CULTURA ROSSO SANGUE

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Palmira è, o meglio era, un’affascinante località della Siria, poco distante dalla ben nota città di Damasco.È, o meglio era, una caratteristica oasi, circondata da un esteso mare di dune dorate. È...

Palmira è, o meglio era, un’affascinante località della Siria, poco distante dalla ben nota città di Damasco.
È, o meglio era, una caratteristica oasi, circondata da un esteso mare di dune dorate. È, o meglio era, la custode attenta di uno dei complessi monumentali più importanti al mondo, iscritto dal 1980 fra i beni archeologici Patrimonio dell’intera Umanità.

Le notizie che giungono oggi dall’antica città romana sono tutt’altro che circondate da quell’alone di fascino, contemplazione e nostalgia storica che ha reso Palmira e il suo territorio valido testimone di bellezza ed incanto. Proprio in questi giorni, essa si è trasformata in un vero e proprio luogo di sangue e di tragedia. Il terrore è entrato nelle sue strade, animato le sue piazze e le sue voci. Ha colpito direttamente gli splendidi colonnati romani, sopravvissuti paradossalmente a secoli e secoli di storia.

I miliziani dello Stato Islamico hanno barbaramente ucciso Khaled Asaad, l’archeologo di 82 anni, per diverso tempo referente principale dei servizi archeologici del sito monumentale. Reduce di una vita trascorsa a studiare, curare e mostrare al mondo la ricchezza culturale della sua città, interrotta barbaramente per volontà di un fanatismo delirante da tempo minaccioso in quei territori e che non lo ha risparmiato da una morte improvvisa ed atroce: appeso come un fantoccio da esposizione, ad una colonna, in una piazza affollata di Palmira, per chissà quale colpa o motivo.

Non è solo la vita di chi, come Asaad, cade disgraziatamente sotto la follia e la violenza dell’Isis a rappresentare un estremo dramma. Si è di fronte, infatti, anche ad uno status di totale allerta e preoccupazione per il destino della stessa “Sposa del deserto”, di questo insieme di preziosissimi beni storici e culturali, visti dai miliziani fanatici come una grave offesa alla loro identità e, in generale, alle loro convinzioni. C’è una ragionevole paura che tesori simili possano subire la stessa forza distruttrice e vandalica delle già magnifiche statue contenute nel Museo di Mosul, in Iraq, polverizzate a picconate dagli stessi esponenti del Califfato la scorsa primavera.

Sorgono ora spontanee alcune domande e provocazioni, inevitabilmente correlate a queste (ma anche ad altre) tragiche circostante. Anzitutto, perché le forze internazionali lasciano che ciò accada come se niente fosse, quasi ignorando l’orribile sfregio alla Cultura dell’Uomo e alla sua Storia? Dov’è, inoltre, la rivendicazione di quella garanzia di pace e sicurezza internazionale, a cui pur rispettose Organizzazioni globali fanno continuamente riferimento e sulla quale, anzi, fondano la propria esistenza? A quando la tutela responsabile ed efficace sbandierata da tanti?

È bene rendersi conto della gravità della situazione, del delirio di chi vuole soffocare la Storia umana. Certamente per le centinaia e centinaia di vite innocenti, sempre più vittime di un terrore e di vendette puramente ideologiche, ma anche per lo sfregio e il rischio di un annullamento sistematico di ciò che è concretamente prodotto della Civiltà umana, di ciò che è testimonianza reale di quel potere di bellezza di cui è anche capace l’Uomo.

La Cultura ha oggi il colore rosso del sangue. Qualcuno la salvi, prima che sia veramente troppo tardi.

Loris Guzzetti