Clandestino

Il dibattito pubblico italiano ed europeo si è incaricato nelle ultime settimane di spiegarci la distinzione – peraltro inutile sul piano operativo, vista la pensata del permesso di soggiorno tempo...

Il dibattito pubblico italiano ed europeo si è incaricato nelle ultime settimane di spiegarci la distinzione – peraltro inutile sul piano operativo, vista la pensata del permesso di soggiorno temporaneo – tra clandestino e profugo. Ma le parole hanno un senso, come già altri hanno sottolineato nei giorni scorsi. Cosa c’è di meno clandestino di un poveraccio, di molti poveracci, che scappano dal loro paese per fame o per guerra, che fin dalla partenza sono monitorati dall’obiettivo del satellite, che si sbracciano per non cadere in mare, che mostrano alle telecamere il corpo, la sofferenza, la nudità? Che nascono in mare, come il piccolo Yeab Sera? Che muoiono inghiottiti dalle onde in diretta tv? Può essere clandestino un uomo la cui partenza è talmente prevista da essere oggetto di trattativa, prima con Gheddafi (che voleva navi e soldi), e ora con il governo tunisino, che si accontenta di un po’ di gip e computer?

Dal latino CLAM («di nascosto») e INTESTINUS. La storia di questa parola è tutto sommato abbastanza semplice: se anticamente significava fare qualche cosa in segreto o contro la legge (cit. DELI), solo dalla metà del Novecento il termine è stato usato per i passeggeri imbarcati clandestinamente su navi e aerei. L’accezione attuale, cioè quella di persona sprovvista di permesso di soggiorno, è recente, e dal 2008 la clandestinità è addirittura assurta a fattispecie penale.