Generazione "Post", un prurito che si finge libro

L’agente Mormora

RECENSIONE. Diciamolo chiaro: potrebbe anche non capitarvi di leggere Post, il libercolo di ritratti di tutta questa umanissima mitologia del presente. Potrebbe succedervi di essere troppo impiglia...

RECENSIONE. Diciamolo chiaro: potrebbe anche non capitarvi di leggere Post, il libercolo di ritratti di tutta questa umanissima mitologia del presente. Potrebbe succedervi di essere troppo impigliati nella claustrofobia dei problemi grandi, di non avere manco un attimo per figurarvi il futuro che vi meritate. Accade spesso di scordarsi dell’essenziale, ma coi Paticchio & friends è un rischio che non andrebbe corso. Post, pubblicato per i tipi di Lupo Editore, è un libro che s’indossa, una silloge di rivoluzioni urbane e virtuali pronte all’uso; ci trovate dentro ciò che ognuno di noi potrebbe essere, se solo gli venisse lo schiribizzo della ribalderia. È un fantastico non finito, quei maramaldi degli ideatori hanno voluto che le parole, per stile e visione, fossero una persecuzione. Un tentativo riuscito di rosario civile in cui si snocciolano, come paternostri, elegie di una semplicità disarmante e monumentale.

Intanto la brevità delle novelle fa sì che voi possiate divorarle mentre siete prigionieri del traffico o sudati in metro o nella sala d’aspetto della piscina dei figli vostri, è un testo cotto a Sud ma gustosissimo a tutte le latitudini. Si porta dentro, del Mediterraneo, una certa benedetta attitudine a porre rimedio all’assenza di padri e patrie, l’ansia di dimostrare che nella traccia genetica di chi è lontano da tutto non v’è melma: ma magma in ebollizione. Orfano di troppi legami, il lettore di Post potrebbe farsi adottare da una storia, evacuare la comfort zone in cui si è rintanato per rassegnazione o dispetto. Le “storie di eccellente normalità” in tanti avrebbero potuto raccontarle, ma il ruolo del narratore (in questo libro, uno e tredicino) è – almeno a me così pare – esageratamente necessario. Le virtù dell’eroe traggono significato da chi ne esalta le gesta, è un effetto volutamente decisivo: non sarebbe lo stesso se di Monicelli o di Rita Levi Montalcini vi parlassero, non necessariamente in quest’ordine, un collega di scrivania, vostra suocera, l’addetto stampa del presidente o il parcheggiatore abusivo davanti la stazione di Lecce.

Questa cosa che ho avuto la fortuna di ritrovarmi tra le mani non mi è sembrata il solito romanzo di formazione, non ha velleità didascaliche: porta con sé la rozzezza e il sudore del concreto. È una playlist di suoni e tonfi e melodie, le tracce musicali le ritrovate in filigrana, da Jovanotti agli Scorpions, dai Nirvana a Daniele Silvestri – un po’ l’iPod che irradia l’energia dell’irriverenza nelle vostre cuffiette gigantesche – e ritmano la scansione giusta. Se leggete con gli occhi – deriva che sconsiglio – non ve ne accorgete: Post va declamato a voce sostenuta, letto a chi vorreste far destare dal torpore. Proprio come in Blob, quella striscia che c’è da sganasciarsi dai pensieri, ‘il tutto è più della somma delle parti’. Così Post ha senso perché si tiene insieme con la colla di una generazione che sa il fatto suo, affatto perduta, ma anzi coraggiosamente dispersa nella diaspora dei luoghi ostili, dei labirinti occupazionali e dei vuoti di cittadinanza. Come le opere di Banksy, questa raccolta è un blitz creativo, il breviario da passeggio nell’avvenire. E stencil che ricalca i destini semi-irraggiungibili di storie minime che sono divenute narrazioni esemplari. Si scommette sui preti laici, come don Ciotti, sulle religioni del software libero e della blogosfera, sull’indispensabile ricerca senza fine (e purtroppo senza mezzi).

Ognuno ha il Pantheon che gli pare, come scrive Piliego rievocando Jim Morrison, “per mia madre Padre Pio era un mito, per mio padre lo era Antonio Cabrini, per mia sorella Mimì Ayuara.” Ecco Post serve anche a questo, probabilmente: a insegnare un relativismo dell’emulazione e un integralismo delle virtù. Si diventa, infatti, pagina dopo pagina, figli di un noi maggiore, convinti supporter della prima persona plurale. Quasi che una solidarietà genuina possa farsi carico di troppe solitudini e ricamare la trama di un’esperienza condivisa o – meglio ancora – sharata. Non pensiate nemmeno che le facce elaborate dai mistici grafici manipolatori dello studio PazLab siano cicaleccio mainstream, o antologia dei soliti noti; la bellezza dei volti selezionati dal collettore Paolo Paticchio sta nella resistenza all’ostentazione, nella rinuncia alla personalizzazione, nell’esser diventati obelischi “a loro insaputa” – o per scelta disinteressata. Le ‘non star’ degli universi più disparati si riappropriano di un protagonismo osteggiato: architetti cui nessuno dedica, non dico una copertina, ma manco una breve di cronaca, magistrati tanto indipendenti da non essersi intestati alcun fallimentare partitello multicolore, internauti a cui Repubblica non ha dedicato manco un appello online, sindacalisti supplenti a cui si sfascia il cuore perché lì dentro ci finiscono troppe irrequiete battaglie, fenomeni olimpionici che, invece che doparsi di chimica e reclamizzare merendine, si immolano “ostaggio di una bagnarola”, con i migranti, sulla rotta della disperazione.

Una lettura niente male, chevvelodicoafare. Questo pamphlet si chiama Post per due ragioni, essenzialmente. Perché viene dopo, e nessuno ha mai stabilito se sia un merito o un’infamia. E perché, dal punto di vista narratologico, ha scelto le forme degli interventi nei blog. Ce n’è forse anche un altro, di motivo per cui si è intitolato così, ed è perché non finisce e anzi si trasforma in dialogo con chi lo legge. “Post perché abbiamo voglia di correre e non più di inseguire”, sintetizza un Paticchio agonistico, giacché insomma non termina qui il catalogo di quelli che non hanno ceduto all’omologazione, che si sono aperti ad una competizione inclusiva e premiante, sul tracciato sconnesso dei diritti. Forse il prurito che vi resta nelle mani, dopo la lettura, vuole dire una cosa semplicissima: che se ci metti libertà e strafottenza, ma anche abnegazione e speranza, e pure umiltà e passione, nel mestiere tuo di ogni santo giorno: poi finisce che ti dedicano un libro e non te ne accorgi neppure.

Dovessero servirvi altre informazioni, le trovate qui su facebook: https://www.facebook.com/generazionepost, ci hanno fatto pure un booktrailer su youtube.