Linkiesta.it https://www.linkiesta.it News Linkiesta.it Sun, 17 Jan 2021 14:03:03 +0000 it-IT hourly 1 https://i2.wp.com/www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2020/04/cropped-linkiestalogosquare3x.png?fit=32%2C32&ssl=1 Linkiesta.it https://www.linkiesta.it 32 32 174743883 Che pizza ordineremo nel 2021 https://www.linkiesta.it/2021/01/che-pizza-ordineremo-nel-2021-futuro-world-day/ https://www.linkiesta.it/2021/01/che-pizza-ordineremo-nel-2021-futuro-world-day/#respond Sun, 17 Jan 2021 05:00:59 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=244639 Alla pala o al tegamino, alta, sottile, ripiena o Margherita: le preferenze non si contano e non si discutono, in compenso le tendenze degli ultimi mesi meritano attenzione, perché parlano di noi

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Nel 2020 siamo diventati un popolo di panificatori. Per un po’. Ci siamo divertiti a mettere le mani nella farina, indossare grembiuli colorati che erano rimasti per anni sepolti tra tovaglie e strofinacci, ci siamo misurati con l’impervia magia della lievitazione e abbiamo assaggiato con entusiasmo i nostri esperimenti culinari. È durato il tempo di un lockdown, poi la maggior parte dei consumatori è tornata a rivolgersi agli esperti del mestiere: panificatori di professione e pizzaioli doc.

È stata una scelta naturale, data dall’allentamento – parziale e altalenante – delle restrizioni, che ci ha premesso di tornare a dedicare attenzione ad altro e di uscire dalla clausura delle mura domestiche, ma anche dalla volontà di sostenere le piccole imprese di fiducia e dalla voglia di assaporare una pizza come si deve, a seconda dei gusti di ognuno.

Difatti, seppur portabandiera dell’italianità nel mondo – sulla base degli ultimi dati elaborati da Italmopa, Associazione Industriali Mugnai d’Italia, il consumo pro-capite di pizza in Italia raggiunge circa 8 kg, mentre negli Stati Uniti si toccano i 13 kg – la pizza è da sempre anche fulcro di discussioni e dibattiti: meglio alta e soffice o sottile e croccante? Ricca di condimento o semplice? Al tegamino o alla pala?

Nel 2020 la primavera dei panificatori domestici e le limitazioni alla comune quotidianità non hanno placato questi conflitti sociali e palatali, bensì, hanno contribuito ad esacerbarli, ma in positivo. Secondo l’analisi condotta in onore dalla giornata mondiale della pizza da Deliveristo, marketplace digitale B2B dedicato alla ristorazione, oggi i consumatori si mostrano sempre più sensibili alle caratteristiche e alla provenienza delle materie prime e premiano le pizzerie che scelgono ingredienti di qualità. Molte di queste arricchiscono da anni il panorama gastronomico milanese, come Cocciuto, ristorante e pizzeria che conta ormai tre sedi e che impiega per le proprie preparazioni prodotti provenienti da presidi Slow Food, o Eataly Milano Smeraldo, che unisce all’attenzione per la qualità delle materie prime anche la ricerca di una ricetta unica, ideata da Francesco Pompilio, Maestro Pizzaiolo Eataly, con il supporto dell’executive chef Enrico Panero, del produttore delle farine Fulvio Marino e dell’esperto pizza di Slow Food Italia Antonio Puzzi.

Già da tempo tali attenzioni avevano contribuito a far rivalutare la pizza, considerata a lungo una proposta poco affine alla cucina di ricerca e sperimentazione, ponendola durante gli anni Dieci, al centro del ciclone gourmet. Oggi questa tendenza ha attirato anche diversi chef, che hanno deciso di provare a inserire la pizza nei menu dei propri ristoranti, come Andrea Provenzani, del ristorante Il Liberty di Milano.

Il 2020 è stato anche l’anno del delivery e la pizza d’asporto e a domicilio ne ha ampiamente beneficiato, conquistando il primo posto nella classifica delle cucine più ordinate secondo l’osservatorio di Just Eat. Inoltre, per venire incontro alle esigenze dei commensali a distanza, i ristoratori si sono attrezzati proponendo nuove alternative per coloro che storcono il naso davanti alla pizza nel cartone, come i kit, che permettono di concludere la preparazione delle pizze nelle cucine casalinghe.

Infine, sempre in tema di nuove limitazioni, una delle necessità che si è verificata negli ultimi mesi è stata quella di consumare pasti in sicurezza e comodità. Tali esigenze hanno premiato alcune preparazioni più di altre, come la pizza a portafoglio icona dello street food napoletano, facile da mangiare anche all’aperto, senza bisogno di forchetta e coltello. Il successo di questa pizza particolare ha superato da anni i confini partenopei, tanto che a Torino, la pizzeria Uagliò ne prepara sia una versione dolce che una salata.

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Chi è Armin Laschet, il nuovo segretario della CDU https://www.linkiesta.it/2021/01/armin-laschet-segretario-cdu-germania-merkel/ https://www.linkiesta.it/2021/01/armin-laschet-segretario-cdu-germania-merkel/#respond Sun, 17 Jan 2021 05:00:27 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=244728 L’ex eurodeputato e attuale governatore del Nordreno-Vestfalia (il Land più popoloso della Germania) aveva l’appoggio di figure importanti nel partito, da Manfred Weber all’ex segretaria Kramp-Karrenbauer, fino al Ministro della Salute Jens Spahn. Ma non è ancora certa la sua candidatura a Cancelliere

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Armin Laschet è il nuovo segretario della CDU. Al congresso dei cristiano-democratici ha vinto il candidato più in linea con l’eredità merkeliana e con l’attuale classe dirigente, dopo una sfida che lo ha visto contrapporsi al milionario di destra Friedrich Merz e al funzionario di partito specializzato in esteri Norbert Röttgen.

La sua immagina è stata danneggiata negli scorsi mesi a causa della gestione non ottimale della pandemia, ma i sondaggi degli ultimi giorni lo davano in lieve ripresa. Merz rimaneva però l’opzione preferita sia dalla base CDU che dalla totalità degli elettori. In effetti, al primo turno di votazioni il candidato di destra era in testa con 385 voti, ma Laschet inseguiva con soli 5 voti di svantaggio (molto più lontano Röttgen, 224 voti). Il ballottaggio ha visto la situazione polarizzarsi: da una parte l’outsider radicale, dall’altro l’establishment centrista, e a quel punto la maggior parte dei delegati che avevano votato Röttgen è andata su Laschet, che ha vinto per 521 voti contro 466. Seconda sconfitta congressuale per Merz, dopo quella del 2018 (di nuovo ad opera di un merkeliano, lui anti-Cancelliera per eccellenza).

Ex eurodeputato e attuale governatore del Nordreno-Vestfalia (il Land più popoloso della Germania), Armin Laschet, 59 anni, aveva l’appoggio di figure importanti nel partito, dal capogruppo PPE a Bruxelles Manfred Weber all’ex segretaria Kramp-Karrenbauer, fino al Ministro della Salute Jens Spahn. È più che lecito aspettarsi continuità con la linea merkeliana degli ultimi anni: pragmatica e centrista, ma anche moderatamente riformista e non disposta a dialogare con l’estrema destra di Alternative für Deutschland. Il suo programma, del resto, insiste molto sul centro come lo spazio politico da continuare ad occupare, rimanendo un partito saldamente europeista. La lotta alla criminalità e al terrorismo sono le priorità per la politica interna, insieme a una serie di temi legati ai grandi cambiamenti in corso (propone ad esempi di creare un Ministero per la digitalizzazione). Sul fronte esterno, il segretario è un convinto europeista e multilateralista, che sulla scia di Angela Merkel vede in USA, Cina e Russia degli interlocutori importanti. 

È tuttavia incerto se Laschet sarà candidato cancelliere. Normalmente, il segretario della CDU ha la strada spianata verso la nomina, ma stavolta le cose sono più complicate: Markus Söder, il leader della CSU, partito-sorella bavarese che concorre nella scelta, è diventato popolarissimo durante la pandemia, così come Jens Spahn, il Ministro della Salute. Nei sondaggi, i due risultano molto apprezzati dai tedeschi come possibili cancellieri (soprattutto Söder). Sebbene nessuno dei due abbia finora sciolto le riserve e dichiarato interesse per la candidatura, il governatore del Nordrhein-Westfalen potrebbe vedersi negare la nomina, e forse anche per questo lui stesso finora non ha dichiarato di volere la candidatura. 

Laschet ha un ottimo rapporto con Spahn, che era tra i suoi sostenitori al congresso, ed è quindi possibile che rinunci alla sfida per spingere il partito a convergere sul Ministro, in funzione anti-Söder. Spahn, tuttavia, esce dal congresso parzialmente sconfitto: candidatosi per essere uno dei cinque vicesegretari, è stato eletto come ultimo. Non esattamente un risultato entusiasmante per chi aspira a essere il prossimo cancelliere, anche al netto del fatto che i delegati per Merz sembrano aver diviso i voti in maniera strategica per ottenere questa situazione. 

Indipendentemente da chi sarà il candidato, l’elezione di Laschet alla guida dei cristiano-democratici rende più facile immaginare un eventuale governo di coalizione, soprattutto con i Verdi, anche se per capire chi sarà il principale interlocutore bisognerà vedere anche il risultato dei socialdemocratici della SPD. Non a caso, non appena diffusa la notizia dell’elezione, gli esponenti degli altri partiti hanno subito rilasciato dichiarazioni in cui auguravano buon lavoro al neoeletto. Le uniche eccezioni si sono viste nella Linke e in AfD. 

Il leader della destra radicale Tino Chrupalla, in un tweet che strizzava l’occhio ai sostenitori di Merz, ha fatto subito notare come la CDU abbia scelto di confermare la linea centrista, lasciando quindi ad AfD il ruolo di unico partito di destra. A sinistra, di tutt’altro avviso invece la presidente della Linke Katja Kipping, che ha affermato che la maggioranza risicata con cui ha vinto costringerà Laschet a concedere molto alla destra. Kipping ha poi provocato i Verdi, chiedendo se davvero vogliono dialogare con la CDU. La Linke, infatti, vuole evitare a tutti i costi un governo Verdi-CDU in favore di uno che veda alleati Verdi, Spd e Linke (ma bisognerà vedere se i numeri lo permetteranno). 

Superato lo scoglio congressuale, ora Laschet dovrà tenere unito il partito e accompagnarlo nella scelta di un candidato cancelliere. Il modo in cui lo farà, e le scelte che prenderà per le elezioni, potranno dire molto sull’identità che assumerà la nuova CDU.

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Che cosa è il talento e come lo si coltiva in azienda https://www.linkiesta.it/2021/01/talento-aziende-startup/ https://www.linkiesta.it/2021/01/talento-aziende-startup/#respond Sun, 17 Jan 2021 05:00:06 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=244648 Nel mondo delle imprese sono tante le persone che, a causa delle condizioni poco favorevoli, non esprimono al meglio le loro capacità. Come spiega Roberto Battaglia in “Startupper in azienda” (Egea), per evitare questo spreco di risorse le organizzazioni devono ripensare il loro modo di gestire le idee, lasciando spazio alla sperimentazione e dando fiducia alle intuizioni dei dipendenti

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Ho spesso l’occasione di incontrare gruppi di giovani colleghi partecipanti al nostro programma internazionale dedicato ai migliori talenti, che offre l’opportunità, nell’arco di un triennio, di ricoprire ruoli in strutture e geografie diverse.

Prima dell’incontro, oltre a consultare le informazioni gestionali presenti nelle nostre piattaforme HR, ho ormai l’abitudine di dare un’occhiata al loro profilo LinkedIn e ogni volta vedo confermata una tendenza.

Circa la metà delle persone indica come job title l’appartenenza al percorso di sviluppo più che al mestiere che sta svolgendo in quel momento.

Questo semplice esercizio ci fornisce un segnale chiaro: per molte persone essere un talento rappresenta un’etichetta da esibire che sostituisce o supera per importanza ciò che si sta facendo per l’organizzazione a cui si appartiene. Quasi una sorta di ritorno allo status di studente in viaggio premio che sale su una nave da crociera, che lo porterà in una magnifica destinazione dove godere di prospettive di successo.

Le conversazioni con i ragazzi mi aiutano a «validare l’assumption» che ho provocatoriamente appena proposto (uso questo termine tecnico perché appartiene a uno degli strumenti del metodo che troveremo nella Terza parte del libro) e mi consente di farli riflettere sul loro percorso, sul concetto di talento e soprattutto sulla necessità di sviluppare uno spirito e un approccio imprenditoriali all’interno dell’azienda.

Naturalmente l’occasione mi consente anche di vedere la talentuosità in azione e farmi piacevolmente sorprendere dalle qualità intellettuali, oltre che professionali, delle persone che ho di fronte.

Che cos’è il talento? È sicuramente un’attitudine innata e allenata a fare cose che ai più risultano difficili se non impossibili. Ma il talento, come caratteristica individuale, non è sufficiente se non intervengono delle condizioni abilitanti, personali e di contesto.

Una persona di talento ma priva di determinazione avrà meno chance di una persona coraggiosa e tenace pur senza un geniale talento, così come diceva Seneca: «La fortuna non esiste. Esiste il momento in cui il talento incontra l’occasione».

Creare l’occasione è una responsabilità che riguarda le persone di valore, con la loro capacità di prendere l’iniziativa, e ancor più le organizzazioni, che hanno il compito di stimolare le persone ad alto potenziale a superare la propria zona di comfort, non trascurando le capacità disseminate in ciascuno.

Un’importante ricerca pubblicata dalla Society for Industrial and Organizational Psychology sostiene come le definizioni e i modelli di sviluppo del potenziale esistenti siano spesso focalizzati solo su alcuni fattori selezionati e prestino poca attenzione all’ampio spettro di potenziali talenti esistenti all’interno delle mura aziendali.

Il posizionamento su una corsia preferenziale non sempre porta a un’accelerazione della crescita di carriera, anzi. Talvolta l’idealizzazione che molte persone fanno del proprio talento, unita al peso delle attese nei loro confronti, può portare a pericolosi cortocircuiti. E il paradosso che in alcuni casi si presenta è che, in un’epoca in cui le aziende lottano per contendersi i soggetti migliori, per alcune persone essere riconosciute come talenti potrebbe rivelarsi una maledizione.

Questa tesi è argomentata da molti esperti fra cui la psicologa di Stanford Carol Dweck, che sostiene come spesso la preoccupazione per la propria immagine sia una conseguenza derivante dalla pressione per dimostrare il proprio talento.

Due docenti della business school francese INSEAD hanno stilato sul tema tre regole per gli high flyers, che personalmente condivido:

1. riconosci il tuo talento, non essere posseduto da esso;

2. porta al lavoro tutto te stesso, non solo il tuo io migliore;

3. valorizza il lavoro che stai facendo ora.

Il talento è spesso latente. Se investire sulle persone migliori è una necessità per le imprese, possono tuttavia verificarsi due effetti collaterali non trascurabili: da un lato emergono con più facilità coloro che rispondono completamente ai canoni tecnici e culturali stabiliti che definiscono in quel momento il talento, dall’altro si rischia di non considerare qualità e potenzialità non del tutto visibili che appartengono a tutte le persone.

Una di quelle che io chiamo “parole da guardare” rende immediatamente questo concetto. Sopra la parola “Talent” una freccia arcuata invita a invertire la “T” iniziale e la “L” rivelando un dato di fatto: il talento è spesso latente e per scoprirlo servono enzimi capaci di farlo emergere. Fra questi c’è l’inclusione, non solo letta attraverso le categorie conosciute (genere, cultura, religione, orientamento affettivo), ma come capacità di accogliere e abbracciare la diversità come risorsa che è fatta anche di competenze laterali e di pensiero critico.

Inoltre serve un approccio non tradizionale per far germogliare il potenziale latente, un approccio che affidi a chi ha la responsabilità di altre persone il compito, al tempo stesso, del maieuta e del moderno investigatore, capace di consentire alle persone di variare il proprio lavoro, combinando ruoli e attività e di creare un mercato interno di attività e progetti che possono essere sviluppati mettendo a fattor comune le migliori capacità spesso non visibili.

Ciò che emerge da questo quadro è una forte necessità di individuare nuove vie per far emergere un asset prezioso, ma spesso inerte.

La sintesi della riflessione sviluppata fin qui è che il talento non si forma, si sfida. Talenti mediocri hanno bisogno di direttori, grandi talenti hanno bisogno di abilitatori.

da “Startupper in azienda. Liberare il potenziale imprenditoriale nascosto nelle organizzazioni”, di Roberto Battaglia, Egea editore, 2021, pp. 321, euro 38

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Appunti per non sprecare il Recovery Plan https://www.linkiesta.it/2021/01/appunti-per-non-sprecare-il-recovery-plan/ https://www.linkiesta.it/2021/01/appunti-per-non-sprecare-il-recovery-plan/#respond Sat, 16 Jan 2021 05:00:55 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=244122 Lo scenario economico italiano è difficile da prevedere, anzi è pericoloso, ma nella seconda metà dell’anno ci sarà un forte rimbalzo in alcuni settori, anche se il recupero sarà meno forte del necessario

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Lo scenario economico italiano del 2021
Fare previsioni sul 2021 è un esercizio intrinsecamente pericoloso. Se, riportando indietro la lancetta del tempo di un anno, ci fossimo dedicati a inizio gennaio a immaginare l’economia italiana nel 2020, il risultato sarebbe stato impietoso – ovviamente a causa dello scoppio della pandemia di Covid-19, quindi con una forte giustificazione. Malgrado ciò, anche le previsioni per il 2021 sono un esercizio soggetto a errore, soprattutto in presenza di una esternalità devastante come il Covid-19, che rende il quadro di riferimento molto volatile.

Lo scenario della pandemia e la risposta dei governi
Credo che, con il primo semestre, il tema Covid sarà pressoché esaurito. In parte perché a mio avviso, almeno nei Paesi occidentali, l’immunità di gregge naturale è già molto avanzata. E se pure questa mia personale convinzione si rivelasse errata, il tema si esaurirà comunque perché la campagna vaccinale estesa, con almeno tre vaccini approvati da inizio anno, renderà effettiva l’immunità di gregge. Nel peggiore dei casi entro giugno.

Questo non significa minimamente che il Covid sparirà, cosa palesemente impossibile. Sparirà tuttavia la possibilità che esploda di nuovo, rendendo ingestibile la questione sanitaria. Uno scenario di fronte al quale non vedremo probabilmente una risposta univoca da parte dei governi. Lo spettro delle regolamentazioni comprenderà sia una risposta molto liberale negli Stati Uniti, anche con la nuova Amministrazione, sia – temo – una risposta difensiva, tardiva e potenzialmente ondivaga in Italia, anche a causa di una modesta o modestissima terza ondata tra gennaio e marzo.

Il freno allo sviluppo economico che ne deriverà sarà quindi soggetto a variazioni. Ma, come nel 2020, mi aspetto che in Italia sarà ai massimi livelli rispetto al resto d’Europa, con conseguenze molto negative sul rimbalzo del Pil.

Come sarà l’andamento del Pil
Rispetto a un 2020 chiuso tra -10% e -12% dopo il devastante lockdown natalizio, sottovalutato dal governo sotto il profilo della crescita economica, e un debito su Pil intorno al 165%, il 2021 sarà sicuramente un anno con segno positivo, ma probabilmente meno delle aspettative iniziali. Io mi aspetto un forte rimbalzo del turismo estivo e invernale (per differenza rispetto al 2020, dove è stato zero) fino a Natale 2021, insieme a una significativa risalita nel campo della ristorazione, che presumo sarà riaperta definitivamente intorno a marzo o aprile. Di contro, il recupero sarà meno forte del previsto per quanto riguarda i consumi delle famiglie a causa del calo delle aspettative di reddito disponibile nel tempo.

L’inevitabile decremento dell’occupazione e la chiusura di molte imprese, soprattutto commerciali e di servizi, insieme alla contemporanea incapacità del governo di tenere alti gli stimoli fiscali del 2020 (sono finite le risorse, cosa ampiamente prevedibile), tenderanno a rendere il rimbalzo dei consumi meno forte del previsto e di conseguenza a ritardare le decisioni di investimento delle imprese, che hanno in ogni caso ampia capacità produttiva in eccesso.

Per contro, la liquidità accumulata nel 2020 per il crollo dei consumi e per il sostegno fiscale può esercitare un effetto di riequilibrio a mio avviso solo parziale. Il combinato disposto di questi effetti può portare a un rimbalzo del Pil tra il 4% e il 7% , dove la fascia più centrale, il 5-6% costituisce l’aspettativa più realistica.

Un grosso problema per l’Italia sarà determinato dal differenziale di sviluppo cumulato nel 2020-21 rispetto agli altri Paesi dell’Eurozona. La risposta italiana alla pandemia è stata tutta concentrata in stimoli a pioggia senza un minimo di strategia. Soprattutto, la quota riservata alle imprese è stata minima. L’opposto ha fatto, ad esempio, la Germania. Da qui deriverà un ulteriore differenziale sul piano degli investimenti e della competitività e, di conseguenza, un divario molto pesante su quello della crescita economica. La valuta unica – irrinunciabile – e la differente capacità di gestione del ciclo non faranno che accrescere il differenziale di produttività, relegando ulteriormente l’Italia al ruolo di ultima della classe in Europa per crescita e produttività.

Purtroppo sarà questo l’effetto drammatico, perché duraturo nel tempo, dell’ostilità (nemmeno troppo celata) del governo alle imprese, cui si accompagna l’assuefazione ai sussidi di un vasto strato di economia e territorio, ossia l’esatto opposto di ciò che serve per stimolare lo sviluppo.

Ci ritroveremo quindi a fine 2021 con un differenziale di sviluppo rispetto ai Paesi europei molto elevato (anche considerando che si parte dal livello già esasperato del 2019), con un ciclo di investimenti ritardato, con un euro realisticamente un po’ più forte rispetto al dollaro e, soprattutto, senza avere avviato una seria politica economica per lo sviluppo.

Il Recovery Plan e il suo utilizzo
A fronte di questo scenario di crescita, forse rilevante in termini assoluti ma molto inferiore se confrontato ai partner europei, ci sarà nel 2021 il tormentone ricorrente del Recovery Plan, a oggi uno dei segreti meglio custoditi in Italia.

Difficile commentare rumor e voci, ma mi aspetto che i “pilastri” del piano, almeno in Italia, siano la digitalizzazione, l’economia verde e le infrastrutture.

Per quanto riguarda digitalizzazione ed economia verde temo che le parole supereranno i fatti e, soprattutto, che l’impatto sull’economia del Paese sarà pressoché nullo. La digitalizzazione ormai si traduce in portare il 5G in tutto il Paese, cosa che succederebbe comunque in termini economicamente sostenibili. Ci potrà essere una certa accelerazione (modesta, secondo me) ma l’impatto non sarà né differenziale rispetto all’Europa, né sostanziale. Lo stesso vale per l’economia verde, settore in cui è progressivo e ormai molto avanzato lo spostamento delle fonti di produzioni di energia verso le rinnovabili (l’Italia è al 35% circa, la Germania al 75%, giusto per ricordarlo). Ci sarà una naturale e progressiva crescita della percentuale di auto elettriche vendute. Ma anche in questo caso non si intravede alcun differenziale di valore tra noi e il resto di Europa e nemmeno un sostanziale volano per la crescita.

Diverso l’impatto di un piano per le infrastrutture, che potrebbe avere una forte valenza di sviluppo economico, ma è prevedibile che la burocrazia dello Stato e le varie e numerose istanze di “controllo” collocate a tutti i livelli limiteranno (e di molto, per non dire del tutto) la spesa effettiva nel 2021.

Manca completamente a oggi la consapevolezza che lo sviluppo economico vero si basa su produttività e vantaggi competitivi duraturi. La produttività, come si sa, discende dagli investimenti e dal costo del lavoro, in un quadro in cui i primi dovrebbero essere fortemente stimolati (industria 4.0 e oltre) e il secondo abbattuto (taglio del cuneo fiscale). Non vedo grandi risorse su questo tema (a parte la decontribuzione al Sud, che non avrà alcun impatto sostanziale perché nessuno vi investirà se prima non viene risolto il problema enorme del VERO controllo del territorio), per cui si perderà ancora tempo prezioso.

Quanto allo stimolo di settori strategici, il pensiero va al turismo, che è stato addirittura mortificato nel 2020 e riguardo al quale non si intravede da parte del governo nessuna consapevolezza, per non parlare di un’azione concreta. Servirebbe un massiccio piano di stimolo, con aiuti anche a fondo perduto, analogo a quanto la Germania ha GIÀ FATTO per i suoi settori strategici, ma non si vede nemmeno all’orizzonte nessuna consapevolezza.

Infine, non si parla di stimolo né di risorse dedicate nemmeno per i settori che hanno valenza di export. Di conseguenza soffriremo come tutti il calo degli investimenti, avvenuto su base globale nel 2020 e che si riverbera nei suoi effetti di contabilizzazione anche sul 2021. Non solo: soffriremo più di tutti la mancanza di attenzione del governo nei confronti delle aziende che esportano.

In estrema sintesi, mi aspetto che i fondi del Recovery Plan arrivino in ritardo, che il piano sia implementato con indugio, che i finanziamenti vengano dispersi in mille rivoli di modesto impatto complessivo, in assenza di una chiara visione del percorso di sviluppo economico del Paese. Risultato: nessun impatto per il 2021, salvo forse contribuire a coprire qualche buco di bilancio fatto nel 2020. Si allocheranno risorse a Sanità e probabilmente scuola, in modo corretto, ma non vedo risorse tangibili allocate verso lo sviluppo del Paese e dell’economia che rimane l’unica strada stretta di riduzione dell’immane fardello del debito pubblico.

Mi rendo conto che è una previsione molto negativa, ma è basata sull’osservazione dell’operato svolto finora del governo e sul presupposto che sarà PURTROPPO questo stesso governo l’artefice del Recovery Plan. Un’occasione storica e unica per l’Italia che, realisticamente, viste le premesse e gli attori, verrà gettata al vento. L’unico motivo di speranza è che non riusciranno a spendere nemmeno volendolo e che le risorse allocate potranno essere disponibili per futuri esecutivi di ben altro spessore e competenze.

Il problema del debito pubblico
Il 2020 è stato caratterizzato da pesanti interventi della BCE che hanno sterilizzato completamente lo spread e comprato una vasta maggioranza del debito pubblico in eccesso. Questo trend continuerà anche nel 2021 ma avrà molto meno impatto. Di conseguenza mi aspetto che il rapporto debito/Pil raggiungerà a fine 2021 il 165%, numero che considera il significativo rimbalzo del Pil, ma anche l’ipotesi che nel primo semestre lo spread rimanga fermo. Ma mi aspetto che nel secondo semestre dell’anno, a fronte di una ripresa economica molto forte in Germania, in Francia e nel Nord Europa, e con una certa pressione sul tasso di inflazione, la BCE riduca anche marginalmente non tanto la politica monetaria (che resterà ultra espansiva), ma banalmente la quantità di titoli di Stato italiani acquistati rispetto al totale delle emissioni.

Nel 2020 questa percentuale raggiunge, tra PEPP, SURE e altri programmi, il 45% circa, mentre è prevedibile che scenda intorno al 30% se non al 25% nel 2021. L’ombrello BCE, insomma, non è eterno e lentamente si chiuderà lasciando un debito pubblico di 2,75 trillioni a fine 2021, destinato a diventare 3,0 trilioni nel 2024.

Prima o poi la domanda dei mercati sarà evidente: si chiederanno cioè se lo sviluppo economico italiano sarà in grado, anche con tassi bassi o bassissimi, di fare scendere il rapporto debito/Pil. Se questo governo fosse ancora in carica a fine 2021 (e visto il semestre bianco a partire dall’estate è probabile che lo sia) la mia previsione è che la domanda sarà di attualità verso la fine dell’anno e qualche tensione sullo spread comincerà a manifestarsi. Nulla di gravissimo, ma costituirebbe il preludio di un 2022 e di un 2023 che potrebbero configurare invece scenari molto meno rassicuranti.

L’uscita dalla drammatica dimensione del debito avviene solo con uno sviluppo sostenuto e a oggi non ci sono le condizioni minime perché questo succeda.

La spesa pubblica
Non vedo nel 2021 alcuna possibilità che venga iniziata una doverosa revisione al ribasso della spesa pubblica improduttiva. È probabile che succeda invece l’opposto. Inutile sottolineare quanto dannosa sia questa facile previsione.

Quali saranno i settori trainanti dell’economia
L’analisi del tessuto economico italiano e dei suoi settori trainanti indica in modo abbastanza chiaro le priorità. Al tempo stesso, evidenzia la mancanza pressoché totale di politica industriale e di visione in questa fase storica. L’Italia dipende in modo massivo da:

• turismo, semplicemente devastato dal Covid-19;

• dal suo ruolo di subfornitore per la industria manifatturiera e in particolare automobilistica tedesca, e ci sarà un rimbalzo ciclico;

• dall’industria per i macchinari di precisione, che rimbalzerà solo quando sarà riassorbita la capacita produttiva in eccesso globale (e quindi molto poco nel 2021, andranno meglio gli anni successivi);

• dalla filiera moda/lusso, che si spera beneficerà dal rimbalzo dei flussi turistici globali e dalla ripresa sostenuta dei consumi in Cina e Stati Uniti;

• parzialmente, dall’industria della trasformazione alimentare, che potrebbe crescere nel tempo ma ancora adesso non costituisce un forte contributo all’export.

La domanda interna sarà fortemente condizionata dalla politica fiscale, la quale inevitabilmente dovrà iniziare il percorso di rientro e, qualora la domanda di lavoro da parte delle imprese non riprenda a dare stimolo, non potrà essere di sostegno.

Manca completamente oggi la consapevolezza del fatto che, quando finirà il metadone dello stimolo fiscale, le imprese e i privati dovranno esprimere domanda di beni, servizi e quindi lavoro. Per ottenere questo risultato lo Stato dovrebbe stimolare in modo massiccio gli investimenti e la produttività delle aziende, in particolare quelle dei settori trainanti sopra citati, anche a costo di fare scelte molto nette in regime di scarsità di risorse.

Il sostegno alle imprese che hanno prospettive di sviluppo sarebbe fondamentale per amplificare il ciclo, ma contrasta in modo netto con la visione politica dell’attuale governo e perciò non sarà offerto, se non in minima parte.

Le imprese saranno quindi chiamate, non diversamente che in passato, a cercare opportunità di sviluppo in modo autonomo, pur essendo zavorrate dal costo dei mali storici italiani, cioè un carico fiscale elevatissimo, una burocrazia statale farraginosa e complessa e, infine, un sistema di amministrazione della giustizia lento e inefficace. Di certo qualche impresa, come in passato, crescerà, ma la maggioranza ripeterà le assai modeste performance storiche.

Il sistema bancario
Le banche entrano nella crisi con un bilanciamento molto più solido in termini di risk weighted asset e di tier 1 capital, soprattutto se confrontato alla drammatica crisi 2008. La garanzie statali sui prestiti fino a 400 miliardi, per quanto non completamente utilizzate a oggi, hanno comportato un ulteriore grosso scarico dei ratio.

Nel 2021 ci sarà sicuramente un aumento delle sofferenze, ma credo che sia sottovalutato il combinato disposto di intervento delle garanzie statali e di politiche di credito molto più cautelative. In altre parole, non credo che ci saranno problemi di tenuta o di necessità di capitale per nessuna delle grandi banche italiane.

È probabile che sarà dato ulteriore impulso al processo di consolidamento dopo l’operazione Ubi. Sicuramente verrà risolto il tema Monte dei Paschi di Siena e probabilmente sia Banco Bpm, che Bper risulteranno protagoniste di questi processi.

Al temine ci saranno in scena tre grandi operatori, Intesa, UniCredit e Banco Bpm, aggregata in qualche modo, più due operatori esteri come Bnp (Bnl) e Crédit Agricole (cioè Cariparma e Creval), tutti molto solidi, con economie di scala significative in grado di assicurare credito all’economia e generare valore. Non prevedo in alcun modo crisi di soggetti dimensionalmente operanti dopo l’evidenza degli ultimi casi (Banca Popolare di Bari e Carige). Si può affermare con relativa sicurezza che il lungo processo di ristrutturazione del credito in Italia è arrivato quest’anno al suo compimento.

Una sintesi
Il 2021 sarà un anno di rimbalzo economico dopo il tragico 2020. Sarà a mio avviso un rimbalzo purtroppo inferiore a quello dei nostri partner europei. Non mi aspetto crisi di spread o bancarie, ma non mi aspetto nemmeno quel cambio di passo del governo e della politica che sarebbe assolutamente necessario.

Questo potrà avvenire solo dopo l’elezione del nuovo presidente della Repubblica nel 2022 e con le probabili immediate elezioni successive.

L’Italia ha un tessuto imprenditoriale molto solido che è riuscito a sopravvivere in un ambiente ostile, con uno Stato assente o peggio limitante. La crisi del Covid-19 ha inferto un colpo durissimo al sistema ma il problema, negli anni a venire, sarà più concentrato sulla necessità di riformare adeguatamente, rapidamente e pervasivamente lo Stato, riducendo i limiti che genera allo sviluppo economico e alla crescita della produttività.

Paradossalmente, la crisi della pandemia e l’incremento massivo del debito pubblico che ha generato renderanno questa necessità, già evidente da tempo, del tutto ineludibile. Sarà possibile agire però soltanto con un nuovo Parlamento, non più dominato da forze populiste sostanzialmente incapaci di operare.

La vera domanda allora è se il tempo SPRECATO nel 2021 e forse anche nel 2022 in attesa di questa necessaria e urgente evoluzione ci sarà concesso dall’evoluzione della concorrenza internazionale, dalla compiacenza dei mercati finanziari verso il nostro immane debito pubblico e, in positivo, da almeno un lustro di tassi di interesse compressi a zero. Il Covid-19 è stato per l’Italia una brutale sveglia, ma ha anche offerto una finestra di opportunità grazie all’ atteggiamento molto più disponibile dell’Europa.

A oggi, e penso anche quest’anno, sprecheremo colpevolmente questa opportunità. La finestra lentamente si chiuderà e non manca molto tempo. Tutto dipende, in poche parole, da quanto questa consapevolezza verrà condivisa dai cittadini italiani quando saranno chiamati alle urne nel 2022 o, peggio, nel 2023.



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Conte è il connubio perfetto tra immobilismo e trasformismo https://www.linkiesta.it/2021/01/conte-crisi-renzi-politica-gattopardo/ https://www.linkiesta.it/2021/01/conte-crisi-renzi-politica-gattopardo/#respond Sat, 16 Jan 2021 05:00:55 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=244436 Il contismo è il successo di una classe dirigente fatta a immagine e somiglianza del declino italiano. La solidarietà esplosa in questi giorni di crisi di governo nei confronti del presidente del Consiglio è la prova di come nel nostro Paese lo status quo è considerato come il sole dell’avvenire

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Ci vorrebbe, anche oggi, un romanziere, non uno storico o un politologo, per raccontare la profonda verità culturale e materiale dell’Italia politica, nel connubio imprescindibile e quindi ricorrente tra immobilismo e trasformismo, retorica eversiva e propaganda d’ordine, avventurismo e rivendicazioni di responsabilità.

Il contismo è solo l’ennesima (ma non ultima) pagina di questo romanzo politico della nazione, che si dipana lungo il corso dei decenni – anzi ormai dei secoli – e di cui Il Gattopardo, raccontandone l’esordio nell’Italia unitaria, ha descritto la declinazione forse più nobile e dolorosa. I successivi centosessanta anni di Regno e poi di Repubblica hanno sviluppato su questa matrice una miriade di modelli politici, tutti diversi e anche apparentemente opposti, ma accomunati dall’identità tra novità e conservazione, dal cambiamento come rimescolamento e dal movimento senza spostamento. La politica come ammuina.

Non c’è dunque da stupirsi che dal ventre dell’Italia antipolitica, indottrinata anche dalla stampa perbene al disprezzo delle élite e dai partiti al dileggio delle istituzioni, siano stati partoriti cacicchi che oggi si contendono le sorti dell’Italia in una crisi che non è di governo, ma di sistema (il Paese era economicamente e civilmente collassato ben prima della pandemia) e che non hanno la più pallida idea di come spendere i soldi del NextGenerationEu, se non come si sono sprecati per anni gli aiuti al Sud, comprando voti ed elargendo rendite.

Non hanno idea di come spenderli perché non hanno neppure idea di ciò a cui dovrebbero servire, avendo ideologicamente rifiutato una spiegazione onesta e razionale della situazione dell’Italia e delle relative responsabilità, a partire da cosa “noi” abbiamo fatto e non fatto di noi stessi nell’ultimo quarto di secolo. Partono invece sempre dal «che cosa ci hanno fatto», inseguendo il fantasma di un “chi”, che non sia mai un “noi”.

L’Italia è stata privata per decenni della conoscenza e consapevolezza sulle cause strutturali del proprio declino e drogata, da Tangentopoli a oggi, dalla cocaina colpevolistica dei vendicatori del popolo, per cui tutto è colpa dei ladri (cioè ovviamente, in primo luogo, dei politici) e poi del liberismo, e poi di Berlusconi e di Prodi, e poi di Monti, e poi dell’Europa e dell’euro, e poi della globalizzazione e dell’immigrazione, e poi di Renzi. In un’Italia così non è semplice ritrovare il bandolo della matassa delle verità negate, né uscire dal circolo vizioso tra domande non consentite e risposte impronunciabili.

Il risultato finale è il successo di una classe politica fatta a immagine e somiglianza del declino italiano, conformata all’etica del vittimismo e all’estetica della decadenza, che maledice gli affronti della sorte e gli oltraggi di non meglio specificati potenti che congiurerebbero contro il popolo, proprio mentre si fa potere, affermandone addirittura la necessità storica e morale. Chi è contro Conte, Rocco Casalino, Luigi Di Maio, Francesco Boccia e Domenico Arcuri è tout court contro l’Italia – dicono gli interessati.

Nelle polemiche di questi giorni sulla crisi di governo, comunque la si pensi sulla scelta e sulle contraddizioni di Renzi, il resto della maggioranza è insorta rivendicando la vera e propria irrinunciabilità democratica di Conte e la natura eversiva e antipatriottica di una scelta che, come quella contraria e cosiddetta responsabile, appartiene alla normalità del gioco parlamentare e al repertorio di giravolte, cui si deve anche la vita, per chi se lo fosse dimenticato, del Governo Conte bis.

La pandemia, che l’Italia ha affrontato con risultati tutt’altro che invidiabili e che in ogni caso suggerirebbe di cambiare almeno qualcosa, se non qualcuno, è diventata anch’essa l’alibi clinico della continuità del Governo e della intoccabilità del presidente del Consiglio. Si è arrivati a dire: «Come ci si può impuntare sul Meccanismo europeo di stabilità durante la pandemia?», come se si trattasse di una cosa curiosa chiedere di utilizzare una linea di credito sanitario nata per l’emergenza Covid da parte di un Paese che ha iniziato la pandemia senza non dico i posti in terapia intensiva, ma le mascherine, e che l’ha continuata chiedendo a una Ong che lavora in Afghanistan e in Sudan di portare i suoi ospedali di guerra in Calabria.

In tutto questo, al di là di un entusiasmo retorico da cheerleader a cui si sono prestati anche nomi storici del Partito democratico – il Presidente non si tocca! – il nocciolo duro del fenomeno Conte è proprio quello della inscindibilità tra immobilismo e trasformismo, dello status quo come sole dell’avvenire, nonché della perfetta convertibilità tra il cambiare tutto perché nulla cambi e il non cambiare niente, per cambiare tutto. A partire da Conte, che deve rimanere inamovibile, uno e governativamente bino e forse trino, a fare la rivoluzione nella continuità, a cambiare l’Italia nella stabilità, a incarnare nella sua personalità totale la totalità della nazione, assorbendo in sé e fuori di sé qualunque differenza e contraddizione, come l’Italia sempre uguale a se stessa in tutte le sue maschere. Un po’ Padre Pio, un po’ Torquemada, un po’ Che Guevara, un po’ Forlani, un po’ Vaffaman un po’ «che signore distinto».

Nell’Italia della statusquocrazia, che, come scriveva Pannella, non ha mai conosciuto riforme, ma solo controriforme e che ripudia quasi religiosamente come un’eresia protestante ogni tentativo di libero esame della storia dogmatica nazionale – del perché siamo messi così e come ci siamo arrivati –, al conservatorismo rivoluzionario dei populisti ovviamente si oppone quello reazionario dei sovranisti. Il quale però molto più del primo incrocia lo spirito del tempo che soffia forte sui destini dell’Occidente e a cui la fine ingloriosa di Trump ha tolto una sponda, ma non una ragione. Quindi, se tutto va come deve andare, all’arcitaliano Conte, seguiranno gli arcitalianissimi Meloni e Salvini, nell’eterno ritorno dell’identico della storia patria.

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Come procede la campagna di vaccinazioni in Svizzera https://www.linkiesta.it/2021/01/campagna-vaccino-svizzera/ https://www.linkiesta.it/2021/01/campagna-vaccino-svizzera/#respond Sat, 16 Jan 2021 05:00:49 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=244406 I cittadini della Confederazione sono tenuti a contattare personalmente, cantone per cantone, i centri adibiti alla somministrazione vaccinale sul territorio, per conoscere quando la propria dose sarà disponibile. I casi però continuano ad aumentare e il consiglio federale ha già approvato un semi-lockdown

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La campagna vaccinale contro l’epidemia di covid-19 è la più grande di sempre su tutto il territorio della Svizzera, e sta procedendo con migliaia di somministrazioni giornaliere in tutto il paese. Circa 1000 persone al giorno vengono vaccinate nella seconda settimana di gennaio nella capitale Berna, mentre a sud, in canton Vallese, quasi duemila al giorno. La battaglia alla pandemia nella nazione rosso crociata ha attraversato in questi mesi non poche criticità, che permangono relativamente a causa dell’elevato numero di casi che interessa la quasi totalità dei cantoni. Un sistema di prevenzione anti contagio che ha fatto acqua in molti situazioni, basato in larga parte sulla percezione di responsabilità del singolo cittadino, che ha causato la maggior parte dei problemi socio-sanitari di questi mesi. Anne Lévy, il capo dell’ufficio federale della sanità pubblica svizzera, ha detto che ci sarà la possibilità di vaccinare tutti quelli che lo vorranno entro l’estate, su tutto il territorio nazionale. Ma invita alla pazienza, per ora.

Presto milioni di dosi prodotte sul territorio e la scelta di tre vaccini autorizzati.
La Svizzera è stata la prima nazione interna al continente europeo ad approvare il vaccino che tutto il mondo aspetta, quello di Pfizer/Biontech, ed è stata una delle prime a dotarsi di una rigorosa campagna vaccinale. Ora si stanno distribuendo le ulteriori 230.000 dosi della seconda fornitura americana, delle  3 milioni  richieste al colosso americano. Da pochi giorni è anche disponibile il vaccino di Moderna, autorizzato da Swissmedics, martedì 12 gennaio. Vaccino Moderna che grazie alla collaborazione di Lonza, grossa multinazionale della farmaceutica presente sul territorio rosso crociato, verrà prodotto (negli ’’ingredienti’’ principali) direttamente in Svizzera, per circa 300 milioni di dosi, nello stabilimento in canton Vallese, attualmente uno dei più colpiti dal nuovo coronavirus, con più di 7.400 casi ogni 100.000 abitanti. I cittadini elvetici poi potranno avere la scelta di ben tre vaccini quando anche la tipologia della inglese Astrazeneca passerà con successo i ferrei test svizzeri di autorizzazione. Tre tipologie di scelta di vaccino renderanno la Svizzera un caso unico a livello globale.

La procedura vaccinale 
La strategia d’oltralpe sulle prime vaccinazioni punta all’immunizzazione di tre prime tipologie di paziente, oltre che personale sanitario: le persone sopra i 75 anni, quelle con patologie croniche e quindi maggiormente esposte al virus e gli ospiti delle case di riposo o di cura. Gli svizzeri sono tenuti a contattare personalmente, cantone per cantone, i centri adibiti alla somministrazione vaccinale sul territorio, per conoscere quando la propria dose sarà disponibile, in base alle tabelle di marcia cantonali. I luoghi designati sono molteplici: si può vaccinare nei centri creati ad hoc, come quello di Riviera inaugurato pochi giorni fa in canton Ticino, in ospedale, negli studi medici e nelle farmacie abilitate al servizio. I luoghi variano in base inoltre alla possibile distribuzione (catene del freddo) che il vaccino tecnicamente permette. 

Il lockdown alla svizzera, militari compresi.
Berna è di fronte a uno scenario ben poco incoraggiante. Durante i festeggiamenti si è resi conto, in tutta la confederazione, quanto le misure intraprese nel periodo centrale delle feste siano state quantomeno inutili a contenere la diffusione del virus. 5.800 casi giornalieri si manifestavano a inizio dicembre 2020, ora a inizio 2021 ne contiamo ancora 5.300 nelle giornate di ’’picco’’, fra cui quella del 4 gennaio 2021(dati Renku Lab). 

Con l’ultima conferenza stampa di mercoledì 13 gennaio, tutti il consiglio federale riunito ha promulgato le misure comunicate 7 giorni prima in maniera provvisoria. Le proposte di Berna non si sono fatte attendere, ottenuta la prima, preoccupante conta dei contagi post-natalizi: stop continuativo per bar e ristoranti, centri culturali, centri sportivi. Un semi-lockdown ufficializzato dal giorno 18 gennaio, per cinque settimane.

È previsto un inasprimento delle regole in tutti gli ambiti. Chiusura totale per le attività che non vendono beni di prima necessità, mascherine obbligatorie nel lavoro, sui trasporti (e anche nei comprensori sciistici; sci ritenuto sport individuale e quindi concesso) e un massimo di assembramento di 5 persone sia all’interno che all’esterno degli edifici come nello sport. C’è l’obbligo del telelavoro per chi può permetterselo con risorse adeguate.

Persino le nuove reclute dell’esercito, impareranno nei primi mesi di quest’anno a marciare e smontare i fucili tramite i corsi online che verranno preparati ad hoc, nella formazione a distanza, che continuerà anche su tutti i livelli scolastici svizzeri. 

L’annus horribilis per la Svizzera
Il 2020 ha rappresentato un anno critico per la Confederazione nell’ambito di contenimento della pandemia nei 26 cantoni. Il caso lampante è quello di Ginevra, città di frontiera della nazione crocevia d’Europa per eccellenza, (aspetto non secondario quando si parla di problema contagi), che purtroppo è diventata di fatto sede epicentro del focolaio europeo più esteso per molti mesi. Anche le altre città non se la sono passata bene. L’indice di contagio da è stato in alcune fasi molto alto (4,34 a febbraio), stabilizzandosi poi a 1,7 circa in autunno.

Le misure non sono state così efficaci: scuole, bar e ristoranti aperti con il personale, anche transfrontaliero, costretto e ammassato sui trasporti pubblici congestionati a livelli di pre pandemia (senza dimenticare la carenza cronica di mascherine e sanificante di quei mesi, situazione shock (raccontata anche nell’instant-book: ”56 notti scure, diario del lockdown sulle Alpi”). La situazione non è migliorata con la chiusura delle scuole, complice anche il mantenimento delle aperture degli impanti sciistici. Una fase di schizofrenia normativa elvetica, in cui si aggiungono gli episodi di tensione con i commercianti, con rivolte di piazza (perfino autorizzate) e le battaglie contro le chiusure, ancora oggi a gennaio 2021 dove c’è chi sta organizzando riaperture di attività commerciali senza permessi ufficiali, in molti cantoni.

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Così un libro degli anni 70 è diventato il manuale dei suprematisti americani https://www.linkiesta.it/2021/01/libro-suprematismo-bianco/ https://www.linkiesta.it/2021/01/libro-suprematismo-bianco/#respond Sat, 16 Jan 2021 05:00:45 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=244358 A guidare l’assalto al Campidoglio da parte dei fan di Trump, oltre alle parole incendiarie del presidente, è anche la storia raccontata in “The Turner Diaries”, scritta dal nazista William Pierce nel 1978. Il romanzo è una lettura fondamentale per capire davvero il mondo dell’ultradestra razzista statunitense

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È il precedente letterario dell’attacco al Campidoglio compiuto dai sostenitori di Trump. Il testo di riferimento della destra estrema americana (e non solo), lettura obbligata per chi vuole affiliarsi a questi gruppi (e anche per chi li studia): insomma, il nuovo Mein Kampf in forma di romanzo.

Il titolo è “The Turner Diaries”, opera di finzione del 1978 scritta dal leader nazista William Luther Pierce (con lo pseudonimo Andrew Macdonald), in cui si racconta, in forma di diario, la nascita di una cellula di estrema destra, il suo sviluppo in rete e la conseguente lotta terroristica per rovesciare la democrazia americana. Amazon lo ha bandito dai suoi store, Abe Books lo ha imitato. Ma per chi cerca in rete, è ancora possibile trovarlo in diversi formati.

Non è un caso. Il libro, che tra le azioni compiute dai terroristi include un assalto al Campidoglio, è citato, letto e studiato dai suprematisti bianchi americani. È la fonte della loro retorica razzista e, per certe cose, delle loro strategie. Da qui traggono frasi, citazioni e addirittura meme.

È la loro ideologia, che in molti hanno riconosciuto di fronte alle immagini di Capitol Hill. «I Diari di Turner ne hanno parlato. Continuate a leggere», dicevano alcuni utenti su Telegram, come riporta il New York Times.

Le premesse sono preoccupanti: seguendo la trama del libro, l’attacco al Campidoglio segue quello alla sede dell’FBI, sempre a Washington. Ma soprattutto precede il cosiddetto “Day of the Rope”, in cui i terroristi uccidono e linciano tutti quelli che considerano traditori. Un segnale d’allarme che proviene da un mondo paranoico e violento, in cui un romanzo di nessun valore, con una trama sbilenca e idee ripugnanti viene considerato il modello di un progetto, il piano in forma di fiction da emulare.

Non è una supposizione: è già successo. Secondo gli analisti almeno 40 attacchi di estremisti di destra sono stati ispirati da “The Turner Diaries”, compreso quello di Oklahoma City del 1995, in cui l’esplosione di un camion contro un edificio federale causò la morte di 168 persone tra cui 19 bambini e il ferimento di altre 672. Secondo quanto dice al quotidiano americano J. M. Berger, autore di numerosi libri sul terrorismo, «In molti casi prendono alcuni elementi del libro e cercano di tradurli in azione».

“The Turner Diaries” si aggiunge ad altri romanzi, come “Il campo dei santi” del francese Jean Raspail, che fanno parte delle librerie degli estremisti di destra americani (ma, appunto non solo).

Sono opere che fomentano la lotta tra le razze, promuovono la superiorità dei bianchi e invitano al genocidio. Sono, in poche parole, libri che vengono utilizzati per uccidere, punti di riferimento deliranti e velenosi.

Scritti prima dell’avvento della rete (all’epoca le idee, anche quelle più pericolose, si diffondevano con il tam-tam), hanno conosciuto una nuova stagione attraverso le chat di internet, dove vengono letti, citati, riesplorati e studiati. Non è strano che la loro circolazione, soprattutto dopo i fatti del Campidoglio, sia motivo di preoccupazione.

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Come si usa il verbo “massimizzare”? Risponde la Crusca https://www.linkiesta.it/2021/01/massimizzare-accademia-crusca/ https://www.linkiesta.it/2021/01/massimizzare-accademia-crusca/#respond Sat, 16 Jan 2021 05:00:44 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=244392 È un calco dell’inglese “maximize”. Non è sinonimo di “ottimizzare”, ma neppure il contrario. E c’è una differenza tra “massimizzazione” e “massimazione”

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Tratto dall’Accademia della Crusca

Alcuni lettori ci chiedono se esista e che cosa significhi il verbo massimizzare; in particolare qualcuno domanda se massimizzare i tempi sia la stessa cosa che ottimizzarli. Un lettore chiede se sia preferibile usare massimizzazione o massimazione.


Risposta

Le domande riguardano il verbo massimizzare e il suo derivato massimizzazione (o, si chiede un lettore, massimazione?). Cominciamo da quella relativa al significato del verbo. Massimizzare significa portare qualcosa al (grado, livello) massimo (di rendimento, potenza, grandezza ecc.). Si capisce che qualcuno lo confonda con ottimizzare, portare qualcosa al livello migliore possibile. Ma non sono sinonimi: se “ottimizzo i tempi di un lavoro”, in linea di massima li riduco e lo faccio nel minor tempo possibile; se “li massimizzo”, ci metto tutti quelli necessari e anche di più (magari così la fattura è più consistente). Ergo, per rispondere: massimizzare e ottimizzare non sono sinonimi; ma neppure contrari, visto che il contrario di massimizzare sarebbe, alla lettera, minimizzare, che, però, vale, in genere, non tanto ridurre al minimo quantitativo, quanto ridurre l’importanza di qualcosa (e il suo contrario sarà perciò ingigantire, esagerare). Dunque massimizzare e ottimizzare non vanno confusi.

Con questo, abbiamo implicitamente risposto anche alla domanda di un lettore sull’“esistenza” in italiano di massimizzare, che non solo esiste lecitamente, ma non è neppure un acquisto novecentesco come risulta dai dizionari correnti, perché, come si vede da Google libri ed era prevedibile per chi conosce la filosofia dell’utilità di Jeremy Bentham (morto nel 1832), è già nelle traduzioni italiane del filosofo inglese, come in questa del 1841 in cui si legge:

Ho detto il massimo bene del massimo numero… è impossibile massimizzare il bene egualmente per tutti.

Un’attestazione che, tra l’altro, spiegherebbe il nostro massimizzare più come un calco dell’inglese maximize che del più tardo francese maximiser (che, semmai, deriva dall’inglese), come invece risulta sinora dai nostri dizionari. Del resto, molti verbi in -izzare (doppio suffisso fecondissimo in italiano) sono spesso calchi di corrispondenti francesi o inglesi con valore causativo.

E veniamo alla domanda su massimizzazione o massimazione. Diciamo subito che sono due parole diverse, derivate da due verbi diversi, massimizzare e massimare, figli l’uno del comune massimo (aggettivo) e l’altro, a seconda dei significati, di massima giuridica (aggettivo sostantivato da lat. maxima sententia) o anch’esso di massimo, quando ha il senso che assume in matematica (‘far assumere a una funzione il suo valore massimo’), collegato a quello della meglio nota massimante. Massimazione, nel suo uso meno raro ma pur sempre molto specialistico, deriva da massimare, nel senso giuridico di ‘estrarre le massime’, cioè il principio di diritto, dalle sentenze (da qui, ad esempio, il massimario della Cassazione, l’ufficio e i risultati del lavoro di estrazione e pubblicazione delle massime dalle sentenze del tribunale supremo). Il GDLI attesta anche un suo significato disusato in economia, nella locuzione leggi di massimazione, che ne farebbe risalire la prima attestazione ad ante 1923, anno della morte di Vilfredo Pareto che l’aveva usata.

Massimizzazione (databile secondo il GDLI al 1908 nel Dizionario moderno del Panzini) deriva invece, come detto, da massimizzare e ha sia il significato speciale della matematica, almeno stante al GRADIT (che registra singolarmente soltanto questo più raro significato che ne farebbe un sinonimo di massimazione) sia quello qui in esame e oggi un po’ più diffuso di ‘atto ed esito del massimizzare’ come azione per ottenere, portare al massimo qualcosa, con cui è registrata dagli altri dizionari, ad esempio Sabatini-Coletti e Zingarelli. Dunque due parole non confondibili e che, almeno per i loro significati più importanti e attestati, sarebbe inesatto e sconsigliato usare come sinonimi.

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Il riscatto dei giovani migranti https://www.linkiesta.it/2021/01/nuove-radici-2021-migranti-genarazione-ponte/ https://www.linkiesta.it/2021/01/nuove-radici-2021-migranti-genarazione-ponte/#respond Sat, 16 Jan 2021 05:00:40 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=244430 Abdullahi Ahmed, fondatore dell’associazione torinese che riunisce rifugiati, seconde generazioni e italiani, racconta la sua storia fatta di sacrifici ma anche di soddisfazioni, con la speranza che altri ragazzi come lui ne possano trarre ispirazione: «Vogliamo cambiare la narrazione legata all’immigrazione»

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Abdullahi Ahmed è nato a Mogadiscio, in Somalia, nel 1988 ma vive in Italia dal 2008. La sua è la storia di tanti giovani con un background migratorio alle spalle. La partenza da uno stato infiammato dalla guerra civile, uno zaino con dentro lo stretto indispensabile, il deserto, un barcone nel buio pesto del Mediterraneo, l’arrivo a Lampedusa. Qui però la storia di Abdullahi Ahmed prende un’altra piega.

Viene trasferito in provincia di Torino, città che lo ha adottato e gli ha messo in mano un futuro. In poco tempo Ahmed diventa mediatore culturale e immagina un modello di cittadinanza attiva che faccia sentire i giovani stranieri veramente italiani, a prescindere da un foglio di carta o da un’identificazione legale. Va nelle scuole a parlare a ragazzi poco più giovani di lui, italiani e non. Fonda, insieme a un gruppo di amici provenienti ognuno da un continente diverso, l’associazione culturale Generazione Ponte, che riunisce rifugiati, seconde generazioni e italiani.

Crea il Festival dell’Europa Solidale e del Mediterraneo, meglio conosciuto come Festival di Ventotene e ispirato proprio a quell’idea di Europa aperta e solidale promossa dal manifesto di Altiero Spinelli. Pubblica la sua biografia, Lo sguardo avanti. Dopo 13 anni di lontananza dalla sua Somalia, e dalla famiglia che ancora vive lì, decide che è finalmente ora di prendere un aereo e tornare indietro. Il volo è fissato per il primo marzo 2020, la pandemia di Covid lo ferma, ma il suo lavoro di creatore di ponti non è stato contagiato:

Cosa unisce la Generazione Ponte?
«Questo progetto nasce grazie a dieci ragazzi provenienti da ogni angolo di mondo: Pakistan, Afghanistan,  Cina, Romania, Italia, Perù, e due dalla Somalia. Siamo persone libere, non condizionate da preconcetti e sovrastrutture. Ciò che ci accomuna è la voglia di creare azioni concrete ed essere un ponte tra generazioni e culture diverse. Vogliamo cambiare la narrazione legata all’immigrazione».

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Il premier irlandese ha chiesto perdono per 70 anni di violenze a donne non sposate e ai loro bambini https://www.linkiesta.it/2021/01/irlanda-premier-perdono-vittime/ https://www.linkiesta.it/2021/01/irlanda-premier-perdono-vittime/#respond Sat, 16 Jan 2021 05:00:36 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=244541 Dal 1922 fino al 1998, Dublino ha marginalizzato 56 mila madri single e 57 mila figli nati fuori dal matrimonio, costringendole a partorire in istituti religiosi. Oltre 9 mila ragazzi sarebbero morti in questo periodo, a causa di incuria, malattia e malnutrizione

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«A nome del Governo, dello Stato e dei suoi cittadini, chiedo scusa per il profondo torto generazionale inflitto alle madri irlandesi e ai loro figli che sono finiti in una Casa per madri e bambini o in una Casa di contea». Le parole del primo ministro (taoiseach) irlandese Micheàl Martin sono sembrate macigni nell’aula del Dàil, la camera bassa del parlamento irlandese. Anche senza una crisi di governo come nei Paesi Bassi, questa dichiarazione rappresenta un momento importante nella storia recente del Paese, vista la pubblicazione del quinto rapporto della “Mother and Baby Homes Commission of investigation”. Duemilaottocentosessantacinque pagine che hanno letteralmente sconvolto l’Irlanda.

Per oltre 70 anni, dalla sua indipendenza nel 1922 fino al 1998, Dublino ha marginalizzato 56 mila donne non sposate e 57 mila bambini nati fuori dal matrimonio, costringendole a partorire in istituti religiosi per non sporcare l’immagine di un Paese cattolico e devoto. Secondo il rapporto ben 9 mila bambini sarebbero morti in questo periodo, a causa di incuria, malattia e malnutrizione, registrando un tasso di mortalità due volte superiore rispetto a periodi storicamente difficili per l’infanzia, come il biennio 1945-1946.

Alle scuse del primo ministro hanno fatto seguito anche quelle del primate cattolico irlandese Eamon Martin, che ha dichiarato: «Sono d’accordo sul fatto che la Chiesa fosse chiaramente parte di quella cultura in cui le persone venivano spesso stigmatizzate, giudicate e rifiutate. Per questo, e per il dolore di lunga durata e il disagio emotivo che ne è derivato, mi scuso senza riserve».

Il caso ha avuto un enorme eco in Irlanda, arrivando a superare persino le notizie sull’emergenza sanitaria ancora in corso, con pareri discordanti. L’ex vice primo ministro Joan Burton, nata nel 1949 in una delle famigerate “Mother and Baby Homes”, ha dichiarato all’Irish Indipendent che «questo rapporto rivelerà, in particolare a una nuova generazione di giovani, ciò che l’Irlanda ha fatto una volta alle donne che hanno avuto l’audacia di amare al di fuori del matrimonio e di avere figli a cui è stato necessario “rinunciare”».

Non è d’accordo la “Coalition of Mother and Baby Home Survivors”, che sostiene che il rapporto presentato al Dàil «sia fondamentalmente incompleto in quanto ignora la questione più ampia della separazione forzata delle madri single e dei loro bambini sin dalla fondazione dello Stato come questione di politica statale».

La storia è cominciata nel 2014, quando fu scoperto in un giardino una fossa comune con circa 800 neonati a Tuam, nella contea di Galway. Nascosta in una struttura per lo stoccaggio delle acque reflue, le autorità locali l’attribuirono all’ex casa per madri e bambini locale, la “Bon Secours Mother and Baby Home”, chiusa da alcuni decenni. Il sospetto è diventato certezza quando la storica Catherine Corless ha ritrovato i certificati di morte di quasi 800 neonati della struttura ma il certificato di sepoltura soltanto di uno.

La storia di Tuam, aperta nel 1925 e chiusa nel 1961, è molto simile a quella di altre strutture presenti nel Paese dove in quegli anni 35 mila madri single furono costrette a partorire e a lasciare lì i loro figli. Le condizioni erano talmente difficili che, secondo il rapporto, tra il 1925 e il 1961 a Tuam sarebbe morto in media un bambino ogni due settimane. In queste case erano ospitate anche ragazze madri e donne incinte, costrette a partorire in gran segreto e spesso trattate con modi ai limiti del legale.

Lo dimostra la storia della mamma di Fionn Davenport, nato in una di queste strutture, raccontata a Euronews. «Subito dopo la mia nascita, la mamma ha cambiato idea e ha detto di voler tenere il bambino, ma le suore hanno detto “no, non ti è permesso, hai firmato i documenti, hai firmato i moduli, quindi hai rinunciato a tutti i tuoi diritti su questo bambino”». Un’autentica menzogna, visto che la legge sulle adozioni del 1952 dava 6 mesi di tempo alle ragazze madri per riprendersi il bambino. Un sistema che mancava di amore e misericordia, come dimostra la storia di Mary, nata in una struttura di Dublino: «Mia mamma aveva fatto a maglia i miei vestitini e, dopo che mi avevano consegnato alla mia madre adottiva, le suore hanno riportato i vestiti che mia mamma aveva fatto per me, glieli hanno gettati in faccia dicendo: “A Mary non serviranno più, ora ha dei vestiti veri!” E questo ha spezzato il cuore di mia mamma».

Un sistema gestito da suore e religiosi in cui lo Stato irlandese ha svolto il ruolo di grande assente, mandando di rado qualche ispezione ma difatti facendo finta di nulla. Eppure, le notizie non mancavano: i primi report giunti al Parlamento di Dublino risalgono al 1933 ma allora era troppo comodo far finta di niente e buttare la polvere sotto il tappeto. Cosa che secondo i superstiti di queste strutture farebbe ancora adesso perché, nonostante le scuse del taoiseach, lo Stato irlandese non permette ai suoi cittadini di conoscere la verità sulle loro origini, su chi siano davvero i loro genitori, i loro figli, i loro fratelli e sorelle.

In Parlamento le opposizioni hanno chiesto al premier di dare alle vittime di tali abusi accesso alle proprie informazioni, cosa finora sempre negata. Un altro punto dolente è rappresentato dalla mancanza di prove di abusi o di costrizioni su queste ragazze madri, come sottolinea il rapporto. Coloro che hanno vissuto l’esperienza delle Case per madri e bambini raccontano tutt’altro: donne portate lì contro la loro volontà, ragazze incinte schiaffeggiate per non aver lavorato abbastanza duramente, bambini picchiati fino a sanguinare e a restare incoscienti.

Per questo per molti la dichiarazione del taoiseach, che ha dato la colpa alla società irlandese del periodo, è sembrata fuorviante visto che rendere tutti responsabili difatti non rende nessuno davvero responsabile di quello che è successo. Una brutta pagina nella storia di Irlanda. 

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In che senso? La newsletter è tutta nuova https://www.linkiesta.it/2021/01/newsletter-settimana-gastronomika/ https://www.linkiesta.it/2021/01/newsletter-settimana-gastronomika/#respond Sat, 16 Jan 2021 05:00:26 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=244564 Gastronomika è un grande contenitore di scoperte: proviamo a condensare di settimana in settimana quello che impariamo sul mondo del cibo, della ristorazione e lo spieghiamo con i nostri articoli

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Non sempre riusciamo ad inserire tutti gli spunti che ci vengono dal mondo: e allora, quelli che ci perdiamo per strada, abbiamo deciso di inserirli quotidianamente nelle nostre storie di instagram e sul nostro profilo twitter (Non ci seguite? Si può rimediare, subito!). E poi li inseriamo qui, nella nostra newsletter, così che non perdiate l’occasione di scoprire qualcosa di nuovo!

TRAMEZZINI 

Una nuova normativa dell’Alcohol and tobacco trade bureau americano permette di inserire le bevande alcoliche anche in contenitori diversi da quelli finora consentiti: sono state aggiunte nuove misure, da 200ml, 250 ml e 355 ml. Si sono ispirati alla Francia, che è la nazione che ha il maggior numero di possibilità in questo campo. Non è solo un motivo commerciale che ha spinto l’ente, ma anche l’idea di portare le persone a un consumo di alcolici più responsabile.

Se amate i podcast, non potete perdervi Sound Chef, su Audible France: ricette raccontate mentre vengono realizzate da grandi chef. Vale la pena anche solo per la risposta autonoma del meridiano sensoriale che scaturisce dall’ascolto dei rumori della cucina. Effetto ASMR assicurato!

Warning panini: un regolamento europeo impedisce di portare in Europa da stati non EU carne e derivati. Chi viene dall’Inghilterra non può arrivare nei paesi europei con panini imbottiti con salumi. È uno dei tanti effetti della Brexit, ma in una situazione come l’attuale, per i trasportatori sta diventando un vero problema. E in una delle catene di supermercati inglesi più celebre scarseggiano frutta e verdura fresche: la burocrazia introdotta dopo il 1 gennaio rende difficile anche fare la spesa. 

Perché mangiamo determinati cibi e altri non ci piacciono? Facciamo un esempio: il cioccolato ci piace perché è grasso, contiene zucchero e lo vediamo come una fonte di evoluzione della specie. E poi ha diverse consistenze: lo mordiamo ed è croccante, lo mangiamo ed è cremoso. Non è un caso che sia uno dei comfort food per eccellenza. E non è libero arbitrio: quello che decidiamo di mangiare è frutto del condizionamento. 

Ciò con cui decidiamo di nutrirci è frutto di un’influenza atavica, che deriva da abitudini del nostro gruppo sociale e da emozioni che leghiamo ad alcuni cibi. 

E sempre in tema sensi: per guarire dall’anosmia, la mancanza di olfatto che è diventata così comune come uno dei sintomi del coronavirus, un gruppo di ricercatori ha scoperto che si può allenare il nostro naso a sentire i profumi. Ci riescono con una app e facendo annusare due volte al giorno per diversi giorni gli oli essenziali di limone, eucalipto, geranio e chiodi di garofano ai pazienti. Una sorta di palestra per ricominciare a sentire gli odori: anche perché, senza olfatto, anche il gusto viene meno e mangiare non è più un piacere. Non ci credete? Tappatevi il naso e masticate un cubetto di mela e poi un cubetto di cipolla. Vi assicuriamo che non sentirete la differenza!

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A che punto è il senza glutine in Italia? L’uno per cento della popolazione italiana è celiaca o intollerante. Un mercato in espansione che genera un business da 320 milioni all’anno. 

Il lavoro dei campi non può fermarsi, neanche a fronte della pandemia. Quale futuro attende queste realtà nel nuovo anno? Un futuro diverso dal passato, ma che da quello prende ispirazione. Come succede nelle Comunità del cambiamento, primo esperimento comunitario volto a coniugare sviluppo agricolo, biodiversità, sostegno ambientale ed economico e creazione di una rete di relazioni. E come stanno facendo i tanti giovani che stanno provando a innovare la produzione di olio e vini in Cilento.

ALLA CARTA 

Grafica e cibo vanno spesso a braccetto: ne ha fatto un lavoro Guzzerie, start up milanese che illustra i piatti della tradizione nostrana e degli chef stellati. Pesto, cannoli, amatriciana o salumi da appendere alle pareti di casa per risvegliare estetica, ricordi e gusto. Ne ha fatto invece una storia Burger King: con il nuovo monogramma che nella grafica sembra proprio un panino rilancia il suo aspetto, con una riuscita operazione nostalgia.

PIATTO DEL GIORNO 

Un gruppo auto organizzato di ristoratori lancia la protesta: nel rispetto di tutte le norme igienico sanitarie disposte per l’emergenza riapriranno senza nessuna restrizione rispetto a giorni e orari di chiusura. Associazioni di categoria e colleghi più razionali non ci stanno. E mentre qualcuno protesta, qualcuno, purtroppo, non c’è più. La storia di Adriano Urso, musicista senza lavoro per colpa del virus che ha avuto un infarto consegnando pasti a domicilio, ci ricorda che il rispetto è il faro di ogni rapporto umano e ci sfida a ripartire proprio da questa consapevolezza per trovare un punto di sintesi che soddisfi aziende, ristoratori, rider e consumatori

Per ricostruire servirà innanzitutto imparare a sorridere di nuovo. Non sarà facile fare ospitalità e ristorazione nei prossimi mesi, non sarà  facile sostenere le perdite accusate, ma la vera sfida sarà recuperare la fiducia degli ospiti.  

PICCOLA PASTICCERIA 

Vi lasciamo con una favola di Gianni Rodari dedicata al pane e ai fornai, e con qualche suggerimento per un pranzo o una cena diversi dal solito: per ritrovare con le nostre ricette il piacere del pasto al ristorante, ma tra le mura domestiche. 

Sull’abbinamento vino non si discute: ci hanno pensato le donne del vino, con un ricettario con abbinamenti che non lascia spazio a dubbi.

Buona cucina, annusate eucalipto!

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La fusione nucleare potrebbe essere la soluzione alla crisi climatica, ma serve ancora tempo https://www.linkiesta.it/2021/01/fusione-nucleare-crisi-climatica-italia-enea-eurofusion-iter/ https://www.linkiesta.it/2021/01/fusione-nucleare-crisi-climatica-italia-enea-eurofusion-iter/#respond Sat, 16 Jan 2021 05:00:26 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=244255 Accendere un reattore richiede un input ancora superiore alla quantità di energia che è in grado di produrre. Ma questo decennio potrebbe essere decisivo per arrivare alla svolta nella sostenibilità ambientale: il progetto Iter, a cui partecipa anche l’Enea, punta a dimostrare entro il 2025 la realizzabilità dell’operazione

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Per pochi secondi un’energia paragonabile a quella prodotta dalle stelle ha brillato sulla Terra. Lo scorso 24 dicembre il Korea superconducting tokamak advanced research (Kstar) – un reattore per la fusione nucleare – del centro di ricerca National Fusion Research Institute di Daejeon, in Corea del Sud, ha raggiunto temperature superiori ai cento milioni di gradi. Per venti secondi. Andando oltre gli otto secondi del 2019.

È un risultato eccellente per un settore di ricerca in cui da anni si investono milioni ed energie ma ancora non è riuscita a produrre risultati concreti. Nessun esperimento ha raggiunto un bilancio energetico soddisfacente: accendere un reattore come quello del centro di ricerca coreano richiede un input energetico ancora superiore alla quantità di energia che è in grado di produrre.

Ma i miglioramenti fanno pensare che è ancora troppo presto per smettere di investire, credere e sperare nella possibilità di produrre energia da fusione nucleare. Lo dice a Linkiesta il responsabile divisione Tecnologie per la fusione nucleare della Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile (Enea) Giuseppe Mazzitelli: «L’energia che si potrebbe produrre con la fusione nucleare sarebbe tale da cambiare le prospettive energetiche dell’umanità, in un mondo diretto verso un consumo sempre maggiore».

Intanto si tratterebbe di produrre energia pulita, senza scorie da smaltire. La fusione nucleare unisce nuclei di atomi leggeri (come il deuterio e il trizio) con una grande quantità di energia, dando come risultato il nucleo di un nuovo elemento chimico la cui massa è minore rispetto alla somma della massa di partenza: la reazione produce infatti principalmente particelle ad alta energia trasportate da neutroni e particelle alfa.

Si tratterebbe anche di una fonte di energia praticamente inesauribile. «Il deuterio ad esempio è contenuto nell’acqua, e la parte che viene estratta da 500 litri d’acqua sarebbe sufficiente a soddisfare in termini energetici il fabbisogno di un cittadino europeo medio, per tutta la sua vita. E dopo quell’acqua è ancora potabile. Questo rende tutto il processo estremamente sostenibile», dice Mazzitelli.

Il processo di fusione è anche sicuro. Il suo funzionamento è comparabile a quello di una caldaia, che se non alimentata si spegne. Il plasma della fusione è un gas ionizzato a pressioni modeste e non è in grado di generare esplosioni.

L’interrogativo, piuttosto, è perché insistere su una tecnologia del cui funzionamento ancora non abbiamo certezza. Sapendo che invece l’energia da fonti rinnovabili, dall’eolico al fotovoltaico e l’idroelettrico, è già una realtà e può essere perfezionate. «Uno dei motivi per cui si investe nel campo della fusione – dice Mazzitelli – è che le prospettive che abbiamo in termini di produzione di energia elettrica sono estremamente affascinanti. E non è da considerarsi alternativo alle rinnovabili, le quali non hanno ancora, in prospettiva, la capacità di soddisfare a pieno il nostro fabbisogno energetico, ma si affiancherebbe a queste facendo anche da backup per la loro intermittenza».

Uno dei progetti più promettenti è Iter (International Thermonuclear Experimental Reactor), nato dalla collaborazione tra Unione europea, Stati Uniti, India, Giappone, Corea del Sud e Russia. Il programma prevede la costruzione di un reattore sperimentale – iniziata lo scorso luglio – a Cadarache, nel sud della Francia, che dovrebbe diventare operativo nel 2025.

Questa data è diventata così uno spartiacque nell’obiettivo di raggiungere la produzione di energia elettrica nella seconda metà di questo secolo: «È per questo che il decennio appena iniziato sarà probabilmente quello decisivo nel determinare i risultati degli studi sulla fusione nucleare», spiega Mazzitelli.

Il progetto Iter è costato oltre 13 miliardi di euro e dovrà dimostrare la fattibilità tecnica della fusione nucleare come fonte di energia, sostenendo la reazione di fusione nucleare per un tempo abbastanza lungo. Deve poter produrre 500 megawatt di energia da fusione, e deve poterlo fare riscaldando il plasma a temperature nell’ordine dei 150 milioni di gradi.

Se il progetto Iter dovesse raggiungere i risultati prefissati si procederà con l’attivazione del Demonstration Power Plant (Demo), un prototipo di reattore nucleare a fusione studiato dal consorzio europeo Eurofusion che sarà ideale successore del reattore sperimentale Iter e dovrà produrre energia elettrica. «Passare da Iter a Demo significa passare da un oggetto che produce 500 megawatt a uno che ne deve produrre almeno 2000. Mentre Iter deve dimostrare che si può ottenere dal plasma più energia di quanta se ne consumi, Demo deve dimostrare la produzione di elettricità da fusione. Questo è l’ultimo reattore di ricerca sulla fusione nucleare prima della messa in opera dei reattori commerciali veri e propri previsti per il 2050», spiega a Linkiesta Tony Donné, programme manager di EuroFusion.

Il lavoro che viene fatto su Iter, in Francia, assume così un’importanza capitale. E l’Italia è uno dei Paesi coinvolti maggiormente nel progetto. Il lavoro di ricerca degli ultimi anni ha permesso al nostro Paese di acquisire know how e capacità applicativa tale da aggiudicarsi le più importanti gare pubbliche di Iter, per un totale di oltre 1,2 miliardi di euro.

Nei laboratori Enea di Frascati si lavora alla parte più tecnologica di Iter, in particolare al progetto Dtt (Divertor Tokamak Test) che punta alla realizzazione di un divertore in grado di espellere i prodotti della fusione nucleare che si generano all’interno di un reattore («possiamo immaginarlo come la parte finale di una marmitta», spiega Mazzitelli), in grado di resistere ad altissime energie. Ma ci sono anche altre aziende coinvolte, da Fincantieri a Ansaldo Energia, da Vitrociset a Asg Superconductors alla Walter Tosto.

Guardando all’intero panorama della fusione nucleare, anche Eni si sta ritagliando un ruolo da protagonista tra le aziende che investono nel settore nel tentativo di produrre energia in questo modo: nel 2018 ha sottoscritto un accordo da 50 milioni di dollari con Commonwealth Fusion Systems (Cfs), start up nata all’interno del Massachusetts Institute of Technology (Mit), con cui ha acquisito una quota del capitale di Cfs per sviluppare il primo reattore a fusione commerciale in grado di funzionare continuativamente. «È una sfida che Eni intende realizzare con un partner d’eccellenza come il Mit, che sulla fusione ha un’esperienza di lunghissima data», fanno sapere dalla società fondata da Enrico Mattei.

Come spiega Donné solitamente gli studi sulla fusione nucleare vengono condotti da centri di ricerca con fondi pubblici, dal momento che occorrono enormi grandi quantità di denaro per progettare e costruire gli impianti sperimentali.

La Banca europea per gli investimenti (Bei), ad esempio, nel 2019 aveva deciso di investire 250 milioni di euro per finanziare la ricerca sulla fusione attraverso l’iniziativa Dtt dell’Enea. Il vicepresidente della Banca, Dario Scannapieco, l’aveva definito «un progetto bandiera all’interno dell’Unione europea: per la finalità, cioè ottenere energia nucleare pulita entro 30 anni; per le modalità di finanziamento; per le caratteristiche del progetto che sarà realizzato da Enea e che produrrà ricadute positive sull’indotto; per il fatto che sarà un progetto europeo non solo dal lato finanziario, ma anche per la ricerca, con il coinvolgimento di una pluralità di centri di eccellenza di tutta l’Unione».

Nell’ultimo periodo però le prospettive allettanti di produzione di un’energia pulita con enormi ricavi hanno attirato l’attenzione di aziende private in tutto il mondo – sia con l’attivazione di progetti propri, sia con il finanziamento ad altri enti di ricerca.

Ad esempio Cfs, che si è data l’ambizioso obiettivo di produrre energia dalla fusione nucleare entro i prossimi 15 anni, è supportata anche da Breakthrough Energy Ventures (Bev), un fondo finanziato da un gruppo di miliardari, di cui fanno parte Bill Gates, Jeff Bezos, Jack Ma, Mukesh Ambani e Richard Branson.

«Gli investimenti privati non mancano nemmeno in Europa o in Asia, ma nonostante gli sforzi sono ancora troppo bassi per poter pensare di avvicinare la data in cui produrremo energia da fusione nucleare», spiega Donné.

La sua critica non guarda solo alla mancanza di fondi, quindi eventualmente di personale nei laboratori o di formazione di nuovi ingegneri e scienziati che potrebbero lavorare a questi progetti. «Penso che parte della politica sia intrinsecamente contraria al nucleare, forse perché si sono convinti di esserlo quando hanno detto no alle centrali a fissione, che non è affatto la stessa cosa. E poi c’è un problema di prospettive: senza entrare nel merito dei singoli, ma credo che molti ragionino su una scala temporale di 4 anni, a volte 8 se pensano di essere rieletti. Ma qui si tratta di pensare e immaginare il nostro futuro tra 20 o 30 anni. Quindi di progettare il percorso che vogliamo fare per arrivare a quel punto lì».

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