Linkiesta.it https://www.linkiesta.it News Linkiesta.it Mon, 03 Aug 2020 08:59:59 +0000 it-IT hourly 1 https://i2.wp.com/www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2020/04/cropped-linkiestalogosquare3x.png?fit=32%2C32&ssl=1 Linkiesta.it https://www.linkiesta.it 32 32 174743883 La disconnessione che ci vuole, la nuova cig e il tavolo sui rider https://www.linkiesta.it/2020/08/newsletter-corona-economy-3-agosto/ https://www.linkiesta.it/2020/08/newsletter-corona-economy-3-agosto/#respond Mon, 03 Aug 2020 08:02:44 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=202473 Nell’edizione di questa settimana della newsletter: i consigli della Harvard Business Review sulla necessità di non lavorare mentre si è in vacanza, il decreto d’agosto in arrivo, i negoziati ancora aperti tra Aspi e Cdp, le politiche attive nel caos e il nuovo osservatorio de Linkiesta e The Adecco Group

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BUONA DISCONNESSIONE
In Senato c’è un disegno di legge depositato a fine maggio, che ha come oggetto la delega al governo per il «riordino della disciplina in materia di lavoro agile e l’introduzione del diritto alla disconnessione». Questo testo, ha detto la ministra Nunzia Catalfo, potrebbe costituire la base per avviare l’iter legislativo e arrivare a una regolamentazione sullo smart working. La legge attuale rinvia all’accordo tra lavoratore e datore di lavoro tutte le modalità, compreso il diritto di disconnessione, ma con la pandemia l’accordo è saltato per accelerare i tempi. E addio pure alla disconnessione.

Pionieri La prima intesa sullo smart working post lockdown è stata quella firmata da Fincantieri e sindacati il 17 luglio scorso. A partire dall’autunno, ne potranno usufruire 1.950 lavoratori una volta a settimana. Nel testo si fa specifico riferimento proprio al diritto alla disconnessione fuori dall’orario di lavoro. «Un punto importante», dicono i sindacati, «perché durante il lockdown i capi chiamavano a qualsiasi ora».

Fuori orario Secondo un report pubblicato dal Servizio Ricerca del Parlamento europeo, sempre più manager contattano abitualmente i dipendenti durante il fine settimana, le ferie o la sera dopo cena. E il lavoro fuori orario è aumentato durante la pandemia. Tanto che qualcuno ha finito per sovrapporre pure vacanze e lavoro, con la diffusione della cosiddetta “workation”: il 23,6% di chi è in smart working parte per le vacanze, ma continua a produrre come se stesse in ufficio.

Senza notifiche Sbagliatissimo, dicono dalla Harvard Business Review: “Don’t Work on Vacation. Seriously”. La flessibilità negli orari può aumentare la produttività, ma i dati dicono che se tiriamo la corda succede il contrario: perdiamo la motivazione. Lavorare sempre crea conflitti tra il perseguimento degli obiettivi personali e quelli professionali, portando ad amare di meno il nostro lavoro. Per chi va in ferie, ecco i consigli degli psicologi (per capi e dipendenti): disattivare le notifiche e imparare a delegare.

 

PAZIENTE ITALIANO
Manovre d’agosto Dopo l’approvazione dello scostamento di bilancio da 25 miliardi, dovrebbe arrivare entro la settimana il decreto agosto. È circolata una prima bozza con la proroga del blocco dei licenziamenti al 31 dicembre 2020 e della cig Covid per altre nove settimane, ma con un meccanismo selettivo. Previsti anche la decontribuzione sulle nuove assunzioni a tempo indeterminato e per chi fa rientrare i lavoratori dalla cig, la deroga alle causali al decreto dignità fino a fine 2020, la proroga della Naspi, le indennità per gli stagionali del turismo e dello spettacolo.

I furbetti della cassa Secondo la bozza, le ulteriori settimane saranno autorizzate solo per chi ha già usufruito dei periodi previsti, pagando il 9% della retribuzione del lavoratore. L’importo sale al 18% per chi ha avuto un calo di fatturato inferiore al 20%. Un meccanismo a cui il governo ha pensato dopo che è venuto fuori che oltre un quarto delle ore di cassa (il 28%) è stato usato da imprese che non hanno subito alcuna riduzione di fatturato. Ma nel governo non c’è ancora l’accordo né sul meccanismo per la cig né sul blocco dei licenziamenti.

I conti di Tridico La valanga di cassa integrazione e altri sussidi anti-Covid, intanto, rischia di azzerare o quasi il patrimonio dell’Inps. Con oltre 35,7 miliardi, il bilancio dell’istituto torna in profondo rosso. Ma i conti del 2019, assicurano, permettono di reggere l’impatto della pandemia.

Ancora in smart Con il prolungamento dello stato d’emergenza fino al 15 ottobre, si prolungherà anche lo smart working con procedura semplificata, cioè senza la necessità di un accordo tra azienda e dipendenti.

Pronti per ottobre? Nella prima riunione del Ciae, Comitato interministeriale affari europei – che avrà la regia sui progetti del Recovery Fund europeo – Conte ha detto che bisogna fare presto e che si lavorerà anche ad agosto per presentare i piani entro il 15 ottobre in modo da avere già l’anticipo del 10%. E ha messo a disposizione dei ministeri una task force di tecnici per la stesura dei progetti in linea con le richieste della Commissione. E il Mes? Nella risoluzione di maggioranza approvata sul Pnr, si è vista una inaspettata apertura, non gradita da tutti.

 

DOSSIER BOLLENTI
Il nuovo ponte La scadenza “politica” del 3 agosto, data di inaugurazione del nuovo ponte di Genova, non sarà rispettata: Autostrade è ancora detenuta all’88% da Atlantia, a cui oggi verrà riconsegnato il viadotto dopo la gestione commissariale. In settimana dovrebbe arrivare la firma del memorandum con Cassa depositi e prestiti, dopo i consigli di Aspi, Cdp e Atlantia.

Mayday Per ottenere il via libera agli aiuti di Stato di 3 miliardi per la newco di Alitalia bisogna convincere Bruxelles della discontinuità rispetto al passato. Il dossier che verrà presentato ai commissari europei prevede 7-7.500 dipendenti. Gli esuberi, circa 2-2.500, resterebbero nella bad company, pagati sempre dallo Stato attraverso gli ammortizzatori sociali, ma a disposizione di altre società come Ferrovie dello Stato.

L’acciaio può aspettare Slitta a fine settembre il dossier Ilva, guarda caso dopo le elezioni regionali in Puglia. I negoziati tra Mittal e governo riprenderanno dopo i risultati della “due diligence” sulla società. Poi si deciderà la quota di Invitalia. Intanto, oggi parte a Taranto una nuova tranche di cassa integrazione ordinaria di 13 settimane per un massimo di 8.150 addetti. Mentre l’Inps, in seguito all’esposto della Fiom, ha avviato un’ispezione sulla gestione della cassa Covid da parte di Mittal.

 

POLITICHE ATTIVE
Anpal in tilt Il 30 luglio in Commissione Lavoro alla Camera sono volate accuse reciproche tra la dg di Anpal Paola Nicastro e il presidente Mimmo Parisi (qui il racconto). Nello stesso giorno in cui l’Istat ha certificato la perdita di 600mila posti di lavoro da febbraio, è stata chiara a tutti una cosa: l’Agenzia nazionale delle politiche attive, che ai disoccupati dovrebbe trovare un lavoro, è in pieno caos istituzionale.

Cominardi e la realtà Nonostante il deputato Cinque Stelle Claudio Cominardi celebri sui social i dati forniti da Parisi, senza citare fonti, sui 196mila posti di lavoro trovati dai navigator ai percettori del reddito di cittadinanza, la realtà sembra più complessa. I titolari del reddito presi in carico dai centri per l’impiego sono disoccupati demotivati e con percezioni errate sulla loro situazione, racconta Lavoce.info. E i navigator non sono preparati a rispondere alle loro esigenze.

 

LAVORO IN QUARANTENA
Tutti a casa I dipendenti di Google potranno lavorare da casa per l’emergenza coronavirus fino a luglio del 2021. Mark Zuckerberg, invece, ha detto che non si sa quando finirà lo smart working per i lavoratori di Facebook.

E chi ha figli? Repubblica Tv ha realizzato un video reportage dallo “Smart Courtyard” di Vimercate, il primo spazio dove i genitori possono andare a lavorare in smart working affidando i figli alle educatrici.

Senza ferie La proposta lanciata a metà giugno da Confindustria di tenere aperte le fabbriche per recuperare il tempo perso con il lockdown ha raccolto parecchi consensi. Dall’automotive all’alimentare, sono molte le realtà che hanno stretto accordi con i dipendenti per posticipare le ferie e non fermare la produzione. Qui i racconti.

Gig contratti Dopo mesi di scioperi e indagini, oggi al ministero del Lavoro è fissato l’incontro sui rider con i sindacati e le rappresentanze autonome del settore. La ministra Catalfo punta a un contratto collettivo per i fattorini. Elisa Pagliarani, general manager di Glovo Italia, ha detto a L’Economia del Corriere: “Siamo pronti”.

 

IL LAVORO CHE VERRÀ Avremo ancora una scrivania? Quali competenze serviranno? E come andrà regolamentato lo smart working? Linkiesta e The Adecco Group hanno lanciato un nuovo osservatorio sul mondo del lavoro e delle imprese per orientarsi nell’era post Covid-19. Un contenitore aggiornato con le novità del mercato, per ridisegnare le mappe del lavoro e delle competenze dopo lo stravolgimento della pandemia. «Serve un progetto di lavoro per il futuro», dice Andrea Malacrida, country manager Italia del Gruppo Adecco.

Corona Economy va in vacanza!

“Buona disconnessione”, ci ritroviamo a fine agosto,

Lidia Baratta

 

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Giornata Internazionale delle Cucine Italiane https://www.linkiesta.it/2020/08/giornata-internazionale-delle-cucine-italiane/ https://www.linkiesta.it/2020/08/giornata-internazionale-delle-cucine-italiane/#respond Mon, 03 Aug 2020 05:56:30 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=196776 Con i “Cappelletti all'uso di Romagna” domani si celebra in tutto il mondo la tredicesima edizione della IDIC, International Day of Italian Cuisines. Per partecipare attivamente bisogna impastare e produrre la pasta ripiena con la ricetta della tradizione. Oppure ordinarla al ristorante

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In principio furono gli Spaghetti alla Carbonara, era il 2008 e la felice intuizione di Rosario Scarpato di dedicare una Giornata ai piatti della tradizione italiana fu un successo immediato e fragoroso. I media di tutto il mondo ne parlarono, migliaia di ristoranti parteciparono e, conseguenza sorprendente, l’esportazione di guanciale subì un’impennata: nella buona parte dei ristoranti che proposero il piatto, durante la giornata celebrativa, i clienti pretesero che la carbonara, come non l’avevano mai mangiata, restasse in carta per sempre. Destino che, negli anni, vantarono un po’ tutti i piatti proposti.

Ecco, in sintesi, l’obiettivo dichiarato di celebrare, una volta l’anno, la “Giornata Internazionale delle Cucine Italiane” giunta quest’anno alla tredicesima edizione e in programma il prossimo 4 agosto con la proposta di un piatto antico: i “Cappelletti all’uso di Romagna”.

L’idea originaria è semplice e prende spunto da alcuni presupposti.

Il proponente, anzitutto, il network itchefs-GVCI (Gruppo Virtuale Cuochi Italiani), di cui abbiamo già accennato qui, che, nell’organizzazione di questa giornata coinvolge, in prima istanza, proprio i moltissimi ristoranti italiani all’estero gestiti da cuochi italiani espatriati. Questi ristoranti, però, non sono tutti uguali, anzi, la maggioranza di essi, lo sappiamo, purtroppo, propone una cucina molto lontana da quella originale. Tra loro, gli aderenti al GVCI, per l’appunto, nel comporre il loro menu, cercano, invece, di attenersi, rigorosamente, alle ricette tradizionali nel rispetto dell’autenticità di composizione e uso dei prodotti.

Altro presupposto la scelta dei piatti, perché, come ben sappiamo, la varietà territoriale delle ricette nel nostro Paese è immensa, infatti la Giornata si definisce delle Cucine Italiane, in quanto ogni piatto racconta una regione, perfino, a volte, una città, ed è un patrimonio unico, inestimabile.

Tradizionale e autentico non significano che la creatività tutta italica non sia considerata.

Così, negli anni protagonisti della giornata sono stati, tra gli altri, il pesto alla genovese, le tagliatelle al ragù bolognese, il risotto alla milanese, ma anche il tiramisù e la pizza. Negli ultimi due anni, invece, la giornata è stata dedicata a piatti d’autore e identitari: rispettivamente a una ricetta del compianto Maestro Gualtiero Marchesi (Insieme Armonico) e al piatto preferito da Leonardo da Vinci (La zuppa di ceci), in occasione delle celebrazioni del 500mo anniversario.

Venendo alla tredicesima edizione, la scelta del piatto ha un significato che va ad aggiungersi ai concetti già espressi nei 12 anni precedenti, infatti, quest’anno, ricorrendo il 200° anniversario della nascita di Pellegrino Artusi, la ricetta scelta “Cappelletti all’uso di Romagna” è tratta dal best seller del grande autore “Scienza in cucina e l’Arte di Mangiare bene”, il libro «che ha fatto per l’unificazione nazionale più di quanto non siano riusciti a fare i Promessi Sposi», come scrisse il grande antropologo Piero Camporesi.

Da qui anche il gemellaggio con l’istituzione dedicata ad Artusi (la giornata è organizzata in collaborazione con Casa Artusi), il quale, ritenuto il nume tutelare della cucina italiana di casa, per proprietà transitiva lo è anche della cucina italiana nel mondo. Quale cucina, infatti, portarono gli emigranti italiani con loro se non quella di casa? Proprio quella cucina “regionale” che Artusi aveva recuperato nella sua ‘Scienza’ fatta di tortellini alla bolognese, anolini alla parmigiana, tagliatelle all’uso di Romagna, risotto alla milanese, maccheroni alla napoletana, ravioli alla genovese, polpette e tanti altri piatti simili che poi riempirono i menu dei ristoranti italiani di tutto il mondo.
Ma l’edizione della giornata IDIC (International Day of Italian Cuisines) di quest’anno è speciale anche perché cade nel momento in cui la ristorazione italiana mondiale sta cercando di uscire dalla sua più grave crisi di tutti i tempi. Per i ristoranti italiani autentici nel mondo e per i cuochi di cucina italiana, l’adesione alla Giornata diventa così una occasione unica per riaffermare la loro identità.

In conclusione è fondamentale, dunque, che anche i ristoranti di casa nostra come già per tutte le passate edizioni, partecipino numerosi, anche per stuzzicare la numerosa clientela straniera ad avere un motivo in più in questa estate per trascorrere le vacanze in Italia.

Ristoratori e cuochi possono unirsi alla IDIC 2020 inserendo nel loro menu, il 4 agosto, i “Cappelletti all’Uso di Romagna” secondo la ricetta di Pellegrino Artusi.

Per aderire si può compilare un modulo online o inviare una email a forum@italiancuisine.world

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Goffredo Bettini vuole un Pd che viaggi verso un altrove che non c’è https://www.linkiesta.it/2020/08/goffredo-bettini-pd/ https://www.linkiesta.it/2020/08/goffredo-bettini-pd/#respond Mon, 03 Aug 2020 04:00:50 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=202096 Quello che ormai si è capito essere il vero capo dei dem dice che i grillini sono populisti buoni, addomesticati per merito del partito, e perciò l’integrazione con loro viene naturale, ma solo per superarli. Provi a spiegarlo a Gori, Bonaccini, Sala, Nardella, solo per fare qualche nome

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Forse ha ragione Goffredo Bettini quando protesta di non essere l’ideologo di Nicola Zingaretti. Il legame è diverso, è più di appartenenza, di clan, che di condizionamento delle idee. C’è una “romanità” di fondo che costruisce quasi un filo conduttore. Altrimenti non si spiegherebbe l’intensità di un rapporto che riguarda anche altri: Walter Veltroni, naturalmente, ma personalità molto diverse come Francesco Rutelli e Paolo Gentiloni.

Ma, ideologo o no, qualcosa vorrà pur dire se Mario Lavia critica Zingaretti per subordinazione ai 5Stelle, e risponde Goffredo Bettini. Da solo, conta più dell’intera segreteria. Bisognerebbe  però informare anche i militanti, che conoscono Zingaretti ma poco sanno di Bettini. Se infatti l’assemblea nazionale vota all’unanimità la fine degli aiuti alla Guardia Costiera libica e poi il Governo del PD riconferma gli aiuti, a qualcuno bisognerebbe indicare chi ha deciso il voltafaccia. 

Bettini non è mai alla ribalta ma è la storia del PD. Se «trova il tempo» di rispondere a un «giovane intelligente» dobbiamo essergli grati, perchè lui è un «pragmatico», non si perde in fumisterie e ogni giorno deve cercare di far contenti (o ingannare?) dei giovani un pò meno intelligenti ma che hanno bisogno di una guida migliore di quella di un Vito Crimi qualunque. Tenere le briglia di due partiti contemporaneamente, viaggiando tra Roma e Bangkok, non è cosa da poco.

Matteo Renzi avrà anche superato il 40 per cento, ma Bettini ha costruito il 33 per cento della sconfitta di Veltroni e le sorti sarebbero poi state felicemente progressive se non ci fosse stato l’impaccio Renzi, voluto, pragmaticamente beninteso, dalla grande maggioranza del popolo PD ma poi diventato “antipatico” a causa di un Governo che non è stato certo il “migliore” della Repubblica… quello è semmai è stato l’Ulivo di Prodi, con 6 partiti in coalizione e l’appoggio di altri 8, e con un programma omnibus di 400 pagine definito Torre di Babele.

È’ un errore di supponenza che in questi anni hanno fatto in tanti: ai tempi di Berlusconi, molti  pensavano di guidargli la mano, visto che il cavaliere era un parvenu e non capiva di politica. Fece poi sempre di testa sua.

Per Bettini sono comunque i populisti buoni, addirittura “sociali”, e secondo lui oggi sono molto cambiati, non semplicemente perché sopravvissuti alla disfatta delle mancate elezioni dell’autunno 2019, ma per l’iniziativa del nuovo PD: paziente, lungimirante, paternalista, pedagogica. Bettiniana, appunto.

Giovani che poco alla volta si adegueranno, daranno una mano al nuovo sistema basato su un PD a 6 stelle (5+1), alleato esternamente con un partito del 10 per cento di cui Bettini vuole essere  suggeritore: riformista, moderato, e liberale, confessando per nulla freudianamente che tale non sia il PD che ha in testa.

Come acutamente analizzato da Claudia Mancina nel mettere a nudo la precarietà del sistema di alleanze auspicato da Bettini, quello che non si capisce è come possa crearsi per il PD una maggioranza proporzionale quando i 5Stelle saranno diventati la metà della metà di oggi. Perchè così finirà e in politica, si sa, 5 + 1 non fa 6, ma più spesso 4.

Tutto impegnato nell’utilizzo strumentale dei grillini, Bettini non solo trascura, ma proprio nega la possibilità che il PD possa allargarsi dall’interno risolvendo in chiave di socialismo liberale il trentennale vuoto successivo alla fine del PCI, e cioè appunto la costruzione di una forza riformista di sinistra liberale. Perché non è vero che il partito è stato costruito su due sole anime. Piccola all’inizio ma spazio di espansione nel 40 per cento renziano, c’è sempre stata una forza laica, europeista, modernamente riformatrice che potrebbe star benissimo all’interno del maggior partito della sinistra.

Dove lo schema di Bettini è dunque vecchio, sostanzialmente rinunciatario, è quando ricorre al vecchio modello DS e tiene a considerare non distante ma certamente distinto (alleabile ma diverso) il ruolo della sinistra liberale.

Servono liberali, ma come li vuole lui, che pure sul liberalismo è forse rimasto alle dispense delle Frattocchie.  Introduce addirittura un unicum ideologico: la categoria dei liberali non massimalisti, in perfetta simmetria con il nuovo responsabile economico PD, Emanuele Felice, l’inventore del riformismo come male minore, o meno peggio. Roba che dunque non è più di moda in casa PD. Il lavoro sporco del riformismo liberale lo facciano altri, stando ben dentro il recinto del 10 per cento. 

Cosa resti al futuro PD dopo tutte queste distinzioni è difficile capirlo: c’è solo un altrove non meglio definito.  Impegnato a dare strategicità al governo, Bettini rischia di non darne al PD. Pragmatico certo, non più a vocazione maggioritaria, un pò nostalgico della vecchia sinistra, non troppo riformista altrimenti il responsabile economia Emanuele Felice si arrabbia, non troppo liberale perché è roba per un Luigi Marattin. E soprattutto senza Renzi, Carlo Calenda ed Emma Bonino. Non sia mai.

Un conto è insegnare ai 5Stelle come devono comportarsi in società. Per sopravvivere sono disponibili a fare di tutto. Vedi Luigi Di Maio che spiega, a chi è europeista dai tempi di Ventotene, l’importanza dell’Europa, o difende le ragioni dell’impresa e chiama imprenditori gli ex prenditori. Bibbiano? Chi era costui?.

Aria nuova, utile per mettere in un angolo Casaleggio junior e la sua patetica richiesta di non andar al di là del secondo mandato.

Un po’ più difficile esercitare la stessa supponenza pedagogica con i riformisti che per fortuna sono rimasti nel PD. Come la racconti a Giorgio Gori, Stefano Bonaccini, Beppe Sala, Dario Nardella per citare solo gli amministratori?

Ma Bettini ha l’asso nella manica: l’avvocato del popolo Giuseppe Conte.

La definizione di leader dei progressisti non era una voce fuggita dal seno di un ventriloquo.

Una volta finita la parabola pentastellata, il PD di Bettini ha pronta la soluzione: l’invenzione di Alfonso Bonafede avrà una terza vita, dopo aver deliziato l’estremismo leghista e poi il popolo dei dpcm. Un po’ come l’anatra laccata alla pechinese, in cui la parte più importante non è la carne ma la pelle. La carne si può anche buttar via e il buongustaio si occupa della pelle.  

Bettini ama l’Oriente, e quando i 5Stelle non serviranno più, si terrà Conte. Al posto di Zingaretti?

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Vuoi un panettone? Adotta un pistacchio! https://www.linkiesta.it/2020/08/crowdfunding-pistacchio-panettone-sicilia/ https://www.linkiesta.it/2020/08/crowdfunding-pistacchio-panettone-sicilia/#respond Mon, 03 Aug 2020 04:00:49 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=202271 Con il progetto Fustuq la pasticceria Bonfissuto vuole ricostruire un antico pistacchieto siciliano, che sarà la riserva d’oro verde per i suoi panettoni. Per farlo, parte una campagna di crowdfunding internazionale

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Si chiama Fustuq il progetto di crowdfunding che lanciano i due giovani fratelli della Pasticceria Bonfissuto di Canicattì (Ag), Vincenzo e Giuliano Bonfissuto. Nel cuore della Sicilia meno conosciuta hanno trovato delle piante di pistacchio di una specie autoctona in stato di semi abbandono che vogliono riportare alla vita per creare il primo pistaccchieto della zona, a km zero rispetto al laboratorio di produzione, 800 mq in aperta campagna, immersi tra vigneti e mandorleti.

Attraverso il crowfunding sulla piattaforma internazionale Kickstarter iniziata il 1 agosto, si vuole raggiungere l’obiettivo di impiantare le prime 70 piante di pistacchio. Tutti i frutti serviranno per rendere ancora più particolare il panettone al pistacchio della pasticceria, che diventerebbe a chilometro zero. Oltre 10 le modalità per sostenere il progetto: dalla semplice donazione libera, a un minimo di 30 euro per ricevere a casa (e in tutto il mondo) il loro lievitato al pistacchio fino a 1000 euro per adottare un massimo di 70 piante di pistacchio (che riporterà una targhetta con il nome del donatore per ogni albero), un omaggio di 12 panettoni e un’esclusiva giornata di experience in azienda comprensiva di pernottamento e degustazioni e pasti tipici insieme ai fratelli Bonfissuto.

I “coltivatori virtuali” dei 70 pistacchi potranno assistere a distanza all’impianto del loro albero, con la possibilità di attribuirgli un nome, verrà data nel tempo testimonianza della crescita, della fioritura, del raccolto di ogni singolo pistacchio e infine della sua trasformazione ed utilizzo. Contribuendo al progetto si darà la possibilità di riscoprire una specie autoctona di pistacchio e il legame tra la terra, la Sicilia e i suoi prodotti genuini.

Il nome del progetto riprende un termine arabo e che in seguito è stato assimilato dal dialetto siciliano: “fastuca”, parola che indica proprio l’oro verde, il pistacchio.

«Il laboratorio dove ci siamo recentemente spostati per ragioni di spazio è un terreno collinoso e calcareo che intorno agli anni Venti del Novecento chiamavano “la fastuchera di contrada giuliano” zona vocata per la coltivazione di pistacchio oggi quasi persa» raccontano i fratelli Bonfissuto. «Probabilmente una coltivazione che è stata abbandonata nel tempo perché meno produttiva e con più difficile manutenzione dell’uva da tavola coltivata in queste zone. Stiamo rischiando di perdere un patrimonio culturale e agroalimentare unico di queste zone. Con il patrocinio dei comuni di Delia, Canicattì e Naro vogliamo portare l’eleganza della Sicilia nel mondo, dando anche uno sprone a tutti i giovani imprenditori siciliani di non abbattersi, nonostante le evidenti difficoltà dovute al Covid19» racconta Vincenzo Bonfissuto. «Per questo abbiamo optato per una piattaforma di crowdfunding che coinvolga tutto il mondo, dato che i nostri prodotti vengono esportati in tutto il globo. Il nostro augurio è che possano essere ambasciatori di quella Sicilia autentica che vogliamo far conoscere proprio ora che il turismo internazionale è sostanzialmente fermo».

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L’album con cui Brian Eno e David Byrne spinsero avanti la musica https://www.linkiesta.it/2020/08/my-life-in-the-bush-of-ghosts-eno-byrne-massarini-mister-fantasy/ https://www.linkiesta.it/2020/08/my-life-in-the-bush-of-ghosts-eno-byrne-massarini-mister-fantasy/#respond Mon, 03 Aug 2020 04:00:47 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=202346 Forse il giudizio è abusato, ma nel 1981 i due musicisti hanno dato vita a uno di quei dischi senza i quali il rock e tutto il resto non sarebbero andati nella stessa direzione

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Uno dei dischi più avventurosi, sperimentali, ma anche influenti, della storia. È un viaggio sonoro, per i tempi, da fantascienza. Ai comandi, David Byrne e Brian Eno, che dei Talking Heads è in quel momento il produttore: dopo aver abbellito i Roxy Music di soluzioni stravaganti e fascinose, Eno ha intrapreso un percorso di purezza sonora in quell’area che verrà denominata “ambient”, e ha collaborato con Jon Hassel in un album, “4th world/Possible Musics”, altro lavoro pionieristico nella fusione fra etnico e jazz/musica d’avanguardia. 

Con Byrne sta lavorando già da due anni sugli Heads spostando la direzione da una new wave intelligente e obliqua verso obiettivi molto più visionari. “Fear Of Music”, “I Zimbra” in particolare, è il primo, geniale, passo verso la fusione di Occidente e Africa. Il prodotto definitivo verrà alla luce un anno dopo, nel 1980, con Remain In Light. Questo album nasce lì in mezzo.

Alcune delle idee che daranno forma al progetto sono già nell’aria da anni: la Musique Concrete, un’invenzione di Pierre Shaeffer a Parigi nel primo dopoguerra (registrare e risuonare rumori d’ambiente, industriali, in loop), i pattern ritmici ripetitivi, atti a creare uno stato di trance (James Brown, Sly Stone, il Miles Davis di On The Corner). Ci sono i lavori fatti di frammenti sonori mischiati al silenzio di John Cage, e l’idea di Stockhausen di creare una musica con parti provenienti da tutto il mondo, un’anticipazione di un sound globale, meticcio. 

Poi, c’è un crescente interesse, quasi un’ossessione, per l’Africa: due libri, uno di musica (“African Rythm” and “African Sensibility”, di John Chernoff) e l’altro di arte africana sono fra le loro letture del momento, insieme ai dischi di Fela Kuti (praticamente l’unica musica africana disponibile negli anni 70), ma in verità ascoltano dischi da tutto il mondo, dal Brasile di Milton Nascimento ai dischi di canti popolari, tribali e primordiali del terzo mondo. In pratica, una versione ammodernata e globalizzata dei field recordings che avevano dato voce discografica al primo blues.

Non a caso, il titolo viene dal romanzo omonimo di uno scrittore nigeriano, Amos Tutuola, che nel 1952 pubblica questa storia stregata di un ragazzo che si trova a vivere in una sorta di mondo parallelo, un po’ alla Alice, se non fosse che gli abitanti sono bizzarri e spaventosi ghosts (fantasmi, spiriti). Il titolo non viene appiccicato all’album successivamente, ma arriva durante la lavorazione e diventa il significato, e anche la bussola, di questo strano mix di ingredienti che i due stanno cucinando nel pentolone sciamanico. È il primo disco basato sui campionamenti, solo che siamo ancora nell’era dell’analogico, e quindi – per fare un esempio – la sovraincisione di un canto tribale con le basi ritmiche create in studio può esser fatto solo mandando due nastri in parallelo e sperando che l’entrata sia a tempo. A culo, insomma, anche se Byrne dice che evidentemente la fortuna era abbastanza dalla loro parte.

I campionamenti sono di tutti i tipi: il ruolo fondamentale è la voce umana, che entrambi sanno bene come -frammentata e trasportata in altro contesto e accoppiata a una musica con valenze diverse – può assumere valori differenti e molto più drammatici (nel 1975, una produzione di Eno che affiancava il canto di un clochard con musica classica, “Jesus Blood Never Failed Me Yet”, era diventato, a sorpresa, un hit). 

Ci sono voci registrate dalla radio che vanno dai predicatori religiosi ai conduttori di talk show, voci di un esorcismo e di un sermone gospel, muezzin islamici e pop egiziano, comizi politici e frammenti dell’album “Yemenite Songs” di Ofra Haza (su “A Secret Life”), e soprattutto la voce di Dunya Yunis, una ragazza di un villaggio di montagna in Libano (tratta dal cofanetto di 6 Lp Music in the World of Islam) che è centrale al brano più funky e accessibile, “Regiment”. Molto spesso, «sembrano trasmissioni da un pianeta disperato» (ma se ci guardiamo intorno non c’è bisogno, 40 anni dopo, di cercarlo per le Galassie…). Passeranno mesi a farsi dare le liberatorie per i diritti (perché anche qui è una prima volta) dalle decine di persone e musiche diverse usate.

La fermentazione dell’album è lenta (insomma, lenta fino a un certo punto, un anno): passa attraverso l’idea di un disco che racconti di un popolo e una lingua ancora non scoperti (ed è questo probabilmente il motivo per cui Byrne ama così tanto “Creuza De Ma”), poi la colonna sonora delle performance di danza della coreografa Toni Basil, «funky e robotiche allo stesso tempo». Si ispirano all’evoluzione della dance music, si inventano strumenti come casse di cartone e di latta, e per la prima volta non ragionano in termini di un album di due cantanti, o musicisti, ma di un grande affresco corale di voci e di musiche provenienti un po’ da tutto il pianeta.

A risentirlo adesso, non ha perso nulla della sua incredibile modernità, che ha dato forma a qualcosa di inedito, e sarà al centro di infinite produzioni dance, post-rock, elettroniche, rap, d’avanguardia nei decenni a venire. È un album denso, per lunghi tratti buio, claustrofobico (“Mea Culpa”, qualcosa a metà fra un sabba e un canto gregoriano), incessantemente percussivo (“America Is Waiting”, “Help Me Somebody”, che sembra il papà di “Crosseyed and Painless”). Non è l’unico brano che anticipa “Remain In Light”: “The Jezebel Spirit”, se levi la voce campionata e aggiungi quella di Byrne, ci potrebbe stare benissimo, come anche la atmosferica “The Carrier”.

Come dicevo all’inizio, album pionieristico e decisamente non-pop, quindi non per tutti. 

Sono quegli album che tirano giù muri e convenzioni, e aprono lo sguardo su sconosciute stanze successive. A volte, questo succede per l’urlo di un r’n’roller istintivo e viscerale, vedi Little Richard, a volte, attraverso sperimentazioni e deduzioni intellettuali. È così che la musica si spinge avanti.  Uno di quegli album senza i quali possiamo chiederci se la musica sarebbe andata nella stessa direzione.  

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Come rilanciare il mercato del lavoro valorizzando le nuove generazioni di cittadini europei https://www.linkiesta.it/2020/08/erasmo-unione-europea-disoccupazione-occupazione-lavoro-cittadinanza/ https://www.linkiesta.it/2020/08/erasmo-unione-europea-disoccupazione-occupazione-lavoro-cittadinanza/#respond Mon, 03 Aug 2020 04:00:44 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=202414 Un paper di Erasmo, curato da Carmelo Cutrufello, esperto di finanza agevolata e progettazione europea, e Piero David, economista del CNR, con alcune idee e proposte per lo sviluppo di competenze e formazione per contrastare la disoccupazione la sottooccupazione

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Non è un problema di soldi. Magari di risorse in un senso più generale sì, ma di soldi certamente no. Una delle principali preoccupazioni di una classe dirigente responsabile dovrebbe essere la ricerca degli strumenti per ridurre strutturalmente i tassi di disoccupazione ed inattività in tutto il tessuto sociale europeo, con particolare attenzione alle fasce d’età 18 – 35 e over 55.

L’elevata disoccupazione o sottooccupazione è il principale problema del capitalismo continentale e non pesa solo sulle regioni meridionali italiane ma anche su una vasta parte delle regioni periferiche dell’est e sud Europa o delle ricchissime metropoli del nord Europa.

La nascita di una nuova generazione di cittadini europei, consapevoli dei propri doveri e dei propri diritti, orgogliosi di appartenere ad una comunità e fraternità europea, passa dal riconoscimento del ruolo sociale dell’individuo, dalla sua affermazione e dal riscatto individuale raggiunto attraverso un’occupazione dignitosa ed adeguata alle competenze acquisite. Per far questo, servono però interventi formativi e politiche attive mirate al raggiungimento di tali fini.

Il problema dell’elevata disoccupazione in molte aree del continente non nasce certo dalla crisi generata del covid-19 ma ne è stato fortemente accentuato, mettendo a nudo tutte le fragilità di un sistema, soprattuto di quello italiano, basato su lavori di media o bassa qualificazione (servizi turistici e della ristorazione, attività obsolete sostituibili da software e nuovi impianti produttivi) con particolari criticità nelle zone più svantaggiate del Sud come Sicilia e Calabria (dove peraltro il tasso di disoccuazione giovanile rasenta il 45% e quello complessivo viaggia intorno al 24%) ed in generale in tutte le aree europee obiettivo 1.

Dobbiamo chiarire che l’investimento in formazione e politiche attive per il lavoro è un vantaggio anche e soprattutto per le imprese le quali riducono al minimo i tempi di ingresso produttivo del lavoratore in azienda, aumentano la disponibilità di manodopera qualificata sul mercato, possono contare su personale capace di apportare una decisiva spinta verso l’innovazione di prodotto o di processo, essendo in nuce abituato all’evoluzione dei sistemi produttivi. In un certo senso, significa patrimonializzare l’impresa attraverso l’attribuzione di skills al (futuro) personale che aiuterà l’impresa nella sua lotta per la sopravvivenza. Non è poco in un mondo in cui si punta sull’innovazione, sulla diversificazione e sull’unicità dei prodotti, in cui non possiamo e non dobbiamo più competere sui prezzi.

E in teoria l’investimento in formazione è la principale politica attiva richiamata nei documenti di programmazione della Commissione europea: “L’UE sostiene gli sforzi compiuti dagli Stati membri per fornire ai propri cittadini un elevato livello di istruzione e formazione…allo scopo di fare in modo che l’apprendimento permanente e la mobilità divengano una realtà, migliorare la qualità e l’efficacia dell’istruzione e della formazione, promuovere l’equità, la coesione sociale e la cittadinanza attiva, favorire la creatività, l’innovazione e lo spirito imprenditoriale”.

Come costruire un percorso formativo innovativo che doti tutti i giovani delle competenze necessarie per entrare rapidamente e dignitosamente nel mercato del lavoro?

1) Un nuovo approccio alla conoscenza. Innanzitutto, occorre cominciare il prima possibile. Ai giovani deve essere trasmesso fin dall’ingresso nel mondo della scuola il senso di curiosità verso tutto ciò che è innovazione e frontiera. Per far questo possono essere utilizzati i fondi del PON Miur che troppo spesso invece servono per replicare lezioni di sostegno a ragazzi rimasti indietro. Attraverso i PON invece si potrebbero mostrare ai nostri giovani le meraviglie della robotica, della programmazione, della grafica computerizzata, della ricerca scientifica, delle nuove teconologie facendo loro toccare con mano quanto di più innovativo esista. In questa azione di diffusione potrebbero essere coinvolte le imprese, gli enti di ricerca e le università, i quali, rendendo divertente l’approccio alla scienza, potrebbero stimolare in loro la curiosità e la voglia di approcciarsi a mondi nuovi.

2) Soft skills ed alfabetizzazione economica. Un secondo aspetto formativo da sviluppare sono le soft skills e le conoscenze di base che diventano centrali nel mondo del lavoro: oggi il mondo del lavoro vede un’evoluzione talmente veloce delle competenze per cui le imprese manifestano una preferenza per quei soggetti che possiedono soft skills tali da consentire un adattamento all’ambiente aziendale costante poiché sanno che grazie alla formazione questi collaboratori potranno apprendere funzioni e processi diversi seguendo così l’evoluzione tecnologica o di processo. Sarebbe assolutamente produttivo quindi creare dei luogi in cui i giovani possano formare i loro processi di analisi situazionale e di risoluzione dei conflitti attraverso la formazione nei campi della negoziazione, del problem solving creativo, della comunicazione interna ed estrena e nella gestione dei processi.

Inoltre fin da subito dovrebbero acquisire conoscenze che permettano loro di capire cos’è e come funziona un’azienda, mentre negli anni successivi dovrebbero essere capaci di saper leggere (e magari scrivere) un business plan o un atto amministrativo. Tra le competenze di base da sviluppare infatti dovrebbe esservi l’alfabetizzazione economica e finanziaria indipendentemente dal fatto che i nostri giovani frequentino un liceo o un istituto tecnico: tutte le skills di cui abbiamo qui discusso sono basilari sia per chi farà il magistrato o il medico, il direttore generale di un dipartimento universitario o il dirigente generale di un ministero così come per chi occuperà un posto in un reparto di produzione industriale, per chi sarà responsabile acquisti in una piccola impresa o in altre funzioni simili poiché questi dovranno scrivere e leggere decine di budget, confrontare offerte diverse per beni, servizi e prodotti finanziari, etc.

3) Investimento nei laboratori scolastici. Tutte queste azioni sono anche determinanti per le future risorse umane delle organizzazioni economiche le quali ruoteranno attorno all’uomo che programma, progetta e gestisce le macchine per cui chi si approccia a tali funzioni va preparato adeguandone le competenze alle nuove sfide. Gli istituti tecnici sono in realtà il cuore pulsante del “fatto a mano” italiano. Tutti i settori produttivi, anche quelli più spintamente meccanizzati sono comunque governati da uomini. Migliore sarà la formazione del personale migliore sarà anche la possibilità che questo possa intervenire per efficientare i processi, la resa degli impianti, la qualità del prodotto finale. Per ottenere alla fine del percorso formativo un personale altamente qualificato servono degli ingredienti da mixare: attrezzature nuove o nuovissime nelle scuole, personale docente di laboratorio motivato che possibilmente svolga part time un’occupazione coerente con le materie insegnate in azienda e sia sottoposto a costante aggiornamento. Occorre quindi un poderoso investimento in questi settori.

4) Rafforzare l’alternanza scuola-lavoro. E’ chiaramente positivo che venga stretto il rapporto con le aziende già implementato dall’alternanza scuola–lavoro: dove funziona correttamente infatti se ne vedono i risultati. In Germania, dove esiste uno dei sistemi più funzionali ed efficaci, sono coinvolti in questi percorsi circa 1.400.000 ragazzi tra i 15 e 25 anni, per un periodo che varia dai 2 ai 3 anni, con un’alternanza tra formazione teorica in una scuola professionale e l’esperienza pratica in fabbrica, negli uffici e nei laboratori.

È una modalità che ha dimostrato di garantire agli studenti di accedere velocemente al mondo del lavoro: in Germania la disoccupazione giovanile è nettamente al di sotto della media europea. Le Camere di commercio svolgono un ruolo chiave nella realizzazione del sistema duale, in qualità di enti terzi, in grado di far coesistere e coordinare le esigenze dei lavoratori con quelle delle imprese. Spetta a loro, infatti, il compito di stilare i piani di formazione (ce ne sono ben 350, riconosciuti a livello federale) e sono loro a reperire il budget necessario per la formazione duale, grazie al diritto annuale pagato dalle aziende e al contributo delle imprese che richiedono di ospitare il tirocinio degli studenti.

L’Italia non dispone di un tessuto imprenditoriale simile a quello tedesco con molte medie e grandi imprese. Nelle regioni meridionali quindi, l’alternanza scuola–lavoro si è rivelata una mera attività didattica, quando non una vera e propria perdita di tempo: tutto ciò chiaramente per mancanza di imprese solide dove inserire i giovani in numero ragionevole e dove far testare loro abilità, capacità relazionali o di problem solving.

Una soluzione al problema potrebbe essere quella di spingere l’acceleratore sulle imprese didattiche (il modello potrebbero essere gli istituti agrari) che realizzino prodotti e forniture per clienti esterni costringendo i giovani ad affrontare le sfide di una vera e propria attività imprenditoriale sotto la guida dei docenti e dove possano trovare anche un’occupazione part time se necessario. È intuibile che le imprese sane e con una chiara visione del futuro saranno oltremodo interessate a formare giovani da inserire nelle loro organizzazioni come portatori di innovazione e di modernizzazione, soprattutto in quelle mansioni dove hanno più carenze, ovvero quelle più innovative.

5) Monitorare i neet. Fuori dalla scuola, per chi non continua con l’università (tre su quattro) si apre il baratro dei neet. Ai nostri giovani ormai ufficialmente disoccupati restano due opzioni: scegliere un percorso di inserimento lavorativo tramite un’agenzia per il lavoro o continuare con la formazione professionale. Anche in questo caso le risorse economiche disponibili sono enormi: il Fondo Sociale Europeo riempie le regioni obiettivo 1 di risorse ad ogni programmazione.

Quanti giovani trovano lavoro grazie ad un corso di formazione o ad un tirocinio extracurriculare non è però dato saperlo. Come prima cosa servono dei sistemi di monitoraggio grazie ai quali l’amministrazione deve poter sapere se quel giovane ha trovato lavoro nel settore in cui è stato formato o inserito con tirocinio: lo scopo è misurare l’efficacia delle azioni intraprese. Se non funzionano, evidentemente vanno cambiate, e non funzionano.

6) La formazione professionale digitale ed orientata ai risultati. Per rendere il sistema
della formazione professionale utile al mondo dell’impresa occorre cambiare le modalità con cui vengono remunerati gli enti che erogano la formazione stessa, la modalità con cui vengono programmati i corsi e la rispondenza di questi alle reali necessità delle imprese.

Per la realizzazione di una corretta programmazione del catalogo formativo regionale, l’approccio più efficace è quello che parte da un’analisi dei fabbisogni corroborata da dati statistici nazionali sulla carenza di figure professionali, che preveda il raccordo con aziende ospitanti individuate già prima della presentazione del progetto, dove successivamente il giovane possa essere impiegato negli stage e in prospettiva assunto.

La formazione poi potrebbe essere retribuita in parte a processo e in parte a risultato, incentivando quelle iniziative che riescono a centrare risultati occupazionali di medio o lungo periodo. Alla formazione andrebbero collegate le politiche attive di inserimento lavorativo in un continuum che costruisca un’azione esperenziale per il discente: formazione, stage, tirocinio, apprendistato, contratto di lavoro a tempo indeterminato.

Riuscire a mettere nello stesso progetto di carriera tutti questi elementi permetterebbe di disporre di personale formato e rodato, già efficiente e pronto ad intervenire nei processi produttivi. Va da sé che i programmi formativi devono essere concordati con le imprese che dovranno assorbire i giovani e realizzati, anche solo in parte, con loro personale di fiducia: ciò darebbe il massimo della rispondenza ai bisogni da loro espressi. Una grande occasione per le regioni meno sviluppate è rappresentata dalla fortissima spinta alla digitalizzazione che è derivata dalla crisi del Covid 19: grazie alla dematerializzazione di moltissimi percorsi formativi (ormai i MOOC sono uno standard) è possibile infatti accedere a sessioni di altissima qualità a costi irrisori e senza dover affrontare problemi logistici come il trasferimento da città a città.

Ciò apre ad una democratizzazione delle compentenze, che può permettere anche in condizioni di serio disagio economico di accedere ad un bene primario come la formazione. La scelta di utilizzare piattaforme digitali consente inoltre di poter selezionare i migliori docenti senza vincolo di appartenenza territoriale, aumentare a dismisura il numero dei discenti, rendere flessibile la fruizione del servizio e trasferire documenti e altri supporti senza alcun problema. Resta quindi solo da sensibilizzare il discente ad una fruizione efficace del servizio.

7) Placement ed incentivi. Uno degli elementi di maggiore criticità per la riuscita di tale progetto formativo e lavorativo è la scelta della “giusta” carriera a cui indirizzare i giovani. Andrebbero quindi incentivate solo le azioni formative che riguardino quelle figure professionali per cui c’è una richiesta insoddisfatta, facilmente rinvenibili nelle statistiche nazionali o internazionali, e siano esse figure “storiche” come conciatori, falegnami, sarti, cuochi o figure innovative come il data scientist o il project manager.

Inoltre andrebbe limitata al massimo la formazione per figure professionali con minor livello di specializzazione in modo tale da concentrare le risorse su percorsi formativi ad alto valore aggiunto che non aumentino la competizione nella fascia bassa dell’occupazione. Appare opportuno puntare su figure professionali che non si sovrappongano a quelle presenti in mercati saturi o che presentino un buon grado di innovazione in prospettiva di una futura evoluzione dei processi produttivi.

Per ottenere un risultato ottimale rispetto al programma formativo qui descritto, è cruciale partire dalla presa in carico dell’utente. In questa fase i giovani devono effettuare con l’ausilio di un esperto un bilancio delle competenze dettagliato ed articolato e la conseguente stesura di un piano formativo individualizzato che rimandi ai servizi, pubblici o privati, individuati come necessari per compensare le condizioni di svantaggio emerse.

Ad esempio, ai giovani non diplomati potrebbe essere imposto di completare gli studi in un istituto superiore, di frequentare corsi per la professionalizzazione, compensare con azioni formative mirate alcune delle carenze evidenziate (ad esempio le lingue straniere) e poi, partendo da questa nuova base, entrare nel mondo del lavoro attraverso stage, tirocini extracurriculari e apprendistato. Pena la perdita dei sussidi come il reddito di cittadinanza. In questa fase è essenziale la sinergia tra il decisore pubblico e le sue strutture (centri per l’impiego, Anpal, scuole, camere di commercio, etc) e i servizi erogati dai privati.

8) Un nuovo rapporto tra pubblico e privato. Lo Stato e le Regioni, come autorità competenti, dovrebbero attuare l’articolo tre della Costituzione contribuento a rimuovere gli ostacoli che non consentono le pari opportunità. Di contro, dovrebbero lasciare ai privati la possibilità di realizzare i servizi con la flessibilità necessaria per un’efficace ed efficiente attuazione degli stessi.

Nel settore della formazione, in particolare, appare evidente la necessità di mutare con grande frequenza le figure dei formatori secondo le mutate necessità del mercato. La rigidità imposta dai contratti pubblici appare incompatibile con l’elevato turnover qui necessario. Allo Stato ed alle Regioni rimane quindi il ruolo del regolatore, di monitoraggio e di finanziatore delle attività svolte secondo gli obiettivi centrati, mentre l’attività operativa va lasciata agli operatori privati.

*Documento curato e coordinato da: Carmelo Cutrufello (esperto di finanza agevolata e progettazione europea); Piero David (economista del Cnr).

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Se non fate carriera è perché siete pippe, non perché vi arrubbano il futuro https://www.linkiesta.it/2020/08/serra-giovani-lavoro-pippe/ https://www.linkiesta.it/2020/08/serra-giovani-lavoro-pippe/#respond Mon, 03 Aug 2020 04:00:38 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=202428 Lettori non paganti si indignano con Michele Serra perché a chi gli chiedeva di farsi da parte per lasciare posto ai giovani ha risposto in modo cortese. Quando la risposta avrebbe dovuto essere: noi ci siamo inventati giornali e riviste, voi TikTok, quindi perché aspirate a fare il redattore ordinario di Repubblica?

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Che tu sia una catena di supermercati californiana o un editorialista milanese, comunque abiti nel 2020, l’epoca che è un perpetuo film con Alberto Sordi. 

Nel Moralista, Sordi è il segretario generale dell’Organizzazione Internazionale per la Moralità Pubblica. Censura ombelichi dai manifesti pubblicitari, chiude bar in cui i bambini vanno a giocare a biliardino su richiesta dei comitati di madri preoccupate; insomma: fa nel 1959 tutto quel che sessant’anni dopo si sarebbe fatto sui social. 

Tre giorni fa, Michele Serra ha risposto nella sua rubrica di lettere sul Venerdì a un sessantacinquenne che si diceva felicemente pensionato e chiedeva perché Serra e altri vegliardi non si facessero da parte facendo largo ai giovani. L’elenco di pensionabili fatto dal lettore era abbastanza lunare, andando dai pochi nomi per cui qualcuno continua a comprare i giornali (Natalia Aspesi), a gente che ormai da anni fa apparizioni da venerato maestro (Maurizio Costanzo, Renzo Arbore). 

Leggendolo, mi sono sentita di nuovo trentenne. Forse i più anziani tra i miei quattordici lettori ricorderanno infatti che, all’inizio di questo secolo, ci sono stati anni in cui quello sul ricambio generazionale era il dibattito in cui s’era incartato il paese. Da una parte una grande chiesa, che andava da cattolici di destra a scrittori del Pigneto di sinistra, secondo la quale per i trentenni e i quarantenni non c’era spazio perché i più anziani non si facevano da parte. Dall’altra una minoranza (eravamo forse in quattro controcorrentisti) che argomentava che il potere, per definizione, non è una cosa che ti viene concessa, ma una cosa che ti prendi. Che i ruoli andavano scippati, mica elemosinati, se uno proprio ci teneva a prenderseli. 

Il dibattito venne brasato dalla realtà: a un certo punto un trentanovenne si prese la presidenza del consiglio, e i suoi coetanei furono finalmente troppo imbarazzati per continuare a frignare che a noi fratelli piccoli nessuno regalava niente. Si passò ad altro, ma il tema era solo in sonno: siamo ancora convinti che se non facciamo carriera non è mica perché siamo delle pippe, è perché ci hanno arrubbato il futuro. 

Insomma questo tizio scrive a Serra, il quale risponde garbato e ovvio: garbato, pure troppo, che ci sono nei giornali trentenni e quarantenni bravissimi che «si barcamenano tra siti web precati e stipendi inconsistenti»; ovvio, che loro lo spazio se lo presero «inventando giornali (e cinema, letteratura, teatro, musica) mai visti e mai sentiti prima, e facendo apparire all’improvviso decaduto il mondo che li aveva preceduti». 

Fossi stata una di quelle che insultano i venerati maestri sui social, una delle madri di famiglia che chiedevano ad Alberto Sordi di chiudere i bar dei biliardini, a quest’affermazione avrei avuto una sola risposta: è successo anche a questa generazione, hanno inventato Tik Tok e infatti i giornali non li compra più nessuno. 

È un’obiezione che nessuna, tra le centinaia di persone indignate contro Serra, ha formulato, giacché i miei coetanei, e quelli un po’ più giovani, non vogliono sbattersi ad avere l’idea di genio che li farà distinguere su Tik Tok, ma hanno il più novecentesco dei desideri: uno stipendio da redattore ordinario a Repubblica. Ambiscono al posto fisso in un’istituzione relitto della guerra fredda, in un giornale con cui, se qualcuno non gliel’avesse fotografato e messo su Twitter, non avrebbero potuto indignarsi, giacché non lo comprano. 

Si sono persino offesi perché Serra ha scritto che i ventenni d’oggi ascoltano Guccini, invece di prenderlo come un immeritato attestato di stima: è una generazione che ti dà del tu perché ha difficoltà a coniugare la terza persona, magari ascoltassero Guccini, sai che giovamento ne avrebbe il loro lessico. 

Serra non ha risposto agli indignati, e spero continui a non farlo, spero continui a non cagarsi i social, spero che il suo silenzio sia come quella storiella zen («Ti ho scritto cento lettere e non ho avuto risposta», «Anche questa è una risposta»), o come il comunicato di Trader Joe’s. 

Trader Joe’s è una catena di negozi d’alimentari californiana. Qualche settimana fa una ragazza bianca contrita ha avviato una petizione on line per chiedere che smettano di vendere i loro prodotti etnici, che commettono il crimine di inquadrare come esotiche le altre culture. Il fatto che il cibo messicano venduto nella catena si chiami Trader José’s, e quello italiano Trader Giotto’s, fa sì, secondo la bianca contrita, che l’americano bianco (Joe) sia la norma, e tutte le altre etnie considerate alla stregua di variazioni esotiche. 

La catena all’inizio ha fatto l’abituale comunicato coperto di cenere (abitiamo in un tempo in cui, se l’internet ti dice che sei cattivo, intanto ti scusi, e solo dopo ti chiedi se le accuse abbiano un senso); poi l’ha rimpiazzato con un comunicato d’eroica fermezza. «Non basiamo le nostre decisioni sulle petizioni», ma «su quel che piace ai nostri clienti». Quei prodotti resteranno sugli scaffali finché la gente continuerà a comprarli. 

Se non vi sembra una risposta eroica, non avete visto che brutto mondo c’è là fuori. Non sapete, beati voi, che abitiamo il tempo in cui a decidere dei prodotti non è chi li compra, ma chi strilla più forte. 

In un mondo ideale, domani qualcuno da Repubblica parafraserebbe il comunicato di Trader Joe’s. Dicendo agli indignati di Twitter e Facebook che certo, sostituiranno Serra e la Aspesi con qualche fresco talento (gli innesti di freschi talenti negli ultimi anni di Repubblica sono Biani e Bottura, lo dico casomai voleste una scusa per convertirvi al partito “Dio ci conservi gli anziani”); lo faranno non appena tutti quelli che hanno protestato mostreranno la prova di pagamento d’un abbonamento a Repubblica, e di non essere solo gente che protesta per come sono fatti i prodotti che non consuma. Di non essere solo moralisti che chiudono i bar (è Guccini, lo dico casomai non foste ventenni che lo ascoltano), o Alberto Sordi, in quel film verso la cui fine si scopriva che, mentre chiudeva i biliardini, organizzava giri di mignotte.

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Il Pd non sa che fare nemmeno sul referendum sul taglio dei parlamentari https://www.linkiesta.it/2020/08/referendum-pd-taglio-parlamentari/ https://www.linkiesta.it/2020/08/referendum-pd-taglio-parlamentari/#respond Mon, 03 Aug 2020 04:00:31 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=202425 Dopo aver votato tre volte contro in Parlamento, e poi averlo accettato nel programma di governo a condizione che venissero approvato dei contrappesi, adesso il partito di Zingaretti è diviso tra chi difende l’alleanza, chi pensa sia un pericolo per la democrazia (con Bettini in mezzo) e chi voterà No. In attesa di Prodi

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Par condicio e libertà di coscienza: si increspano le acque nel Pd sul referendum del 20 settembre sul taglio del numero dei parlamentari perché prendono corpo le due richieste suddette, ingredienti piccanti di una inedita battaglia interna.

«Stiamo per mandare una lettera a Nicola Zingaretti per chiedere che nel partito siano concessi uguali spazi a tutte le posizioni, a partire dai dibattiti nelle Feste dell’Unità e nei circoli», ci ha detto Tommaso Nannicini, animatore del fronte del No.

Una battaglia persa in partenza? Anche se fosse, non è un buon motivo per non farla. Anche perché la situazione sta evolvendo di pari passo con il disastro dell’operazione politica messa in piedi al momento della formazione del Conte bis, quando il M5s pose al Nazareno fra le varie condizioni quella appunto di approvare la riforma costituzionale passata tre volte in éra gialloverde (con tre voti contrari del Pd) e bisognosa del quarto e decisivo sì. Che il partito di Zingaretti concesse a patto che contestualmente fossero approvati “contrappesi” a cominciare da una nuova legge elettorale di stampo proporzionale.

Peccato però che, almeno finora, di quest’ultima legge non c’è traccia, dopo il cambio di Matteo Renzi che è tornato sui passi del maggioritario. Trappola o meno, è un fatto che oggi il Pd  si ritrovi impantanato in una bella contraddizione: ha indicato (a noi sfugge esattamente dove e quando fu presa la decisione formale) il Sì al referendum ma si trova a sostenere una riforma contro la quale non solo aveva votato tre volte contro ma che riceverebbe anche oggi un suo quarto no, visto che della nuova legge elettorale non c’è traccia: tutto è possibile ma appare difficile che un accordo che non si è trovato in sei mesi si possa raggiungere in extremis.

Di questa difficoltà si è ben reso conto Goffredo Bettini che parlando con Repubblica ha detto che «senza una nuova legge elettorale, dimezzare il numero dei parlamentari può persino diventare pericoloso per il regime democratico».

Ora, può il Pd avallare una specie di golpe? «Il referendum interpella le coscienze individuali di tutti e ogni scelta è legittima», ha aggiunto Bettini: di fatto è lo sdoganamento della libertà di coscienza, che in questo contesto non è una mera applicazione di un diritto costituzionale, ma il segno di una difficoltà politica.

E infatti nei prossimi giorni i sostenitori del No sono destinati a crescere, al Nazareno e dintorni. La questione è destinata a fare di cartina al tornasole di una incipiente, per ora semi-sommersa, discussione sulla linea generale del partito, con i vari critici di Zingaretti e dell’asse con i grillini coagulati intorno a una battaglia addirittura per la democrazia e la rappresentatività, un tema di primaria grandezza su cui non si può giocare al tavolo verde degli accordi di governo come se nulla fosse.

E infatti ecco muoversi i vari Nannicini, Giorgio Gori, probabilmente Luigi Zanda, l’europarlamentare Daniele Viotti, con Gianni Cuperlo che si associa alla richiesta di una par condicio “interna”, mentre da fuori L’Espresso ha dato il via a una campagna per il No a cui si aggiungeranno il Manifesto e il nuovo Domani. Pronti a votare No vari padri nobili, da Pierluigi Castagnetti ad Arturo Parisi a Claudio Petruccioli (e chissà che farà Romano Prodi) o intellettuali come Claudia Mancina, Alberto Asor Rosa, Biagio De Giovanni, Mario Tronti. Se ne vedranno delle belle.

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La Catalogna non è allineata alla Spagna nella gestione del coronavirus https://www.linkiesta.it/2020/08/catalogna-spagna-coronavirus-generalitat-indipendenza-indipendentismo-focolaio-barcellona-viaggio/ https://www.linkiesta.it/2020/08/catalogna-spagna-coronavirus-generalitat-indipendenza-indipendentismo-focolaio-barcellona-viaggio/#respond Mon, 03 Aug 2020 04:00:25 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=202409 Quim Torre, presidente della Generalitat, non ha partecipato alla conferenza dei presidenti della Comunità delle autonomie perché la sua regione conta un numero consistente di contagi. La comparsa di nuovi focolai ha messo in allarme il governo locale, ma ha evidenziato anche la sua impreparazione, soprattutto nelle misure di sicurezza e nella segnalazione dei contagi

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Aveva comunicato che non avrebbe partecipato alla conferenza dei presidenti della Comunità delle autonomie e così è stato. A La Rioja, il 31 luglio, l’annuncio dell’assenza di Quim Torre, presidente della “Generalitat” della Catalogna, ha un peso particolare.

Non soltanto perché all’incontro con il primo ministro spagnolo, Pedro Sanchez, si sarebbe dovuto discutere della situazione epidemiologica di tutto il Paese e della questione economica (legata soprattutto alla ripartizione dei fondi covid-19 tra le diverse comunità), ma anche perché la regione autonoma, al momento, conta un numero consistente di contagi.

Torra, assente insieme a Iñigo Urkullu, alla guida dei Paesi Baschi, aveva definito l’incontro «non utile» per le modalità con cui era stato organizzato e aveva giustificato la sua assenza perché la delicata situazione sanitaria catalana richiedeva il massimo delle sue energie.

Torra, nel comunicare la scelta di non presentarsi a La Rioja, in attesa dell’organizzazione di un vertice bilaterale con Sanchez,ha evidenziato che, nel periodo di massima crisi, aveva accettato di partecipare alle conferenze dei presidenti regionali ogni domenica per via telematica, ma che questi incontri si sarebbero limitati a illustrare «decisioni già prese» dal governo di Madrid «senza alcuna possibilità di dialogo o di accordo su eventuali cambiamenti».

A conferma del fatto che nemmeno l’emergenza covid-19 ha fermato, in questi mesi, gli attriti tra esecutivo centrale e regione autonoma. Che non smette di chiedere l’indipendenza.

“Stati” diversi, numeri diversi

La Catalogna, che già da metà luglio risultava essere una delle regioni spagnole più colpite dal nuovo coronavirus, ha continuato a registrare un numero consistente di contagi giornalieri. Così Francia, Regno Unito e Germania, nelle ultime ore, hanno sconsigliato ai loro cittadini di andare in vacanza in Spagna, evitando in particolare i viaggi non essenziali in Catalogna, Aragona e Navarra.

Già il 24 luglio, le autorità catalane riferivano di una media di 50 ricoveri quotidiani, sottolineando però che il dato poteva essere anche dieci volte superiore a quello fornito dal ministero della Sanità spagnolo. La discrepanza, secondo gli esperti, derivava dal fatto che i dati registrati dal ministero arrivavano da un sistema di sorveglianza epidemiologica (chiamato SiViEs), una piattaforma che raccoglie individualmente i positivi, la data di insorgenza dei sintomi, i ricoveri o i decessi.

La Catalogna non avrebbe aggiornato questo database in tempo, nonostante il ministero continuasse a pubblicare le informazioni (anche se, in parte, incomplete). E il risultato, almeno secondo l’Agenzia catalana di valutazione della Salute, è stata l’offerta di una visione parziale della situazione.

La (grave) situazione catalana

Lo scorso 27 luglio, come confermato dai numeri, l’aumento dei focolai preoccupava il presidente Torra, che definiva i dati epidemiologici “molto simili” a quelli dello scorso marzo. Da lì, la decisione di compiere dei “passi indietro” per scongiurare un ulteriore peggioramento della situazione sanitaria, come la chiusura di pub, discoteche e locali.

Che a molti catalani, però, è sembrato più un tentativo tardivo di correre ai ripari, piuttosto che una soluzione concreta di contenimento dei casi. In molti, infatti, hanno attribuito parte della responsabilità dell’aumento dei nuovi contagi giornalieri proprio al governo locale, che avrebbe commesso diversi errori, a partire dalle previsioni (sbagliate) legate a una seconda ondata e dalla mancanza di un sistema abbastanza efficiente di tracciamento dei nuovi positivi.

Gli errori

Una volta terminato lo stato d’emergenza, a fine giugno, ciò che veniva richiesto dal governo centrale di Madrid alle varie autonomie era la garanzia di strumenti di protezione e dispositivi di sicurezza (in particolare per il personale sanitario), ma soprattutto la certezza del tracciamento.

Secondo gli esperti, l’impreparazione per un’eventuale seconda ondata ha costituito l’errore più grave commesso dal governo locale. La “Generalitat”, si aspettava un aumento dei nuovi contagi in autunno, verso la metà di ottobre, e che il picco si sarebbe raggiunto a dicembre. Poi ci sono state le pressioni del governo locale per il ri-ottenimento della mobilità dopo lo stato d’emergenza, ma anche lo scarso tracciamento dei positivi (soprattutto a Barcellona).

La possibilità di muoversi, nei fatti, ha permesso a molti cittadini di spostarsi, raggiungere altri luoghi di residenza e affollare spazi e locali. Ed è stato confermato, soprattutto nell’area metropolitana del capoluogo, che la mancanza di sanzioni nei confronti di chi si assembrava, per esempio, ha permesso il mantenimento di comportamenti scorretti o pericolosi.

Nelle ultime settimane, la “Generalitat”, che come gli altri governi locali mantiene l’autonomia sulla gestione della Sanità, ha invitato la popolazione a limitare le uscite a spesa e lavoro, ma l’area (per adesso) non è stata confinata.

La chiusura (tardiva) dei locali

Il 25 luglio, la reintroduzione delle restrizioni (che erano state allentate al termine dello stato d’emergenza, il 21 giugno, gestito sempre da Madrid) ha quindi imposto la chiusura a mezzanotte di sale gioco, casinò e altri esercizi della vita notturna. Il che ha suscitato l’indignazione di parte dei commercianti del settore, secondo cui la decisione della “Generalitat” potrebbe portare alla chiusura definitiva dell’80 per cento dei locali.

Le prime misure avevano riguardato, in particolare, L’Hospitalet de Llobregat, seconda città per numero di abitanti, a pochi chilometri dal centro di Barcellona, e circa quattro milioni di catalani, invitati a rimanere a casa per evitare un peggioramento della condizione sanitaria. «Ciò che ci tirerà fuori da questa situazione è l’atteggiamento collettivo», aveva dichiarato Torra, appellandosi al senso di responsabilità dei suoi concittadini. I quali, però, non sempre risultano abbastanza disciplinati (soprattutto nelle grandi città).

Le critiche alla “Generalitat”

Nell’ultima settimana di giugno, un incremento dei casi vicino a Lleida aveva ricominciato ad allarmare la regione. Perché, se all’inizio, il problema dei contagi sembrava coinvolgere soltanto alcuni braccianti stagionali che raccolgono la frutta nel Segrià, in seguito si erano registrati altri casi in tutta la popolazione.

Lleida, posta in quarantena all’annuncio di primi contagi, aveva subito criticato la “Generalitat” per non avere imposto a L’Hospitalet e soprattutto a Barcellona le stesse restrizioni. Ma più di tutto, il governo di Torra è stato contestato da Lleida per non aver comunicato in modo tempestivo i nuovi casi positivi, permettendo nei fatti una più rapida diffusione del virus (contando che, adesso, nel Paese il numero più alto dei contagiati è costituito da soggetti asintomatici).

La ragione, ancora una volta, è legata al non allineamento del governo locale con il sistema centrale. In molti, poi, ritengono insufficiente il numero di pattuglie destinate a far rispettare le disposizioni di sicurezza sanitaria, nonostante gli obblighi.

La questione politica (e l’indipendentismo)

I contorni politici della situazione sanitaria catalana (non del tutto decifrabili) chiariscono bene anche le tensioni tra i principali partiti che rivendicano l’indipendenza della regione (e che, per ora, governano insieme).

Perché se Torra, appartenente alla formazione di centrodestra, Junts per Catalunya, guida il governo, Esquerra Repubblicana, il partito di sinistra, controlla il dipartimento della Salute. I gruppi si sarebbero scontrati prima sulla gestione dell’emergenza e poi anche sull’opportunità di mettere in quarantena Lleida. Ma non è da sottovalutare nemmeno la questione nazionale.

Molti spagnoli sono convinti che Sanchez non abbia “interferito” con le decisioni di Torra per lasciarlo fare, sperando forse in una nuova elezione. In ogni caso, il tema dell’indipendentismo resta centrale nel dibattito sull’autonomia, anche durante l’emergenza sanitaria. Torra, infatti, nei giorni scorsi, avrebbe dichiarato che se la Catalogna fosse stata indipendente probabilmente il bilancio dei morti sarebbe stato diverso.

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L’Italia sta consumando troppa sabbia https://www.linkiesta.it/2020/08/sabbia-italia-spiaggia-erosione-costa-consumo-edilizia-urbanizzazione-suolo-pubblico/ https://www.linkiesta.it/2020/08/sabbia-italia-spiaggia-erosione-costa-consumo-edilizia-urbanizzazione-suolo-pubblico/#respond Mon, 03 Aug 2020 04:00:20 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=202221 Negli ultimi cinquant’anni le nostre coste si sono ridotte di quaranta milioni di metri quadrati, colpa soprattutto dell’eccessivo consumo di suolo e dell’urbanizzazione sfrenata. Per il settore edile scavare mari, fiumi e lagune è da tempo un’operazione indispensabile per ricavare materia prima, ma il problema ambientale rischia di diventare insostenibile

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«A Cecina, provincia di Livorno, la spiaggia sta invadendo la pineta alle sue spalle. La sabbia si sovrappone allo sterrato e gli alberi, che senza il terreno adeguato crollano in riva al mare». La scena è descritta da Enzo Pranzini, professore dell’Università di Firenze, dove insegna Dinamica e difesa dei litorali.

I tronchi sulla spiaggia di Cecina non sono l’unico caso di erosione delle coste italiane. Anzi, un recente rapporto di Legambiente rivela che quasi il 50 per cento delle nostre coste sabbiose è soggetto a erosione: un fenomeno che negli ultimi 50 anni ha portato via 40 milioni di metri quadrati di spiagge. «I cambiamenti costieri – si legge nel dossier – dal 1970 a oggi sono dovuti al grande consumo di suolo, alla costruzione di edifici e infrastrutture, e al cambiamento climatico».

Le spiagge in erosione vengono alimentate dal ripascimento – il ripristino naturale o artificiale delle coste, quindi di tratti sabbiosi marini, lagunari, fluviali. Estrarre e muovere grandi quantità di sabbia è un’operazione necessaria, ma delicata.

«Oltre all’interferenza con l’ecosistema da cui si prende la sabbia, ad esempio forme di vita animali e vegetali che vivono sui fondali – dice a Linkiesta il professor Pranzini – prendendo la sabbia dagli alvei dei fiumi si può scoprire la falda idrica sottostante, che entra in contatto con agenti inquinanti. Oppure se si porta la sabbia in un posto per il ripascimento bisogna usare la sabbia giusta altrimenti si altera l’equilibrio ambientale».

L’esempio che fa Pranzini è quello delle tartarughe marine, le cui uova si schiudono sotto la sabbia, e nasceranno maschi o femmine in base alla temperatura: se si porta una sabbia diversa da quella già presente, magari di un colore differente, viene intaccato il sex ratio di quella specie. «L’erosione può arrivare a minacciare anche l’agricoltura – spiega Pranzini – se la perdita di barriere naturali fa filtrare acqua salata più facilmente nell’entroterra, rendendo il suolo inadatto alla coltivazione».

Alcuni fiumi italiani hanno registrato, negli anni, un abbassamento del fondo di oltre dieci metri. Questo in molti casi ha portato ad accentuare verso valle la propagazione delle piene, a destabilizzare i ponti vicini e le difese spondali, e a sua volta ha contribuito a velocizzare l’erosione costiera.

Ma la sabbia di mari, fiumi, lagune, viene consumata anche in moltissimi altri settori: è l’elemento naturale più usato dall’uomo dopo dopo acqua e aria.

Vetri delle finestre, schermi degli smartphone, bicchieri, pannelli solari, chip per i computer, la sabbia è uno dei componenti chiave per tutti questi prodotti. E soprattutto è uno degli elementi principe dell’edilizia: è usata nelle costruzioni per produrre il calcestruzzo e l’asfalto di strade, case, palazzi. L’edilizia è il comparto che utilizza più sabbia in assoluto, ma viene usata quasi solo la sabbia marina, perché si compatta meglio: occorrono 200 tonnellate di sabbia per costruire una casa di medie dimensioni, 3mila tonnellate per costruire un edificio grande come un ospedale e 30mila tonnellate per fare un chilometro di autostrada.

Il problema è che la sabbia è una risorsa rinnovabile che l’uomo consuma più rapidamente di quanto il pianeta sia in grado di produrne: si forma in un processo lento, dall’erosione della pietra, che viene poi trasportata dalle acque dei fiumi e, in un periodo che varia tra i cento e i mille anni, raggiunge l’oceano. Lo scorso novembre, infatti, la Bbc ha pubblicato un lungo articolo dal titolo inequivocabile: “The World is running out of sand”, il mondo sta esaurendo la sabbia.

«Dal 1985 – si legge nell’articolo – l’uomo aggiunto 13.563 chilometri quadrati di terra artificiale alle coste del mondo, un’area grande circa quanto la Giamaica, e la maggior parte è stata costruita con enormi quantità di sabbia. Ma non possiamo estrarre quasi 50 miliardi di tonnellate l’anno di un qualsiasi materiale senza immaginare un enorme impatto sul pianeta, quindi sulla vita delle persone».

Un esempio dell’uso massiccio della sabbia negli ultimi decenni è quello degli arcipelaghi a largo di Dubai: solo la costruzione di The World ha richiesto 450 milioni di tonnellate di sabbia. In Italia non si fa un uso così intensivo della sabbia. Come dice il professor Pranzini: «Si pensi che il porto di Rotterdam è stato ampliato con oltre 200 milioni di metri cubi di sabbia, in Italia se n’è presa dal mare, da quando abbiamo iniziata a prenderla, solo 21,5 milioni di metri cubi».

Ma i rischi sono comunque già visibili. Il vicepresidente di Legambiente Edoardo Zanchini dice a Linkiesta: «Il problema del prelievo delle sabbie è collegato allo sviluppo economico e urbano di un paese. In Italia è andato avanti senza sosta dal secondo dopoguerra fino agli anni ‘80 o ‘90, quando abbiamo iniziato a regolamentare».

La chiave di lettura che ne dà Zanchini è proprio di tipo giuridico: «Bisognerebbe regolamentare anche tutti i settori in cui viene utilizzata la sabbia. Banalmente, se nella costruzione di una strada il bando richiede, in maniera generica, un materiale che abbia un certo tipo di caratteristiche, non c’è differenza tra chi propone di usare la sabbia dei fiumi e quindi crea un problema ambientale, e chi usa materiali riciclati. Invece questi ultimi dovrebbero essere espressamente preferiti».

Ma ridurre i processi di estrazione della sabbia non è facile anche perché, come ha ricordato Zanchini, «soprattutto in alcune zone del Mezzogiorno, purtroppo, i processi edilizi sono controllati dalla criminalità organizzata. E le sabbie estratte illegalmente, con operazioni più difficili da tracciare».

Oltre al danno ambientale c’è proprio quello economico. Lo dice a Linkiesta Rossella Muroni, deputata di Liberi e uguali in Commissione Ambiente: «Scavare è un grande affare per i privati che registrano grandissimi proventi, perché l’edilizia muove l’economia. Ma i costi sostenuti per lavorare il suolo pubblico sono bassissimi. Quindi non rappresenta un rientro economico per il territorio che viene danneggiato».

La soluzione, oggi dibattuta da più parti nel mondo dell’urbanistica e dell’ingegneria, è una riduzione dei processi di urbanizzazione. Proposta che trova il parere concorde della deputata Muroni: «Abbiamo un paese troppo urbanizzato, con un disperato bisogno di mettere in sicurezza il patrimonio edilizio e ambientale. L’80 per cento delle case degli italiani è a rischio idrogeologico o sismico o per le alluvioni. Ci trasciniamo ancora dietro questo mito dell’edilizia che, è vero, ha creato tanta ricchezza, ha garantito l’ascensore sociale per decenni. Però ora non ce la possiamo più permettere».

Il danno ambientale è prodotto anche da amministrazioni che non hanno prestato attenzione al tema. L’ultimo “Rapporto cave” di Legambiente mette in luce «la mancanza di piani cava in Veneto, Abruzzo, Molise, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Calabria, Provincia autonoma di Bolzano, Basilicata e Piemonte (dove sono previsti Piani Provinciali), mentre nella maggior parte delle Regioni sono inadeguati i vincoli di tutela e mancano obblighi di recupero contestuale delle aree».

È anche per questo motivo che l’associazione ambientalista ha creato l’Osservatorio Paesaggi Costieri Italiani, con il supporto scientifico di ricercatori e docenti di diverse università italiane (Pescara, Ancona, Bari, Ascoli, Firenze, Genova, Messina, Trento e Venezia) e di enti di ricerca, con l’obiettivo di aumentare l’attenzione nei confronti delle aree costiere e dei fenomeni di trasformazione in corso.

Muroni ha voluto sottolineare la difficoltà nel far passare il messaggio “green” nei corridoi di una politica in cui «manca la consapevolezza dei rischi ambientali». A novembre 2018, a pochi mesi dall’inizio dell’attuale legislatura, alcuni parlamentari leghisti – primo firmatario Guido Guidesi – avevano presentato una proposta di legge dal titolo “Disposizioni per la manutenzione degli alvei dei fiumi e dei torrenti”: la relazione sosteneva che «la causa di tanti disastri sta, purtroppo, nella mancata pulizia degli alvei dei fiumi e dei torrenti che provoca l’innalzamento degli alvei, dovuto alla cronica deposizione dei sedimenti e di trasporto solido».

«In pratica vorrebbero dare alle Regioni mano libera per dragare i fondali, mascherando queste operazioni come necessaria manutenzione», dice la deputata Muroni. Ma l’idea di dragare i fiumi ha trovato contraria la maggioranza degli esperti del settore, che contestavano sia l’affermazione sull’innalzamento degli alvei sia l’idea di risolvere un problema scavando i fondali.

E mentre la politica costruisce la sua coscienza ambientale, l’innovazione tecnologica cerca una soluzione al problema ambientale: è già possibile creare sabbia artificiale usando materiali riciclati, e in laboratorio è possibile riprodurre sostanze in grado di replicare – o quasi – le caratteristiche della sabbia marina. Ma ancora non sono opzioni particolarmente convenienti ed è difficile produrre le quantità di sabbia richiesta dal mercato. La soluzione dell’enigma è ancora molto distante.

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Una setta di complottisti vuole denunciare il governo sull’emergenza covid https://www.linkiesta.it/2020/08/una-setta-di-complottisti-vuole-denunciare-il-governo-sullemergenza-covid/ https://www.linkiesta.it/2020/08/una-setta-di-complottisti-vuole-denunciare-il-governo-sullemergenza-covid/#respond Mon, 03 Aug 2020 04:00:19 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=202311 Maurizio Sarlo, imprenditore veneto a capo dell’Associazione Coemm&Clemm, ha messo su un’operazione piuttosto ambiziosa grazie a Facebook e ha intenzione di «liberarci dagli equivoci, dai ladroni, dai perfidi e contribuire alla vittoria finale: quella del Nuovo Umanesimo». Per farlo però sta chiedendo soldi ai suoi adepti

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«Da oggi si parte per liberarci dagli equivoci, dai ladroni, dai perfidi e contribuire alla vittoria finale: quella del Nuovo Umanesimo». Spiega così Maurizio Sarlo, imprenditore veneto a capo dell’Associazione Coemm&Clemm, la sua ambiziosa operazione su Facebook. Si tratta di un «esposto epocale» per indagare l’operato del governo e l’essenza stessa del covid-19: «Verità o macchinazione?».

A cominciare da ieri a depositare l’esposto – secondo Sarlo – saranno «circa 3.120 persone (in realtà molte di più) in tutta Italia, presso i Comandi dei Carabinieri, della Polizia e della Guardia di Finanza». Difficile monitorare l’accaduto, di certo c’è che l’atto segue idealmente la scia dei “negazionisti” che solo qualche giorno fa hanno affollato il Senato come Vittorio Sgarbi, Matteo Salvini, Armando Siri e l’ex Cinquestelle Sara Cunial. Persone non a caso apprezzate per il loro impegno “revisionista” da Sarlo & C.

«In questi mesi di Covid sono stati tanti – riflette però Lorita Tinelli, psicologa e presidente del Centro Studi Abusi Psicologici (Cesap) – i gruppi che hanno guadagnato visibilità e adepti, proponendo soluzioni magiche, tanto per l’emergenza sanitaria quanto per le scelte politiche.

In questo caso, si tratta di una vera e propria posizione contro il governo che secondo Coemm&Clemm ha mentito, rendendo la situazione più grave di quanto non fosse. La strategia messa in atto è molto subdola. Per accedere ai contenuti dell’esposto è infatti necessario pagare un bonifico a sostegno».

La procedura è piuttosto semplice: basta registrarsi sul sito espostoepocale.it, dunque procedere al versamento per pagare studio legale, «ufficio stampa per acquisto di pagine di giornale, radio, tv per la diffusione dell’iniziativa» e «pagamento fattura al comitato tecnico scientifico».

Chi faccia parte di questo comitato però – almeno stando a quanto riportato sul sito – resta un mistero, dato che si parla genericamente di «medici e ricercatori che, oltre a sostenere le ragioni del nostro Esposto Epocale, è impegnato a dibattere, controbattere, difendere e tutelare scientificamente ogni deduzione che potrà, in proseguo del possibile giudizio penale, risultare contraria alla verità scientifica rispetto ai fatti occorsi e a quelli concretamente accertati».

Le adesioni paiono essere migliaia, considerando che attorno al Coemm (Comitato Organizzatore Etico Mondo Migliore) ruotano, a detta del vertice, oltre 10mila Clemm (Comitati Locali Etici Mondo Migliore). Non a caso Sarlo ha spiegato come «se la stampa e la magistratura daranno corso al nostro esposto, siamo convinti che oltre ai nostri 97mila associati avremo qualche milione di persone che vorranno dire la loro per conoscere la verità».

Negli undici punti che compongono l’esposto, si chiede alla magistratura (che, tuttavia, non ha alcuna competenza a riguardo) «quali sono state le cause del virus/pandemia denominato covid-19», «da dove è partito». E, ancora, qual è l’origine e come si è diffuso.

Poi cominciano le domande che i clemmini badano a non definire complottistiche, ma che complottistiche all’occhio esterno appaiono: «Se di Virus/Pandemia si è effettivamente trattato, è il coronavirus, o covid-19 che sia, la causa di tutte le morti che il nostro Paese sta piangendo?».

È sempre il covid «la causa del dover essere restati reclusi a casa e dell’essere stati privati delle libertà?» e la causa «del fatto che ognuno di noi dovrà ormai cambiare le proprie abitudini di vita con un distanziamento sociale che riguarda anche il distanziamento da ogni forma e tipo di manifestazioni di affetto e vicinanza verso i familiari?».

Tanto che ci siamo, ovviamente, subentra nell’esposto anche l’ombra «di conflitto di interesse tra membri dell’Oms rispetto ad altri soggetti collegati che influendo sulle decisioni dell’Oms possono o meno decidere le sorti di Gruppi di interesse economico direttamente collegati con lo scopo dell’Oms stessa». Senza dimenticare, infine, eventuali «correlazioni, anche lobbistiche, tra produttori di vaccini Oms e Governi».

Il punto però è che, a vedere le pagine social sia di C&C che del Partito Valore Umano (braccio politico di Coemm&Clemm e di cui, manco a dirlo, Sarlo ne è il segretario) gli aderenti potrebbero crescere ancora. Tutti hanno mostrato la loro totale adesione grazie a video e foto con tanto di cartelli per «chiedere spiegazioni su questa “pandemia”».

Aderire all’esposto pare comunque economicamente vantaggioso, anche perché «nel caso di mancata risposta (dagli organi inquirenti, ndr), il Pvu chiederà risarcimenti per un minimo di 50 mila euro per ogni italiano (compresi i bimbi in embrione)». «L’incentivo economico – prosegue Lorita Tinelli – è un meccanismo noto. Soprattutto in gruppi piramidali. Da anni Sarlo rimanda la promessa di pagare i suoi adepti con 1500 euro al mese. Nessuno ne ha mai visto neanche mezzo».

Esattamente come G., 60 anni, pugliese, che racconta: «Nel 2015 ho conosciuto per caso la cugina di Maurizio Sarlo, e così mi sono avvicinata a questo gruppo. Si parlava di buone azioni, di rivoluzionare la società, ma c’era anche la promessa economica. Sarlo garantiva già nel maggio del 2016 di dare 1500 euro a chiunque si sarebbe iscritto. Cosa che ovviamente non è avvenuta».

Forse con l’esposto epocale arriverà però finalmente un riscontro economico per i fedelissimi. Anche perché, ha recentemente precisato Sarlo per sostenere ulteriormente la sua tesi, la colpa è anche «di gente idiota come Burioni, vorrei che mi portasse in tribunale perché vorrei capire se è una persona sana o psicologicamente labile». Chissà che davvero non accada.

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Il programma politico della destra è la Paura (e noi non sappiamo cosa fare) https://www.linkiesta.it/2020/08/destra-paura-immigrati-salvini-meloni/ https://www.linkiesta.it/2020/08/destra-paura-immigrati-salvini-meloni/#respond Mon, 03 Aug 2020 04:00:15 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=202389 Il pericolo sistematicamente suggerito da Salvini e Meloni all’elettorato potenziale è una minaccia assoluta, senza la quale il blocco nazional-sovranista non esisterebbe. Se a questo messaggio facile e immediato si aggiungono le Tasse, la difesa della roba, il combustibile diventa addirittura terrore

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Qual è esattamente l’attuale programma della nostra destra? Salvini e Meloni insieme, da immaginare come unico “blocco” politico, culturale, attitudinale, rionale. A prima vista, sembrerebbe tenuto insieme da un solo combustibile: la paura, come sentimento indotto.

Un esempio pratico, al mercato domenicale romano di Porta Portese, quando desiderano venderti l’intero banco, utilizzano infatti un’espressione prosaicamente interrogativa eppure seducente: «Famo er blocco?».

Alla fine, pensando proprio a certa modalità mentale, anzi, ai concetti d’affezione fissa della destra, la loro parola-regina inquadra puntualmente per definizione la paura, meglio, trattandosi di input essenziale, corticale, usando direttamente la maiuscola: la Paura. In blocco.

Pensandoci bene, se il pericolo sistematicamente suggerito all’elettorato potenziale non riguardasse uno stato d’animo primario – la Paura come minaccia assoluta, intuita perfino in termini corporei, aggiungo – la destra, con molta probabilità, non esisterebbe. Non avrebbe né corpo né luogo. Comunque la percepiremmo minoritaria, inoffensiva, ancora in sala d’attesa dei lussi ventennali ottenuti a suo tempo con il fascismo.

Senza l’acqua per far nuotare i pesci del consenso. La Paura, si sa, non conosce controindicazioni, reticenze, la paura è un sentimento prêt-à-porter, chiavi in mano, qui e ora. La prosaicità e la semplificazione appena utilizzate, nel nostro caso corrispondono al modesto talento subculturale dei soggetti implicati nel discorso. Avviene così in Italia, o forse il dispositivo della Paura è regola fissa laddove la destra, ovunque essa si trovi, voglia ottenere un’egemonia senza limiti su un potenziale “popolo” dai sentimenti altrettanto primari.

In principio erano i migranti, i clandestini, gli invasori, un insieme matassa scura di concetti-spettri cui attingere per assecondare, appunto, suggestioni orrifiche, teratologiche, le stesse che altrove, un poeta, Kavafis, fissa con l’attesa perturbante dei “barbari”, posto che gli utenti della paura indotta troverebbero astrusa ogni digressione, roba da “professoroni”.

In principio erano i clandestini. Con la diffusione del Covid-19, per la destra, anche qui, si sono evidenziate nuove opportunità espressive, utili per azionare l’esclusivo germe della Paura. Il virus, certo, cui affiancare, semplificando ancora di più, i portatori di contagio.

All’inizio, ricorderete, erano soprattutto i “cinesi”. In questo senso, se non in Ezra Pound, autore che certa destra rivendica come fermo-posta feticistico-culturale, abbastanza c’è da reperire, almeno per chi cerchi puntelli letterari (non è però il caso di Salvini e della Meloni), nelle pagine di Louis-Ferdinand Céline, immenso scrittore francese caro ai “fascisti”.

Quando a costui infatti, nel dopoguerra, rientrato in patria dopo un processo per collaborazionismo e alto tradimento, venne impedito di descrivere gli ebrei come causa d’ogni crimine, egli stesso pensò bene di indicare nei cinesi il nuovo pericolo incombente, immaginando che, presto o tardi, i “gialli” sarebbero venuti a invaderci con i loro “stuzzicadenti a punta” (sic). Un’emorragia cerebrale lo fulminerà nel luglio 1961, sai quanta amarezza se solo fosse vissuto fino al 1967, con l’apoteosi del maoismo…

La Paura. Punto. Al momento, il pensiero diffuso brevi manu dalla destra nei propri social sembra avere comunque toccato una doppia cifra: Covid-19 più migranti è il combinato disposto che fa dire alla Meloni: «Non consentiremo al Governo di continuare con la sua furia immigrazionista e rendere vani tutti i sacrifici degli italiani». Le fa eco Salvini: «Non c’è pace a Treviso, Caserma Serena (133 immigrati positivi su 293, principale focolaio Covid italiano): SOMMOSSA degli “ospiti”, non vogliono stare in quarantena e DISTRUGGONO l’infermeria!».

Le maiuscole, in queste come in molte altre avvertenze sovraniste, hanno valore emotivo, marcano come in un ECG il pericolo incombente, sono propedeutiche alla PAURA.

La Paura, l’unico programma politico delle destre, un messaggio facile e immediato, destinato a penetrare nei neuroni più inclini al sentire semplice.

Agli stessi che, sempre da destra, davanti ai gravi fatti recenti avvenuti in una caserma dei carabinieri di Piacenza, non hanno trovato parole di denuncia e ancor meno sdegno, forti di ciò che Pasolini definisce «puzza di rancio, fureria e popolo», sia detto solo per amore di completezza, vanno ricordate le tasse, anzi, le Tasse. Dove la Paura incontra la sua forma ulteriore, e si fa terrore, difesa della “roba”. Non esiste pace per la destra. Complessità ancora meno.

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