In Italia la scuola è soltanto privata. Di risorse

Che tempio fa

«Senza oneri per lo Stato», recita l’articolo 33 della Costituzione quando parla del diritto di enti e privati ad istituire scuole ed istituti di educazione. Un dettato, il divieto di finanziare co...

«Senza oneri per lo Stato», recita l’articolo 33 della Costituzione quando parla del diritto di enti e privati ad istituire scuole ed istituti di educazione. Un dettato, il divieto di finanziare con soldi pubblici le scuole private, sempre più disatteso nel nostro Paese. Cominciò la legge 62/2000, voluta dall’allora ministro della Pubblica Istruzione Luigi Berlinguer, che equiparava scuole statali e non statali, inserendole nello stesso “sistema nazionale di istruzione”. Poi, una volta sancita la “parità scolastica” tra sistema pubblico e privato, da un buono scuola ad un “contributo” una tantum, si è arrivati rapidamente ai finanziamenti diretti e continui, stanziati nella maggior parte dei casi attraverso le leggi finanziarie e successivamente con quelle di stabilità.

Nonostante questa “anormale normalità”, i fondi previsti nella legge di stabilità attualmente in discussione alla Camera hanno suscitato particolare clamore e polemiche: si tratta di 223 milioni di euro destinati alle scuole private. Sebbene la somma sia in linea con quella stanziata negli anni precedenti, il finanziamento è contenuto all’interno dello stesso provvedimento che opera tagli per circa 700 milioni all’interno del comparto scuola. Per di più, si tratta della stessa legge che inizialmente prevedeva l’innalzamento dell’orario di cattedra per i docenti delle scuole secondarie da 18 a 24 ore, in deroga inusitata e unilaterale al Contratto Nazionale di Lavoro vigente. Dopo l’esplosione della protesta dei docenti il ministro Profumo aveva però dovuto fare marcia indietro. Ma i tagli, seppure dirottati in altri capitoli di spesa, quelli restano. E i soldi alle private (dopo un dimagrimento di 8 miliardi di euro al budget della scuola pubblica, seguito alla “riforma” Gelmini) bruciano quindi ancora di più. Se a ciò si aggiunge che a battersi affinché i fondi alle scuole non statali fossero sbloccati è stata una deputata veneta del Partito Democratico, Simonetta Rubinato, il quadro è completo.

Il polverone è stato tale che Francesca Puglisi, responsabile Scuola del Pd è dovuta intervenire ufficialmente per precisare che la notizia dei soldi alle private, ripresa da molti media, sarebbe una “bufala”: «Infatti – ha scritto Puglisi – il finanziamento votato non riguarda il percorso dell’obbligo scolastico, bensì le scuole dell’infanzia 3-6 anni. Perché per la legge italiana sono “scuole” anche quelle e sono definite “paritarie” tutte le scuole non statali, e quindi anche le scuole comunali»: «La realtà è che quel finanziamento consentirà ai Comuni italiani di tenere aperti servizi educativi indispensabili. Senza quell’emendamento, senza quella restituzione di soldi agli enti locali, il 40% dei bambini dai 3 ai 6 anni il prossimo anno sarebbe rimasto a casa».

«Scuole paritarie, anche fossero solo scuole dell’infanzia, sempre scuole sono e non servizi sociali. Scuole a tutti gli effetti dopo la legge 444 del 1968», ha ribadito a stretto giro di posta Antonia Sani, presidente dell’Associazione Nazionale per la Scuola della Repubblica. E proprio il fatto che la Puglisi lo ammetta, aggiunge la Sani, conferma il «capovolgimento del dettato costituzionale: tagli e restrizioni alla scuola dello Stato, contributi alle scuole paritarie». Una scelta tanto più dolorosa perché avviene «in questo particolare momento di crisi economico-finanziaria».

Anche per Corrado Mauceri, avvocato che da anni si occupa di scuola pubblica, «è fuor di dubbio che il contributo di 223 milioni è destinato alle scuole paritarie». «Peraltro – ha aggiunto – tale contributo si aggiunge ai 500 milioni già in precedenza stanziati sempre per le scuole paritarie». «Comprendiamo l’imbarazzo dei dirigenti del Pd nel giustificare l’erogazione di contributi alle scuole paritarie in gran parte private e confessionali quando si taglia la spesa per la scuola statale; aggiungiamo soltanto che la scuola dell’infanzia è scuola e lo Stato ha l’obbligo di istituire scuole statali per tutti gli ordini e gradi (art. 33 della Costituzione) e non di finanziare le scuole paritarie in gran parte di orientamento confessionale. Del resto, in diverse Regioni, per scelta di chi ha governato negli ultimi 50 anni, il 70% delle scuole dell’infanzia (3-6 anni) è di tipo paritario privato, quasi esclusivamente confessionale».

Intanto proseguono le mobilitazioni di docenti e studenti contro i tagli all’istruzione e contro un altro disegno di legge, il 953, che minaccia di scardinare alla radice il sistema scolastico nazionale nato dalle lotte di studenti e docenti per una scuola pubblica democratica ed inclusiva. Si tratta della cosiddetta ex “legge Aprea”: le scuole dovranno dotarsi di propri statuti e regolamenti, cui verrà sottoposta l’attività di progettazione delle attività didattiche e di valutazione collegiale degli alunni; nell’organo di governo gestionale e finanziario della scuola (il Consiglio delle Autonomie, l’ex Consiglio di Istituto) potranno accedere privati e finanziatori: un modello stile anglosassone, in cui pubblico e privato potranno intervenire paritariamente a determinare gli indirizzi delle singole scuole, di fatto scollegate da un sistema di istruzione nazionale che garantisca pari opportunità e percorsi formativi a tutti, da nord a sud.

Uno scenario che prefigura stanziamenti diversi da parte dello Stato alle scuole che dimostreranno maggiore “efficienza”. Col rischio di perpetuare le differenza tra scuole situate in aree ricche e depresse del Paese, piuttosto che impegnarsi a «rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale» che impediscono l’uguaglianza effettiva di tutti i cittadini, come previsto dalla Costituzione. È tutto ciò, assieme all’aumento del potere dei dirigenti scolastici a discapito degli organismi collegiali e delle rappresentanze studentesche, ad aver prodotto le mobilitazioni, le manifestazioni, le occupazioni di queste settimane.