"La piccozza" di Giovanni Pascoli

Periodicamente eseguo  un piccolo rito personale: leggo  La piccozza   di Giovanni Pascoli. È una poesia racchiusa nella raccolta  Odi e Inni  del 1906 e  ritrae l’ascesa  esistenziale e intellettu...

Periodicamente eseguo un piccolo rito personale: leggo La piccozza di Giovanni Pascoli. È una poesia racchiusa nella raccolta Odi e Inni del 1906 e ritrae l’ascesa esistenziale e intellettuale di un uomo che fa affidamento solo sulle proprie forze. La piccozza è l’attrezzo usato dagli alpinisti per arrampicarsi, evocato dal poeta per ascendere questo allegorico monte che è la vita. La cosa che mi colpì subito di questa ode è l’energia, la solitudine, la disperazione ma anche l’orgoglio di chi fa affidamento solo su se stesso per giocarsi la partita dell’esistenza. Bello è, nella poesia, che quasi ogni strofa si apra con un “Da me” o “Per me”, che in maniera onomatopeica dovrebbero simulare il colpo di piccozza necessario per arrampicarsi. Chiudete gli occhi e sentite i colpi di piccozza “Da me” , “Per me”… Vi ricopio due strofe:

Da me, da solo, solo e famelico,
per l’erta mossi rompendo ai triboli
i piedi e la mano,
piangendo, sì forse, ma piano:

E salgo ancora, da me, facendomi
da me la scala, tacito, assiduo;
nel gelo che spezzo,
scavandomi il fine ed il mezzo.

Pascoli è un grande poeta, non certo per questa ode, ma anche per questa. Chi l’ha studiato bene sa che non è solo il poeta del Fanciullino o di “X agosto”, di “Cavallina storna”, di “Valentino” di ” Romagna” di “Digitale purpurea”, che pure tutti abbiamo studiato a scuola (a me successe di imparare a memoria “Romagna” sia a Firenze che in Sicilia) e che per conto loro sono componimenti di tutto rispetto. Per quelli della mia generazione sono ancora fonte di commozione e di struggente ricordo per un’età della vita dove tutte le moltiplicazioni mentali sembravano possibili. Pascoli, dice la critica più avvertita, è poeta meno nitido ed elementare di quello che si pensa: è poeta torbido e profondo, come certi abissi marini, e dal punto di vista formale non ha nulla da invidiare ai poeti simbolisti di più vasta fama.

Giovanni Pascoli (San Mauro di Romagna 1855 – Bologna 1912)

Sì, ma perché mi piace tanto questa poesia e perché ci ritorno spesso? Perché è la poesia della mia vita, e avrei voluta scriverla io. Come lui mi sono arrampicato nell’esistenza scavandomi il fine ed il mezzo, da solo, facendomi la scala, tacito e assiduo. E alla fine di questa scalata cosa ha visto il poeta? Perché ha fatto tanta fatica? Per restare lassù in cima, per restare solo con le aquile, perché altri lo ritrovino seguendo i riflessi dell’acciaio della piccozza che ha da sé discosta e dove si riflettono le stelle dell’Orsa.

Salgo; e non salgo, no, per discendere,
per udir crosci di mani, simili
a ghiaia che frangano,
io, io, che sentii la valanga;

ma per restare là dov’è ottimo
restar, sul puro limpido culmine,
o uomini; in alto,
pur umile: è il monte ch’è alto;

ma per restare solo con l’aquile,
ma per morire dove me placido
immerso nell’alga
vermiglia ritrovi chi salga:

e a me lo guidi, con baglior subito,
la mia piccozza d’acciar ceruleo,
che, al suolo a me scorsa,
riflette le stelle dell’Orsa.

Klaus Kinski in Fitzcarraldo, film del 1982 scritto e diretto da Werner Herzog.

Se avete visto il film Fitzcarraldo sapete certamente a cosa servono le grandi fatiche della vita o dell’arte. C’è questo pazzo di Klaus Kinski (pazzo nella vita e nei film) che disbosca mezza Amazzonia per trascinare una nave nel cuore della giungla, costruirvi un teatro d’opera e farvi risuonare con un grammofono, al solo beneficio dei pappagalli, la voce di Caruso. Questa metafora dell’arte e della vita è assoluta e perfetta: non si fa che spostare lungo tutta l’esistenza grandi blocchi come nella costruzione delle piramidi per custodirvi una mummia, ascendere montagne come nella Piccozza per stare per sempre con le aquile, sconvolgere la giungla per far sentire Caruso ai pappagalli.