganeshram e Kevin Petrovic (nella foto): tre diciannovenni che hanno deciso di lasciare (o rinviare) i loro studi, rispettivamente, ad Harvard, MIT e Princeton. Il modello di business è semplice: alcuni clienti lasciano la loro auto all’aeroporto gratuitamente, con il patto che può essere noleggiata mentre loro sono via; nel qual caso, guadagnano 10 dollari al giorno. Il lavaggio è gratuito, l’auto ha un limite di 150km al giorno e qualsiasi danno è riparato o coperto dalla compagnia. L’idea è semplice e s’inserisce in una nuova ondata di imprese specializzate nello scambio di beni peer-to-peer, che creano offerta da beni sotto utilizzati, come l’auto parcheggiata o gli spazi vuoti in cantina, per farla incontrare con la domanda. Il successo è stato immediato. Certo, molti intervistati nei focus group (circa l’80 per cento) hanno dichiarato che non cederebbero mai la propria auto (“my baby”) a estranei. Ma il 20 per cento è sufficiente per fare soldi.

Perché questa storia? Perché le differenze con l’Italia saltano agli occhi. Innanzitutto, non sono molti i diciannovenni italiani di belle speranze pronti a lanciarsi in avventure simili, disegnando in maniera flessibile la propria sequenza studio-lavoro, magari perché si annoiano in corsi universitari pensati più per i docenti che per loro. Meglio garantirsi un pezzo di carta prima. Per i rischi c’è tempo: quando si avrà una rete di salvataggio, cinquant’anni e, soprattutto, poche idee. Naturalmente, le differenze culturali sono il portato di un contesto che fa di tutto fuorché favorire la propensione al rischio. Facilità di convogliare gli investimenti verso nuove idee, grazie a un mercato finanziario molto competitivo; facilità di aprire nuove imprese, grazie a una pubblica amministrazione con bassi costi di transazione; mercati dove vinci se i consumatori amano le tue idee, non perché qualche assessore o cordata protetta ti garantisce la commessa giusta; regole fallimentari che non creano uno stigma indelebile se, a questo giro, non ce l’hai fatta: su tutti questi fronti è ancora meglio rischiare negli Stati Uniti che in Italia.

Anche il dibattito pubblico, da noi, è interamente assorbito dall’idea che, per creare sviluppo, servano nuovi interventi pubblici, i soldi dell’Europa, le riserve della Banca centrale, la svalutazione della moneta, o così via. Per carità, lo Stato faccia la sua parte (mettendo a posto il contesto di cui sopra). Ma i posti di lavoro non si creano per decreto. Si creano facendo capire ai Rujul italiani che è arrivato il loro turno. Che non devono aver paura. Perché se, le cose andranno male, qualcuno li aiuterà a rialzarsi per provarci di nuovo. E, se le cose andranno bene, potranno godersi in pieno i frutti della scommessa vinta, conquistando anche – perché no – qualche titolo in prima pagina.