Don Andrea Gallo nel mio comune…

La Frusta Letteraria

Qualche giorno fa don Andrea Gallo è venuto nel mio comune, un paesotto della cintura milanese. Non saprei usare un termine con precisione: dire “in visita” più o meno pastorale non è giusto perch...

Qualche giorno fa don Andrea Gallo è venuto nel mio comune, un paesotto della cintura milanese. Non saprei usare un termine con precisione: dire “in visita” più o meno pastorale non è giusto perché non è un prelato di curia, “in tournée” neanche perché non è una star televisiva e il solo uso di questo termine avrebbe già dato nel titolo un’indicazione di malanimo. Insomma, aderendo all’invito della Cooperativa sociale, è arrivato don Gallo nel mio comune. E c’è stato grande concorso di folla direbbero i vecchi cronisti: più di 500 persone si sono assiepate nel palazzetto dello sport e molti di loro hanno lasciato un obolo per le sue opere caritative. Una grande folla in un paese che si suole definire dormitorio e che forse lo è, visto che che è abitato da gente che vi dorme perlopiù, e dormire non è colpa, soprattutto se sfiniti dopo il tran tran da e per Milano tutto il santo giorno a cantare la laudi del capitalismo. In ogni caso è un fatto positivo che tale tipo di gente si muova nel fine settimana per omaggiare un idea di bene che essa ha o vede incarnata in questo sacerdote.

Io però non ho saputo compiacermi con nettezza e senza qualche retro pensiero di questo fatto, del grande afflusso di folla intendo dire. Perché? Perché don Gallo non mi piace, e provo disagio a dirlo e soprattutto difficoltà a spiegarlo. Perché mi richiede un’opera di microchirurgia intellettuale con la quale sceverare idee vere e proprie da sentimenti o malanimi. Insomma ho verso don Gallo, come direbbe il miglior Woody Allen, delle strane idee che non condivido totalmente; ma ce le ho tuttavia, e devo sforzarmi di farle emergere da quella zona grigia di diffidenza, di bieco filisteismo forse, di infingardaggine anche, insomma da quel lato moralmente ignobile della mia personalità o da quel lato non totalmente rischiarato da idee chiare e distinte della mia mente, dove si avviluppano oscuramente il pregiudizio, le idee inerti e anche il più vigliacco apotismo: l’arte di non bersela, una forma di sublimazione della furbizia italiana.

Don Gallo è l’ultima incarnazione di un tipo di prete che ha cominciato ad affiorare nella modernità con l’Abbé Pierre. Questo cappuccino francese negli anni Cinquanta, nella Francia conformista del poujadisme piccolo borghese e bottegaio (intestatario di una “ideologia anonima incapace di pensare l’altro”, diceva Roland Barthes che all’Abbè Pierre dedicò un celebre pezzo raccolto poi in Miti d’oggi) e spaccata ideologicamente in due, come e forse più dell’Italia, questo prete, dicevo, ebbe il merito di mettersi alla testa di un moto ideale e di una organizzazione concreta capace di pensare evangelicamente il prossimo svantaggiato e di accudirlo in maniera del tutto perentoria ed efficiente e con tale risonanza mediatica da riceverne il suo bel quarto d’ora di celebrità che è durato fino a ieri. Voi direte che i preti caritatevoli ci sono sempre stati nella Chiesa cattolica fin dai tempi di Filippo Neri o di Don Bosco. Eppure con l’Abbé Pierre nacque la figura tutta nuova di un sacerdote di frontiera: non un prete allineato e coperto con la gerarchia ecclesiastica o il potere costituito o una sua occulta emanazione, ma un prete in qualche modo critico e talora disobbediente nei confronti della Chiesa ufficiale ritenuta, forse non a torto, troppo compromessa con quel potere generatore in ultima istanza della miseria.

E dunque un presbitero alla fine consentaneo con quell’area culturale, mentale e comportamentale che oggi chiamiamo genericamente sinistra. Una sinistra tutta particolare però nel nostro caso italiano, quella antagonista dei centri sociali ma anche quella televisiva di Fabio Fazio, di Serena Dandini, di Daria Bignardi alle cui trasmissioni don Gallo è spesso riverito ospite d’onore . E non vado più avanti per non finire nel golfo mistico del luogo comune del deprezzamento della sinistra cosiddetta “Vanity Fair”, verso cui non sempre si è giusti, soprattutto a destra (alla quale non sembra vero di trovare in quegli eccessi di buonismo a buon mercato e di idee troppo corrette da suonare false, facili giustificazioni e compensazioni ai propri inenarrabili egoismi), ma che è indubbiamente urticante per alcune sue pose dove il politicamente corretto si apre in boulevard larghi e frondosi, e dove il buono è buono e il cattivo è cattivo ( e invece basta aprire un romanzo di Dostoevskij per capire che non è mai così). Un pensiero talmente corretto che arriva, tra la barbetta, il sorrisetto serafico e la prosa a perdere di Massimo Gramellini, a gonfiarsi in giulebbosi, corrivi e superni truismi sul bene.

Ora, sta proprio qui tutta la mia diffidenza. Io condivido con don Gallo quasi tutto il suo discorso sul mondo. Ma il suo discorso sul mondo non sta tutto nel mio, lo eccede. Ho difficoltà perciò a riconoscermi totalmente nelle sue idee. Se dovessi fare un esempio azzardato e irriguardoso, che si capirà subito nella sua iperbole apparente, don Gallo mi ricorda quegli uomini che sentendosi dentro di sé donna vanno a Casablanca e sotto i ferri del bisturi escono come delle bellissime farfalle dalla crisalide. Ecco, le mie idee si manifestano in lui come dopo un “trattamento” Casablanca. Come vengono fuori queste donne che prima erano uomini dopo questo trattamento? In maniera esageratamente femminile. Con tutti i caratteri più vistosi della femminilità voglio dire: i fianchi ad anfora, il seno prosperoso, le labbra tumide. Insomma vengono fuori delle iper-donne, sembrando agli ex maschi quello e non altro l’idealtipo femminile. Iper -donne che va da sé non somigliano per nulla alle nostre donne, mogli e figlie, desiderabili ma non vistose, cerbiatte più che leonesse, che amano e sono amate e al contempo spingono il carrello della spesa e cambiano, come noi, il pannolino al bambino. Ecco, se esiste una Casablanca dello spirito don Gallo è una iper-donna di quel tipo. Tutte le sue idee sono pronunciate, iper , ultra, super, più oltre, eccessive, fuori da ogni raggiungibile medietà. E per questo catturano le masse, perché si sottraggono alla complessità del reale, alla ambigua sfaccettatura prismatica delle modalità del visibile.

La sua concezione del mondo è esagerata e oltranzista, e frontale. Sembra dire, come i personaggi tutto di un pezzo di Ibsen, che il compromesso è il diavolo, ogni tentativo di spiegazione una resa, la compossibilità un inganno. Se noi di fronte alle malefatte delle banche e dei banchieri pensiamo delle cose atroci su di loro e su di esse, delle cose piccole piccole magari, inacidite e vendicative, da piccoloborghesi frodati dalla grande finanza, e prima fra tutte a quella di procedere a un vigoroso taglio delle unghie dei banchieri e a una diversa e rigorosa regolamentazione delle banche, ma ci arrestiamo davanti al concetto di banca o di finanza, ritenendo che come tutte le istituzioni totali (il matrimonio, il denaro, l’Esercito, la Chiesa, lo Stato, il capoufficio, la fabbrica, il mondo) sono ad un tempo oppressive e necessarie, e pensiamo tutto ciò avendo tacitamente deciso in partenza di discorso, di voler stare nell’aldiquà della realtà e non nell’aldilà dell’utopia… Ecco don Gallo, tlac, va oltre, allude, irride, titilla i sentimenti anticapitalisti delle folle, o semplicemente di chi è disperatamente privo di denaro. Non si arresta davanti a nulla, davanti a nessun “santuario”. Dice che la lotta è tra democrazia ed economia e lui sta dalla parte della prima qualsiasi cosa essa voglia dire, senza se e senza ma. È un estremista del Vangelo. Non ha dubbi, non ha incertezze sugli eserciti, i cacciabombardieri, le guerre, i soldi, le banche, la FIOM, la Chiesa. Lui sa sempre da che parte stare: sempre contro il potere, a prescindere. Lui dice tacitamente che la fede o è così o non è, che questa è la vera interpretazione del Vangelo e sul piano civile della Costituzione.

A me ricorda invece quella scenetta di Macario, un comico dimenticato della mia infanzia. Macario sfidava la sua “spalla” comica a contare e a proferire il numero più lungo possibile. Quel poveraccio del suo “aiuto comico” si perdeva allora in cifre stratosferiche e Macario col suo ciuffetto giulivo, il suo viso da uovo di pasqua, le sue guanciotte con le fossette, aggiungeva immancabilmente serafico: “Più uno!” Quell’altro si sfiancava allora in numeri ancora più chilometrici, e Macario: “Più uno!” aggiungeva senza fatica. Ecco, io credo che don Gallo aggiunga sempre neghittoso, ossia senza sforzo intellettuale, tirando una boccata di fumo dal sigaro che lo accompagna dappertutto anche nelle foto delle locandine che annunciano il suo arrivo, un “più uno” facile facile a tutti gli sforzi che si possono fare per comprendere il mondo e le sue innumerevoli assurdità. Un “più uno” semplice semplice, di chi ha scelto in radice di occupare di tutte le posizioni la posizione più estrema dove agevolmente ci si sente più giusti, più radicali, più santi. Che titilla il nostro narci-pacifismo (una crasi di narcisismo e irenismo), ma da dove il mondo non ci viene restituito in nessuno dei suoi inestricabili nodi, più sciolto o più comprensibile.