Sarkozy e Hollande contro le banche, ma la politica ha bisogno del mercato

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Se qualcuno pensava che, con il programma di sinistra annunciato dal candidato premier socialista François Hollande (più tasse, più insegnanti, più Stato), la politica francese sarebbe tornata a mo...

Se qualcuno pensava che, con il programma di sinistra annunciato dal candidato premier socialista François Hollande (più tasse, più insegnanti, più Stato), la politica francese sarebbe tornata a mostrare una destra e una sinistra ben separate fra loro sul piano ideologico dopo gli anni dell’appiattimento al centro, si era sbagliato. Dopo che Hollande si è autodefinito «nemico della finanza» rafforzando la propria performance nei sondaggi (salvo poi andare alla City a spiegare che il settore finanziario non ha nulla da temere se dovessero vincere i socialisti), ora è stata la volta del presidente uscente Nicolas Sarkozy.

Ieri a Marsiglia il marito di Carla Bruni ha attaccato Hollande dicendo che pretende di essere «Margaret Thatcher quando è a Londra e François Mitterand quando è Parigi» aggiungendo che il vero fustigatore dei “mores bancari” è lui, quello delle vacanze sulla barca del miliardario Vincent Bolloré (il bretone celebre in Italia per la sua passione per gli intrighi di Mediobanca di cui è azionista). Non potendo lasciare il prezioso bottino del consenso anti banche nella disponibilità dei socialisti, il candidato della destra ha anche attaccato i banchieri per i loro bonus scandalosi: «alcuni di loro sono venuti meno alle loro responsabilità concedendosi compensi che sfidano il senso comune». Insomma, se prima era la sinistra ad inseguire la destra sul tema del mercato, ora è la destra a inseguire la sinistra su quello delle banche.

Il tema, le banche cattive, è troppo ghiotto per lasciarlo alla sinistra. Ed è anche un tema corretto nel senso che gli abusi del sistema bancario sono cronici, avendo fatto saltare quel principio di responsabilità per cui chi sbaglia paga, sul quale dovrebbe essere basato il corretto funzionamento del mercato. Molti banchieri non ne hanno azzecata mezza ma le loro banche le hanno dovuto salvare i contribuenti mentre loro si riempivano e spesso ancora si riempono le tasche di lauti bonus. Il che, non c’è dubbio, urla vendetta. Ma il punto qua non è questo. Il punto è che le banche ora come ora sono o mezze fallite o in guai seri e come tale è difficile pensare che in questo frangente governino il mondo.

E il punto è anche, soprattutto, che sparare contro il mercato finanziario a palle incatenate non servirà a restituire alla politica quel primato che va cercando, come stanno spiegando in molti, a partire dall’Economist. Infatti dal mercato essa dipende e sparare contro il settore privato, cercando di punirlo per le sue malefatte, può essere giusto in teoria ma lascia aperta una questione: come fai ad andare a dire ai banchieri che sono brutti e cattivi, a punuire le banche che hanno prestato soldi alla Grecia e poi, cinque minuti dopo, andare col cappello in mano a chiedergli un prestito a tassi convenienti perché altrimenti i tuoi di Stato non li compra più nessuno? La politica che si è andata a cacciare in questa situazione è una cattiva politica, che ha seguito e non ha guidato, che ha chiuso un occhio e non ha controllato. E la politica che pensa di incassare voti dall’abbaiare ai banchieri è una politica che sembra solo mostrare la propria tragica impotenza davanti al sistema perverso che essa stessa ha creato e di cui non può fare a meno per stare in piedi. Solo quando saprà fornirci una vera via d’uscita da questa impasse sarà credibile. Altrimenti sono chiacchere elettorali.