Contro il voto clientelare e l’astensionismo: appello dei vescovi siciliani

Alla vigilia delle elezioni regionali del prossimo 28 ottobre i vescovi siciliani scendono in campo con un appello contro l’astensionismo e contro qualsiasi inquinamento del voto, di tipo sia clien...

Alla vigilia delle elezioni regionali del prossimo 28 ottobre i vescovi siciliani scendono in campo con un appello contro l’astensionismo e contro qualsiasi inquinamento del voto, di tipo sia clientelare che mafioso. «Lo spettro dell’astensione circola e rischia di apparire a troppi come la “lezione” da assestare a chi non vuole capire», scrivono i vescovi, citando parola per parola il discorso tenuto dal card. Bagnasco nella prolusione pronunciata al Consiglio permanente della Cei a settembre, auspicando invece che «la partecipazione al voto sia ampia, piena, consapevole, libera da occulti e fuorvianti condizionamenti, soprattutto di natura criminale, e affrancata da logiche clientelari o di mera tutela di rendite parassitarie o privilegi prevaricanti», presenti «anche nella campagna elettorale in corso».
Non si tratta di una novità, ma di una tendenza profondamente radicata, grazie alla quale «la cattiva politica ha potuto prosperare, coniugando consenso e spesa pubblica improduttiva, in una prospettiva sempre più appiattita al solo ciclo elettorale». E proprio per questo, aggiungono i vescovi, questa spirale va interrotta: «Le elezioni non sono un passaggio taumaturgico, ma costituiscono un vincolo democraticamente insuperabile, e quindi qualificante e decisivo».
La critica dei vescovi di Sicilia nei confronti della politica, sia locale che nazionale, è severa. «La chiusura anticipata di una legislatura assai travagliata e contraddittoria – scrivono – giunge in una fase di allarmante decadimento culturale, politico, sociale ed economico», in cui «le gravi inadempienze dello Stato, ma soprattutto della stessa Istituzione regionale» si ripropongono «immutate». Più blanda invece l’autocritica, soprattutto se si considera che gli ultimi due presidenti della Regione Sicilia, Salvatore Cuffaro e Raffele Lombardo – il primo in carcere (condannato a sette anni per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio) e il secondo sotto inchiesta per voto di scambio e concorso esterno in associazione di tipo mafioso –, hanno sempre fatto riferimento all’area cattolica e da essa sono stati fortemente sponsorizzati: «Non vogliamo esimerci – si limitano a dire i vescovi – da un necessario esame di coscienza riguardo alle responsabilità che anche noi credenti, insieme con tutti gli altri, abbiamo avuto in questo processo di degrado».

La Conferenza episcopale siciliana non dà indicazioni di voto («Non tocca a noi pastori pronunciarci sugli aspetti tecnici e strettamente politici»), si sofferma però a sottolineare alcune priorità, peraltro tanto condivisibili quanto generiche, per aiutare il discernimento degli elettori. Su tutte l’attenzione ai giovani e al lavoro: «La crescita esponenziale dell’emigrazione intellettuale e gli intollerabili livelli della disoccupazione giovanile sono le evidenze empiriche più eclatanti di una progressiva implosione, esito dell’impoverimento morale, prima ancora che economico, della nostra regione. L’attenzione verso il mondo giovanile, di conseguenza, deve tradursi in obiettivi prioritari e concreti», tanto più che «la politica nazionale e regionale ha sistematicamente disatteso un tale impegno. Peggio ancora! Attraverso penose scorciatoie, utilizzate per creare o mantenere il consenso elettorale, si è contribuito ad alterare gravemente l’approdo al mondo del lavoro di migliaia di giovani, bruciando intere generazioni con la piaga del precariato». E poi: «La lotta penetrante e inesorabile alla corruzione e al malaffare e la riforma dei meccanismi e degli strumenti della partecipazione democratica». Quindi «ripensare alla luce dei principi di sussidiarietà e solidarietà, e non del mero rigore finanziario, le politiche sociali e l’organizzazione della sanità», e «assumere una progettualità precisa e trasparente in settori strategici per la vita della collettività siciliana come quelli della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti, dell’acqua, nonché della valorizzazione delle energie alternative, della tutela dell’ambiente e del territorio, e delle risorse artistiche e culturali». Infine «un maggiore sostegno alla scuola, compresa quella paritaria», ovvero quella cattolica: un ritornello che le gerarchie ecclesiastiche intonano piuttosto spesso, come una litania.

«Il riconoscimento del martirio di don Giuseppe Puglisi, incommensurabile dono di grazia per tutta la Chiesa (verrà beatificato nel prossimo mese di maggio, n.d.r.), così come l’esempio luminoso di Rosario Livatino e di altri testimoni – conclude il documento –, sanciscono la radicale inconciliabilità tra l’impegno per il Vangelo di Cristo ed ogni forma di potere mafioso». Parole non scontate, anche alla luce delle relazioni fra Chiesa e mafia che, nel corso della storia, non sempre sono state cristalline e trasparenti. Basti ricordare il cardinale Ernesto Ruffini, arcivescovo di Palermo dal 1945 al 1967, secondo il quale la mafia era un’invenzione dei comunisti per danneggiare la Democrazia Cristiana: «Mi sorprende alquanto che si possa supporre che la mentalità della cosiddetta mafia sia associata a quella religiosa – scriveva a mons. Angelo Dell’Acqua nel 1963 –. È una supposizione calunniosa messa in giro, specialmente fuori dall’isola di Sicilia, dai socialcomunisti, i quali accusano la Democrazia Cristiana di essere appoggiata dalla mafia, mentre difendono i propri interessi economici in concorrenza proprio con organizzatori mafiosi o ritenuti tali». Parole molto diverse da quelle di oggi.