Linkiesta.it https://www.linkiesta.it News Linkiesta.it Sat, 08 May 2021 09:09:45 +0000 it-IT hourly 1 https://i2.wp.com/www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2020/04/cropped-linkiestalogosquare3x.png?fit=32%2C32&ssl=1 Linkiesta.it https://www.linkiesta.it 32 32 174743883 Tra macchiettismo e altoborghesizzazione, chiediamoci se è tutto oro quel che luccica https://www.linkiesta.it/2021/05/tra-macchiettismo-e-altoborghesizzazione-chiediamoci-se-e-tutto-oro-quel-che-luccica/ https://www.linkiesta.it/2021/05/tra-macchiettismo-e-altoborghesizzazione-chiediamoci-se-e-tutto-oro-quel-che-luccica/#respond Sat, 08 May 2021 04:00:57 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=271990 Cosa hanno in comune la paranoia del decoro e le sue conseguenze, con la gastronomia del Bel Paese? Non è una risposta facile, soprattutto perché cʼè una piccola provocazione di mezzo, ma alla fine, siamo sicuri, non potrete che essere dʼaccordo

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Chi conosce questa rubrica conosce bene anche il suo andamento volutamente anarcoide. Quindi non stupitevi se questa volta inizierà discutendo di un articolo che non ha nulla a che vedere col cibo, poi proverà a fare qualche riflessione di raccordo tra il suddetto articolo e il cibo, e infine presenterà la solita lista di articoli sul cibo, questa volta completamente slegati dal tema di apertura. Lʼandamento anarcoide sarà anche un pretesto per non doversi sforzare ogni volta a trovare un sottile filo rosso tematico, ma a volte ridurre il mondo là fuori a una materia organica è un esercizio di forzatura, che rischia di limitare la nostra possibilità di godere delle cose belle e stimolanti che ci spuntano intorno come funghi dopo le piogge autunnali.

Quindi in pieno stile “faccio un poʼ come diavolo mi pare”, ma avendo premesso una giustificazione logica almeno in parte condivisibile, oggi iniziamo parlando di un pezzo di Federico Di Vita dal titolo Come la paranoia del “decoro” sta rovinando le più belle città italiane, che a un certo punto recita: «mi pare che le città italiane si stiano da un paio di decenni impegnando alacremente nel tentativo di diventare più respingenti. Il paradosso è che lo fanno con la malissimo intesa idea di rendersi più accattivanti per i turisti, e il pensiero che sottende questo ragionamento è che bisogna offrire a chi viene a visitarle una asettica cartolina liofilizzata, sottraendo quei luoghi alla vita di chi li abita: la nostra». Non è un segreto che io sia dʼaccordo con il 99,99% periodico di quanto scrive Federico, che oltretutto fu ospite della prima puntata di unʼaltra rubrica – ma di dirette Facebook – di Gastronomika, Altrove (qui il link). Ma credo che sia pressoché incontestabile questa sempre più evidente tendenza delle città dʼarte, dei luoghi turistici e dei centri cittadini, anche di provincia, a fare del decoro il criterio principe di governo degli spazi pubblici. Con tutte le conseguenze che ciò comporta, a partire dalla sottrazione di quegli stessi spazi pubblici a una loro genuina fruizione popolare, che Federico racconta molto meglio di come potrei fare io.

Lo stesso si potrebbe dire per il cibo e la ristorazione, soprattutto se ci focalizziamo sul dualismo turismo/autenticità. Sì perché il turismo, diciamocelo, è una grande risorsa in termini economici per lʼItalia gastronomica, ma anche una problematicissima sfida culturale. Da un lato cʼè la ristorazione di massa e di stampo acchiappa-turisti, che col decoro ha poco a che fare, ma con lʼasetticità e lʼoccupazione dello spazio gastronomico pubblico parecchio, al punto da diventare in certi casi rappresentazione (distorta) del Paese allʼestero. Dallʼaltro lato cʼè la ristorazione dedicata al turismo danaroso, decorosa, anzi decorosissima. Mi vengono in mente le Langhe del Barolo, per citare un esempio noto, che negli ultimi anni hanno conosciuto uno sviluppo turistico “altoborghese” che ha respinto ai margini ogni slancio di natura più popolare. Non ridateci la malora, ma qualche locale con un piatto di vitello tonnato sotto i 10 euro sarebbe utile.

Prima di arrivare agli articoli segnalati questa settimana una precisazione: sto estremizzando una riflessione, cercando di provocare, quindi respingerò al mittente ogni osservazione sui prezzi nella ristorazione di qualità, e ogni segnalazione sul vitello tonnato di Pinco Pallino che sta a 8 euro e che quindi dimostra che sto scrivendo solo fregnacce.

Weaving a Stronger Safety Net – Eater, 4 maggio

Hillary Dixler Canavan racconta come Jacob Bindman stia cercando di mettere insieme ristorazione indipendente e lotta alla povertà e alla fame.

The New Menu at Eleven Madison Park Will Be Meatless – The New York Times, 3 maggio

Lʼarticolo di Brett Anderson e Jenny Gross sulla svolta annunciata dallʼEleven Madison Park (uno dei migliori e più noti ristoranti al mondo): la rinuncia a servire carne.

5 Big Reasons the Delivery ‘Boom’ May Soon Go Bust – Grub Street, 5 maggio

Chris Crowley elenca cinque ragioni per cui il boom del food delivery potrebbe afflosciarsi e/o trovare ostacoli.

Does Your Wine Really Taste Like Rocks? – The New Yorker, 3 maggio
Una questione annosa nel mondo della degustazione enologica, quella sulla cosiddetta mineralità dei vini, stavolta sbarca nientepopodimeno che sul New Yorker nelle parole di Adam Leith Gollner.

La mia raccolta delle fragole, per spiegarvi perché pagarle di più – Dissapore, 5 maggio
Un bel pezzo di Nunzia Clemente, che parte da unʼesperienza personale per spiegarci il prezzo delle fragole.

La ricetta è mia e me la gestisco io: le guerre di campanile in nome del gusto – Il Gusto, 4 maggio
Marino Niola su uno dei grandi mali (con alcuni risvolti positivi) della cultura gastronomica italiana: la tendenza allo sciovinismo.

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Il documentario sull’omicidio Cerciello e la realtà che supera la sceneggiatura https://www.linkiesta.it/2021/05/morte-carabiniere-cerciello-americani/ https://www.linkiesta.it/2021/05/morte-carabiniere-cerciello-americani/#respond Sat, 08 May 2021 04:00:56 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=271970 Nella ricostruzione della morte del giovane carabiniere in onda sul Nove, quasi nessuno parla italiano, tutti parlano romano. Sono caput mundi, loro, epperciò convinti che i loro raddoppi siano giusti. Ma quindi com’è andata? Se non si sa non è certo perché lo Stato sia efficiente nel depistare

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Tutti gli intellettuali italiani che conosco vogliono essere Truman Capote, o almeno Dostoevskij. Molti (i meno sensibili al kitsch) praticano il devoto culto di Franca Leosini; tutti servono all’altare di Federica Sciarelli. Tutti gli intellettuali che conosco seguono la cronaca nera con un interesse che non mostrano mai per le pagine culturali.

Mario Cerciello Rega – Morte di un carabiniere (titolo che non invoglia: io l’avrei chiamato È stata Roma) è la ricostruzione del più appassionante caso di nera degli ultimi anni: i due ragazzi americani che cominciano la serata cercando di comprare droga a Trastevere, e la finiscono accoltellando un carabiniere che forse li stava per arrestare, forse era complice dello spacciatore, forse vai a sapere. È stata Roma.

(Dichiarazione di conflitto d’interessi: il documentario su Cerciello, in onda sul Nove, è di Daniele Autieri, giornalista di Repubblica, ma anche di Stefano Pistolini, che spesso avete letto su Linkiesta. In Italia non si possono fare le recensioni perché ci conosciamo tutti, e infatti questa non è una recensione).

Nel libro che ha finalmente coniugato pagine culturali e pagine di nera, La città dei vivi, Nicola Lagioia racconta un delitto appena un po’ meno assurdo, quello di Luca Varani. Già dal titolo, Lagioia ci dice che a interessargli è Roma, la cui decadenza perpetua, in forma di pantegana che sanguina sui turisti, è il modo in cui comincia il libro, quel primo capitolo che ci dice quale sia il vero delitto, chi sia la vera colpevole.

Il documentario su Cerciello si affida agli accenti. Quasi nessuno parla italiano, tutti parlano romano (o napoletano, in alcune ricostruzioni dei messaggi della serata). Tutti parlano romano e, come sempre i romani, sono convinti che quello sia italiano. Il procuratore capo, in conferenza stampa, definisce la perdita «insanabbile» e il vuoto «incolmabbile»: avrà certamente fatto le scuole alte, ma a Roma nelle scuole alte non t’insegnano che il romano non è italiano.

Sono caput mundi, loro, epperciò convinti che i loro raddoppi siano giusti, che le d al posto delle t siano il modo in cui si parla, e che non esista spettatore italiano che non sappia collocare l’Alcazar: «Davanti a quello che era il vecchio cinema Alcazar» dice un avvocato ricostruendo uno degli spostamenti della serata, perché tanto tutti hanno prima o poi passato un pezzo di giovinezza a Roma e visto un film in lingua originale all’Alcazar e insomma mica ci sarà bisogno di spiegarvi la geografia di Trastevere, e allora cosa siamo caput mundi a fare.

Che Cerciello fosse di Somma Vesuviana è irrilevante almeno quanto lo era che Fellini fosse di Rimini o quanto lo è che Lagioia sia di Bari: Roma te divora come un barracuda, diceva la sigla di Suburra, la serie televisiva che codificò il concetto di «È stata Roma». Ogni provinciale a Roma diventa romano, ogni angolo di Roma è provincia.

Nel documentario c’è una descrizione iniziale della vittima, la voce fuori campo parla sulle immagini di Cerciello in alta uniforme, quell’alta uniforme che tanto fa colpo su noi provinciali, e pitta questa sceneggiatura di quelle che lasciano disoccupati gli sceneggiatori, superati dalla realtà: «Proprio a Lourdes, nella grotta delle apparizioni, chiede di sposarlo a Rosa Maria, come lui volontaria, e devota alla Madonna». Matteo Garrone non avrebbe saputo immaginarlo meglio, ma neppure Checco Zalone.

La realtà supera la sceneggiatura anche nelle immagini non ricostruite: quelle vere, che sono le coprotagoniste, assieme a Roma; quelle che nessuno sceneggiatore avrebbe osato inventare: gli accusati svegliati in albergo, con una Ichnusa cruda sul comodino, o l’accusato bendato durante l’interrogatorio. Tornano in mente quelli che spiegavano con sicumera come la foto dell’accusato bendato avrebbe invalidato tutte le accuse, i saperlalunghisti per il momento smentiti da una sentenza d’ergastolo al lordo della benda (l’unico avvocato con postura da benestanti, abito da benestanti, studio da benestanti che si veda nel documentario è quello del maresciallo che bendò il ragazzo).

E poi ci sono le immagini che spiegano agli improvvisati analisti del presente che pensiero debole sia pensare siano solo gli influencer multimilionari a riprendere la propria vita tutto il tempo; quanto significhi non aver capito l’epoca che si abita.

Ci sono i due americani nei video e nelle foto che conservavano nei loro cellulari, quelle in cui fingono di sparare, in cui spargono pasticche su banconote da cento dollari, in cui ostentano una malavitosità che al lordo del tutto li fa sembrare colpevoli, ma al netto di Cerciello li rende identici a un qualunque figlio perbene del ceto medio riflessivo, di quelli che si danno un tono da rapper e poi tornano a casa per cena ché mamma s’incazza se fanno tardi e la lasagna è pronta.

Ci sono immagini di tutto. Dei due ragazzi nell’albergo tristissimo del quartiere Prati che all’epoca ci venne spacciato dalle cronache come un hotel di lusso; dei ragazzi nei vari punti di Trastevere nei diversi momenti della nottata; o mentre scappano con lo zaino del pusher.

Solo di trentadue secondi della serata non ci sono immagini: quelli del delitto, apparentemente avvenuto nell’unica zona cieca senza neppure una telecamera di sorveglianza d’un bancomat, d’un albergo, niente. Nella sintesi di Fiorenza Sarzanini, principale raccontatrice del documentario, «la versione ufficiale dice che non c’è stato alcun modo di riprendere quella scena». Macchiccecrede, avrebbe detto Alberto Sordi. D’altra parte è sempre la Sarzanini a liquidare i due turisti con coltello con «i pusher di Trastevere sono molto più scafati di loro». Tutti sono più scafati di loro. Forse persino i morti.

Ma quindi com’è andata? Se non si sa non è certo perché lo Stato sia efficiente nel depistare quanto ci hanno raccontato nel Novecento. Qui abbiamo un ufficiale in conferenza stampa che dice che all’altro carabiniere è stata sequestrata l’arma subito dopo i fatti, e subito dopo un narratore che bello sereno riferisce che in realtà i due carabinieri, è emerso dalle indagini, quella sera non erano armati, erano in bermuda, erano turisti per caso. Ridatemi i depistaggi della mia giovinezza.

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29 + 1 birre del vostro supermercato https://www.linkiesta.it/2021/05/30-migliori-birre-supermercato/ https://www.linkiesta.it/2021/05/30-migliori-birre-supermercato/#respond Sat, 08 May 2021 04:00:56 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=269584 Sono tante, luccicanti, corredate da descrizioni che non sempre riusciamo a capire anche se forse dovremmo imparare. Ognuno ha le sue preferenze, sviluppate in anni di errori e terribili ubriacature. Per evitare tutto questo abbiamo preparato una speciale classifica

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Se c’è una corsia del supermercato dove è possibile vedere il panico negli occhi degli sventurati con il cestino a rotelle, quella è la corsia della birra. Gente visibilmente confusa alla ricerca di etichette che gli forniscano un motivo, una ragione per essere scelte. Un disastro.

Fissiamo bottiglie andando avanti e indietro lungo tutto lo scaffale e non riusciamo a prendere una decisione, finisce che scegliamo per sfinimento.

Negli anni siamo diventati più bravi a leggere le etichette di ciò che acquistiamo ma quando si tratta di birra, tutto assume le sembianze di geroglifici, con le industrie birraie che pare amino vederci così smarriti.

Aggiungiamoci poi il fatto che questo mercato, in Italia, è stato completamente rivoluzionato con lo sviluppo dei birrifici artigianali lungo tutto il Paese che hanno fatto cultura sul tema ma che poi fatichiamo a ritrovare dentro un supermercato.

Abbiamo già provato a guidarvi nella scelta, oggi invece facciamo nomi e cognomi con tanto di voti. Insomma, è il momento delle pagelle!

Birre Industriali

Sono birre spesso di proprietà di grandi multinazionali che detengono molti brand in giro per il mondo e grandi budget da investire in quel marketing che ci convince a sceglierli. In altri casi, si tratta di realtà più ridotte ma non abbastanza da essere concepiti come birrifici artigianali.

Viktor, lattina – 1

Questa pilsner si trova in alcuni supermercati solo in lattine da 33 o da 1l. Costa meno dell’acqua con residuo fisso altissimo perché fatta usando anche semola di mais, manco fossero orecchiette pugliesi. Non toglie nemmeno la sete ma di sicuro aggiunge sguardi indignati di chi vi vedrà con questa roba in mano.

Williambrau, lattina – 2-

È importante ricordare che la birra in lattina non è assolutamente un indice di bassa qualità. Molti birrifici, specialmente quelli artigianali stanno investendo in questo formato che, oltre a essere sostenibili, regala un nuovo modo di consumare la birra. Provate! Ovviamente non in questo caso: la Williambrau ha il gusto di bomba inesplosa della Seconda Guerra Mondiale: quando ne trovate una, dovete evacuare la zona.

Corona – 2

Bottiglia trasparente che non fa mai bene alla birra e ingredienti che manco nelle ricette del fast food: acqua, malto d’orzo, estratto di luppolo, granturco, riso, Antiossidanti E300, Addensante E405. Se volete rivivere il sogno delle spiagge d’estate, meglio farlo con un bicchiere di acqua e sale.

 

Messina – 2 ½

Quella che una volta era l’emblema delle serate d’agosto alle Isole Eolie, la birra che veniva tagliata con un tocco di granita limone all’ora dell’aperitivo e a cena si accompagna con gli arancini, oggi è una cosa prodotta a Taranto e con aggiunta di mais. Possiamo accettare che la genovese sia un piatto napoletano ma che la birra Messina venga fatta in Puglia no, non ci sta bene. Riportate il marchio al suo posto!

 

Moretti filtrata a freddo – 3-

Un applauso a questa new entry nel panorama delle birre di cui non sentivamo il bisogno. Anni in cui ci spiegano che il vetro trasparente non fa bene alla birra e niente, lo usano comunque ma spiegandoci che “è stato trattato con un processo specifico che impedisce alla luce di alterare il profilo organolettico della birra conservando così le sue qualità dal primo all’ultimo sorso”. Sarà il vetro usato dalle prime navicelle spaziali quando ancora il finestrino si abbassava con la manovella? Chi lo sa. Qui più che estratti a freddo siamo rimasti di gelo per una birra che comunque risulta sgasata subito dopo averla aperta.

Ichnusa chiara – 4

Una buona birra, compresa quella industriale, dovrebbe essere fatta di solo acqua, malto d’orzo e luppolo. L’utilizzo di altri cereali per la fermentazione è un modo per abbassare i costi di produzione e quindi la qualità. Le birre industriali in Italia sono spesso piene di mais. Nessuna birra qui avrà la sufficienza se contiene mais. A Ichnusa abbiamo dato il massimo possibile perché sappiamo essere amata da molti consumatori. Nata in Sardegna, oggi residente a Heinekenland, questa birra la amiamo solo perché ci dicono sempre che non possiamo odiarla.

Tennent’s – 5-

Pare sia gettonata più in Italia che in casa sua (UK). Il motivo è probabilmente dovuto alla caratteristica di essere leggerina negli aromi e nel gusto ma molto alcolica: i ventenni ci vanno a nozze! Ecco, lasciamola bere a loro e speriamo si convertano presto in una ricerca altrettanto alcolica ma di qualità!

 

8.6 Original – 6-

Una birra olandese di proprietà di una multinazionale come Bavaria che produce una doppio malto senza pregi particolari. L’abbiamo provata solo per poterci chiedere qual è il valore aggiunto di scegliere questo prodotto. Risposta: nessuno in particolare.

Ceres Strong Ale – 6

Prima di tutto un sentito grazie al team social che per anni ci ha fatto molto ridere e ha dato slancio a una birra che rischiava di perdersi tra le mille etichette a scaffale. Ma noi non siamo qui per farci corteggiare dal marketing! Questa birra danese è una Strong Ale, ovvero birre ad alta gradazione alcolica che ha in genere sentori di malto piuttosto intensi. Per certi stili sarebbe meglio orientare la scelta su birre artigianali.

Poretti 4 luppoli – 6+

Non 3, 5 o 9. Questo brand (ora di proprietà della multinazionale Carlsberg) ad un certo punto ha iniziato a chiamare le birre come fosse la saga di Rocky Balboa. Dal punto di vista di comunicazione pare abbia funzionato e il successo sembra evidente. In ogni etichetta ci sono ingredienti che non ci mettono serenità oltre al fatto non è dato avere informazioni sui luppoli e loro differenze. Tra tutte però troviamo un buon rapporto qualità-prezzo con la versione 4 luppoli. Certo non la offriamo agli ospiti ma possiamo berla da soli, al buio.

 

Tuborg – 6+

Birra Danese sempre di casa Carlsberg. Ci ricorda Nastro Azzurro nell’aspetto ma questa è fatta senza uso di cereali che non siano orzo. Birretta come tante altre ma che ci regala un pizzico di emozione in più.

 

Messina cristalli di Sale 6+

Si tratta di una birra a cui viene aggiunto sale siciliano e che quindi vuole ricordare le birre artigianali Gose tipiche per la loro salinità. Questa è una di quelle birre con cui le multinazionali si travestono da produttori artigianali e locali. Come per Ichnusa, Cristalli di sale piace a molti consumatori ma gli appassionati del settore avrebbero molto da ridire. La lista ingredienti qui è più autentica della versione classica e una piccola parte di questa produzione è effettivamente fatta a Messina. Ci accontentiamo ma teniamo d’occhio la situazione.

Ichnusa non filtrata 6 ½

A parte la forma della bottiglia, che ricorda uno di quei bidoni di alcolici ai tempi del proibizionismo, questa birra non contiene il mais tra gli ingredienti e si presenta non filtrata. Aspettatevi quindi un colore torbido e il gusto di una birra industriale che però si lascia bere.

 

Vedet Pilsner – 6 ½ 

Spinti dalla forma e dall’etichetta di questa bottiglia che arriva dal Cile, ci siamo lasciati convincere senza leggere tanto. Peccato, abbiamo scoperto che è fatta con anche il riso come tante birre non buone. La schiuma è molto persistente e il gusto è leggero, molto fresco. Può sicuramente piacere a molti per questo motivo ma non a noi.

 

Paulaner, Munchner hell – 7-

Nel reparto birra è pieno di monaci nelle etichette come fossimo a San Giovanni Rotondo. Ma chi conosce un po’ la storia di questa bevanda sa che i monaci hanno contribuito molto alla cultura brassicola. Paulaner, è una delle tante birre monacali (oggi in parte posseduta da Heineken). È la lager per eccellenza della Baviera.

 

Chimay, Brown Ale 7

Quando pensavamo che birra Peroni fosse lusso, Chimay era già lì, desolata sullo scaffale nella speranza che qualcuno la capisse. Ci sembrava roba made in China e invece è un brand belga di tutto rispetto. La trovate in diversi stili al supermercato, noi abbiamo provato al Brown Ale: una birra da 7 gradi che potete provare per iniziare ad alzare l’asticella.

Chouffe – 7+

Lo gnomo sull’etichetta è ormai diventato iconico. Non siete al reparto giocattoli ma sempre a quello della birra. Questa etichetta, anch’essa belga, è storicamente presente in GDO ed è probabilmente una delle prime che abbiamo assaggiato tra le birre “particolari”, in gioventù. È, e rimane un buon compromesso tra le birre di importazione disponibili al supermercato.

 

Vaurien V5 – 7 ½

Una pils proveniente dal Belgio con un’etichetta quasi invisibile. Una chicca che abbiamo trovato al supermercato e speriamo rimanga a lungo. Decisamente superiore ad altre birre chiare industriali, fatta con gli ingredienti classici e una parte di frumento. Vale una prova, anche due.

 

PilsnerUrquell – 8  

La birra base che troviamo al supermercato è una versione ormai devastata di un genere che si chiama Pils. Questo stile è stato creato proprio da PilsnerUrquell in Repubblica Ceca e ancora oggi si mantiene fedele alla produzione autentica ed è facilmente reperibile al supermercato. Scegliere questa birra è come scegliere la Nutella nel reparto delle creme spalmabile: sarà industriale ma è pur sempre la prima.

Damm Complot IPA 8+

Si definisce la prima Mediterranean IPA, prodotta dell’industria brassicola spagnola. Il motivo è perché si utilizzano ben 8 varietà di luppolo coltivato in loco. Etichetta attraente, birra con un’idea, un valore e anche un sapore che non lascia per niente indifferenti già al naso. Dal sito ci dicono che la disponibilità del prodotto dipende dalla disponibilità di luppolo. Meglio fare una scorta se la trovate!

Birre industriali d’Italia

Se proprio dobbiamo comprare birra industriale, scegliamo local! Ci sono molte realtà – anche storiche- che non rientrano nell’ambito della birra artigianale ma che si basano su produzioni locali, che hanno impatti positivi sul tessuto produttivo di determinate aree del Paese e che appartengo all’identità di città/regioni. Queste birre non sono sempre distribuite a livello nazionale ma ogni area ha un po’ le sue.

 

Morena – 5  

Tutti i lucani bevono birra Morena. È la birra che troviamo anche nei bar dai tavoli in plastica, nelle grigliate ignoranti e nelle sere con la pizza surgelata. C’è bisogno anche di queste e piuttosto che una qualsiasi, meglio una appartenente a un capitale italiano.

 

Forst Sixtus – 5 ½ 

Di Forst, azienda che ha la sua produzione nella provincia di Bolzano, abbiamo provato un’alternativa alla classica birra pils. Sixtus è una doppio malto che ci vuole ricordare le birre dei monasteri. Il rapporto qualità-prezzo è ottimo ma anche qui leggiamo tra gli ingredienti il gritz di mais. Ma a Forst riconosciamo una lunga tradizione italiana di birra da supermercato che si fa rispettare.

Birra Castello e Pedavena – 6 –

Quella di Castello è una storia giovane rispetto ad altre industrie della birra italiana. Questa azienda produce due etichette note e distribuite sicuramente nei supermercati del nord Italia: Castello e Pedavena. Entrambe queste etichette si portano dietro un’abitudine delle pilsner italiane: l’uso di mais in produzione. A voi la scelta!

 

Birrificio dello Stretto – 7 ½

Nei pomeriggi di luglio in spiaggia, il sole andava tramontando sullo Stretto e i ragazzi stappavano Birra Messina. Nelle spiagge della periferia a Sud della città c’erano molti dipendenti dello storico birrificio che arrivavano dalla fine del turno, giusto in tempo per l’ultimo bagno. Era una storia bella quella di Birra Messina che poi Heineken ha fatto concludere rilevando il marchio – nato nel 1929 – e mettendo fine a un’azienda locale piena di dignità. Dopo tante lotte, gli storici dipendenti decidono di ridare un birrificio alla città e fondano il Birrificio Messina, con i marchi Birra dello Stretto, Doc 15 e le versioni di birra cruda e non filtrata. Tutte fatte con ingredienti base e continuando la tradizione di inizio secolo. Una birra da sostenere!

 

Birre Artigianali

Sono birre prodotte da birrifici indipendenti e che non eccedono nel quantitativo di produzione stabilito. L’Italia è uno dei pochi Paesi EU che ha regolamentato questo prodotto proprio perché i birrifici artigianali sono diventati ormai molti, sparsi in tutto il Paese. Regola per il consumo di queste birre: berle il prima possibile rispetto alla data di imbottigliamento.

 

Prato Rosso, Bianca Cruda – 7-

Un birrificio artigianale che riesce a presidiare il supermercato vale il nostro assaggio. Abbiamo optato per la bianca cruda (ovvero una birra non pastorizzata). Poco amara e con una persistenza leggera. Tra gli ingredienti anche frumento e buccia di arancia. Non ci ha fatto impazzire di gioia ma non possiamo pretendere sempre troppo da una birra.

 

Lagunitas 12Th of never, lattina – 7+

Alla faccia del km zero, questa birra viene direttamente dalla California ma ne vale la pena. Risultato è più che positivo per una birra sicuramente non economica e potrebbe intimorire, visto il formato in lattina. Una birra ben fatta che si è spinta fino ai supermercati italiani per farsi apprezzare insieme alla versione IPA, in bottiglia. Altro pezzo notevole che merita l’assaggio.

 

Collesi Rossa – 7 ½

Troviamo questa etichetta nel formato 75cl e nella versione bionda, rossa e ambrata. Azienda marchigiana, Collesi ha raccolto diversi premi in giro per il mondo e si attesa tra i birrifici artigianali con la maggiore produzione di birra in Italia. Questo le offre il vantaggio di presidiare i supermercati con le sue etichette che sono assolutamente da provare. Anche se sono molti a non amare la birra nei grandi formati, specie se non chiare.

 

Mastri Birrai Umbri – 8 ½

Forse la birra artigianale più facile da trovare nelle diverse catene. Negli anni si è posizionata con importanti riconoscimenti e premi e si distingue per le sue birre fatte con ingredienti di qualità, capaci di offrire profumi e sapori che poco hanno a vedere con le altre birre a scaffale. Lanciatevi in una prova e non ve ne pentirete!

 

Baladin – 9

Il giorno in cui in Italia esplose la febbre della birra artigianale, Baladin e il suo fondatore Teo Musso erano in prima fila a farci innamorare di qualcosa di nuovo, in un’Italia che pensava che bere bene fosse solo un discorso chiuso al vino e poco più. Nazionale è la Blond Ale di Baladin presente nella grande distribuzione. Una birra che sostiene la filiera agricola italiana con l’utilizzo di malto e luppolo 100% italiani. Un prodotto che non ha competizione sullo scaffale del supermercato.

Birra analcolica – 0

Ultimo appunto su questa categoria bizzarra. Non è tanto colpa di chi le compra ma di chi le produce. Non riusciamo a spiegarci il senso di una birra senza alcol, non tanto perché ci piace fare gli sbruffoni ma perché esistono soft drink meritevoli di ben più stima. Cheers!

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Il cantautore afroromagnolo sul palco di Sanremo https://www.linkiesta.it/2021/05/romagno-sanremo-fami/ https://www.linkiesta.it/2021/05/romagno-sanremo-fami/#respond Sat, 08 May 2021 04:00:54 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=272038 Nato a Rimini trentadue anni fa da padre nigeriano e madre romagnola, Fadi è cresciuto sulla riviera ballando con le signore che frequentavano l’albergo della madre, e l’anno scorso è arrivato tra i finalisti delle “Nuove Proposte” al Festival della canzone italiana

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È stato definito un mix tra Fela Kuti e Raoul Casadei, con un pizzico del cantautorato italiano che ascoltava da bambino durante i viaggi in auto con la famiglia. Thomas Fadimiluyi è nato a Rimini trentadue anni fa da padre nigeriano e madre romagnola, crescendo a Riccione tra l’officina del padre, ingegnere meccanico, e l’albergo della madre. L’anno scorso ha fatto breccia nei cuori di Sanremo con una canzone sentimentale ambientata tra le strade di Bologna. Ma la sua parola d’ordine risponde alla voce del verbo “spataccare”, espressione di culto dalle sue parti, un po’ come dire l’arte di arrangiarsi.

Questa casa è un albergo
«Mio padre è venuto in Italia dall’Africa per imparare la nobile arte dei motori, una passione che mi ha trasmesso in eredità. È ingegnere meccanico motorista, esperto di auto d’epoca e anche pilota. E in Italia ha conosciuto mia mamma» racconta Fadi con la cadenza da riviera. «Ho studiato Economia a Bologna ma al tempo stesso ho sempre lavorato, da noi funziona così. D’estate aiutavo mia madre in albergo con qualsiasi tipo di mansione. Molte canzoni le ho scritte proprio mentre lavoravo lì». Scherzando dice che la musica l’ha imparata da suo padre che è una specie di direttore d’orchestra dei motori: «Lui sa dirti come sta una macchina da come “suonano” i suoi componenti». E in famiglia ha scoperto i riferimenti musicali di sempre durante i viaggi in auto, ascoltando Battisti, Dalla, Rino Gaetano, Celentano, Bob Marley e Fela Kuti.

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Il vaccino non è un bene comune come il sole https://www.linkiesta.it/2021/05/vaccino-brevetti/ https://www.linkiesta.it/2021/05/vaccino-brevetti/#respond Sat, 08 May 2021 04:00:50 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=272110 Le tecnologie e le manipolazioni dell'agente infettivo sono un’invenzione, qualcosa che non esiste già e non si trova in natura. I brevetti risolvono un problema non da poco: incentivare l’iniziativa delle persone e delle imprese. La crescita economica moderna è stata resa possibile in un mondo nel quale tutti abbiamo accettato di appellarci non alla benevolenza del macellaio, del birraio e del fornaio, bensì al loro autointeresse

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«Si può forse brevettare il sole?». Questa la celeberrima risposta di Jonas Salk, che si può ascoltare anche su YouTube, a un giornalista che gli chiese chi fosse il proprietario del vaccino antipolio da lui inventato. La realtà storica racconta che Salk aveva pensato di brevettare il suo vaccino, ma gli fu detto dagli avvocati che non avrebbe avuto successo, perché le tecnologie usate per ottenerlo, erano note da circa tre lustri. A riprova che Salk non aveva nulla contro i brevetti per i vaccini, e negli ultimi anni di vita, provò a sviluppare un vaccino contro l’Aids, applicando per un brevetto sulla procedura.

Un vaccino non è un bene comune, per definizione. Non è come il sole. Con buona pace di chi lo crede. Perché non è qualcosa di accessibile a tutti in quanto risorsa naturale o servizio pubblico. Volendo ragionare per paradosso, sarebbe il virus non modificato e che si può contrarre naturalmente per immunizzarsi… un bene comune. In realtà, un male. Quando agli inizi dell’Ottocento qualcuno negli Stati Uniti tentò di brevettare il vaccino antivaioloso importato dall’Inghilterra, non ebbe successo perché il virus delle vacche si trova in natura. Nel caso, la legislazione sui brevetti sarebbe da cambiare perché, come conseguenza della frammentazione delle tecnologie per fabbricarli, ha causato una tragedia di beni non comuni, nel senso che in quanto possono escludere l’accesso a innovazioni molto esclusive ma strategiche, non ancora applicate, così come funziona ora la legislazione può ritardare lo sviluppo di prodotti finali utili e commercializzabili. Ma non è stato il caso dei vaccini anti-Covid. Anzi.

Un vaccino basato su tecnologie e manipolazioni dell’agente infettivo che non siano esistite prima sotto il sole, è un’invenzione, qualcosa che non esiste già e non si trova in natura, non è una teoria o scoperta scientifica o qualcosa di ovvio e la cui fabbricazione è descrivibile di modo che possa essere fabbricato da chi acquistasse la licenza ed eventualmente migliorato con nuove invenzioni (brevettabili).

La storia dei rapporti tra vaccini e brevetti è piuttosto interessante, ma poco conosciuta. La tesi, che risale al primo documento veneziano del 1474, che introduceva la proprietà intellettuale, ovvero che i brevetti servono a incentivare non tanto le invenzioni quanto la circolazione o pubblicazione delle informazioni che stanno alla base di un’invenzione, è confermata dal caso del vaccino veterinario contro il carbonchio. Pasteur lo inventò insieme a Roux e Chamberlain, nel 1876, ma non poté brevettarlo perché una legge francese lo impediva per i farmaci. Pasteur, che aveva già un brevetto per la fabbricazione della birra, di fatto non divulgò il metodo per ottenerlo trattenendolo come segreto e nel suo diritto, per cui il laboratorio-fabbrica che creò, gli consenti di esercitare a lungo il monopolio e impedì ogni innovazione per decenni. La conseguenza fu che non si ebbe alcuna innovazione fino al 1930. Per fortuna non tenne lo stesso atteggiamento con il vaccino antirabbico umano.

La richiesta di brevetti sui vaccini rimase di fatto molto bassa fino agli anni Cinquanta, mentre nei decenni successivi, soprattutto dopo il 1980 quando negli Stati Uniti diventava possibile per le università chiedere brevetti, i brevetti richiesti sono cresciuti annualmente fino al numero di due centinaia nell’ultimo decennio, ma i vaccini approvati sono diminuiti. E questo per diverse cause: in primo luogo le leggi che richiedono prove di efficacia e sicurezza, quindi la natura stessa del farmaco, che non è commercialmente vantaggioso a meno di pandemie o epidemie che colpiscono paesi ricchi e, infine, con l’evoluzione delle biotecnologie c’è stata la frammentazione capillare della protezione intellettuale.

La discussione in corso non ha alcun connotato tecnico, ovvero non è intesa a migliorare l’uso della protezione intellettuale in funzione di favorire l’innovazione su più ampia scala nello sviluppo dei vaccini. O di consentire una maggiore produzione di vaccini anti-Covid, se non sulla base di irrealistici miraggi per cui si pensa che prodotti ipertecnologici e che richiedono condizioni ottimali di produzione potrebbero essere costruiti in sicurezza in contesti privi del know how, non controllati e non garantiti da regolamenti adeguati.

Siamo di fronte a un vero e proprio caso di pregiudizio ideologico-moralistico nei riguardi di un sistema di sviluppo, produzione e commercializzazione di un manufatto, sulla base della credenza e senza alcuna prova che l’incentivo alla base del risultato sin qui ottenuto sia fonte di danni e limitazioni nella fruizione, ovvero che impedisca per sua stessa natura una più efficiente circolazione e più estesi effetti del prodotto.

Una credenza abbastanza singolare e sostanzialmente causata da false intuizioni psicologiche, che inducono a credere che il funzionamento dell’innovazione potrebbe procedere altrettanto bene, sostituendo incentivi solo morali a quelli anche economici che attualmente lo governano.

I brevetti non sono necessariamente il modo migliore per incentivare l’innovazione: è possibile immaginare alternative diverse. Per esempio, sistemi di premi, che sicuramente fanno parte della storia della tecnologia e delle scoperte scientifiche. Ma attenzione: qualsiasi alternativa deve porsi precisamente lo stesso problema che viene risolto dal brevetto. Come, cioè, incentivare l’iniziativa delle persone e delle imprese. Le alternative sensate al sistema dei brevetti non sono, come invece si lascia intendere in questi giorni, l’abolizione del profitto a vantaggio del dono.

La crescita economica moderna è stata resa possibile in un mondo nel quale tutti abbiamo accettato di appellarci non alla benevolenza del macellaio, del birraio e del fornaio, bensì al loro autointeresse. Smith, che aveva scritto prima della Ricchezza delle nazioni la Teoria dei sentimenti morali, non era il fautore di un egoismo spietato ma uno studioso della cooperazione umana. Perché cresca l’offerta di beni e servizi a nostra disposizione, noi abbiamo bisogno di beneficiare di reti vaste e ramificate. Queste ultime si possono reggere solo su incentivi economici. Se ci conoscessimo tutti, potremmo scambiare cose gli uni con gli altri sulla base dell’affetto, del senso di solidarietà, della collaborazione consapevole al raggiungimento del medesimo risultato. Ma siamo sette miliardi su questa terra.

Il mondo moderno si regge proprio su questa idea: ci affidiamo all’autointeresse altrui, accettiamo che le cose importanti, proprio perché sono importanti, siano fatte dalle persone non per senso di appartenenza o slancio altruistico, ma perché ciascuno desidera mettere il pane sulla sua tavola e migliorare le proprie condizioni. Se ciò non avvenisse, se non ci rapportassimo gli uni agli altri presupponendo che ciascuno faccia il proprio interesse quando ci scambiamo beni o servizi, saremmo costretti a rivolgerci soltanto a quelle persone che conosciamo e che conoscendoci sono disponibile ad avere, con affetto, stima e benevolenza, a che fare con noi.

Per una sorta di eterogenesi dei fini, nell’Occidente moderno le nostre inclinazioni egoiste e altro, che l’autoinganno sociale giudica difetti, sono stati piegati alla costruzione di un ordina sociale che è migliore di sempre. La psicologia morale cognitiva come l’economia comportamentale forniscono diverse prove di questo. Ma come nel caso dei brevetti anche ai massimi livelli politici si preferisce assecondare o credere a pregiudizi, illudersi, senza conoscere i rischi che si stanno facendo correre a società che dovrebbe affrancarsi il più possibile dagli autoinganni. Molto probabilmente si cerca solo di guadagnarsi la reputazione di paladini degli oppressi. Come l’egoismo del profitto può assecondare il benessere sociale, così invece la vanagloria dell’applauso può rivelarsi socialmente disastrosa.

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La strategia dei partiti tedeschi per battere i Verdi https://www.linkiesta.it/2021/05/germania-esteri-elezioni/ https://www.linkiesta.it/2021/05/germania-esteri-elezioni/#respond Sat, 08 May 2021 04:00:47 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=271963 Il partito ambientalista Die Grunen è primo nei sondaggi in vista delle elezioni di settembre in Germania. Il candidato della Cdu Armin Laschet non perde occasione per sottolineare l’inesperienza della rivale in fatto di amministrazione e di governo. Ma è un gioco rischioso perché il sistema elettorale proporzionale potrebbe costringerli a governare insieme

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Da quando hanno annunciato che la loro candidata alla Cancelleria è Annalena Baerbock, co-leader del partito insieme a Robert Habeck, i Grünen stanno volando sulle ali dell’entusiasmo.

Baerbock sta assumendo un profilo sempre più autorevole e affidabile agli occhi dei tedeschi, e sono ormai molto numerosi i sondaggi che vedono i Verdi come primo partito in vista delle elezioni di settembre. Tutto sembra girare in loro favore. Ad esempio, la settimana scorsa la Corte costituzionale di Karlsruhe ha accolto il ricorso presentato da Fridays for Future e altre associazioni ambientaliste contro la Klimagesetz (la legge sul clima) approvata dal governo nel 2019: gli obiettivi indicati nella legge sono troppo poco ambiziosi, non limitano davvero gli effetti del cambiamento climatico e dunque prefigurano una violazione del diritto fondamentale a un ambiente vivibile per le generazioni future.

Come ha sottolineato nella sua newsletter Pascal Thibaut, corrispondente di Radio France International a Berlino, la sentenza ha creato un nuovo “momento Fukushima”: ha riportato il tema della difesa dell’ambiente al centro del dibattito e costretto il governo a rivedere scadenze e obiettivi della legge. E naturalmente i Verdi sono il partito che più può trarre vantaggio da questa rinnovata sensibilità ecologica.

In un contesto di questo tipo, è chiaro che la campagna elettorale degli altri partiti si concentrerà in modo particolare sui Grünen. Avversari diretti per alcuni, e potenziali alleati di governo per quasi tutti, i Verdi tedeschi saranno l’argomento principale di ogni war room, dall’Union alla Linke. Vediamo in che modo, seguendo un po’ il modello di un recente articolo apparso sullo Spiegel.

La situazione più complicata la deve affrontare sicuramente l’Union. Sempre più in difficoltà nei sondaggi, i conservatori devono muoversi con equilibrio fra l’esigenza di attaccare i Verdi, i loro concorrenti più credibili per il ruolo di primo partito, e il bisogno di non colpire troppo in profondità: si tratta pur sempre del partner più probabile in vista della formazione di un nuovo governo. Laschet e i suoi sembrano aver scelto di riprovare a recuperare i voti usciti in passato verso destra, in direzione di AfD: la loro campagna elettorale, che avrà fra i suoi protagonisti anche Friedrich Merz, l’antimerkeliano radicale sconfitto al congresso di gennaio, si preannuncia molto aggressiva da questo punto di vista.

Il capo della CDU non perde occasione per sottolineare l’inesperienza di Baerbock in fatto di amministrazione e di governo: “lei parla, io agisco”, ha detto in un’intervista alla Süddeutsche Zeitung. Al tempo stesso, però, i conservatori sanno bene quanto sia rischioso lasciare completamente ai Verdi ogni iniziativa su un tema ormai così rilevante come quello ambientale: ed è su questo campo che probabilmente arriverà in soccorso Markus Söder, il leader della CSU.

In questi mesi Söder è riuscito a costruirsi un profilo di amministratore attento alle questioni ecologiche, ed è stato protagonista di una corte spietata ai Grünen tramite numerosissime dichiarazioni e interviste. Il suo partito sta lanciando una serie di proposte il cui scopo evidente è sottrarre almeno in parte ai Verdi l’esclusiva sull’agenda ecologia tedesca: ad esempio i bavaresi sostengono l’obiettivo di una Germania climaticamente neutra entro il 2045 (da raggiungere già entro il 2040 in Baviera).

Se da un lato in questo assetto si può leggere una divisione dei compiti – la CDU fa la voce grossa a destra, la CSU compete con i Verdi per il centro – dall’altro vi si nasconde un’insidia per Armin Laschet: il rischio cioè di dare ulteriore forza a Markus Söder, che ha sì perso la battaglia per la candidatura alla Cancelleria ma potrebbe vincere la guerra di potere all’interno dello schieramento conservatore. Sono ancora moltissimi i sostenitori della CDU che avrebbero preferito avere lui come candidato a settembre, e nonostante le roboanti dichiarazioni di sostegno e lealtà che arrivano dalla Baviera Laschet sa bene che, nelle condizioni di grande debolezza in cui si trova, deve continuamente guardarsi le spalle.

Lasciare che dell’ambiente si occupi la CSU vuol dire appaltare un tema cruciale della campagna elettorale a un alleato abbastanza credibile, ma vuol dire anche consegnare a Söder una robusta leva con cui poter fare pressione sulla CDU ed eventualmente provare un nuovo assalto al vertice, magari quando le difficoltà per Laschet diventeranno insormontabili.

Continua a leggere su Kater un blog collettivo che parla di Germania – o almeno ci prova – al di là di semplificazioni, stereotipi e luoghi comuni.

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Un sabato italiano fuori dal tempo ci fece capire che il peggio era passato https://www.linkiesta.it/2021/05/sabato-italiano-sergio-caputo/ https://www.linkiesta.it/2021/05/sabato-italiano-sergio-caputo/#respond Sat, 08 May 2021 04:00:47 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=272074 Sergio Caputo trasforma le parole in strip metropolitane spiritose, molto visuali, mai banali né scontate: la maestrìa nel creare vignette, di danzare sulle parole, rende tutto leggero, ironico, cool. I testi hanno metriche deliziose, sono pieni di citazioni pop, e quell’inevitabile velo di cinismo di uno che vive troppo in fretta è mitigato da una immancabile dose di illusione romantica. Read & Listen

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Premessa: il 12 maggio 2021 Mister Fantasy compie 40 anni. Quale album migliore per celebrarlo di quello lanciato con i video prodotti da noi?

Un album molto singolare se ce n’è uno: fuori del suo tempo musicalmente, ma in sincrono perfetto con l’atmosfera e la voglia di bersi il mondo degli anni 80. Il suo autore un ragazzo di 29 anni, di giorno art director in una multinazionale dell’advertising e di notte vagabondo della scena notturna romana, patito del jazz e assatanato di avventure e di alcool. 

A pensarci bene, però, se a questo cocktail di ingredienti dai la giusta shakerata, tutto prende senso e va giù in un sorso: le avventure notturne di Sergio Caputo sono autobiografia, le sue scorribande col fido Riccardo ’Rino’ Rinetti, amico e produttore, sono diari di vita. La sua abilità con le parole li trasforma in strip metropolitane spiritose, molto visuali, mai banali né scontate: la maestrìa nel creare vignette, di danzare sulle parole, rende tutto leggero, ironico, cool. I testi hanno metriche deliziose, sono pieni di citazioni pop, e quell’inevitabile velo di cinismo di uno che vive troppo in fretta è mitigato da una immancabile dose di illusione romantica. 

«Facevo una vita talmente sregolata che non pensavo neanche di arrivare a 35. Ero molto selvatico, bere, sostanze. Avevo preso la vita così, non mi vedevo vecchio, non pensavo che sarei sopravvissuto. La musica mi aiutava anche a fare il pubblicitario, perché i miei colleghi era gente che si frequentava fra loro, spesso a casa, delle cose ne sentivano parlare. Io invece da musicista ero sempre in giro, vedevo persone diverse, come si vestivano, osservavo i trend, i linguaggi. Ascoltavo di prima mano la musica nuova, che non era neanche ancora uscita in Italia. Le due cose insieme mi davano allora, e ancora mi danno, una visione più smaliziata delle news, per esempio: capisco i meccanismi, scompongo le frasi, guardo il messaggio finale e capisco come è stato costruito»

Ultimo ingrediente, quel suono un po’ demodè ma di gran classe: Sergio ascolta come tutti noi il rock di quegli anni, ma è innamorato del jazz, dell’era delle big bands, di quel sapore elegante e fascinoso dello swing. Quindi, se aggiungete a tutto il resto anche questo personalissimo e originale pop-jazz, le drink c’est chic.

Serve un buon bancone da bar o un palcoscenico da dove lanciarsi. E cosa meglio del programma più cool della tv, in quel momento in cui in quell’Italia degli anni 80 tutto era moda, un friccicore di nuove opportunità, lo stile diventava forma e sostanza? C’era voglia di nuovo nell’aria, e Sergio era il personaggio perfetto per il Mister Fantasy della musica da vedere e delle creature della notte.

Paolo Giaccio, non c’è più bisogno che aggiunga quanto ha contato nella vita di tutti noi, conosce Sergio già da un paio d’anni, con il suo EP-4-pezzi è già stato ospite, senza lasciare grande traccia, con un video da capellone e l’altro coi capelli corti perché nel frattempo l’avevano chiamato alla visita militare. Ricordo solo che per presentare Sergio feci una gag con Vecchioni, tipo «Roberto, lasciamo spazio al giovane Caputo» spingendolo via su una sedia da ufficio con le rotelle, «probabilmente da quel momento mi ha detestato».

Paolo ascolta i provini di queste canzoni, ne intuisce il potenziale, va alla CGD da due grandi discografici di allora, Guido Crepax e Alfredo Cerruti, e gli dice «se voi fate il disco, noi faremo otto video». Leggenda vuole che l’accordo venga fatto senza che i discografici abbiano sentito una sola nota. I video di Mister Fantasy, tutti in fila nella primavera dell’83, a dir la verità sono meno colorati e avventurosi delle storie cantate. Questione di budget. Il regista deputato, compagno d’affitto e di avventure, Dante Majorana, avrebbe voluto un’orchestra e cento comparse e il prestigioso Vittorio Storaro alla fotografia, il risultato finale è che a disposizione hanno una quindicina di amici travestiti a la page fra punk e dandy e una band di finti musicisti (altri amici) con sax e chitarre di plexiglas. Molto post-moderno, in verità. Un tendone arredato a ipotetico night come ambiente, Sergio, volto da cucciolo tentatore a cantare al microfono con asta, un po’ di ballerine a far coreografia («ho passato il tempo a chiedermi quale rimorchiare a fine serata»), comparse con cotonature in puro eighties che ora sarebbero da arresto. il successo è clamoroso. Effetti stroboscopici del destino. Dritto in classifica. Che botta!

Nel giro di qualche settimana la vita di Sergio cambia, e lui non è molto preparato al successo istantaneo. Quando va al supermercato sente ’Un Sabato Italiano’ nell’impianto e già gli suona strano, dei ragazzi lo riconoscono e si nasconde sotto un banco frigo perché non sa che fare. Imparerà presto. Soprattutto i vantaggi per gli approcci sentimentali. Del resto, Sergio uno che impara veloce lo è: il suo ingresso alla McCann-Erikson, una delle Agenzie top nel mondo della pubblicità, se l’è guadagnato trovandosi per un colloquio nella loro sede durante un’emergenza di consegna, lavorando di notte (non un problema per lui, ca va sans dire) quella sera e anche le successive, fino a essere assunto. Avere una spiccata sintonia con le immagini, e l’essere bravo a disegnare -cosa che ha fatto fin da bambino, poster e depliant, vignette e manifesti- suppongo abbia aiutato.

La vita d’agenzia ha i suoi ritmi senza orari, chi ha visto ’Mad Men’ lo sa: alle nove di mattina in Vespa in ufficio «a lavorare su campagne pubblicitarie più grosse di me», alle 5 di pomeriggio a casa, con dormitina. La sera, in un’ora variabile fra le nove e mezza e le undici, l’immancabile suonata al citofono e ripartenza. In caccia di musica e di avventure, una ricerca senza fine fra bar e nightclub, birre whisky e altri drink assortiti, donne da abbordare e da cui cercare di farsi abbordare, scorribande in cerca di «grandi imprese e amori fallimentari», lui e Rino «assi del mordi e fuggi in circostanze particolari». Ricerca che a volte si conclude brillantemente altre volte meno e, in questo caso, si finisce dai cornettai all’alba (un classico romano). E per concludere la fatidica frase: ’oh, domani niente, eh. Domani stiamo a casa’, che dura, appunto, fino alle undici di notte del giorno dopo.  

La Roma notturna di quegli anni è quella di Renato Nicolini, l’assessore alla cultura che spinge la città fuori della cappa degli anni di piombo inventandosi ’l’estate romana’, definizione che non vuol dire molto ma ancora oggi fa spuntare i lucciconi agli habituè di quelle notti passate fra cinema all’aperto al Circo Massimo e rassegne cinematografiche un po’ ovunque, da Ostia a Castel S. Angelo, musica dal vivo sul Tevere, al Testaccio e nei tanti club aperti fino all’alba. Il pendolo che, dopo gli anni di piombo, swinga allegramente dall’altra parte.

«Così ci avventuriamo nella Roma felliniana 
Equilibristi in bilico sul fine settimana 
E sulle immagini di sempre nei discorsi e nei pensieri 
Dilaga anacronistica la musica di ieri…»

Che è il jazz, ovviamente. In quegli anni, Sergio frequenta il Folkstudio, aspettando lo sgombro dei cantautori e l’arrivo dei jazzisti, e poi ci sono i club di jazz che a Roma abbondano: il Murales, il Fonclea, il Blu House dove ogni sera in jam session trovi personaggi come Tony Scott ma anche tutta la nuova scena jazz italiana: Enrico Pieranunzi e Massimo Urbani, Patrizia Scascitelli e Rita Marcotulli, Roberto Gatto, Danilo Rea, Enzo Pietropaoli. Al Music Inn, il vero tempio del jazz a Roma, suonano solo i grandi nomi internazionali che si trovano in tour europeo, e solo di tanto in tanto quelli nostrani. La passione di Caputo è quella: Parker e Coltrane ma soprattutto Cole Porter e Fats Waller, le orchestre alla Glenn Miller, Count Basie e Duke Ellington, ma anche Xavier Cougat e l’Orchestra della RAI, big bands raffinate che suonano nello stereo dell’auto, affettuosamente chiamata Zia Wally. Sergio si chiede perché di jazz ce ne sia tanto in giro, ma per lo più standard, perchè quante versioni potrai mai fare di ’My Funny Valentine’ o ’My Favorite Things’? L’idea è quella di usare una ritmica swing e melodie pop, canzoni che abbiano «uno sviluppo armonico e melodico di tipo jazzistico, ma siano concise e dritte al punto, strofa-strofa-bridge-inciso come succede nelle canzoni pop. Jazz con una struttura pop». 

Qualcosa in giro con questo taglio c’è: Joe Jackson nell’81 ha pubblicato ’Jumpin’ Jive’, un disco di cover famose in stile jump blues, il jazz da anni 40 ritmico, ballabile, da divertimento in pista e all’ascolto, nella vena originale di Cab Colloway e Louis Jordan. Ma non sono suoi i brani. O magari gli album dei Manhattan Transfer di “Extensions” e “Mecca For Moderns”, con vocalità e arrangiamenti jazz accessibili a un pubblico più vasto. Il nostro, ancora indiviso fra advertising e musica, pensa che inseguendo quello che ti piace non sbagli mai, se va male c’è sempre quel posto di promettente art director. Situazione win-win, come dicono gli addetti ai lavori, vincente comunque. 

Sergio in questa vita vissuta a tentoni, senza programmi, butta giù accordi e motivi che gli suonano bene, e i pensieri, i flash, le stranezze che incontra li scrive spesso su pezzettini di carta volante, frammenti di futuri puzzle indecifrabili, se scritti in evidente stato di alterazione alcolica. Se ha delle idee musicali mentre sta in giro, telefona a casa e lascia in segreteria messaggi cantati. La cosa diventa complicata quando, al ristorante o magari in RAI, gettone in mano, deve stare in piedi con tutti che lo guardano mentre si mette a cantare con una certa nonchalance nella cornetta.

Altre volte si parte da un giro armonico tipico di un brano alla Fats Waller trovando realizzazione in una notte smemorata. Nel suo libro del 30ennale di ’Un Sabato Italiano’, divertente e sincero ritratto degli anni che portano all’Lp, narra la nascita della title-track:  «È una sera di un sabato qualunque, di quelle che abbiamo deciso di non uscire perché tanto in giro c’è troppo casino. Sono solo nella mia stanza, ho in mano la chitarra e sto strimpellando distrattamente un pezzo ancora senza parole che ho scritto giorni fa, un pezzo un po’ malinconico, ma di quella malinconia che fa stare bene e svuota la mente dai brutti pensieri. Provo a concentrarmi ma non c’è niente da fare, sù dal cortile arriva un miagolio insistente, fastidioso, sembra che tutti i gatti del quartiere si siano dati appuntamento qui sotto stasera per non farmi scrivere questa canzone. Mi affaccio alla finestra, è una sera piovosa che sembra inverno, c’è qualche finestra illuminata e una radio che sputa fuori musicaccia commerciale. Resto lì a soffiare nuvolette di fumo che si perdono nel cielo scuro… “Il fetido cortile ricomincia a miagolare”, declamo in tono teatrale alla Vittorio Gassman, e mi accorgo che la metrica è proprio quella del pezzo che sto strimpellando. Così vado avanti, e mi ritrovo un’ora dopo che ho riempito sette pagine del mio notebook con dei versi, ma sul più bello suona il citofono: ’saliamo noi, o scendi te?.  

Il giorno dopo mi sveglio tardi, troppo tardi per andare dai miei. Devo chiamarli, ammesso che riesca a raggiungere il telefono. Bocca impastata. Mi gira la testa. Accendo subito una sigaretta e cerco di riappiccicare fra loro frammenti di memoria della notte appena passata, come fossero i pezzi di uno specchio rotto. Non ho idea di come sia riuscito a tornare a casa. Devo aver fatto tardi, tardissimo, c’è un bicchiere con dentro un dito di whisky, mozziconi puzzolenti di sigaretta e in giro pezzi di carta appallottolati. Dante è di là, sento un ridacchiare sommesso, e c’è anche una voce di donna che non conosco. Vedo che ho usato il registratorino a pile, la mia chitarra è buttata lì accanto al letto e il blocchetto di appunti è pieno di scarabocchi nuovi, la mia scrittura quasi illeggibile… Sbuffando, mando il nastro un po’ indietro e schiaccio play, preparato a sentire grugniti da ubriaco e mugugni incomprensibili. ’Un Sabato Italiano’ è lì, praticamente fatta, dall’inizio alla fine, compreso il riff di fiati»: 

«Il fetido cortile ricomincia a miagolare 
L’umore quello tipico del sabato invernale 
La radio mi pugnala con il festival dei fiori 
Un angelo al citofono mi dice vieni fuori 

Giù in strada per fortuna sono ancora tutti vivi 
L’oroscopo pronostica sviluppi decisivi 
Guidiamo allegramente è quasi l’ora delle streghe 
C’è un’aria formidabile le stelle sono accese 
E sembra un sabato qualunque un sabato italiano 
Il peggio sembra essere passato 
La notte è un dirigibile che ci porta via lontano». 

Quando chiama Rino e gliela strimpella al telefono, l’amico si commuove, sognava di poterla un giorno sentire finita, perfetta: «Non l’aspettavo, non l’avevo mai neppure immaginata, eppure la riconosco: è lei, la canzone che ho sempre sognato, la donna ideale. Mi sento come un padre che riconosce suo figlio appena nato… di più, come una mamma che lo sente sul petto la prima volta, bagnato, vivo, e non lo vuole lasciare e, allo stesso tempo, lo immagina già camminare da solo».

L’album, più che camminare, comincia a correre da solo, e da subito. Gran parte del merito è quell’inizio fulminante, allegro come una sbronza che si dissolve, orecchiabilità estrema, metrica irresistibile, dedicata – unica eccezione – a una bevanda analcolica: «Giro sconsolato per casa schioccando le dita a tempo e guardando dappertutto, come se il testo fosse già scritto su un foglietto da qualche parte e non ricordassi dove l’ho messo. Vado in cucina, apro il frigo, ci sono degli spaghetti del pranzo di ieri, me n’ero dimenticato, stasera posso riscaldarli, torno in camera mia, do un’occhiata in bagno. Torno in cucina, apro la piccola credenza dove teniamo i medicinali e altre cazzate. Eccola lì, la mia amica d’infanzia, la Citrosodina granulare… mia madre me la dava sempre anche quando non ne avevo bisogno, e io la prendevo volentieri perché era frizzante e sembrava una bibita. E anche adesso che vivo da solo devo sempre averne un barattolo in casa, che non apro, ma mi piace avere lì. Citrosodina. Ciii-tro-so-dii-na. Ci-tro-so-di-na-gra-nu-la-re. Bevo per… Bevo peeeer…. be-vo-per-di-men-ti-caaa-re-il-mal-di-maaaaare..viii…viii…viscerale..snap, snap, snap, tum tum tum tum….»: 

«Citrosodina granulare bevo per dimenticare
Il mal di mare viscerale che questo mondo mi dà
Respirazione artificiale per resuscitare il vecchio buon umore
Fai il favore, non criticarmi perché
È sempre più difficile tirare avanti questo show
Mi fanno male i piedi a furia di ballare
Un pediluvio nel tuo cuore mi concederò…»

Quando il disco è già stampato e Rino prepara vari formati della Citrosodina come gadget per accompagnarlo, qualcuno pensa bene di farla, una telefonata, giusto per vedere se c’è qualche problema: «Per noi no», gli rispondono, «anzi grazie per la pubblicità, ma andrebbe precisato che è un medicinale, seguite le avvertenze». Non è solo una questione di metrica: «Se ci fanno una multa, ci dovremo rifare su di voi». Panico. A Sergio chiedono di cambiarla, per cui solo le prime 5mila copie conterranno ’l’originale’, sostituita nelle successive da ’Idrofobina vegetale’, che non vuol dire nulla, ma è l’unica cosa che gli viene in mente. Nel tempo il titolo diventerà ’Bimba Se Sapessi’:

«Bimba se sapessi che monotonia
Tutte quelle balle sulla fantasia
Guarda che mestiere che mi tocca fare
Io con questa faccia e il mio passato da dimenticare…»

Ce ne sono tante che in quegli anni uscivano spesso dalla radio, tutte con livello di orecchiabilità pericolosa, a turno te le canteresti tutte: ’E Le Bionde sono Tinte’, ’Cimici e Bromuro’ (la storia della sua visita alla naja), ’Mercy Bocù’, ’Weekend’, ’Night’, ’Spicchio di Luna’. C’è ’Mettimi Giù’, ispirazione guardando la bella bionda Fay Wray nella manona del primo King Kong, quello in b/n del ’33, con quel gioco di parole fra i tanti significati del ’mettere giù’: ’mettimi giù due righe’, o ’uno schizzo’, o ’due conti’, o ’due accordi’. E infine, c’è naturalmente ’Io e Rino’, un ragtime che narra le gesta dei due complici vittime di un complotto finanziato dalla notte oscura/ con la banda dei cuori infranti che ci fa premura”: con Rino, quello che faceva il cast al Folkstudio, che lo chiamava a suonare la domenica pomeriggio quando il patron Cesaroni a cui stava antipatico non c’era, non era partita benissimo. Ma sarebbero diventati inseparabili, nella vita e nel lavoro:

«Io e Rino, Grandi Imprese & Amori Fallimentari
Assi del “mordi e fuggi” in circostanze particolari
Persi nella metropoli effetto notte americana
Ammazziamo la solitudine, affascinati dal panorama

E una birra di qua e una birra di là e la sera se ne va
E pensiamo: “Di noi che sarà?”
Se la gente di qui si avvilisce così e ci tratta da ragazzini
È perché alla TV non guarda i film su New York City»

New York City….Di mitologia americana c’è n’è tanta, in questo disco e nell’immaginario di Caputo, da Charles Bukowski e i poeti beat alla sofisticata musica di Cole Porter e George Gershwin. C’è tanto cinema, di quello pieno di angeli dalla faccia sporca. C’è il Tom Waits di ’The Heart of Saturday Night’, quello degli inizi cantautorali che cominciavano a vestirsi di jazz, coi suoi personaggi sfigati e perdenti, intrappolati nel lato dark della Hollywood minore. Ma Trastevere non è West Hollywood, la voce di Sergio è ironica e da crooner e non un rauco grugnito (per quanto romantico), e il sabato notte italiano non è quello della città degli angeli caduti. 

Sergio (fortunatamente) è sè stesso, spiritoso e autoironico, spesso colpito ma non affondato, diverso da tutti e figlio del suo tempo.  Come nella copertina, un sipario che si apre su un Gran Cafè (a Piazza Adriano, di fianco al teatro dove suonarono i Beatles quando Sergio aveva un anno), e la maglietta ’Frankie Goes to Hollywood’, il titolo di giornale che celebrava l’andata a Hollywood del (in quel momento) idolo delle bobbysox, le teenagers, Frank Sinatra. Con la grafica di Mister Fantasy, e un ciuffo vero anni 80. 

(Quasi) quarant’anni dopo, Sergio Caputo ha di molto vissuto, di molto suonato e di molto viaggiato. Fino a vivere tanti anni nella mecca della sua gioventù, la San Francisco dei beat e del faro culturale Lawrence Ferlinghetti, visitato nella sua libreria City Lights Bookstore. Ha suonato e inciso nei due continenti, pubblicato album strumentali di soft jazz, e altro che ’non so se arriverò ai 35’, ha tre bambini piccoli e il suo piacere ora – tour a parte – è di non uscire di casa la sera. La Citrosodina granulare, a proposito, la tiene sempre nell’armadio. Chiusa, ma non si sa mai.

73 (continua). Qui le altre puntate.

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Tutto quello che è vero diventa vero dopo https://www.linkiesta.it/2021/05/tutto-quello-che-e-vero-diventa-vero-dopo/ https://www.linkiesta.it/2021/05/tutto-quello-che-e-vero-diventa-vero-dopo/#respond Sat, 08 May 2021 04:00:46 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=272010 Le emozioni spesso sono complicate da codificare e ognuno le vive a modo suo. Così che le confessioni che sembrano storie di fantasia sono le migliori perché chi ascolta (e legge) crede davvero che siano soltanto inventate

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Le confessioni che sembrano racconti sono le migliori perché chi legge crede che siano racconti. Solo lei può chiedermi: perché scrivi queste nostre cose vere? Perché qualcosa devo scrivere, ecco perché.

Stava leggendo un libro seduta sul muretto dell’abbeveratoio che non era solo un abbeveratoio, lo era anche, era una antica vasca che raccoglieva acqua sorgiva alla fine dello sterrato tra i campi di tabacco da una parte e di grano dall’altra, bei campi in declivio, curvi come schiene al lavoro sui campi, collinari, un terreno in discesa come un arco di cerchio dolce e leggero, e qua, in basso, dove il terreno torna piano, ecco la vasca, che è un po’ più grande di un letto a due piazze. Intorno crescevano cocomeri e meloni gialli e bianchi. Una valletta arcadica, interrotta più avanti da un boschetto come da un confine idilliaco. Tutto era in crescita, il grano, il tabacco, i cocomeri, i meloni, il bosco folto, perché era estate piena. E pieno giorno nell’estate piena.

Lei, seduta sul bordo della vasca, leggeva un libro. Con la matita oscillante tra due dita teneva un ritmo di lettura o di impazienza e lo batteva sulle pagine aperte e a tratti sottolineava o appuntava qualcosa. Sollevava, credo ogni quattro cinque righe, la testa aspirando il sottile filo di una qualche fumosa filosofia o di sentimenti svaporanti che tendevano a volatilizzarsi. Guardava intorno come se sorridesse per l’ingenuità delle foglie di esporsi al pesante calore del sole che le scaldava e le snervava. Quasi commiserava, inclinando la testa e osservandole, alcune pietre sparse, per la loro insensibilità. Insensibilità a cosa? E l’erba? L’erba in certi punti più lontani era umiliata dalla siccità alla repressione ascetica di ogni colore se non il giallastro pallido di una pelle deperita.

Detestava lei forse come me gli anacoreti? Considerava lei forse come me la solitudine una goduria che non ha nulla a che vedere con l’eremitaggio?

La stavo spiando, immerso tra le foglie del boschetto umide e scure. Spiavo per caso, non per necessità, perché ero disteso sotto quelle foglie e sull’erba al fresco già prima che lei arrivasse. Avevo dormito un quarto d’ora o avevo solo chiuso gli occhi. Ne aprii uno: lo sguardo, sbattendo palpebre e ciglia come una farfalla le ali, andò di tra la foglie là su lei seduta sul bordo della vasca e sotto il sole.

Forse lei sentì il mio sguardo posarsi su qualche parte scoperta della sua pelle. Spinse il mento in alto, puntato verso un raggio, chiuse gli occhi, allungò il collo, mosse le braccia, in una mano il libro, nell’altra la matita. Sollevò il libro in alto oltre la testa come a fare del libro un ombrello, il braccio obliquo come il raggio. Strinse nel pugno dell’altra mano la matita e distese il braccio obliquo ma verso il basso dietro di sé sul bordo della vasca come il prolungamento dell’altro braccio nella direzione opposta. La linea di tutte e due le braccia la percorse come una diagonale che attraversa un corpo solido o, da polo a polo, l’asse un mappamondo.

Poi portò anche l’altro braccio, quello del libro, in basso dietro di sé. I seni premettero contro la maglietta, quella che si direbbe una maglietta fresca, leggerissima, i capezzoli non riuscirono a forarla ma ci stavano provando. Le braccia divaricate formarono un triangolo isoscele che aveva nel mento il suo vertice. Poggiò tutte e due le mani sul bordo dell’abbeveratoio, i pugni stretti, uno intorno alla matita, l’altro intorno al bordo del libro chiuso. Non vedo se ha inserito un dito in mezzo alle pagine, credo di sì. Si separarono le sue ginocchia fino ad allora accostate, divaricò le gambe e le allungò, puntate sui talloni, vidi i sandali e i suoi piedi che ora oscillavano come metronomi dal tempo lento. Con gli occhi chiusi prendeva sfacciatamente il sole. 

Uscii dall’ombra come una minaccia. Portai con me l’ombra e contrastando il sole la posi addosso a lei. La mia ombra era fresca di bosco, e lei non sentì più il calore diretto. Non vide più il rosso nelle sue palpebre chiuse e allora le aprì.

Tu scrivi nei libri? Lo chiese lei a me.

Capii che era un’attrice e sapeva che l’avevo osservata e non mi aveva preso per uno scrittore ossia per uno qualsiasi perché nella domanda c’erano due interrogativi e una piccola pausa che solo lei e io nella controra e in mezzo alle cicale avvertivamo. Disse precisamente: tu scrivi?… nei libri? Voleva sapere se con la penna, se con la matita, leggendo scrivevo i miei pensieri, le osservazioni, o sottolineavo frasi sulle pagine dei libri. Avevo capito. Dissi no, non sono uno scrittore nei libri, no.

No…

Ripeté il mio no, esattamente il mio ma con in più una leggera parodia eroica, e sorrise. Mi guardava con quelle palpebre arricciate come belle foglie secche, arricciate dal sole alle mie spalle che certamente circondava abbagliante la mia ombra, quelle palpebre arse dalla luce e dal calore. Anche il naso era arricciato come un frutto geloso che si stringe intorno alla sua dolcezza. Pensavo così perché lei capisse o credesse che ero tutto intriso di natura, pensavo come un cespuglio, come un fogliame verde e fresco. Disse quel no, sorrise. O forse no, forse la troppa luce intorno alla mia ombra le tendeva le labbra verso le guance anch’esse arricciate. Sembrava crepitare, era assai bella.

Volevo dire…

Non disse altro, la frase seguente fu fiaccata dal caldo perché io feci un passo a lato e la inondai di luce. Lei strinse di più le palpebre e sollevò di più il mento come se annusasse il sole. Quando la voglia di parlare viene meno è molto meglio di quando si ha voglia di parlare, ma bisogna comprendersi, bisogna essere in due a non dire volentieri nulla.

Mi sedetti accanto a lei, portai anch’io le braccia all’indietro e le mani sul bordo dell’abbeveratoio, sul limite verso l’acqua, stesi le gambe, avevo il bordo nel palmo delle mani, il bordo era scivoloso, la mani scivolarono e caddi all’indietro nell’acqua che si dilatò sotto la mia schiena spruzzando. Mi sono varato, pensai, ma non dissi questa spiritosaggine perché sarebbe stata fuori luogo, era tutto più serio, quasi severo, non era un risibile incidente.

L’acqua era fresca perché era sorgiva, sgorgava da una bocchetta, in un’altra bocchetta opposta e poco sotto il bordo di uno dei lati corti defluiva. La vasca era profonda mezzo braccio. Con le mani aperte e premute sul fondo mi tenevo benissimo a galla, orizzontale, dalla cinta alla testa, per il resto ero come rimasto seduto sul bordo.

Non feci nessuna finta di annegamento, restai così, preda del fresco, un po’ inebriato. Le nostre reazioni, quando la situazione ci pare imbarazzante, sono sempre finte e enfatiche. Non stavolta, nemmeno mi venne da ridere. Stavo così, guardavo il cielo che non mi imbarazzava.

Lei si voltò a guardare me, anche lei senza ridere, considerava come stavano le cose. Considerò per un tempo anche lungo, un tempo che durava, un tempo anche godibile, un tempo che divenne, non so come dirlo, anzi sì, divenne il nostro tempo. Restammo un po’ così, come dipinti, forse disegnati come una illustrazione in un libro tra le parole precedenti e le seguenti.

Con la guancia sulla sua spalla mi guardava. Poi mi chiese: ti tieni con una mano sola? La stessa mia parola: mi tengo a galla, sì. Con una mano sola? Dissi sì e sollevai dall’acqua la mano destra, quella verso la sua parte, per dimostraglielo. Allora mettila sulla mia schiena, reggimi, mi disse. Lo feci, le posai la mano aperta sulla schiena, lei sentì il fresco, io sentii cinque vertebre, lei ebbe un brivido e scattò un po’ in avanti, poi tornò sulla mia mano, la sentii pesare, voleva calare in acqua, disse ancora: reggimi. E calò all’indietro nell’acqua, come me prima ma senza spruzzi, lentamente perché la reggevo.

Capimmo che potevamo restare a galla anche solo puntando i gomiti sul fondo, stringendo l’una nell’altra le mani dalla parte dei fianchi accostati, la sua mano sinistra nella mia destra. Calata nell’acqua, distesa come me, mi aveva detto: puoi togliere la mano adesso. Togliendola percorsi col dorso della mia mano il suo braccio fino alla sua mano, e l’una strinse l’altra e l’altra l’una. Il libro e la matita erano sul bordo, all’asciutto.

Ora, la mia vita può durare quanto vuole, questo ricordo dura di più. Lo pensammo? Non allora. Non percepiamo mai di essere in un ricordo, mai.

Va detto che la vasca è vera, veri i campi dalla forma arrotondata e in declivio, veri il grano e il tabacco, il boschetto, i cocomeri i meloni, l’estate, le foglie, l’erba verde e l’erba giallognola, vera lei e vero io, vera la collina a digradare fin qui dove noi veramente siamo. Fu vera l’acqua. Perché non dovrebbe essere vero anche il resto?

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La penna italiana ricavata da una bottiglietta da mezzo litro https://www.linkiesta.it/2021/05/remadeinitaly-marchio-riciclo/ https://www.linkiesta.it/2021/05/remadeinitaly-marchio-riciclo/#respond Sat, 08 May 2021 04:00:44 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=272102 Sono sempre di più i prodotti che ottengono la certificazione ReMade in Italy, un marchio che attesta il contenuto di riciclato e l’origine dei materiali impiegati per realizzare il prodotto dell’economia circolare

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Dalla termoscatola per gelato, idonea al contatto con alimenti e prodotta da plastica post-consumo che una volta utilizzata e cestinata può essere nuovamente rigenerata dando vita ad un’economia circolare senza fine, alle innovative piastrelle in gomma continua ed ecocompatibile derivanti dal riciclo di pneumatici. Fino ad arrivare alla penna Aqua: «Ero una bottiglia di plastica da 500 ml… ora sono la penna con cui scrivi», si legge sulla superficie del prodotto.

Un oggetto che nasce grazie al corretto recupero e riciclo delle bottiglie di plastica. Il Pet riciclato con cui è realizzato proviene da economia circolare ed è 100% riciclabile. Aqua non è solo ecofriendly ma anche funzionale: scrive per 2500 metri, superando di 25 volte le performance di una penna “tradizionale”.

Sono sempre di più i prodotti che ottengono la certificazione ReMade in Italy, un marchio che attesta il contenuto di riciclato e l’origine dei materiali impiegati per realizzare il prodotto dell’economia circolare.

Sebbene la maggior parte dei materiali certificati siano strutturali per l’edilizia sostenibile, ad esempio, quelli impiegati nella costruzione di strade o nell’arredo urbano, molti sono impiegati in altri settori.

È il caso – come la penna Aqua – dei gadget prodotti da Alisea, operatore che fa del riuso e del riciclo una forma di identità d’impresa dal 1994.

È proprio di questa azienda il primo prodotto che ottenne la certificazione ReMade in Itay, come ha spiegato a Linkiesta la fondatrice e Ceo di Alisea Susanna Martucci: «Era un’agenda realizzata con carta riciclata. È stata la prima in Italia ad essere realizzata senza l’abbattimento di alberi. Avevamo creato una grafica in otto lingue: era un prodotto che disponeva di una parte numerica e un’altra composta da fogli liberi per prendere appunti. Avevamo certificato l’intera filiera proprio perché all’epoca il nostro era l’unico caso e i nostri clienti richiedevano prodotti realizzati in Italia e solo con l’uso di materiale riciclato».

La svolta nella vita di Martucci arriva nel 1982, quando, appena ventitreenne, ascolta durante un viaggio in treno un dialogo tra due pendolari che si chiedevano perché l’uomo non si rendesse conto di essere seduto sopra una immensa pattumiera di rifiuti. Uno spreco inimmaginabile che avrebbe rappresentato un macigno pensatissimo per le future generazioni e il pianeta. Da qui nasce nella futura fondatrice di Alisea il desiderio di cambiare lo status quo. E per farlo l’imprenditrice ha puntano su due elementi: innovazione e processi produttivi, con base imprescindibile la sostenibilità.

«Perché un prodotto sia realmente sostenibile non basta sia riciclato. Deve anche essere durevole e far parte di una filiera a ridotto consumo di CO2, ad esempio», spiega Martucci.

Così l’imprenditrice, con alle spalle una carriera nel mondo commerciale, fonda nel 1994 Alisea, azienda e galleria d’arte per la promozione e vendita di opere d’arte, antiquariato inglese e oggetti di design. Poi, alle fine degli anni ‘90, inizia l’interesse per il mondo del riciclo e della eco-sostenibilità e l’attività si concentra sempre di più sul riuso, recupero e riciclo. Nascono così i primi prodotti di design realizzati con gli scarti delle aziende clienti.

Alisea Recycled & Reused Objects Design oggi è una realtà unica nel campo dello studio, progettazione e realizzazione di oggetti promozionali realizzati con materiali naturali, riciclati, eco-compatibili e di recupero, spesso forniti dalle aziende clienti, e rigorosamente made in Italy.

«Il nostro lavoro – ha spiegato Martucci – è sempre stato quello di realizzare in Italia oggetti per la comunicazione, cioè i gadget delle aziende, partendo dagli scarti prodotti. La nostra certificazione copre un prodotto da quando viene buttato, prendiamo il caso delle bottiglie in PET, fino alla filiera del riciclo, della trasformazione e poi a chi, come noi, lo riutilizza per produrre diversi materiali. La filiera di certificazione ReMade in Italy è stata richiesta per tanti altri prodotti, dal packaging dei prodotti a marchio Esselunga fino alla carta riciclata impiegata per la copertina dei concerti JovaBeach, lungo i litorali italiani, di Jovanotti».

Un esempio virtuoso che anche il pianeta si augura faccia scuola.

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La guerra civile dei magistrati e la grande ipocrisia del giornalismo https://www.linkiesta.it/2021/05/davigo-verbali-palamara-csm/ https://www.linkiesta.it/2021/05/davigo-verbali-palamara-csm/#respond Sat, 08 May 2021 04:00:38 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=270417 Dal caso Palamara alle ultime incredibili vicende della procura di Milano, una domanda si impone: quand’è esattamente che le accuse diventano fango, e vanno pertanto cestinate, e i loro propalatori denunciati come avvelenatori di pozzi, e quand’è invece che vanno prese e pubblicate come oro colato?

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Uno dei segnali più evidenti da cui emerge il declinare del potere berlusconiano sta nel fatto che i magistrati abbiano cominciato a farsi la guerra tra di loro, con le stesse armi di sempre, in televisione e sui giornali. E che giornalisti e politici non capiscano più da che parte schierarsi. A parte qualcuno, s’intende.

Tutti concordano sul fatto che ormai, dal caso Palamara alle ultime incredibili vicende della procura di Milano, sia in corso un vile e pericolosissimo tentativo di delegittimare la magistratura, formula buona per ogni occasione.

Il problema è che qui, da una parte e dall’altra della barricata, da quella degli accusatori (o calunniatori) come da quella degli accusati (o calunniati), sempre magistrati stanno. Dunque, per essere precisi, dovremmo aggiungere che il vile e proditorio attacco alla magistratura viene dalla stessa magistratura. Di conseguenza, se proprio di attacco si volesse parlare, bisognerebbe anche dire che non si tratta di un’offensiva proveniente dall’esterno, ma di una guerra civile.

Un altro problema non da poco è che molti dei magistrati e dei giornalisti che se ne occupano sono proprio coloro che in questi anni, quando al centro degli scandali erano i politici, teorizzavano (e praticavano) il principio secondo cui era giusto pubblicare tutto, indagare tutti, intercettare, perquisire e interrogare chiunque, di fronte praticamente a qualsiasi genere di accusa, in base al principio «male non fare, paura non avere».

Ora però sotto i riflettori ci sono alcune indagini non fatte, quelle sulla fantomatica «loggia Ungheria», e verbali non pubblicati, quelli che diversi giornali hanno detto di avere ricevuto e di non avere messo in pagina perché non ne era chiara la provenienza (di solito evidentemente glieli mandano con ricevuta di ritorno). Con alcuni magistrati (e giornalisti) a dire che era giusto così, perché era evidente che si trattava di montature e calunnie, e quindi prendersi del tempo era il minimo, e con altri magistrati (e giornalisti) a dire che invece no, certo che si doveva indagare, ed è ben strano che non si sia proceduto subito.

Quello che si sa di sicuro è che le carte arrivano, informalmente, a Piercamillo Davigo. A portargliele è il pm Paolo Storari (che per questo è ora indagato per rivelazione del segreto d’ufficio), convinto che su quelle scottanti dichiarazioni dell’avvocato Piero Amara la procura di Milano non voglia fare luce. E cosa fa Davigo? Se le prende, le legge e ne parla, sempre informalmente, con alcuni suoi colleghi consiglieri del Csm e con altre autorità. E ora, rispondendo alle critiche, spiega che procedere per canali «formali» avrebbe significato a suo giudizio compromettere la riservatezza di quei documenti. Sta di fatto che al momento la sua segretaria è indagata per calunnia, con l’accusa di essere stata proprio lei a inviare quei verbali ai giornali, accompagnandoli a considerazioni evidentemente non lievi sui vertici della procura milanese e le ragioni della sua presunta inerzia.

Chi vuole unisca pure i puntini come preferisce. Personalmente, non mi intendo di cronaca giudiziaria e non ho la minima idea di come verbali che dovrebbero essere segreti finiscano regolarmente sui giornali, da decenni, alimentando processi di piazza capaci di stroncare carriere, e a volte vite, per finire poi in un nulla di fatto in tribunale, e spesso senza nemmeno arrivare al processo.

Proprio perché non me ne intendo, però, mi restano alcune domande, che non riguardano il merito delle accuse, ma il lessico, cioè il modo in cui ne parliamo, specialmente noi giornalisti. Ad esempio: che differenza c’è esattamente tra formalità e legalità? Quand’è esattamente che le accuse diventano fango, e vanno pertanto cestinate, e i loro propalatori denunciati come corvi, mestatori, avvelenatori di pozzi, e quand’è invece che vanno prese e pubblicate come oro colato, magari accompagnate dal commentino ipocrita in cui si spiega che, «al di là dell’eventuale rilevanza penale», quello che ne emerge è così grave dal punto di vista etico, politico, antropologico, che non si può far finta di non vedere? Quand’è esattamente che il problema di come quei verbali, quelle intercettazioni, quei documenti siano stati acquisiti diventa il problema centrale e preliminare, tale da imporre non solo di non pubblicarli, ma di denunciare con forza l’oscura manovra che ci sarebbe dietro, e quand’è invece che su tutto questo non è il caso di fossilizzarsi, perché in fondo, suvvia, è una questione di metodo, di cui semmai discuteremo dopo, ma il merito è troppo grave?

Quand’è, insomma, che riteniamo non sia il caso di formalizzarsi, e quand’è che invece ci formalizziamo?

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Venus e Serena Williams e la titanica volontà di rivincita del padre https://www.linkiesta.it/2021/05/venus-williams-serena-williams/ https://www.linkiesta.it/2021/05/venus-williams-serena-williams/#respond Sat, 08 May 2021 04:00:35 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=271874 Due leggende del tennis, una storia di fede, passione e fiducia cieca. Il cammino che porta due ragazzine del ghetto a vincere i maggiori trofei del mondo è una parabola sulla volontà, fuori da ogni schema, di un genitore che cerca un riscatto a ogni costo. Una storia raccontata da Giorgia Mecca per 66thand2nd

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Per Richard Williams la vita è un affronto continuo, un continuo corpo a corpo; ai suoi occhi nessun gesto è innocente, attacca per non essere costretto a difendersi. Non è paranoia la sua, è l’America che lo ha messo al mondo per prenderlo a schiaffi. Anche l’indifferenza colpisce in faccia, le ferite che lascia sono invisibili e profonde.

Saranno le figlie a liberarlo dal male. La loro esistenza è stata progettata per essere una correzione della sua. Hanno bisogno di tempo, però. Prima di tutto devono nascere. «Con mio eterno amore e gratitudine, Venus Ebony Starr Williams è venuta al mondo il 17 giugno 1980, e Serena Jameka Williams il 26 settembre 1981. Adesso che avevo le bambine e avevo il tennis, dovevo soltanto fare in modo che si trovassero».

Nel 1981 agli occhi di chi lo incontra Richard è soltanto un pazzo, un arrogante, uno che parla di cose che non conosce. Ha visto una sola partita di tennis in vita sua ed è convinto che tutto ciò che succede dentro al campo sia riconducibile a tre fattori: impegno, coraggio e fede. Lo chiama il triangolo della famiglia Williams.

La verità è che non sa niente di niente: nei country club ci sono migliaia di ragazzine, frustrate di talento, che si sono impegnate, hanno avuto fede e coraggio e non sono arrivate da nessuna parte. È lo sport del diavolo quello che si è scelto, delle racchette spaccate a metà, della testa che ti abbandona all’improvviso, del faccia a faccia perenne, lo sport della cattiveria, dove vinci soltanto se sei capace di odiare chi hai di fronte.

Per non parlare della tecnica: quanti muscoli devono attivarsi, dalla testa ai piedi, per colpire un servizio mediocre? Siamo sicuri che basti la fede? E cosa dire di ciò che succede al battito cardiaco nei secondi precedenti a un match point? Come ha raccontato Martina Navrátilová pochi istanti dopo aver vinto per la prima volta il torneo di Wimbledon: «Il mio cuore non ha mai battuto così forte. Avevo paura che anche il pubblico potesse sentirlo. È stata un’esperienza extracorporea».

In definitiva, Richard Williams non sa niente nemmeno della fortuna di cui avrà bisogno per fare in modo che le sue figlie arrivino intere ai vent’anni, con le ossa tutte al loro posto, una testa che comanda e un corpo che risponde, e soprattutto che non si ribellino mai e poi mai alla sua volontà.

Quanto devi essere ottuso per guardare due bambine di due anni che inciampano ogni volta che provano a camminare da sole e vedere due future campionesse?

A Compton, poi. Anche quello fa parte dei piani: «Ciò che mi ha portato a Compton è stata la consapevolezza che i campioni arrivano tutti dal ghetto. Ho studiato Muhammad Ali e Malcolm X, ho visto da dove arrivano. Come parte del mio piano ho deciso che il ghetto sarebbe stato il posto in cui le mie ragazze sarebbero cresciute, per imparare la mentalità del guerriero e l’abitudine al combattimento. E quanto sarebbe stato più facile giocare di fronte a migliaia di bianchi quando hai imparato a giocare davanti a squadroni di gang armate?». Ogni volta che sua moglie è esausta lui le risponde che non deve preoccuparsi, che Dio è dalla loro parte e niente può ferirli.

I primi tempi volano via, e Richard Williams a quarant’anni è ancora un uomo fiero e furioso, la rabbia di quando era giovane è rimasta intatta. Antica, sacrosanta, è capace di fare miracoli. È grazie a lei che si regge in piedi mentre il tennis lo consuma.

Prende lezioni da un tizio soprannominato Old Whiskey per motivi che si intuiscono facilmente, compra racchette di seconda o terza mano e un centinaio di palline sgonfie che ormai non rimbalzano più. Anche questo fa parte dei programmi: «Vi serviranno per imparare a colpire più forte» dice alle bambine. La verità è che non può permettersi niente di meglio ma non vuole che le sue figlie lo sappiano. Agli ordini, papà.

Scrive un documento di 78 pagine in cui annota tutto ciò che ha capito sul tennis. Il primo comandamento recita: «Fallire nel pianificare significa pianificare di fallire». Il secondo: «Sii positivo, sempre». Il terzo: «La fiducia è essenziale per il successo».

Per tutto il resto si affida al patrimonio genetico di Oracene e alla divina provvidenza. È convinto che possa bastare e infatti basterà.

Venus e Serena crescono sane e obbedienti, felici di fare felice il loro papà. La prima a entrare in campo è Venus, che a quattro anni è povera e non se ne rende conto. Tenere in mano una racchetta la fa sentire una privilegiata. Se si guardasse intorno, vedrebbe che il cemento che calpesta ogni giorno per andarsi ad allenare è pieno di siringhe, pezzi di vetro, lattine di birra, preservativi, tracce di sangue, ciò che rimane al termine di regolamenti di conti tra disperati Il sogno americano se esiste davvero si realizza altrove, Compton è un inferno di morti ammazzati: 1397 persone uccise in vent’anni di criminalità organizzata e di guerre tra gang.

Richard lo sapeva, prima di portare le sue figlie nei campi comunali aveva dovuto chiedere il permesso ai boss di Compton Avenue: per favore, quando le mie figlie giocano potete spostarvi da qualche altra parte?

Non vuole che le bambine assistano da vicino a pistole puntate o a scene di spaccio. Ci sono giorni in cui le gang decidono di accontentarlo, non sempre. Dicembre 1985, mancano pochi giorni a Natale. Sei ragazzi che non hanno più di vent’anni sono seduti di fronte ai campi comunali. «Per favore, andate via di qui». I ragazzi non se ne vanno.

Richard alza la voce, i ragazzi lo accerchiano, cominciano a prenderlo a pugni, sono più giovani e più forti, lui è da solo. Lo picchiano fino a farlo svenire. Quando si sveglia fa fatica a respirare, si rende conto che ha la maglia sporca di sangue, gli hanno spaccato dieci denti, da quel momento in poi sarà costretto a indossare una dentiera.

Non bisogna mai fidarsi di nessuno, mai. Gli altri, tutti gli altri, sono una minaccia. Il rispetto, in posti come quello, si guadagna diventando cattivi. Quando pochi giorni dopo ritorna sui campi, i ragazzi lo stanno ancora aspettando, ma quel giorno Richard è stanco dei segni che gli sono rimasti sul corpo, è stanco di dover chiedere il permesso, delle occhiatacce di sua moglie, di questo perpetuo tutti contro tutti che non ha senso e da cui non c’è scampo. Non prova nemmeno a parlare, si scaglia contro uno dei ragazzi finché non lo pregano di smettere: «Per favore, basta così». Da quel momento, il campo sarà proprietà della famiglia Williams.

Ma anche quando la droga non arriva più, rimane la miseria. Venus non se ne accorge, ha occhi soltanto per chi l’ha messa al mondo.

La bambina guarda suo papà dal basso verso l’alto e se potesse esprimere un solo desiderio, uno soltanto, quel desiderio sarebbe rivolto al bene di Richard. Vuole renderlo orgoglioso, non le interessa nient’altro. Rinuncia alle favole, alla prima persona singolare, ragiona da figlia, mai da bambina: «Sia fatta la tua volontà». Si fida ciecamente di lui, non può farle del male, pensa, mentre ricaccia sé stessa in gola, i suoi desideri che diventano le sue delusioni.

L’amore che prova per suo padre è una condanna che sconterà per tutta la vita, una resa incondizionata alla volontà di un altro. È un ricatto travestito da famiglia, alzarsi ogni mattina per realizzare un sogno che in fondo non riesci a capire, un sogno che non è il tuo.

Colpisci più forte, baby. Agli ordini papà. Sia fatta la tua volontà, la tua, la tua, soltanto la tua.

da “Serena e Venus Williams, nel nome del padre”, di Giorgia Mecca, 66thand2nd, 2021, pagine 168, euro 16

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Il summit di Porto e la sfida (im)possibile di realizzare riforme sociali europee https://www.linkiesta.it/2021/05/porto-summit-draghi-lavoro-2030/ https://www.linkiesta.it/2021/05/porto-summit-draghi-lavoro-2030/#respond Sat, 08 May 2021 04:00:33 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=272033 Oscurato mediaticamente dal dibattito sui brevetti dei vaccini e stritolato dalla quasi concomitanza temporale con la Conferenza sul Futuro dell’Europa, il vertice tra i 27 leader europei e le istituzioni Ue nella città portoghese è fondamentale per dare concretezza al “Pilastro europeo dei diritti sociali”. Due gli obiettivi prefissati: entro il 2030 almeno il 78% delle persone tra 20 e 64 anni dovrebbe avere un lavoro e almeno il 60% di tutti gli adulti dovrebbe partecipare alla formazione ogni anno

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Lavoro, inclusione e uguaglianza sono i temi principali al centro del Social Summit di Porto, l’incontro di due giorni fra i leader europei che dovrebbe partorire la politica sociale dell’UE del prossimo decennio. Oscurato mediaticamente dal dibattito sui brevetti dei vaccini e stritolato dalla quasi concomitanza temporale con la Conferenza sul Futuro dell’Europa, che partirà domenica 9 maggio, il vertice è fondamentale per dare concretezza al “Pilastro europeo dei diritti sociali”, un testo adottato nel 2017 e non ancora tradotto in risultati tangibili.

La mancanza di diritti sociali è del resto un problema serio oggi per due europei su tre, come ha sottolineato nel suo discorso inaugurale il Commissario titolare dell’argomento, il lussemburghese Nicolas Schmit. Anche per questo, combattere la povertà e ridurre le disuguaglianze è una sfida che non può più essere rimandata per le istituzioni comunitarie. 

Lo sa bene il padrone di casa, Antonio Costa, il premier del Portogallo che detiene la presidenza di turno dell’Unione e che dell’Europa sociale fa il tratto distintivo del suo mandato. Cercando sponde negli altri governi socialisti dell’UE e nelle capitali mediterranee, Costa intende accelerare sui principi contenuti nel “Pilastro europeo dei diritti sociali”: pari opportunità per tutti i cittadini europei, condizioni di lavoro adeguate e protezione sociale.

Soprattutto, lo sa la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che ha citato persino Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ma in chiave positiva, al contrario di quanto accade di solito. «Serve che tutto cambi perché tutto resti com’è», dice, riferita a un’Unione che deve mantenersi al passo con i tempi. Il modello di welfare europeo, celebrato e forse invidiato in tutto il mondo, altrimenti, rischia di diventare obsoleto: «Siamo qui per costruire un’Europa sociale adatta ai giorni nostri». 

Nel piano d’azione della Commissione, infatti, ci sono tre obiettivi concreti per il 2030: avere il 78% degli adulti europei occupati, il 60% a cui vengono garantiti in corsi di apprendimento o perfezionamento e 15 milioni (almeno) di cittadini riscattati dalle attuali condizioni di povertà. Se il summit di Göteborg del 2017 è dove i principi sociali sono stati elaborati, quello di Porto del 2021 sarà tutto incentrato sull’azione, ha promesso von der Leyen. Piena comunanza d’intenti arriva dal Consiglio europeo: sviluppo economico e coesione sociale andranno di pari passo, secondo il suo presidente Charles Michel, nella nuova Europa sociale.

I punti del Pilastro europeo dei diritti sociali
Non in tutti i settori è facile, però, passare dalle parole ai fatti, anche perché la pandemia da Covid19 ha alterato il contesto rispetto a quattro anni fa e le ricerche recenti dicono che le disuguaglianze sono aumentate sia fra Paesi che fra classi sociali dello stesso Paese. 

Il vertice è cominciato venerdì con una conferenza di alto livello, dove politici ed esperti della società civile hanno discusso i temi sul tavolo, e dovrebbe finire con l’adozione della Dichiarazione di Porto: una definizione nero su bianco della visione europea per un’equa transizione ecologica e digitale. In mezzo ci saranno l’incontro dei capi di Stato e di governo e soprattutto le soluzioni per i 20 punti del Pilastro. 

Si parte dalle sfide relative al mercato del lavoro, stravolto negli ultimi 12 mesi: educazione professionale, pari opportunità d’accesso e uguaglianza di genere sembrano ancora più lontane. Il tasso di occupazione complessivo, secondo Eurostat è al 72,4% nel 2020, ancora lontano dall’obiettivo del 78% auspicato per il 2030. Il gap occupazionale di genere, poi, si attesta all’11,3% in media europea e circa al doppio in alcuni paesi, come l’Italia. 

Quando anche il lavoro c’è, spesso è precario, sproporzionato o mal retribuito. Il secondo capitolo del Pilastro riguarda gli stipendi dei lavoratori europei, le condizioni di impiego, il corretto bilanciamento con il tempo libero. Sul primo tema, in particolare, sarà molto difficile trovare una quadra: la Commissione europea ha presentato a fine 2020 un’iniziativa per un salario minimo comunitario, fieramente ostacolata da alcuni Stati, per motivi diversi. Svezia e Danimarca, ad esempio, non vogliono rinunciare ai propri efficaci modelli di contrattazione collettiva, che garantiscono paghe dignitose ai lavoratori; Austria, Polonia e Ungheria sono restie a cedere sovranità su un tema così rilevante per l’economia nazionale. 

In questo modo però è difficile livellare le disuguaglianze. Il quadro attuale infatti presenta una differenza spropositata nel costo orario del lavoro, che va dai  45,8 euro della Danimarca ai 6,5 della Bulgaria. 

Nella terza parte si trovano i diritti relativi all’inclusione sociale, che passa attraverso la lotta alla povertà: assistenza medica, attenzione ai bambini, accesso agli alloggi (sono quasi 700mila gli europei senzatetto) e anche il diritto a un reddito minimo (punto 14), che potrebbe suonare radicale ad alcune orecchie del continente. Anche su questi problemi, l’Unione appare abbastanza indietro complessivamente e soprattutto molto diseguale. Il 21,1% degli europei rischia povertà ed esclusione sociale, secondo gli ultimi numeri Eurostat disponibili: ma il dato sale a oltre il 30% per Bulgaria, Romania e Grecia e sfiora il 50% in alcune regioni europee, come Campania e Sicilia. 

Quella verso un’Europa più equa non sarà una strada in discesa, anche perché ogni misura pensata a livello comunitario dovrà inevitabilmente passare per il confronto fra gli Stati: 11 di loro hanno già mostrato una certa resistenza nel garantire più poteri a Bruxelles sulle politiche sociali, sottolineando in un documento informale che la responsabilità principale in quest’ambito ricade sui singoli governi nazionali. 

Dal vertice di Porto usciranno sicuramente belle parole e arrembanti dichiarazioni d’intenti: la bozza parla di  «ripresa inclusiva e sostenibile», di un «impegno a ridurre le disuguaglianze, combattere povertà ed esclusione sociale» e di «un’economia competitiva e che non lasci nessuno indietro». Ma ciò che serve sono probabilmente misure stringenti, che obblighino gli Stati Membri a perseguire i principi del Pilastro sociale. 

Ad esempio quella avanzata dalla Commissione di una direttiva che assicuri la trasparenza retributiva, favorendo così uguali livelli salariali fra uomini e donne. Una proposta chiara e specifica arriva, fra gli altri, anche dal Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi, per cui bisogna inserire gli obiettivi sociali nel Semestre europeo, in modo da garantire un monitoraggio costante della Commissione sulle politiche economiche dei Paesi. Per entrambe, è difficile immaginare un consenso unanime da parte delle capitali.

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