Pier Paolo Pasolini è più vivo di noi

(Es)cogito, ergo sum

“Non era immondizia, era un cadavere”. Queste furono le parole di Maria Lollobrigida, la donna che la mattina del 2 novembre del 1975 s’imbatté per prima all’Idroscalo di Ostia in un corpo senza v...

Non era immondizia, era un cadavere”. Queste furono le parole di Maria Lollobrigida, la donna che la mattina del 2 novembre del 1975 s’imbatté per prima all’Idroscalo di Ostia in un corpo senza vita. Era Pier Paolo Pasolini. Era un poeta.

Tre giorni dopo, dal pulpito della chiesa romana di Santa Croce, Alberto Moravia gridò nella sua orazione funebre la sua rabbia, che è anche la nostra. I poeti sono sacri, sono merce rara: i poeti non si toccano.

Da quando abbiamo perso Pier Paolo Pasolini siamo tutti inesorabilmente più soli.

Pasolini erauno scrittore, un cineasta, un intellettuale, ma soprattutto era un uomo innamorato della vita, che ha saputo cantarla come nessun altro declinandola in tutte le sue infinite variazioni. Ha saputo maneggiare con estrema cura il tessuto vitale dell’umanità, con un rispetto estremo anche quando scendeva nei suoi inferi; severo- quando necessario- ma mai giudice implacabile.
E’ stato questo amore incondizionato a rendere la sua opera così intensa, diretta, autentica e profondamente attuale.

La sua magrezza di uomo arrovellato dall’inquietudine nascondeva un’anima di fil di ferro che nei suoi 53 anni di vita ha esplorato ogni piega dell’essere umano.

Oggi, a quasi quarant’anni dalla notte in cui il suo cuore è stato fermato, è forse giunto il momento di chiedergli perdono.

Dovremmo farci perdonare per esserci concentrati più sulla sua morte che sulla sua vita, rovistando senza pudore nei dettagli di quella notte e nella sua intimità, sconfinando nel pruriginoso; per non aver dato ascolto alla sua voce di profeta che ha cantato l’umanità in tutte le sue miserie e debolezze, senza mai cessare di amarla; per non aver seguito la strada che lui aveva indicato, descrivendo perfettamente, in tempi non sospetti, quello che sarebbe stato il futuro riservato a questo Paese.

 Per noi italiani del 2014 la forza delle sue parole sono ancora così fatalmente autentiche da farci paura. Ci spaventa un uomo che, nonostante sia morto da trentanove anni, è più vivo di noi.

Dopo di lui nessun altro è riuscito a rivelare con la medesima lucidità l’incessante sgretolarsi del mondo e a raccontare l’effimero- e persino il torbido-con tanta grazia. In luisacro e profano, carne e spirito si sono mescolati così bene tanto da non saper più distinguere dove finiva l’uomo e cominciava il poeta.

Quel suo “Io so, ma non ho le prove”, incipit di un memorabile articolo del 1973 apparso sul Corriere della Sera, risuona forte attraverso il tempo senza aver perso nemmeno un grammo di quella potenza accusatoria, di quel biasimo vibrante.

Se abbiamo faticato ad accettare quel suo spezzare la lente d’ingrandimento che lo separava dal mondo confondendosi con quei giovani corpi di ragazzi, felicemente inconsapevoli di esistere, oggi la maniera più giusta di celebrarlo è ricordarlo da vivo, nella sua perfetta essenza. Meglio di chiunque altro lui aveva intuito che non è la morte la cosa peggiore, ma la sventura più grande sta nel non essere compresi.

Affidiamo dunque alle polvere dell’oblio i fatti di quella sventurata notte, le immagini di quel corpo martoriato lasciato a terra senza pietà e scambiato per spazzatura.

Lasciamo che a vincere sia la consapevolezza che il genio di Pier Paolo Pasolini è un sole troppo accecante per essere guardato senza le lenti brunite della comprensione e dell’umana pietà.