"Tutto il mondo è paese" e "gli italiani sono sempre gli altri".

Ci sono almeno due modi linguistici  per tappare la bocca a chi mostra un certo disagio, quando non una vera e propria ripugnanza, verso alcuni comportamenti dei propri connazionali. La prima è «tu...

Ci sono almeno due modi linguistici per tappare la bocca a chi mostra un certo disagio, quando non una vera e propria ripugnanza, verso alcuni comportamenti dei propri connazionali. La prima è «tutto il mondo è Paese”, e la seconda, «gli italiani sono sempre gli altri», due risposte pronte per tagliare le gambe a ogni controreplica e forse per autoassolversi.

A ben vedere, il modo di dire italiano: «Tutto il mondo è paese» è vero se ammettiamo contestualmente come vero il suo inverso, ossia che sotto molti punti di vista «un Paese è tutto un mondo». Non so se esista in altre lingue qualcosa di equivalente alla prima espressione, sicuramente nella nostra essa, mentre sottolinea le “’costanti” comuni tra tutti i popoli del mondo, nel contempo manifesta una volontà semplificatrice e pareggiatrice quando si suole sottolineare le nostre.

Ma che talora «un Paese sia tutto un mondo», ossia che esibisca quelle specificità che lo rendono subito riconoscibile tra tanti, è qualcosa che anche in Italia è cognizione comune quando si usa la locuzione «all’ italiana». Con quest’altro modo di dire infatti ci ritagliamo, e spesso sotto l’effetto di un paragone ellittico e squalificante con le altre nazioni, la nostra identità tra di esse, intuiamo così che il nostro Paese è davvero «tutto un mondo». Sovente e senza imbarazzo ci abbandoniamo a tale locuzione, sembrando così interiorizzare una cognizione antropologica di noi stessi che diamo ormai per scontata e irredimibile. Diciamo «all’ italiana» ogni qualvolta intendiamo designare, quasi per convenzione e semplificazione linguistica, quel modo di operare, spesso relativo all’ organizzazione dei bisogni e delle necessità collettivi, di cui non si è riusciti a ricostruire con nitidezza tutti i confusi percorsi logici, ma che si distingue invece, e nettamente, per quel misto di improvvisazione, disorganizzazione, provvisorietà, disordine e pressappochismo.

Scriveva a tal proposito Luigi Barzini in quel saggio su Gli Italiani (1964) che non finisce di stupire per capacità di penetrazione e lucidità di analisi:

La più gran parte di ciò che avviene da noi non è necessariamente “all’ italiana”. Tuttavia le cose “all’italiana” non devono essere prese alla leggera. Sono indizi preziosi.(…)mostrano che ancora oggi come nel passato certe imprese ci riescono senza sforzo e che altre sono per noi praticamente impossibili; hanno chiaramente determinato l’andamento degli eventi trascorsi; senza alcun dubbio, determineranno il nostro avvenire. Forse per noi non c’è scampo. Ed è questa sensazione di essere in trappola entro i limiti inflessibili delle tendenze nazionali a far si che la vita italiana, sotto la sua superficie scintillante e vivace, abbia una qualità fondamentale di amarezza, disappunto, e infinita malinconia.» (pag.21)

Son passati quasi cinquant’anni dalla scrittura di questa nota, ma siamo ancora lì. Deve esserci dunque qualcosa di profondo e di lunga durata che ancora ci condiziona nei comportamenti collettivi.

Per la seconda espressione «gli italiani sono sempre gli altri», rimando seppur con non molta convinzione alla lettura di due libri, con il titolo quasi uguale. Uno di Sebastiano Vassalli (Gli italiani sono gli altri. Viaggio (in undici tappe) all’interno del carattere nazionale italiano, Dalai editore, 2003) e l’altro di Francesco Cossiga con Pasquale Chessa (Italiani sono sempre gli altri. Controstoria d’Italia da Cavour a Berlusconi, Milano, Mondadori, 2007.). Il primo non è che una raccolta di scritti di varia umanità dello scrittore ligure-piemontese ed è solo un titolo ad effetto, non focalizza infatti la tematica del carattere nazionale, mentre il secondo è una carrellata umorale e grottesca sulla nostra storia nazionale condotta con lo sguardo di un uomo che ha esercitato il potere con astuzia gesuitica, cioè dal mio punto di vista, una forma di spietato machiavellismo curiale.

Ma lasciati i libri al loro destino vorrei concentrarmi sulla locuzione esplicitando il mio personale punto di vista. Se la formula – gli italiani sono sempre gli altri – intendesse stigmatizzare il mugugno di ogni italiano verso l’altro italiano e implicitamente esortare a non vedere la pagliuzza nell’occhio altrui trascurando la trave nel proprio, potrebbe costituire un buon principio di self education nazionale. Potrebbe significare: guardiamo ai nostri singoli, individuali, comportamenti e avremo ipso facto istaurato una repubblica di santi. Ma io credo che il titolo e l’intonazione del secondo libro soprattutto – e la lettura lo conferma – ha il sottile intendimento di tagliare le gambe fin dal principio ad ogni riflessione dell’italiano scontento circa i comportamenti dei propri connazionali. È in fondo una chiamata di correità: siamo tutti italiani, e il bue non può dire cornuto all’asino: tutti colpevoli nessun colpevole. Analogamente un libro di Giovanni Floris sulla raccomandazione (Mal di merito. L’epidemia di raccomandazioni che paralizza l’Italia, Rizzoli, 2007), che pure tenta una riflessione seria nei limiti di una onesta prosa divulgativa, su una devastante pratica sociale, porta in esergo, come la spada fiammeggiante dell’angelo alle porte del paradiso, la massima evangelica «Chi non è senza peccato scagli la prima pietra». Perché questa massima evangelica? Ma la ragione è chiara: «Chi non ha mai raccomandato e non si è fatto mai raccomandare»?, sembra dire Floris; non diciamo che «gli italiani sono sempre gli altri», suvvia…

E se invece si potesse dire a buon diritto : Io no?! Etiamsi omnes ego non?! (Mt 26: 33). E se qualcuno potesse dimostrare, atti e fatti della propria vita alla mano, che non si è raccomandao e che non ha mai raccomandato? Non cadrebbe tutto il castello dell’indulgenza plenaria, del “cupio absolvi”, del tutti colpevoli nessun colpevole? Quanti umiliati e offesi potrebbero dire con il povero re Lear: I am a man. More sinn’d against than sinning. (a. III, sc.III) io son un uomo contro cui s’è peccato assai di più che non abbia peccato lui medesimo?