Linkiesta.it https://www.linkiesta.it News Linkiesta.it Mon, 18 Oct 2021 06:42:00 +0000 it-IT hourly 1 https://i2.wp.com/www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2020/04/cropped-linkiestalogosquare3x.png?fit=32%2C32&ssl=1 Linkiesta.it https://www.linkiesta.it 32 32 174743883 Grazie ai vaccini siamo pronti ad affrontare nuove varianti, spiega il direttore dell’Aifa https://www.linkiesta.it/2021/10/vaccini-green-pass-aifa-magrini/ https://www.linkiesta.it/2021/10/vaccini-green-pass-aifa-magrini/#respond Mon, 18 Oct 2021 06:42:00 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=305796 Le Lega punta ad abolire quanto prima il certificato verde, la Cgil insiste sull’obbligatorietà. Magrini spiega che con i farmaci a mRna possiamo rispondere ad altre ondate. E intanto oggi scade il termine per la presentazione degli emendamenti al decreto che ha imposto il pass sui luoghi di lavoro

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Il Green Pass è appena entrato in vigore negli uffici pubblici e privati. Ma già si punta ad abolirlo quanto prima e intanto i partiti provano a modificarlo in aula.

Dalla Lega Matteo Salvini e Massimiliano Fedriga lo hanno già chiesto negli scorsi giorni. Il leader del Carroccio ha parlato di stop novembre, mentre il governatore del Friuli Venezia Giulia ha spostato la data a fine anno, con la fine dello stato d’emergenza, a patto che si raggiunga il 90% di italiani vaccinati.

E pure dalla Cgil, dopo la manifestazione antifascista di sabato a Roma, si tornano a chiedere modifiche e l’obbligo del vaccino come soluzione. Susanna Camusso lo dice alla Stampa: «Sarebbe stata un’assunzione di responsabilità che avrebbe messo al centro della discussione il vaccino». E aggiunge: «Credo che si possa aumentare il numero dei vaccinati con un’opera di persuasione, senza il ricatto della punizione per chi non ha il Green Pass. C’è una minoranza inconvincibile, ma ci sono altri indecisi o timorosi che non vanno messi insieme ai fascisti ma accompagnati, convinti».

Il governo, per il momento, non fa previsioni sullo stop al certificato verde. Dal ministero della Salute – come spiega La Stampa – prevale la prudenza. «È presto per discuterne», dice il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri. «Per arrivare ad abolire il Green Pass si deve procedere gradualmente. Dobbiamo ancora riaprire al 100% alcune attività, come le discoteche. Con il passo successivo si tolgono, uno alla volta, alcuni obblighi: prima di indossare la mascherina, poi di mantenere le distanze di sicurezza. Solo alla fine si può affrontare il nodo Green Pass».

Il certificato verde, aggiunge Sileri, «non si può togliere, poi, finché ci sono le terze dosi da fare. Dobbiamo entrare nell’ottica che l’immunità del 90% va mantenuta, non solo raggiunta»

E anche il direttore dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Nicola Magrini, al Corriere dice che «il certificato verde è un contributo importante per il ritorno alla normale vita sociale e per potersi muovere con maggiore sicurezza ovunque, in particolare ristoranti, cinema e teatri. Uno strumento prezioso nella pubblica amministrazione e in azienda». Ma aggiunge: «Esiste una fascia residuale di cittadini, in particolare tra gli ultra 50enni, che può essere convinta, purtroppo non azzerata. È una popolazione molto eterogenea, composta da timorosi e incerti e anche da chi vive ancora le paure legate al vaccino AstraZeneca e in particolare ai rarissimi eventi trombotici. Credo che tanti non vaccinati possano essere riavvicinati offrendo i vaccini a mRna. Diversi medici di famiglia mi raccontano di aver notato una maggiore disponibilità nei loro pazienti».

Le mutazioni della Delta, di cui si segnalano già diversi sottotipi, ad esempio nel Regno Unito, però non devono preoccupare – secondo il direttore dell’Aifa. «Che possano insorgere varianti è previsto ma i vaccini basati sulla tecnologia dell’mRna possono essere modificati in pochi mesi per poter rispondere a nuove ondate».

In Gran Bretagna però i contagi sono tornati a crescere. Come si spiega? «Il numero di nuovi casi è molto più elevato che in Italia, ma, in proporzione ai contagi, i morti sono pochi», risponde Magrini. «Ciò significa che la protezione data dai vaccini rimane elevata, dato che là hanno iniziato la campagna di massa 3-4 mesi prima di noi. L’Italia grazie al grande lavoro organizzativo, alle misure di contenimento adottate e all’uso del certificato verde è ora in una situazione migliore rispetto a molti Paesi europei. La circolazione del virus è bassa e il controllo della curva epidemica molto buono».

Oggi siamo tra l’80 e l’85% della copertura vaccinale. Basta per attraversare autunno e inverno senza danni? «Il livello è elevato e garantisce protezione a molti e bassissima circolazione del virus. Contiamo di aumentare la percentuale ancora un po’ per essere maggiormente al sicuro il prossimo inverno ma non bisogna abbassare la guardia e procediamo con le terze dosi».

La terza inoculazione, spiega, «è importantissima per gli immunodepressi, gli ultraottantenni e i fragili ed è importante anche tra i 60 e gli 80 anni. Se riuscissimo a mettere in sicurezza rapidamente almeno le prime tre categorie tra ottobre e novembre avremo preservato i più a rischio per il prossimo inverno».

Green Pass in aula
Oggi, intanto, c’è un’altra scadenza alla quale dal governo si guarda con attenzione: alle 18 scade il termine per la presentazione in Senato degli emendamenti sulla conversione del decreto che ha imposto l’obbligo di Green Pass nei posti di lavoro. «Saranno emendamenti di buonsenso, per eliminare gli aspetti più rigidi del decreto», dice il capogruppo al Senato della Lega Massimiliano Romeo.

Gli emendamenti del Carroccio dovrebbero concentrarsi sui temi più discussi: il prezzo calmierato per i tamponi, l’allungamento della validità dei test, da 48 a 72 ore, l’estensione del certificato ai guariti dal Covid negli ultimi 12 mesi (ora sono sei). I leghisti studiano anche interventi sulla sospensione dallo stipendio per chi non è in possesso del Green Pass e le deroghe per i minori. Tutto però lascia intendere che la Lega eviterà lo scontro frontale per evitare ulteriori fratture interne e con il governo.

Giuseppe Conte sta cercando un punto di caduta tra le diverse spinte che arrivano dal gruppo parlamentare dei Cinque Stelle. Le posizioni dei senatori M5S non sono però così distanti da quelle dei loro colleghi leghisti. Difficile immaginare che siano i Cinque stelle ad appoggiare emendamenti leghisti, anche perché la guerra che Salvini sta facendo al reddito di cittadinanza non aiuta certo a tenere buoni rapporti.

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Da Roma a Torino, l’affluenza ai ballottaggi crolla al 33% https://www.linkiesta.it/2021/10/ballottaggi-torino-roma-astensionismo-valerii-censis/ https://www.linkiesta.it/2021/10/ballottaggi-torino-roma-astensionismo-valerii-censis/#respond Mon, 18 Oct 2021 06:03:55 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=305791 Il secondo turno nelle grandi città si chiude oggi alle 15. Ma cresce l’astensionismo. Valerii, direttore del Censis, spiega che gli italiani sono sfiduciati dalla politica e dai partiti: «Incredibilmente non c’è nessuno che parli del nostro futuro»

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Sarà l’affluenza a fare da ago della bilancia ai ballottaggi nelle grandi città che si chiudono oggi alle 15. Ieri alle 23 nei 65 comuni chiamati a votare si era recato alle urne solo il 33,3% degli aventi diritto, circa 6 punti in meno rispetto al primo turno, quando alla stessa ora aveva votato il 39,86%. Un dato monitorato con attenzione a Roma e Torino, le due grandi città dove si sceglie il nuovo sindaco e dove i partiti giocano una sfida che è anche nazionale.

Nella Capitale, dove già al primo turno aveva votato il 36,82% degli elettori, alle 23 ha votato il 30,87%.  L’affluenza, in particolare, cala – come rileva YouTrend – nei quartieri che al primo turno avevano premiato Virginia Raggi, esclusa dal ballottaggio, o Enrico Michetti, il candidato del centrodestra, mentre la partecipazione resta più alta dove era in testa Roberto Gualtieri.

L’affluenza sarà decisiva anche a Torino, dove il candidato del centrosinistra Stefano Lo Russo aveva ottenuto il 43,8% e Paolo Damilano si era fermato al 38,9%. Anche in questo caso già al primo turno i votanti furono solo il 48,08% e ieri alle 19 eravamo al 25,2%, ossia un elettore su quattro.

Italiani sfiduciati
Ma come spiegare questa affluenza crescente? Massimiliano Valerii, direttore del Censis, al Messaggero spiega che «un calo è fisiologico», ma con l’ulteriore flessione del ballottaggio «si registra un segnale molto preoccupante». Quale? «La sfiducia. Anzi, una sfiducia profonda», risponde.

«La società italiana sta superando la fase dell’anti-politica ma non sa bene dove andare», spiega Valerii. «I consensi raccolti negli anni scorsi dall’anti-politica erano consistenti e aprivano un orizzonte ampio, come la sostituzione di una intera classe dirigente. E infatti, per restare a Roma, nelle comunali del 2016 si registrò un aumento dell’affluenza su quelle del 2013. Ma oggi c’è delusione verso l’anti-politica e quelle energie si stanno disperdendo. Di qui, sul piano politico, il ritorno al non voto che è un segnale di sfiducia. Ma tutti avvertiamo un diffuso vento di sfiducia verso la scienza, un rifiuto della medicina e in generale di soluzioni razionali e moderne».

Certo, aggiunge, «i segnali di serietà e di vitalità della società italiana non mancano: basta vedere il rimbalzo del Pil e l’assegnazione di un premio Nobel. Ma a fronte di questi indubbi successi è difficile capire come mai ben 4 milioni di lavoratori italiani su circa 23 milioni non si siano ancora vaccinati».

La spiegazione, secondo il direttore del Censis, è che «si sono formate aspettative sociali disattese». E «per capire meglio gli umori degli italiani che emergono in questi giorni dobbiamo partire da due paletti. Il primo: la depressione della domanda interna. I consumi delle famiglie alla fine del 2019 erano più bassi di quelli del 2007, cioè dell’anno precedente alla grande crisi finanziaria. Poi è arrivato il Covid e si sono aggiunti altri due anni di freno e di paura». E il secondo paletto è che «in Italia si parla dalla mattina alla sera di argomenti “piccoli” o legati alla cronaca ma non delle scelte profonde, essenziali per far uscire il Paese dall’incubo del declino».

Valerii spiega che «incredibilmente non c’è nessuno che parli del nostro futuro». Nonostante stiano arrivano 200 miliardi di fondi europei, «non c’è certezza sulla capacità del Paese di crescere a un buon livello per più anni. Andiamo a guardare le previsioni del governo. Più 6% quest’anno, benissimo. Ma già rallentiamo l’anno prossimo e poi continuiamo a scendere… È questo buco nero di consapevolezza che genera una sfiducia profonda, che supera le pur ottime prove che la società italiana sta dando».

Dunque l’astensione e i no vax sarebbero solo la spia di un malessere più generale e più profondo, dice. «Si avverte una mancanza di prospettiva strategica nonostante il buon momento dell’Italia fatto di tanti vaccinati, di crescita, dell’enorme quantità di risorse europee e dall’arrivo di un personaggio della levatura di Mario Draghi che, assieme alla competenza di alcuni suoi ministri, ha il merito d’aver calmato i nervi degli italiani».

Cosa fare per ritrovare fiducia? «Dobbiamo sciogliere nodi complessi e strategici e invece politici e media si impegnano su baruffe di cortissimo respiro. Devono smetterla, ci stanno rubando il futuro».

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La manovra di Draghi alla prova dei veti dei partiti https://www.linkiesta.it/2021/10/legge-bilancio-draghi/ https://www.linkiesta.it/2021/10/legge-bilancio-draghi/#respond Mon, 18 Oct 2021 05:43:17 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=305787 Oggi il governo invia a Bruxelles lo schema di legge di bilancio. La Lega vuole eliminare il sussidio di cittadinanza e difende Quota 100. Il Movimento Cinque Stelle chiede il ritorno del cashback, il Pd punta sul taglio del cuneo

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Protezione sociale e della crescita del Pil. Sono questi i due pilastri della prima legge di bilancio del governo Draghi – scrive Repubblica – che potrebbe arrivare fino a 25 miliardi. Oggi dovrebbe essere spedito alla Commissione europea il Documento programmatico di bilancio, con la griglia delle misure che finiranno nella manovra economica. E poi in settimana dovrebbe essere varata la finanziaria. Ma tutto fa pensare che ci sarà uno slittamento, d’altra parte la scadenza del 20 ottobre non è perentoria. Il presidente del Consiglio Mario Draghi si concentrerà sul Consiglio europeo di questa settimana. Difficile, spiegano da Palazzo Chigi, che venerdì, al suo ritorno, ci sarà il cdm decisivo per la finanziaria.

La politica economica espansiva non verrà dunque abbandonata. E lo sarà finché il Pil e l’occupazione – è questa la strategia di Draghi e del ministro dell’Economia, Daniele Franco – non saranno tornati ai livelli precedenti la pandemia e avranno recuperato anche la mancata crescita rispetto al 2019.

Passato il voto nelle grandi città, Draghi intende mettere un punto ai provvedimenti rimasti in sospeso, sapendo che si dovrà trovare un equilibrio innanzitutto nel reticolo di veti opposti al premier dai partiti e le risorse a disposizione. Il centrodestra tutto è sul piede di guerra per abbattere il Reddito di cittadinanza. La Lega, però, vuole anche una soluzione sulle pensioni che vada bene a Matteo Salvini, visto che dovrebbe finire Quota 100. Il M5S, in trincea per difendere il Rdc, chiederà di tornare al cashback. Il Pd invece si concentra sul cuneo fiscale e sul complicato finanziamento degli ammortizzatori sociali.

Draghi negozierà con tutti i partiti che lo sostengono. Ciascuno ha le sue “bandierine” e con nessuno intende andare allo scontro. Tuttavia gli interventi non dovranno essere in contrasto con l’obiettivo di dare una spinta alla crescita.

Tasse
La stessa riforma del sistema fiscale (per ora una legge delega piuttosto generica) è finalizzata alla crescita del Pil. E il primo pacchetto di misure, inserito nella legge di bilancio, dovrebbe riguardare la riduzione del cuneo fiscale e contributivo che appesantisce il costo del lavoro delle aziende e alleggerisce il netto delle buste paga dei lavoratori. Al taglio del cuneo potrebbero essere riservati fino a 8-9 miliardi per liberare risorse per gli investimenti aziendali e favorire la ripresa dei consumi interni. Sul primo passo sulla riforma fiscale è possibile una convergenza, visto che i partiti hanno incassato l’impegno a non alzare le tasse. Ma sulle altre partite lo scenario è diverso.

Quota 100
La bandiera della Lega di Salvini si chiama Quota 100. Il meccanismo, introdotto dal governo giallo-verde del primo governo Conte, consente di andare in pensione una volta raggiunta la quota sommando età anagrafica e anni di contribuzione a partire da 62 anni di età e 38 di contributi. Alla fine dell’anno scade. La Lega ne chiede la conferma, i sindacati, con il Pd, propongono soluzioni flessibili a cominciare da 62 anni. Questo per evitare lo scalone che altrimenti si verificherebbe dal primo gennaio del 2022, dal momento che l’età pensionabile è quella fissata con la legge Fornero a 67 anni di età. Draghi sa che il tema va affrontato, ma non confermando Quota 100, anche perché la misura ha fallito nel presunto obiettivo di favorire l’occupazione giovanile, senza dimenticare che è stata usata poco.

Si riparta da Quota 41, dicono nella Lega, ma dal Tesoro sono d’accordo. Costerebbe 4,3 miliardi nel 2022, 6 nel 2023, e oltre 9 miliardi come tendenza. Uno sproposito. Meglio, dicono, concentrarsi sull’ampliamento delle pensioni anticipate per i lavori usuranti: costerebbe solo un miliardo per i primi tre anni.

La ex ministra Elsa Fornero sulla Stampa spiega che sia Quota 102 sia Quota 41 «riprodurrebbero quella ingiustizia nei confronti delle nuove generazioni rispetto alle quali noi stiamo sempre a piangere salvo poi non essere mai conseguenti. Non solo non sarebbe saggio, ma sarebbe ripetere politiche del passato che non mi pare abbiamo fatto bene al Paese».

Reddito di cittadinanza
Questione spinosa anche quella del reddito di cittadinanza, bandiera dei Cinque Stelle. Soprattutto come strumento di politiche attive per il lavoro. Questione che Draghi vuole rivedere, e non è un caso che abbia rimosso dall’Anpal il presidente Mimmo Parisi voluto dai Cinquestelle. Ma senza scardinare il reddito per la lotta alla povertà. Il punto è che va corretto per migliorarne l’efficacia: dal sostegno alle famiglie numerose all’accesso per i cittadini provenienti da Paesi esteri.

Le sfide saranno due: ricalcolare il finanziamento necessario per il 2022 e ridefinire i destinatari. Se, come sembra, si arriverà a rimodulare in maniera decrescente l’assegno per i circa 1,2 milioni (su oltre 3,5 milioni) beneficiari «occupabili», le coperture cambieranno.

Ammortizzatori sociali
I soldi del reddito potrebbero in parte finire nella riforma degli ammortizzatori sociali, da agganciare a quella delle politiche attive del lavoro, come vorrebbe il ministro Andrea Orlando, alla ricerca di risorse dalla scorsa estate per rendere quanto più universali le protezioni. Orlando ha chiesto 8 miliardi. Franco è fermo su 3-4.

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I problemi cronici della difesa europea e la strada obbligata verso il federalismo https://www.linkiesta.it/2021/10/difesa-europea-problemi-ue/ https://www.linkiesta.it/2021/10/difesa-europea-problemi-ue/#respond Mon, 18 Oct 2021 03:00:53 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=305577 Salvaguardando la tipicità di alcuni aspetti culturali e delle tradizioni secolari, la politica estera, fiscale, militare e (ma solo per alcuni aspetti) quella giuridica devono avere un’unica guida, un unico governo, una sola capitale

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La presidente della Commissione Ursula von der Leyen sembra intenzionata a far di tutto per concretizzare l’ipotesi di una forza di difesa unitaria europea composta da almeno 1.500 militari (in un primo momento si parlò di 5.000). Anche in Italia pare esserci un diffuso consenso verso l’ipotesi di un esercito comune e in questo senso si è espresso recentemente il presidente del Consiglio, Mario Draghi, come prima di lui lo aveva fatto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Alcuni politici di varia provenienza hanno fatto loro eco. 

Chi scrive è da lungo tempo favorevolissimo a questa ipotesi ma, nei fatti, la strada della realizzazione di un esercito europeo sembra lastricata più da ostacoli che da concretezza. Parlare di una forza così ridotta potrebbe essere visto come il primo gradino di una scala destinata a crescere e, se così fosse, ci sarebbe solo da compiacersi.

Il problema principale tuttavia sta nel capire da chi questa forza, grande o piccola che possa essere, dovrà dipendere e soprattutto quali saranno le regole di ingaggio e chi le detterà. 

Così come è strutturata oggi l’Unione europea a 27, risulta poco credibile l’ipotesi di costituire un unico comando sovranazionale anche se questa è una condizione base per ogni esercito. Perfino nella Nato il comando vero è sempre uno: americano. Inoltre, considerato che ogni Paese membro dell’Unione persegue da sempre una propria politica estera, chi deciderà per cosa e dove impiegare questi militari? È evidente che, se valesse anche lì la regola dell’unanimità, l’efficacia di questa forza armata sarebbe del tutto evanescente perfino in funzione di deterrenza. 

Possiamo dircelo, seppur con amarezza? Il fulcro del problema è che l’Unione europea, così come la conosciamo e come è venuta strutturandosi nel corso degli anni, è obsoleta.

Se la guardiamo solamente dal punto di vista del mercato siamo di fronte a un evidente successo. Con alcune pecche, ma pur sempre un successo. Se, tuttavia, pensiamo all’Europa come un protagonista politico nel mondo globalizzato ne siamo lontani anni luce. In un mondo multipolare che ha visto il sorgere di nuove potenze l’Europa semplicemente non esiste.

Per confermarlo basta analizzare tutte le crisi internazionali degli ultimi vent’anni, ultima quella afghana, per accorgerci che nemmeno il Paese europeo più forte, la Germania, ha e avrà mai voce in capitolo presentandosi da sola. È proprio per la differenza di dimensioni e di potere negoziale che, dalla Cina agli Stati Uniti alla Russia, tutti hanno interesse a dialogare con i singoli Stati e non con un’Europa che si presenti con una sola voce.

Se i Paesi europei non vogliono essere considerati sempre più quali piccole colonie oggetto di ricatti di ogni genere, è indispensabile che aumentino il loro peso di interlocutori politici, un peso che deve essere almeno alla pari col peso economico globale del nostro continente. Per farlo non c’è che una soluzione: una nuova Europa che non sia più solo un’unione economica ma che si presenti al mondo anche come un’unione politica.

Impossibile? Se insistiamo nella necessità che tutti i 27 Stati membri dell’Unione attuale siano d’accordo, la risposta è: sì, non si farà mai! Il recente atteggiamento del governo polacco, subito affiancato da quello di Budapest, sta a dimostrarlo, se mai ce ne fosse stato bisogno.

Allora? Occorre cominciare a pensare di chiudere questo stadio evolutivo e passare a un gradino superiore. Non tutti i 27 sono d’accordo? Meglio così! Perfino l’uscita del Regno Unito dall’Unione può essere vista come una benedizione. Londra è sempre stata il maggiore ostacolo verso una più profonda integrazione e, oggi, il suo ruolo impedente è svolto dai Paesi di Visegrád, Polonia in testa. È necessario che i politici europei comincino a ragionare concretamente su di una Europa a due velocità: a una aderiranno quelli favorevoli a una vera integrazione e gli altri si limiteranno al mercato comune, sempre che lo vogliano. 

La strada da seguire è la costruzione di un vero federalismo europeo nel quale, salvaguardando la tipicità di alcuni aspetti culturali e di tradizioni secolari (che rimarranno competenza dei singoli Stati) la politica estera, quella della difesa, quella fiscale e, solo per alcuni aspetti, quella giuridica, abbiano un’unica guida, un unico governo, una sola capitale. 

Da italiano arrivo a sostenere che non mi interessa se questa capitale sarà Roma o Berlino o Parigi o Bruxelles o qualunque altra città, ciò che interessa è che ci sia un Parlamento con vere funzioni legislative, democraticamente eletto dai cittadini dei Paesi membri della Federazione e un governo che ne sia la naturale espressione. 

Sembra un’utopia, ma è piuttosto una necessità. Se non si andrà velocemente su questa strada non soltanto l’esercito europeo resterà una chimera (o una scatola vuota) ma tutti i Paesi europei che oggi si credono ancora potenti finiranno per avere internazionalmente lo stesso peso di qualunque Stato di terz’ordine. E nessuno creda che ciò non avrà influenza negativa su quello che è il nostro benessere attuale. 

Da cittadino, da ex parlamentare ben conscio che si tratta di una scelta non priva di rischi e difficoltà di vario genere, chiedo che i nostri politici in carica inizino a discutere fattivamente con i colleghi dei Paesi interessati per identificare le basi comuni da cui partire per raggiungere al più presto questo obiettivo.

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Com’è andato il Salone del libro di Torino (video) https://www.linkiesta.it/2021/10/come-andato-il-salone-del-libro-di-torino-video/ https://www.linkiesta.it/2021/10/come-andato-il-salone-del-libro-di-torino-video/#respond Mon, 18 Oct 2021 03:00:53 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=305710 Intellettuali, librai, operatori del settore nel resoconto filmato di questa edizione a cura del main partner Intesa San Paolo

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Dopo una sosta forzata, causata dalla pandemia, è tornato il Salone del Libro, con un’edizione nuova e piena di spunti. L’appuntamento torinese, dal titolo “Vita Supernova”, ha riaperto il 14 ottobre, per una cinque giorni all’insegna della cultura, della condivisione e della letteratura.

Il Salone, organizzato nella tradizionale cornice di Lingotto Fiere, si rivolge a un pubblico ampio e variegato, che trascende i soli addetti ai lavori, con il desiderio di «difendere il significato che l’arte e la cultura hanno per il nostro Paese anche dal punto di vista economico e occupazionale» ha commentato Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici di Intesa Sanpaolo, main partner dell’evento.

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La battaglia ideologica tra i Dem rischia di far fallire la presidenza Biden https://www.linkiesta.it/2021/10/la-battaglia-ideologica-tra-i-dem-rischia-di-far-fallire-la-presidenza-biden/ https://www.linkiesta.it/2021/10/la-battaglia-ideologica-tra-i-dem-rischia-di-far-fallire-la-presidenza-biden/#respond Mon, 18 Oct 2021 03:00:51 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=305704 Due progetti da quattromilasettecento miliardi di dollari per il rilancio dell’economia americana dividono la sinistra del Partito democratico e due senatori eletti in Stati conservatori. Su uno dei due testi c’è la maggioranza, ma il gruppo più radicale lo blocca perché vuole tutto e subito, mettendo in pericolo il mandato del presidente. E il suo predecessore, intanto, gongola

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In queste ore si sta giocando il presente e il futuro dell’Amministrazione Biden, e forse della democrazia americana. Mentre Donald Trump, senza i riflettori social, sta riorganizzando il suo esercito di imbroglioni e fuori di testa che continua a tenere in ostaggio quello che un tempo era il Partito repubblicano, intorno alla Grande Balla delle elezioni rubate dalle élite di sinistra, una battaglia ideologica tra radicali e moderati del partito democratico sta facendo vibrare le fondamenta della presidenza Biden. 

In sintesi sta succedendo questo: con l’auspicio della Casa Bianca, al Congresso sono in discussione due progetti di legge del genere che in America definiscono “trasformativi”. Sono i due pilastri dell’agenda di politica interna di Biden. Il primo si propone di rinnovare le vetuste infrastrutture americane, il secondo vuole ricostruire un’America più inclusiva e più equa con interventi pubblici massicci su istruzione, famiglia, sanità, welfare e cambiamenti climatici. Il primo progetto di legge vale milleduecento miliardi di dollari, il secondo tremilacinquecento miliardi. Per capirci, il Next Generation Eu, per aiutare tutti e 27 gli Stati membri dell’Unione, è di 800 miliardi di euro, in America si sta discutendo un conto da quattromilasettecento miliardi.  

Sulle infrastrutture c’è una maggioranza bipartisan, sul Build Back Better act la maggioranza c’è solo alla Camera perché nonostante la proposta iniziale dell’ala sinistra del partito fosse di seimila miliardi, e poi si sia trovato un compromesso a tremilacinquecento, due senatori Democratici eletti in Stati conservatori, Joe Manchin e Kyrsten Sinema, sono contrari a un’estensione così ampia dell’intervento pubblico nell’economia (la loro controproposta è di scendere a millecinquecento). 

Dopo settimane di contrattazioni, la Casa Bianca ha ottenuto il lasciapassare per votare intanto la legge sulle infrastrutture, in modo da poter riprendere subito dopo le trattative per il progetto più costoso. 

Una rivolta dell’area radicale del Partito, molto forte alla Camera, ha convinto Nancy Pelosi a rinviare il voto. 

L’ala radicale dei democratici non vuole dare il via libera agli investimenti sulle infrastrutture se i loro due colleghi al Senato non danno il voto necessario a far approvare il Build Back Better act, minacciando appunto di far saltare uno dei due punti cardine del progetto Biden in mancanza della certa approvazione contestuale del secondo.

Al momento, nessuno sa come andrà a finire: potrebbero cedere i due senatori democratici che rispondono agli interessi di elettori conservatori contrari a questo ingente intervento pubblico (e al relativo aumento delle tasse), e in questo caso Biden otterrebbe un grande successo politico avviando la sua agenda economica e sociale “trasformativa”. Oppure il conflitto tra interessi contrapposti e opposti estremismi potrebbe far saltare entrambe le riforme, costringendo Biden ad affrontare le elezioni di metà mandato del prossimo novembre indebolito da un fragoroso fallimento politico e con i sondaggi che oggi danno ragione ai due senatori ribelli quando registrano che solo il 42 per cento degli americani chiede che lo Stato intervenga di più per risolvere i problemi del Paese. 

La battaglia ideologica tra i riformisti democratici, che intanto vorrebbero far partire il programma di rinnovamento delle infrastrutture e poi rinegoziare l’altra gamba della riforma, e i radicali di sinistra che invece pretendono tutto e subito come se la politica avesse i tempi di un like su Facebook, insomma, rischia di far cappottare Joe Biden. Donald Trump e i suoi assalitori della democrazia ringraziano.

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Viaggio nel mondo della cucina ebraica vegetariana https://www.linkiesta.it/2021/10/scoprire-cucina-ebraica-vegetariana/ https://www.linkiesta.it/2021/10/scoprire-cucina-ebraica-vegetariana/#respond Mon, 18 Oct 2021 03:00:50 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=305664 Nel suo ultimo libro, “Hazana”, Paola Gavin ci porta alla scoperta della cultura gastronomica yiddish dove il cibo non è mai solo cibo. Abbiamo provato a replicare la zuppa di riso e lenticchie che rompe il digiuno dello Yom Kippur, la festività più solenne dell’anno

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“Hazana” in ebraico moderno significa nutrimento inteso non solo come cibo ma in senso lato, come occasione di incontro e come momento di introspezione attraverso la pratica del digiuno, elemento essenziale nella cultura ebraica. È anche il titolo di un saggio di cucina ebraica vegetariana, scritto da Paola Gavin (ed edito da Atlante).

Sfogliando le pagine, piene di splendide illustrazioni e fotografie, ci si trova immersi nei salotti viennesi che, a cavallo tra Otto e Novecento, accoglievano intellettuali come Arnold Schönberg, Gustav Mahler e Sigmund Freud. O a Berlino dove, a causa delle rigide norme dietetiche imposte dalla loro religione, gli ebrei si dedicavano prevalentemente alla produzione alimentare, diventando fornai, contadini, viticoltori, produttori di verdure sott’aceto e conserve, le tradizioni culinarie yiddish impressero una forte direzione alla tradizione culinaria tedesca; e così in Grecia, Turchia, Francia, Tunisia, Romania, Spagna e Portogallo, fino ad arrivare in Italia, dove la cucina ebraica si è mescolata alle usanze regionali in un connubio che ritroviamo quotidianamente sulle nostre tavole.

Furono gli ebrei a insegnare agli italiani a mangiare le melanzane, fino ad allora considerate non commestibili (mela insana). La cucina dei ghetti italiani, in cui gli ebrei erano confinati, variava da città a città e così a Trieste spopolavano gli gnocchi e la verza, a Venezia il risotto con le verdure, di cui il risi e bisi è il principale discendente, mentre a Roma vennero introdotte le verdure alla giudìa, i conosciutissimi carciofi, il fritto misto e le pizze ebraiche, sorta di torte salate farcite con carciofi, piselli e bietole.

Il vegetarianesimo è conseguenza delle molte interdizioni religiose, come ad esempio il precetto che proibisce il consumo di carne e latte nello stesso pasto oppure il divieto di svolgere molte attività, tra cui cucinare, durante lo Shabbat, il riposo settimanale del sabato, cosa che ha spinto gli ebrei a ideare pietanze che fossero buone anche se preparate il giorno prima, cosa per la quale le verdure si prestavano in modo particolare.

“Hazana” non è un semplice ricettario, ma un vero e proprio manuale che, a partire dalle ricorrenze e dai precetti ebraici, analizza i legami che la tradizione culinaria ebraica ha intessuto con i molti Paesi in cui gli ebrei si sono trovati a vivere a seguito della diaspora. Le ricette sono tantissime, per la gran parte veloci da cucinare, dall’antipasto al dolce, con una sezione dedicata alle uova, considerate simbolo di fertilità e per questo donate alle giovani spose durante le nozze oppure consumate dopo i funerali, per convincersi che dopo tutto la vita va avanti. Tra le ricette proposte, noi abbiamo deciso di provare una minestra originaria del Marocco, adatta a questo periodo di primi freddi autunnali. Si tratta di una zuppa di lenticchie e riso molto speziata con la quale si usa rompere il digiuno dello Yom Kippur, la festività più solenne dell’anno.

Zuppa di lenticchie e riso dello Yom Kippur (Harira de Hippur)
Ingredienti per 4 persone: 200 g di lenticchie secche, 4 cucchiai di burro chiarificato, 2 cipolle, 2 spicchi d’aglio, 2 gambi di sedano con le foglie, 1 cucchiaino di coriandolo in polvere, mezzo cucchiaino di curcuma, mezzo cucchiaino di zafferano in pistilli, 500 g di pomodori maturi, 80 g di riso a chicco lungo, sale e pepe nero macinato al momento, 1 cucchiaio e mezzo di farina, 1 limone, 2 cucchiai di prezzemolo tritato, 2 cucchiai di coriandolo fresco tritato.

Procedimento:
Come prima cosa mettete in ammollo le lenticchie per un paio d’ore, quindi scolatele e dedicatevi alle altre verdure. Tritate finemente la cipolla, l’aglio e il sedano. Spellate i pomodori (se dovesse risultare difficile, incidete leggermente la pelle e sbollentateli per qualche minuto) e riduceteli in purea nel passaverdure. Se non trovate pomodori di stagione andrà bene anche un barattolo di polpa. In una pentola capiente scaldate il burro (noi abbiamo preferito l’olio evo) e unite le verdure tritate e la polpa di pomodoro. Stemperate lo zafferano in poca acqua calda e aggiungetela al sugo assieme al coriandolo e alla curcuma. Unite le lenticchie, un litro di acqua calda e lasciate cuocere per circa mezz’ora. Aggiungete, a questo punto il riso e aggiustate di sale e pepe. A cottura quasi ultimata del riso unite la farina che avrete stemperato in una tazzina d’acqua fredda e lasciate addensare qualche minuto. Spegnete la fiamma, completate col succo di mezzo limone e le erbe aromatiche e servite subito.

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Il trittico di Marilynne Robinson ha la grazia e la forza del capolavoro americano https://www.linkiesta.it/2021/10/marilynne-robinson-jack-trilogia-einaudi/ https://www.linkiesta.it/2021/10/marilynne-robinson-jack-trilogia-einaudi/#respond Mon, 18 Oct 2021 03:00:45 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=305652 Con i suoi libri (tra cui “Jack” uscito ora per Einaudi) la scrittrice vuole dar figura a un Mondo Nuovo, a un’America all’altezza degli ideali e delle cadute dei Padri Pellegrini. Nelle sue pagine non c’è il borotalco post-moderno dei rosei narratori atlantici, ovvero l’ironia di chi non crede più a nulla, di ogni cosa sa soltanto far parodia e tutto sa citare ma niente sa dire

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Uno dei vantaggi della narrativa nordamericana è l’essenzialità della dotazione (obbligatoria e sufficiente) del romanziere: la Bibbia di Re Giacomo, Shakespeare, Melville e Hawthorne, Poe e Twain e un paio di autori del Novecento, a gusto – poco importa, non sono obbligatori. È un vantaggio, per tutto.

Marilynne Robinson dà l’impressione di aver ridotto il numero a due: la Bibbia e Shakespeare, e di aver letto e meditato sulle “Confessioni” di Sant’Agostino avendo a fianco i testi di Karl Barth. (Naturalmente, ha letto invece tutti i classici europei e russi che le servivano, più Kierkegaard). L’impressione di un immaginario compreso di sostanza e ampio di visione che lascia il leggere i romanzi della Robinson è unica: è paragonabile soltanto a quella lasciata da Cormac McCarthy. 

Lo dico subito: “Jack”, la terza (“Lila” è altra cosa) tavola del trittico che va a comporre con “Gilead” e “Casa”, è un coronamento e la tavola centrale. Ha la forza e la grazia del capolavoro. Questo per una ragione: Jack Boughton, il protagonista eponimo, è un grande personaggio: entra di diritto nel pantheon dei grandi personaggi della letteratura. Punto. Jack l’oscuro è il motore silenzioso della narrazione e il fulcro, il perno attorno a cui ruotano i pensieri le parole le omissioni di Marilynne Robinson. Entra di sbieco (ma occupa subito la scena) in “Gilead”, è con la sorella Glory a dar vita ai dialoghi di pura bellezza in “Casa” (l’ho già scritto ma vale ripeterlo: il romanzo ne avrebbe guadagnato se letto dalla voce di Glory) e ora è protagonista assoluto di una storia che racchiude tutto il bene e il male del mondo.

Le prime ottantuno pagine sono memorabili. Jack si trova di notte nel cimitero di St. Louis, il Bellefontaine, «il magnifico cimitero» dei bianchi, e lì incontra Della, giovane donna nera di cui ha già riconosciuto la profonda bellezza. La giovane è rimasta chiusa dentro per distrazione. Jack si offre di starle vicino ma a debita distanza, in modo da proteggerla e non metterla a disagio; Della sceglie di discorrere con lui. («E non siamo nel paese dei vivi. Siamo spettri, fra gli spettri. Sarebbero invidiosi. Noi due qui fuori, nell’aria fragrante, che chiacchieriamo per il mero piacere di farlo»). Shakespeare nel Missouri segregazionista del 1956: il tempo e l’aria del trittico robinsoniano. Camminano a piedi nudi nel buio e ascoltano l’uno l’altra, si siedono vicini. Jack si fa beffe di sé e mette lei in guardia, dice del suo portare guai come di un fatto naturale («La mia è una reazione involontaria, chimica. Il contatto tra Jack Boughton e… l’aria. Sa, come il fosforo. Senza vera fiamma, ovviamente […] Un colore rosato di imbarazzo che avvolge qualsiasi cosa ordinaria. Non c’è verso di nasconderlo»), ironizza e incanta, un bardo dolente e arguto, affascinato. Il fatto è che Della tutto è meno che ordinaria, e lui lo sa bene. Ci sono già stati incontri seguiti a una galanteria di lui, con atti dettati dal sacro terrore della bellezza e un primo finale sconsolato – ma questo è solo accennato.

Jack Boughton è un uomo che ha scelto di stare discosto, in primis da chi gli vuole bene e lo aspetta, per via della sua tendenza a far danni, a cercare guai e colpe da scontare: un figliol prodigo recalcitrante che chiama il padre «il vecchio signore» e ama i versi del “Paradiso perduto” di Milton. Vive ai margini, si mantiene in vita grazie a piccoli furti e ai soldi che il fratello Teddy gli manda con regolarità. Frequenta la biblioteca, legge poesia, si interroga. È un anima forte che la Grazia non ha visitato. L’unico suo obiettivo è l’innocuità: non vuole fare del male. Non torna alla casa che lo aspetta per evitare di riconoscere il disprezzo negli occhi del padre: sa bene che il vecchio signore, uomo di fede e pastore, ne morirebbe.        

Della Miles, giovane donna nera figlia di un ministro del culto (come Jack), vescovo a Memphis, addirittura, e insegnante di liceo, è una figura della grazia e del valore. Sorride delle eleganti geremiadi di Jack, discorre con lui dell’“Amleto” e della vulnerabilità dell’anima, di poesia e gioia dei libri (lui gliene deve rendere due), del “Paterson” di William Carlos Williams, per Jack «davvero uno splendido libro» che lei dovrebbe leggere; dicono dei rispettivi padri lontani e tutt’altro che remoti, uno metodista e l’altro presbiteriano (Jack: «Parlano sempre come se il mondo fosse finito. Porgi l’altra guancia. Accogli lo sconosciuto. D’accordo. Poi dicono: Be’, però devi usare un po’ di buonsenso»); e avvolge Jack di una attenzione che ha l’aura della corrispondenza. Una lunga notte, e quella parola: quiete.

Sarà quell’accenno al «mondo come finito» ad accendere la scintilla. Immaginano di essere rimasti gli unici due abitanti dopo la fine del mondo, Della inventa una nuova etica americana («Con la fine del mondo, nulla avrebbe importanza tranne ciò a cui lei vorrebbe dare importanza») e così una nuova possibilità per Jack (gli uomini): «Niente più trascinarsi appresso tutte le cose di cui si pente. Il solo fatto di pentirsene le estinguerebbe […] Ecco, questa è una regola nuova»). La notte scorre e porta doni. Per Jack, il più bello: «Ed ecco là Della, in piedi al suo fianco come se nessuno dei due potesse essere altrove». Per entrambi la verità in quella parola che torna e dice tutto: quiete, isolata tra due punti fermi. L’offerta che la vita porta loro è quella più rara: fiducia e lealtà. Sapranno Jack e Della farla loro?   

Marilynne Robinson vuole dar figura a un Mondo Nuovo, a una America all’altezza degli ideali e delle cadute negli atti dei Padri Pellegrini. La sua Gilead di finzione e l’America che la circonda non sono quelle della iconografia passata a memoria e così storicizzata. L’impressione forte e costante è quella di un mondo nuovo: una terra di conflitti e di miserie, com’è dell’uomo, eppure abitata e percorsa da uomini e donne puri di cuore, e liberi. (La Corea non si dice e il Vietnam è lì da venire; e il 22 novembre 1963 è ancora lontano). Certo, la segregazione dei neri c’è e si sente, l’impossibilità di un uomo bianco e una donna nera di avere una relazione accettata anche, e ben presente a Jack e Della: non conta, alla Robinson interessano l’uomo e la donna, novelli Adamo e Eva che inventano un mondo dopo la fine. Jack e Della lo fanno attraverso la parola e gli atti e per via di consonanza.

Ascoltiamo (sì, non è un errore) Della: «Tutti abbiamo un’anima, giusto? […] È vero. Lo sappiamo, ma solo perché è un’abitudine crederlo, non perché sia davvero visibile ai nostri occhi perlopiù. Ma una volta nella vita, forse, guardi uno sconosciuto e vedi un’anima, una presenza gloriosa fuori posto nel mondo. E se ami Dio, ogni scelta è già fatta per te. Non hai modo di guardare dall’altra parte. Hai visto il mistero… hai visto l’essenza della vita. Il suo scopo. E un’anima non possiede qualità terrene, né una storia tra le cose di questo mondo, nessuna colpa o ferita o insuccesso. Esattamente come non l’avrebbe una fiamma. Non c’è nulla da dire in proposito eccetto che è un’anima umana sacra. Ed è un miracolo quando la riconosci». Si riferisce a Jack; è il Credo dei Mondo Nuovo.

Dove è la lingua della Robinson a celebrare un «matrimonio austero e solitario», come quello tra Jack e Della, tra le cose e le parole: è il suo servizio: è abito di verità e di pensiero. Il fraseggiare calmo e composto è la seconda naturalezza cui ogni scrittore ambisce e a cui pochi, pochissimi attingono. Naturale conseguenza della statura umana dei personaggi sono i dialoghi tra Jack e Della, tutti improntati alla parola e forma oggi più disattesa: serietà. La Robinson crede in ogni parola che scrive, così come Jack e Della in ogni parola che dicono. Fatto che non impedisce loro di sorridere e spesso di ridere. Non c’è l’ironia di chi non crede più a nulla e di ogni cosa sa soltanto far parodia, tutto sa citare e niente sa dire: ironia, il borotalco post-moderno dei rosei narratori atlantici. Non è più tempo di parodia e pastiche. Jack Boughton, il Nuovo Adamo americano, oberato di colpe e di inganni, mistero doloroso e glorioso insieme, è figura della serietà americana: come il Billy Parham e il John Grady Cole di Cormac McCarthy, e il padre di “La strada”.  

La trilogia di Marilynne Robinson vale la “Trilogia della frontiera” di Cormac McCarthy: sono entrambe figura in forma di parole dell’America. Sono trittici complementari. (Lo splendido “Housekeeping” è il “Meridiano di sangue” della Robinson – ma questa è un’altra storia, per una prossima volta). Tutto il resto è New York & Company: salotti Coen Brothers e merletti: la cugina ossigenata e rifatta dell’Europa.           

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E se la Conferenza sul futuro dell’Europa diventasse permanente? https://www.linkiesta.it/2021/10/e-se-la-conferenza-sul-futuro-delleuropa-diventasse-permanente/ https://www.linkiesta.it/2021/10/e-se-la-conferenza-sul-futuro-delleuropa-diventasse-permanente/#respond Mon, 18 Oct 2021 03:00:44 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=305735 Linkiesta ha seguito da vicino anche il quarto panel dei cittadini in cui si è discusso di politiche migratorie e il ruolo dell'Ue nel mondo. L’eurodeputato Guy Verhofstadt propone di organizzare questo evento ciclicamente: «Il successo non sarà dato dal numero dei contatti sulla piattaforma digitale, ma da quante idee della cittadinanza saranno accolte e implementate nelle policy dell’Ue»

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La Conferenza sul Futuro dell’Europa si avvicina al suo momento della verità: quello del confronto fra i cittadini “comuni” dei 27 Paesi membri e i rappresentanti politici eletti dell’Unione europea. Nel fine settimana si è svolto infatti il quarto dei Citizens’ Panel, da cui sono emersi gli ultimi 20 degli 80 delegati complessivi che rappresenteranno la cittadinanza alla sessione plenaria della Conferenza. Al Parlamento di Strasburgo era presente anche il deputato belga Guy Verhofstadt, uno dei presidenti del comitato della Conferenza, che ha spiegato perché questo momento potrebbe significare una svolta nella politica europea.

Un nuovo modo di fare politica
Secondo Verhofstadt, che ha risposto alle domande dei giornalisti mentre i cittadini discutevano nell’emiciclo, l’unicità della Conferenza sta nel coinvolgimento reale di persone comuni nel processo politico. Proprio per questo motivo, non è escluso che da evento straordinario, possa trasformarsi in un esercizio permanente, da ripetere con cadenza ciclica.

Certo i cittadini sono solo una parte, e nemmeno la più numerosa, dei componenti della sessione plenaria: insieme agli 80 delegati (tra cui 13 italiani), ci saranno infatti 108 parlamentari nazionali, 108 eurodeputati, tre commissari e 54 ministri o sottosegretari dei governi europei. Figure «intermedie» saranno 27 rappresentanti della cittadinanza scelti dai governi, 12 di autorità locali, 12 della società civile, 18 del Comitato economico e sociale europeo e 18 del Comitato europeo delle regioni. 

Le conclusioni che la Conferenza elaborerà nella primavera del 2022 dunque saranno già “mediate” dalle istituzioni e resta da vedere quanto e quale spazio sarà dato agli ambasciatori dei cittadini per far valere le proprie istanze (nella prossima sessione plenaria, a quanto è dato sapere, alcuni di loro esporranno una presentazione in power point). Non solo: nonostante Commissione, Consiglio e Parlamento europeo si siano formalmente impegnati a tenere in considerazione quanto emergerà dall’esercizio democratico, potranno farlo comunque solo attraverso i procedimenti legislativi ordinari.

L’elemento di rottura, tuttavia, potrebbe essere rappresentato da una pressione pubblica sulle istituzioni, tale da portare a passi rilevanti, come la modifica dei Trattati costitutivi dell’Unione europea. «L’attuale assetto istituzionale dell’Ue consente a un solo Paese membro di bloccare qualunque cosa», spiega Verhofstadt. «Ma sarà difficile per un singolo Paese, così come per ciascuno degli organi comunitari, opporsi a una determinata riforma se i cittadini sono palesemente a favore».

Per l’esponente liberale, convinto sostenitore del federalismo europeo, le riforme sono necessarie per rendere l’Unione europea all’altezza di uno scacchiere globale dominato da Stati grandi, potenti e risoluti nelle proprie decisioni. La sua lista è lunga: comincia da un Parlamento che abbia voce in capitolo sul bilancio dell’Unione (al momento non può stabilirne le dimensioni, ma solo concordarne la ripartizione), da una Commissione più snella senza la necessità di rappresentare ogni Stato con un commissario e dall’abolizione della votazione all’unanimità nelle decisioni del Consiglio.  

Questi elementi di governance potrebbero in effetti emergere dalla riflessione, magari non in maniera diretta, ma di riflesso: proponendo soluzioni per i problemi che sperimentano quotidianamente, può succedere che i cittadini percepiscano come un ostacolo gli attuali meccanismi comunitari. «Il successo della Conferenza non sarà dato dal numero dei contatti sulla piattaforma digitale, ma da quante idee della cittadinanza saranno accolte e implementate nelle policy dell’Unione europea», afferma Guy Verhofstadt. Un altro momento interessante della sessione plenaria saranno i cosiddetti caucus, cioè le riunioni delle famiglie politiche che si terranno alla vigilia della discussione nell’emiciclo. In questa occasione gli eurodeputati incontreranno parlamentari nazionali e ministri del loro stesso orientamento, dando vita a una discussione realmente transnazionale che dovrebbe, almeno nelle intenzioni, superare gli interessi nazionali.

Relazioni e migrazioni
Proprio le difficoltà decisionali dell’Unione sono state uno degli aspetti più discussi nell’ultimo incontro dei cittadini, dedicato ai due macrotemi «Ue nel mondo» e «migrazioni». Sia dagli interventi di diversi esperti in materia sia da quelli dei cittadini comuni è emersa la visione di una politica estera e migratoria poco efficace proprio perché non univoca. 

In particolare Federiga Bindi, professoressa di Scienze Politiche alla Fondazione Jean Monnet, ha espresso la convinzione che la mancanza di un’azione comune freni l’Ue nei suoi rapporti con il resto del mondo. «Guardando alla storia dell’Unione europea, in ogni ambito in cui si è passati dall’unanimità alla maggioranza qualificata è stato possibile avanzare». Per l’accademica, esperta di relazioni transatlantiche, la presidenza di Donald Trump e quella di Joe Biden sono particolarmente disinteressate all’Europa: è quindi il momento giusto per l’Unione di costruire la propria politica estera uscendo dall’ombrello degli Stati Uniti.

Non sono mancati momenti di disaccordo fra gli speaker, su questo tema come su quello delle migrazioni. L’argomento ha suscitato interesse e, com’era prevedibile, ha fatto emergere visioni differenti anche fra i cittadini che hanno preso la parola. Critico verso la gestione dell’Ue è stato Cristian Vitrani, soccorritore del 118 triestino che ben conosce quanto accade sul tratto finale della cosiddetta «rotta balcanica» dei flussi migratori verso l’Ue, ovvero il confine fra Italia e Slovenia. 

«Mi chiedo come mai non sia possibile istituire una polizia europea che possa applicare una sola legge in tutti i Paesi», dice a Linkiesta. Secondo la sua esperienza diretta, centinaia di cittadini stranieri, in prevalenza pakistani e afghani, attraversano la frontiera di nascosto in zone boschive, senza che gli agenti possano fermarli. Racconta di diversi interventi per assistere persone appena arrivate in Italia, a cui secondo le norme vigenti è ora obbligatorio fare un test anti-Covid19. Molti dei suoi concittadini, dice, vedono come una discriminazione questi tamponi gratuiti, quando loro sono costretti a pagare per eseguirli. «Io ovviamente penso come prima cosa alla salute di tutti, a prescindere dalla nazionalità. Però è indubbio che la gestione di queste persone costituisca un costo rilevante per la società».

«Dalla politica migratoria dell’Ue mi sembra che ci siano persone di serie A e persone di serie B», sostiene invece Francesco Indiveri, studente di giurisprudenza dell’Università di Napoli. Per lui sarebbe necessaria un’equa ripartizione degli sforzi dei Paesi membri nell’accoglienza di chi arriva nell’Unione e un approccio comune alla questione migratoria: un tema di cui si discute da tempo e che sembra lontano dal trovare una soluzione a livello comunitario. Chissà che risposte efficaci non possano arrivare proprio dai cittadini europei: servirà però anche che li ascoltino i loro rappresentanti nelle istituzioni.

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La missione di Draghi deve essere limitata all’emergenza? Appunto: ricandidatelo premier https://www.linkiesta.it/2021/10/draghi-premier-candidato-ridormisti-pd-letta-calenda/ https://www.linkiesta.it/2021/10/draghi-premier-candidato-ridormisti-pd-letta-calenda/#respond Mon, 18 Oct 2021 03:00:40 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=305724 La presenza di un capo del governo così solido è stata fondamentale durante la pandemia. Ma lo sarebbe ancora di più nelle fasi cruciali dell’attuazione del Pnrr, per poter costruire una nuova Italia più moderna, giusta ed efficiente

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I partiti di sinistra e riformisti hanno una carta formidabile per vincere le elezioni del 2023: proporre Mario Draghi come successore di se stesso a palazzo Chigi. Una proposta fortissima, che è sul tavolo.

Carlo Calenda ha indicato chiaramente l’obiettivo «di arrivare alla stessa coalizione che sostiene la Commissione europea, possibilmente con Draghi ancora presidente del Consiglio dopo il 2023». Le notizie qui sono due: l’auspicio di formare una “maggioranza Ursula” e quello di vedere ancora l’attuale premier a palazzo Chigi dopo le elezioni del 2023, con ciò escludendo la possibilità che vada al Quirinale.

In realtà l’idea era già stata espressa anche da esponenti di Italia viva come Luciano Nobili e del Pd come Andrea Marcucci. Addirittura a maggio Ivan Scalfarotto, al Foglio, aveva detto di sperare che Draghi restasse «presidente del Consiglio non solo fino al 2023 ma addirittura fino al 2028». Può darsi che diventi (vedremo alla Leopolda) anche la proposta di Matteo Renzi, chi lo sa.

La posizione di Enrico Letta sembra essere un’altra (tipo che il Pd dovrà raccogliere «il testimone» da Draghi come «Scholz dalla Merkel») ma non è escluso che evolva, mentre in particolare l’area di LibertàEguale ne ha fatto il centro della propria riflessione, con Enrico Morando che nella recente assemblea di Orvieto ha auspicato «un maturo centrosinistra che si concepisca e si promuova come interprete e continuatore dell’esperienza Draghi, vista come la coraggiosa apertura di un percorso, e non come una parentesi»: l’opposto dei desiderata di Goffredo Bettini che vorrebbe Draghi al Colle e elezioni subito tra un Nuovo Ulivo e la destra sovranista, due soggetti di un bipolarismo ancora scritto sulla sabbia.

La questione è questa: l’azione e la linea di Draghi costituiscono una parentesi o invece l’essenza di una fase nuova dello politica italiana? Bisogna proseguire su questa strada o tornare a un heri dicebamus imperniato sul precedente sistema che dinanzi alla prova difficilissima della pandemia e della crisi ha dato forfait? Una risposta ci sarà presto: eleggere Mario Draghi al Quirinale sarebbe inequivocabilmente il segno di questa seconda opzione, tanto più se fosse la premessa di nuove elezioni in una fase cruciale dell’attuazione del Piano di rinascita e resilienza.

Si dice che la missione di Draghi sia legata all’emergenza. Ma questa non è solo la progressiva e vincente aggressione al virus (che come dimostrano le recenti disfatte dei No Pass sta procedendo bene) ma è anche e soprattutto la costruzione, consentita dal Pnrr, di una nuova Italia più moderna, giusta ed efficiente. Sono due rami dello stesso albero, due obiettivi da cogliere insieme o insieme mancare. Ecco perché la continuità è essenziale e a ben poco servirebbero giochini di prestigio tipo un governo Franco in realtà diretto da Mario Draghi divenuto presidente della Repubblica, e meno che mai un rovescio politico che portasse Giorgia Meloni a palazzo Chigi.

Non si è ben capito se Letta veda se stesso, in quanto capo del Nuovo Ulivo, candidato a palazzo Chigi in nome di  un “draghismo senza Draghi”: una continuità che pur essendo sempre meglio di uno sviluppo massimalista (come vuole la sinistra Pd) o peggio neopopulista (come desidera Giuseppe Conte) sarebbe tuttavia debole perché privata dell’autorevolezza e della forza dell’attuale presidente del Consiglio.

Nel Pd potrebbe invece emergere una posizione che veda il partito mettersi al servizio della prosecuzione del draghismo “con gli stessi mezzi”, cioè proponendo Draghi alla guida dell’esecutivo pur senza essere il leader del centrosinistra ma in forza della sua superiorità tecnica e politica e semmai come sintesi dell’incontro tra Pd e riformisti di centro; tentando di far breccia nel centrodestra portando da questa parte anche Forza Italia e i vari centrismi che sono destinati a coagularsi in una sorta di “supercentro”. E dunque lasciando Matteo Salvini e Giorgia Meloni a farsi la guerra per la leadership dell’opposizione.

Cosa c’è di bizzarro in questa idea? Può darsi che il proporzionale sia indispensabile per consentirla: non è colpa del bipolarismo come teoria politica se la pandemia ha cambiato tutto mandando il vecchio ordine (che poi era disordine) gambe all’aria e se all’improvviso si è stagliata una figura clamorosamente più forte di quelle espresse dai partiti come quella di Mario Draghi. Di certo, proporne la conferma alla guida del governo è una carta ottima per i riformisti di tutti i tipi. Forse l’ultima.

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“Tech.Emotion” unisce innovazione e creatività per raccontare le eccellenze dell’Italia https://www.linkiesta.it/2021/10/tech-emotion-docuserie-sky-eccellenze-innovazione-creativita/ https://www.linkiesta.it/2021/10/tech-emotion-docuserie-sky-eccellenze-innovazione-creativita/#respond Mon, 18 Oct 2021 03:00:32 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=305405 La nuova docuserie ideata da Emotion Network sarà trasmessa stasera su Sky Arte (20.30) e mercoledì su Sky TG24 (21.30). La prima puntata avrà come protagonisti lo chef Massimo Bottura, la direttrice d’orchestra Beatrice Venezi e l’imprenditrice britannica Ruzwana Bashir

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Emozione, energia, futuro. «Sono parole chiave della mia vita». Lo dice Massimo Bottura mentre è in cucina a realizzare la sua arte. Lo chef patron di Osteria Francescana rappresenta un’eccellenza italiana, la cucina più famosa del mondo, ed è protagonista nella prima puntata di “Tech.Emotion – Empower Human Potential”, docuserie di Emotion Network e Facebook, che andrà in onda stasera su Sky Arte (ore 20:30) e mercoledì su Sky TG24 (ore 21:30), disponibile anche su Sky On Demand e in streaming su Now Tv.

Bottura è il volto di quell’Italia che ha un potenziale sconfinato, che può realizzare qualsiasi cosa. Da sempre mescola l’eccellenza nel suo mestiere con una voglia di raccontare e di raccontarsi diversa rispetto a tanti suoi predecessori, e con una capacità di sperimentare e raggiungere sempre nuovi obiettivi guardando al futuro.

In “Tech.Emotion” Bottura è affiancato dall’imprenditrice britannica Ruzwana Bashir – co-fondatrice e CEO di Peek.com – e dalla direttrice d’orchestra Beatrice Venezi: insieme, parlano di come mettere a sistema arte, cucina, territorio, musica, come valorizzare l’ospitalità del nostro Paese unendola all’innovazione creativa.

«La serie vuole legare l’innovazione alle emozioni, la tecnologia alla creatività, per far emergere tutte le potenzialità dell’Italia in diversi settori in cui eccelle», dice a Linkiesta Mattia Mor, deputato di Italia viva e co-fondatore di Emotion Network.

L’intero progetto, prodotto da Emotion Network e Lotus Production (Leone Film Group), nel corso delle sei puntate insiste sul binomio innovazione e cultura, in un viaggio tra le eccellenze dell’Italia al fianco di ospiti illustri, italiani ed internazionali. Il saper fare e la voglia di valorizzare l’eccellenza dell’ingegno italiano, all’insegna della sostenibilità, dell’inclusione e dell’umanesimo, sono il fil rouge che contraddistingue tutta la docuserie.

«Abbiamo scelto 27 protagonisti dell’imprenditoria, dello sport, della moda, della cultura, del design, della cucina, del mondo accademico che guideranno lo spettatore in un viaggio coinvolgente e carico di stimoli per il futuro. La nostra docuserie nasce dalla volontà di raccontare le eccellenze italiane per candidare il nostro Paese a guidare lo sviluppo di un ecosistema che unisca l’innovazione e la tecnologia con il potenziale umano e il valore delle sue emozioni», dice Mor.

“Tech.Emotion” è soprattutto un prodotto estremamente attuale, rappresentativo di un mondo che sta cambiando i suoi paradigmi. «Dopo trent’anni di globalizzazione», aggiunge Mor, «in cui le disuguaglianze sono aumentate, il cambiamento climatico è diventato un’emergenza climatica, e la pandemia è un campanello d’allarme sulla precarietà del nostro mondo, dobbiamo proporre un modello di capitalismo più umanistico. È il momento di rimettere l’uomo al centro dei processi di sviluppo, in un capitalismo più inclusivo, diversificato, rispettoso dell’ambiente».

Il progetto Emotion Network era nato poco prima della pandemia da un pool di imprenditori italiani e internazionali che si sono posti l’obiettivo di sbloccare il potenziale italiano, valorizzare l’immagine di un Paese che vanta la terza economia europea ma attrae ancora pochi investimenti esteri, soprattutto rispetto agli altri grandi Paesi del continente.

«Volevamo creare una grande conferenza-evento a Milano, simile a quelle che si fanno in giro per l’Europa. Un evento che avrebbe dovuto essere un grande momento di storytelling dell’Italia. Non solo raccontando storie di tecnologia e descrivendo il nostro settore dell’innovazione, ma unendo tutto questo alla dimensione culturale, emozionale, creativa», spiega Mor.

L’arrivo del Covid-19 a inizio 2020 ha scombinato i piani e costretto il team di Emotion Network a posticipare la prima edizione dell’evento a marzo 2022. Nel frattempo le forze sono state incanalate verso la produzione della docuserie, che ha un taglio cinematografico e una fotografia moderna, viva, brillante nella regia di Danilo Carlani e Alessio Dogana.

Le sei puntate, che saranno trasmesse ogni settimana, sono un ritratto di un dettaglio italiano, un viaggio emozionale sul territorio esplorando ogni volta alcuni dei più iconici successi nostrani – dal design alla manifattura, dalla cucina alla moda allo sport.

Tra i molti volti noti, durante la docuserie interverranno Alessandro Baricco, Massimo Bergami (dean della Bologna Business School), Brunello Cucinelli, Oscar Farinetti, Alec Ross (esperto di tecnologia, già consigliere del Dipartimento di Stato americano per l’Innovazione), Sheryl Sandberg (chief operating officer di Facebook), il velista Giovanni Soldini.

“Tech.Emotion” non è solo un prodotto chiuso, fatto e finito: è il primo step di un percorso che Emotion Network vuole portare avanti per far emergere, su scala internazionale, le potenzialità dell’Italia per attrarre investimenti in tecnologia e valorizzare così le capacità del nostro Paese.

Emotion Network – media company fondata a Milano da Mattia Mor, Karin Fischer, Gianluca D’Agostino, Massimo Redaelli, Claude Finckenberg, Thomas Schneider e Alec Ross – è una piattaforma globale di imprenditori e investitori appassionati all’esplorazione di modelli di innovazione tecnologica capaci di valorizzare l’essere umano e le sue emozioni per produrre sviluppo economico.

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Dalla formazione ai diritti, la responsabilità sociale delle agenzie per il lavoro https://www.linkiesta.it/2021/10/road-to-2030-ig-samsic-hr/ https://www.linkiesta.it/2021/10/road-to-2030-ig-samsic-hr/#respond Mon, 18 Oct 2021 03:00:32 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=305411 Il progetto di Csr “Road to 2030” di IG Samsic HR punta a costruire «un mondo del lavoro competente, produttivo, etico, innovativo». Stefano Magliole, marketing manager, spiega che l’obiettivo è favorire la conoscenza delle aziende nella gestione delle risorse umane per dare la possibilità a tutti di inserirsi e rimanere nel mercato

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Preoccuparsi del business, ma anche di tutto il resto. È questo il fulcro dei progetti Csr (Corporate Social Responsibility) di responsabilità sociale, che ormai stanno prendendo piede in tutte le imprese. Lo dimostra il IX rapporto sull’impegno sociale delle aziende in Italia, la statistica promossa dall’Osservatorio Socialis e realizzata dall’Istituto Ixè, che evidenzia come sia stato investito quasi un miliardo e ottocento milioni di euro nel 2019 in azioni di Csr da parte delle aziende.

Secondo il rapporto, l’attenzione maggiore è dedicata alle iniziative interne (66 per cento), seguita dalla formazione del personale, al 49 per cento, e da interventi dedicati al territorio vicino alla sede dell’impresa (47 per cento), mentre soltanto l’8 per cento si concentra sui Paesi esteri.

E oggi i progetti Csr fanno la differenza anche nel business: i consumatori, i lavoratori e gli stakeholder, quando scelgono un marchio o un’azienda, danno sempre più la priorità a chi fa scelte di responsabilità sociale, perché è convinzione ormai diffusa che anche le imprese siano responsabili di ciò che succede nella società. «È un nostro dovere nei confronti degli altri impegnarci attivamente. È una questione economica, sociale, ma anche ambientale», dichiara Stefano Magliole, marketing manager di IG Samsic HR, agenzia che ha messo a punto il progetto di Csr “Road to 2030”, con l’obiettivo di costruire non solo un mondo del lavoro competente, produttivo, innovativo, ma anche etico.

Il progetto
«Lo dice anche la nostra vision: “Costruiamo, giorno dopo giorno, un mondo del lavoro competente, produttivo, etico, innovativo”. Un motto nel quale noi crediamo in maniera assoluta», sottolinea Magliole. «Lo dicono le stesse parole. La competenza è un pilastro fondamentale nel mondo del lavoro, sia nella fase di acquisizione che nel mantenimento nel corso del tempo. La produttività è l’anima di ogni azienda che non deve però mettere in secondo piano anche l’eticità, visto che ogni impresa è fatta di persone, che hanno fragilità personali così come aspettative e bisogni. E poi c’è l’innovazione, un elemento importante per guardare sempre avanti».

Persino il verbo usato ha un suo valore. «Crediamo che anche “costruiamo” non sia messo lì per caso ma abbia un suo valore, perché è collegato a un lavoro costante che si porta avanti giorno dopo giorno», ricorda Magliole. A questo punto il quadro è chiaro: «Il progetto “Road to 2030” punta a valorizzare le conoscenze dell’azienda nel campo della gestione delle risorse umane, della formazione del personale e dell’analisi delle politiche attive del lavoro, dando la possibilità a tutti di entrare nel mondo del lavoro e di rimanerci».

Gli obiettivi e il Global Compact
Il progetto “Road to 2030” non è ovviamente fine a sé stesso, ma si pone nell’ambito di una strategia più ampia. «Abbiamo cercato di coniugare i nostri obiettivi con quelli del Global Compact delle Nazioni Unite», evidenzia Magliole. L’iniziativa dell’Onu ha uno scopo importante: promuovere un’economia globale sostenibile che sia allo stesso tempo rispettosa dei diritti umani e del lavoro, salvaguardi l’ambiente e combatta la corruzione.

I princìpi di IG Samsic HR si ritrovano nei propositi numero 4, 8, 9 e 10 del Global Compact, che evidenziano come le imprese debbano vietare il lavoro obbligatorio e forzato, incentivare la responsabilità ambientale, adottare tecnologie che aiutino l’ambiente e utilizzare un approccio etico, che eviti la corruzione. «Questi punti rispecchiano perfettamente i princìpi della nostra vision, cioè competenza, produttività, eticità e innovazione», rimarca il marketing manager di IG Samsic HR. Il programma è ancora in fase embrionale ma nel 2022 entrerà finalmente nel vivo. «Inizieremo con i progetti locali per il primo triennio, poi ci saranno quelli nazionali e infine quelli globali. Il cambio di prospettiva non cambierà però i nostri obiettivi».

Dal punto di vista di IG Samsic HR, infatti, è possibile unire la responsabilità sociale con il proprio modello di business. «Spesso le aziende manifestano la volontà di assumere personale con determinate caratteristiche nel corso dei successivi dodici mesi oppure nei due, tre, cinque anni che seguono, ma ci siamo resi conto che le persone, anche a causa della pandemia, spesso non riescono ad accedere al mondo del lavoro. A volte è una questione di competenze che mancano e per questo organizziamo corsi di formazione del personale, ma serve anche una regia governativa», spiega il manager.

E qui risiede il ruolo cruciale di un attore come IG Samsic HR: «Cerchiamo di aiutare tutti a formarsi e a inserirsi nel mondo del lavoro. Organizziamo corsi di formazione, sosteniamo anche chi ha bisogno di essere affiancato, come le persone con disabilità, e cerchiamo di favorire la sinergia tra i lavoratori, in modo tale da mantenere sempre alta la produttività».

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