Linkiesta.it https://www.linkiesta.it News Linkiesta.it Thu, 11 Aug 2022 06:00:13 +0000 it-IT hourly 1 https://i2.wp.com/www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2020/04/cropped-linkiestalogosquare3x.png?fit=32%2C32&ssl=1 Linkiesta.it https://www.linkiesta.it 32 32 174743883 Carlo Cottarelli e Ilaria Cucchi spiegano perché si candidano https://www.linkiesta.it/2022/08/carlo-cottarelli-ilaria-cucchi-candidati-pd-azione-sinistra-italiana-verdi/ https://www.linkiesta.it/2022/08/carlo-cottarelli-ilaria-cucchi-candidati-pd-azione-sinistra-italiana-verdi/#respond Thu, 11 Aug 2022 05:59:09 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=359145 L’economista Carlo Cottarelli si candiderà alle prossime elezioni con Pd e PiùEuropa. Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, e l’attivista sindacale Aboubakar Soumahoro si candideranno con Sinistra Italiana e Verdi. Sono i primi nomi annunciati dalla coalizione di centrosinistra in vista delle elezioni del 25 settembre.

In un’intervento su Repubblica, Cottarelli spiega il perché della sua candidatura. «La decisione è stata rapida per un motivo ben preciso. Le prossime elezioni sono le più importanti che abbiamo avuto da anni e, forse, che avremo nei prossimi anni e mi sembrava giusto scendere in campo (si dice così, no?) direttamente», scrive l’economista. «Perché questa importanza? Primo perché si confrontano, in modo netto, due visioni politiche del mondo, una progressista e una conservatrice. Secondo, perché i prossimi anni saranno decisivi per il futuro economico del nostro Paese».

Per l’economista che guida l’Osservatorio sui conti pubblici italiani, «l’Italia è a un bivio politico. Le due visioni del mondo, quella conservatrice e quella progressista sono entrambe legittime. Ma sono visioni molto diverse. Per me essere progressista vuol dire mettere al centro della politica la giustizia sociale, intesa come possibilità di crescita personale che tutti devono avere indipendentemente dal fatto di essere nati da una famiglia benestante o meno, dal fatto di essere nati maschi o femmine, dal fatto di essere nati al Nord, al Centro, al Sud, o con disabilità o meno. È l’articolo 3 della nostra Costituzione: dare una possibilità a tutti. Essere progressista vuol anche dire essere solidali con chi è stato meno fortunato della vita, avere quindi una tassazione progressiva, non una flat tax (la cui progressività è minima). Vuol dire combattere l’evasione fiscale e non pensare sempre a che nome debba avere il prossimo condono fiscale mascherato, in modo che il peso delle tasse sia distribuito in modo più equo e non ricada solo su chi ora paga per gli altri». E ancora: «Essere progressista vuol dire guardare all’Europa come entità politica che si deve sviluppare ulteriormente, perché la sua voce nel mondo conti di più. E non guardarla, come altri fanno, solo come capro espiatorio quando le cose vanno male in Italia. Essere progressista vuol dire tutelare l’ambiente perché le prossime generazioni abbiano le stesse possibilità che abbiamo avuto noi, e non minimizzare i rischi climatici. Essere progressista vuol dire avere uno stato che funziona bene, che non sia di peso per le imprese con la sua burocrazia. Ridurre la burocrazia è il miglior sussidio che possiamo dare alle nostre imprese».

L’Italia è «a un bivio economico», secondo Cottarelli. «Il Pnrr è stato portato avanti con energia dal governo Draghi. Questo, insieme a un uso oculato delle risorse messe a disposizione dall’Unione Europea e dalla Bce ha consentito una forte ripresa. Non siamo più il fanalino di coda dell’Europa». Ma «gli spazi di bilancio andranno inevitabilmente a ridursi. Diventa allora fondamentale usare le più limitate risorse in modo oculato, dando priorità alla pubblica istruzione, alla sanità, agli investimenti pubblici. Temo che, forse non tutta, ma una parte della destra, non si renda ben conto che il vincolo di bilancio diventerà più stretto nei prossimi anni. Non si spiegherebbero altrimenti le promesse elettorali già in circolazione».

Da più di un anno Cottarelli ha lavorato sia come presidente del Comitato Programma per l’Italia creato da Azione e PiùEuropa, sia con il Pd, come membro dell’Osservatorio degli indipendenti delle Agorà Democratiche. «È stato quindi per me naturale accettare l’offerta che veniva dal PD e da PiùEuropa», dice. «Mi è molto spiaciuto che non sia stato possibile portare avanti in modo unitario anche con Azione un percorso elettorale comune. Ma occorre guardare in avanti. Occorre capire che, seppure su strade diverse, ci accomuna la visione progressista del mondo, non la visione conservatrice che viene portata avanti dalla destra. E spero che, d’ora innanzi, tutti vedremo come avversario politico principale chi porta avanti quella visione conservatrice che non ci sentiamo di condividere».

Anche Ilaria Cucchi, in un’intervista. Repubblica, spiega perché sarà candidata alle prossime elezioni con Sinistra italiana e Verdi. «Lo dico già, voglio essere strumentalizzata per la vicenda di Stefano. Porterò l’esperienza maturata sul campo per portare avanti una battaglia sui diritti», sottolinea subito. Già sa quali saranno le critiche che le pioveranno addosso durante la campagna elettorale e vuole ribaltare il concetto: «Mi diranno che sfrutto la vicenda di mio fratello? Io dico che la utilizzerò affinché sia un esempio per tutti».

Cucchi si è battuta strenuamente nelle aule di tribunale affinché venisse fatta giustizia per la morte di Stefano per mano di due carabinieri. Un caso giudiziario oggetto di un feroce dibattito politico, di contrapposizione tra destra e sinistra. Dopo anni è riuscita a far riaprire il caso in procura, fino a ottenere la condanna definitiva pronunciata dalla Cassazione lo scorso aprile nei confronti dei militari ritenuti responsabili di omicidio preterintenzionale.

Ma non è la prima volta che si candida. Nel 2013 accettò di correre alla Camera con Rivoluzione Civile, la lista guidata dal magistrato Antonio Ingroia, che non superò lo sbarramento del 4%. E stavolta crede di farcela. Non ha mai fatto politica. Ma «per certi aspetti faccio politica da 13 anni. Diciamo che l’ho fatta sulla mia pelle. Ecco… vorrei essere un esempio, tutto quello per cui ho combattuto vorrei che avesse una dimensione collettiva», spiega. «Vorrei battermi da un lato per una giustizia efficiente. Il diritto ad avere una giustizia che funzioni per tutti. Lo stesso tema riguarda la sanità».

Ilaria Cucchi sa già che la vicenda di suo fratello «sarà oggetto di critiche, sicuramente questo succederà. Lo metto in conto già da ora. Ma non mi creo problemi e non questo a fermarmi. Mio fratello è un simbolo di ingiustizia. E io mi impegnerò perché simili vicende non si verifichino più. Per questo ho deciso di candidarmi».

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Toglieremo voti a Forza Italia e al Pd e faremo tornare Draghi, dice Renzi https://www.linkiesta.it/2022/08/accordo-renzi-calenda-terzo-polo-elezioni/ https://www.linkiesta.it/2022/08/accordo-renzi-calenda-terzo-polo-elezioni/#respond Thu, 11 Aug 2022 05:31:50 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=359141 È atteso per oggi l’incontro tra il leader di Italia Viva, Matteo Renzi, e quello di Azione, Carlo Calenda per un accordo sulla lista e le candidature, in modo da correre insieme verso le elezioni del 25 settembre. «Se c’è un progetto politico, sono pronto a fare un passo indietro», dice Renzi in un’intervista alla Stampa. «Carlo può fare il front runner in campagna elettorale e noi gli daremo una mano».

L’ex premier si dice convinto che «il terzo polo può prendere voti sia a Forza Italia che al Pd» e che, «con un buon risultato al proporzionale, poi possiamo essere decisivi in Parlamento per far tornare Mario Draghi».

Renzi spiega che nella costruzione di questo terzo polo «la leadership è la scelta finale, per me prima viene il progetto politico. Poi uno di noi farà un passo indietro. O entrambi. Io non ho problemi». Ma l’ultimo scoglio, prima dell’accordo finale, è proprio quello della leadership e delle candidature, con Calenda che reclamerebbe maggiore spazio in tv.

Poi ci sono i sondaggi, che non sono proprio positivi per Italia Viva. Renzi ha detto che con Calenda farà «il botto». E spiega che «molti sondaggisti vedono uno spazio per il terzo polo». Anzi, «la doppia cifra è sicura, il problema è se in mezzo ci sarà la virgola, io sono sempre contro le virgole. Comunque, basta guardare Berlusconi, che con i dati è sempre avanti e, infatti, ha iniziato ad attaccare me e Calenda. Se ci teme, vuol dire che si rende conto che possiamo portargli via i voti moderati».

Dall’altra parte, il segretario del Partito democratico Enrico Letta sostiene che così l’accoppiata Renzi-Calenda farà vincere la destra. Renzi risponde che «in un mondo normale, Letta avrebbe avuto tutto l’interesse a fare l’alleanza con il Movimento Cinque stelle e a favorire la nascita di un polo di centro, capace di portare via voti a Forza Italia, per avere collegi più contendibili. Invece, ha fatto una frittata. E ammetto che mi sono venuti i brividi quando ho visto Luigi Di Maio entrare al Nazareno». «Uno che, quando ero segretario, ha detto che avevamo le mani sporche di petrolio e di sangue e, in seguito, che rubavamo i bambini a Bibbiano. Qui non c’è un problema di coerenza, ma di dignità», dice Renzi.

Secondo l’ex premier, Letta «aveva tre strade. La prima era un grande accordo repubblicano e lì, lo dico prendendo un Maalox, avrebbe dovuto fare un accordo con Conte, perché i Cinque stelle al Sud hanno ancora una sacca di consenso importante. Seconda possibilità, presentarsi agli elettori nel nome di Draghi, unendo tutti quelli che lo rivorrebbero a Palazzo Chigi, ma lui ha messo il veto su di noi. Terza ipotesi, andare da solo come Pd e puntare a diventare il primo partito. Lui ha fatto un casino. Sapevo che è amico della Meloni, ma non fino a questo punto».

Ma la vittoria della destra non è scontata, secondo Renzi. «Credo che la partita sia aperta, nonostante Letta abbia fatto di tutto per chiuderla. Ha pure cominciato la campagna elettorale prospettando un aumento delle tasse. Un grande regalo a Berlusconi, che ora credo lo consideri il suo Letta preferito, al posto di Gianni». Invece, prosegue, «io penso che, se riusciamo a fare un bel risultato sul proporzionale, poi si apre la strada in Parlamento per tornare su Mario Draghi come presidente del Consiglio. Del resto, chi preferireste al tavolo europeo a discutere della riforma del patto di stabilità: Meloni o Draghi? Risposta facile».

L’obiettivo «di breve periodo è riavere Draghi, quello di medio periodo è mettere in sicurezza il Paese a livello economico. Nel lungo periodo, vorrei formare una grande casa liberaldemocratica, che possa giocare bene la partita delle prossime europee».

Al centro del progetto c’è la fantomatica «agenda Draghi» che – secondo Renzi – vuol dire «Europa e non sovranismo», «creazione di posti di lavoro eliminando la cultura del sussidio», «ambiente, quando sento dire che non si può fare il termovalorizzatore a Roma e poi vedo uno zoo con il festival dei cinghiali».

E con Calenda, «se saremo bravi, prenderemo voti sia a Forza Italia che al Pd: i moderati che non vogliono votare Meloni e i riformisti che non vogliono votare Di Maio. Potremmo spostare gli equilibri e ritrovarci a essere decisivi in Parlamento, anche se magari non subito numericamente. E noi in Parlamento ci sappiamo stare».

Ma «se vince la destra in pericolo non sarà la nostra Costituzione, ma le casse dello Stato. La flat tax sarebbe una follia, anche se buona per il mio portafoglio. Ma, a mio giudizio, la riforma della Costituzione va fatta». La necessità dell’elezione diretta c’è, secondo Renzi, «ma non del presidente della Repubblica, bensì di quello del Consiglio. Nell’epoca dei social, l’elezione diretta del capo del governo è necessaria. Una sola cosa chiedo a tutti, da Meloni a Letta: prendiamo un impegno perché la riforma costituzionale si faccia insieme».

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Dibba non si candida alle elezioni, ma a Uomini e donne https://www.linkiesta.it/2022/08/alessandro-di-battista-macchina-video/ https://www.linkiesta.it/2022/08/alessandro-di-battista-macchina-video/#respond Thu, 11 Aug 2022 03:00:59 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=358990 Sono trentasei ore che penso al video di Alessandro Di Battista, chiuso in macchina, che annuncia che non si candiderà alle prossime elezioni. Certo, sono trentasei ore che penso all’aria condizionata: si sarà squagliato tenendola spenta, o l’avrà tenuta accesa da fermo, inquinando?

E perché dalla macchina? A casa i bambini dormono? Ha rivisto da poco L’ingorgo, giacché si sta facendo una cultura sui film del nonno di Calenda, e gli piaceva più l’ambientazione di Sordi (in macchina) che quella di Mastroianni (a casa di Stefania Sandrelli e Gianni Cavina)?

Ma, più di tutto, penso al discorso alla nazione davanti a un cruscotto, che gli storici studieranno, senza riuscire a mettere a fuoco: chi mi ricorda? Qual è il modello che Di Battista ha seguito? L’orazione di Marcantonio scritta da Shakespeare? Un discorso di Reagan scritto da Peggy Noonan? Julia Roberts che dice a Hugh Grant d’essere solo una ragazza semplice?

«Mi sarebbe piaciuto parlare anche con altre persone, ma non è stato possibile», dice Alessandro, in quel momento praticamente un partecipante a Uomini e donne che è stato ghostato – come dicono i suoi coetanei – da una tronista. «Dopo non aver ricevuto da nessuno, tranne Danilo Toninelli, un messaggio o una telefonata», aggiunge, ed è chiaro che Toninelli è il più bonaccione dei tronisti, quello che fa una telefonata anche alla corteggiatrice che non porterebbe mai fuori ma non vuole che ci resti male.

(Lo so, è il secondo giorno che manco di rispetto a Maria De Filippi paragonando i suoi programmi alla campagna elettorale. Prometto di trovare analogie diverse dagli accoppiamenti televisivi, in cambio però la politica italiana potrebbe promettere di sembrare un po’ meno Costantino e Alessandra – che, se non sapete chi siano, dovete mollare i talk-show e ripassare la storia di questa allegramente tragica nazione).

«Tutti vogliono candidarsi, e pur di avere una poltrona in parlamento sono disposti a vendere la madre», dice Ale (Di Battista, non la Ale di Costa in quell’Uomini e donne di formazione), e s’intravede un grande classico della cinematografia: il personaggio che non scende a compromessi. Tutti vogliono candidarsi, e lui che tutti lo vorrebbero («decine di migliaia» di messaggi, avrebbe ricevuto, «non sto esagerando»), lui no, lui non si candida.

E giù con le recriminazioni, quando lo chiamavano «il vacanziero» (il Gregory Peck che ci possiamo permettere), nonostante prendesse più voti di Di Maio, «ministro degli esteri e ministro di tante altre cose» (oddio, tante altre quali? Ministro della paura? Delle vacanze esotiche? Antonio Albanese ha un nuovo personaggio di cui non so nulla?).

A un certo punto diventa Sue Ellen O’Hara (Susèle nel doppiaggio italiano), la sorella rancorosa della protagonista di Via col vento, che strepita «Lei ha avuto due mariti e io morirò zitella». È un momento straziante, e in cui ci si augura che almeno l’aria condizionata sia accesa: «Per me il Partito democratico è il peggior partito italiano, è così, lo penso, e vedere questi esponenti del Movimento Cinque Stelle che ci si buttavano tra le braccia, io veramente la sentivo come una grande sofferenza». Ma picci. Me lo vedo che va dai Cinque Stelle traditori e dice loro «lui non ti merita», mentre Tina Cipollari e Gianni Sperti in studio scuotono la testa.

Alessandro è un uomo che soffre, e soffre come soffrono le eroine sentimentali che il romanziere ci fa capire meriterebbero amore ma purtroppo la vita è ingiusta e la trama abbisogna di ostacoli: «Nessuno, credetemi, nessuno mi ha detto: abbiamo bisogno di te». Perché fate così, amici, romani, parlamentari. Perché non lo fate sentire amato. Perché non gli dite che lui vale. Non avete forse visto abbastanza pubblicità dello shampoo? Non siete in sintonia con le decine di migliaia di messaggi di noi gente semplice che lo imploriamo di candidarsi, che gli diciamo continuamente che abbiamo bisogno di lui, anche se questo evidentemente non basta: vuole il vostro amore e non il nostro, è come i bambini che si affezionano di più al genitore assente, non si candida perché le nostre decine di migliaia di richieste non l’hanno convinto.

O è perché a restar fuori da elezioni già perse si fattura di più, tra editoria e tv e chissà? Per carità, non insinuerei mai che Di Battista fosse avido, ma è lui stesso, sempre dalla macchina accaldata, a dire che vuole continuare le sue battaglie e che ritiene esse battaglie vengano nobilitate dal «farle senza essere pagati con denaro pubblico».

Non riesco a capire chi mi ricordi, Ale, se un’eroina affranta ma non doma di Jane Austen o quello che in macchina parla da solo preparandosi al ritorno da una fidanzata che non lo vuole più nel film di Comencini, L’ingorgo. Però il mio momento preferito è quello del lapsus.

Sul finire del monologo del cruscotto, Ale riferisce che in molti (forse le stesse decine di migliaia di prima) gli chiedono perché non abbia fatto un movimento nuovo (c’è giusto scarsità di liste elettorali, in questo per niente ridicolo paese), e lui spiega che era impossibile, non c’era tempo, non si poteva accroccare una lista in fretta, «con il rischio che ci s’infilino delle persone poco raccomandate». Da qualche parte, Freud gongola.

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Il presidenzialismo depotenziato di Macron e la normalizzazione di LePen https://www.linkiesta.it/2022/08/macron-le-pen-francia-governo/ https://www.linkiesta.it/2022/08/macron-le-pen-francia-governo/#respond Thu, 11 Aug 2022 03:00:59 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=359075 L’elezione diretta del presidente della Repubblica, proposta ora dal centro destra, è tornata d’attualità in Italia, come succede da circa quarant’anni, dalle prime proposte di Bettino Craxi in poi. Può dunque essere interessante per il dibattito italiano guardare al di là delle Alpi, perché il presidenzialismo francese ha conosciuto nelle ultime settimane una notevole e inaspettata evoluzione. L’asse di governo della Francia dopo il voto si è infatti scontrato con l’inusuale riscoperta della assoluta centralità non più  del presidente eletto dal popolo, ma invece della Assemblée Nationale, con un conseguente e consistente ridimensionamento dei poter effettivi del presidente. 

Una novità assoluta nella sessantennale esperienza del presidenzialismo francese costretto peraltro ormai a subire un netto spostamento verso l’asse del centro destra. Inoltre, sempre grazie a questa parlamentizzazione delle scelte di governo, si è sviluppata una radicale trasformazione della estrema destra di Marine Le Pen in senso più che moderato, di cui parleremo in seguito.

Come è noto, pur eletto presidente con una larga maggioranza dal voto popolare del 58,5%, Emmanuel Macron non è riuscito a ottenere la maggioranza dei seggi nella Assemblée Nationale nelle elezioni legislative. Quindi, dopo che i neo gollisti Les Républicains hanno nettamente rifiutato di formare una coalizione di governo come proposto da Emmanuel Macron, il governo e il presidente sono stati costretti a cercare di volta in volta i voti dell’opposizione di centro destra per fare approvare gli urgentissimi e complessi provvedimenti contro il caro-vita e sulla sanità che caratterizzano l’inizio della sua seconda presidenza. 

I neo gollisti Les Républicains hanno così contrattato con la coalizione di governo, Ensemble, articolo per articolo, emendamento per emendamento  in infuocate e vocianti sedute parlamentari che spesso si sono concluse a tardissima notte. Alla fine, però, dopo sfiancanti mediazioni, i provvedimenti contro il caro vita e sulla sanità sono stati approvati da una maggioranza parlamentare che ha sommato i voti di Ensemble a quelli dei neo gollisti di Les Républicains che hanno ottenuto significative modifiche dei testi di legge. 

Dunque, la Francia è oggi governata da una maggioranza di fatto, non formalizzata, di centro destra che ha spostato radicalmente l’asse politico dello stesso presidente Emmanuel Macron che nella precedente legislatura aveva governato su un asse di centro sinistra e che su questo asse, dopo la sua rielezione ha formato il nuovo governo, a partire dalla premier Elisabeth Borne, ex socialista. 

A Parigi dunque un esecutivo dai ministri marcatamente di centro sinistra, può governare solo grazie a una maggioranza parlamentare di centro destra non formalizzata ma sulla base di rapporti di forza che si formano di volta in volta.

Una contraddizione non secondaria che ha un pesante influenza non soltanto sul piano interno, quanto su quello europeo. Les Républicains infatti conservano larga parte del patrimonio politico sovranista delle loro origini golliste, ad esempio sulla prevalenza del diritto francese su quello comunitario, e questo tarpa le ali, sulla scena europea a Emmanuel Macron che deve temperare il suo marcato europeismo con la certezza di dover infine rendere conto a un parlamento nel quale i sovranisti o i critici dell’Europa, di destra e di sinistra, sono la schiacciante maggioranza.

In Francia abbiamo oggi un presidenzialismo molto depotenziato nei suoi poteri effettivi di governo.

Anche il secondo fenomeno che si è verificato in questo inizio di legislatura francese è interessante per l’Italia. L’estrema destra di Marine Le Pen infatti, entrata in parlamento con ben 89 deputati (ne aveva solo otto) ha ormai infranto nei fatti la logica del Front Républicain che vedeva tutte le forze politiche dall’estrema sinistra alla destra gollista fare fronte per emarginarla dall’esercizio del potere. 

Acquisite alcune importanti presidenze di commissione dell’Assemblée Nationale spettanti all’opposizione, Marine Le Pen ha stupito le altre forze politiche e i media perché è arrivata addirittura a votare a favore di alcuni articoli o emendamenti della legge contro il caro vita oppure si è astenuta o ha fatto uscire dall’aula i suoi parlamentari per favorire l’azione del governo. In altri casi invece si è arroccata su una posizione di scontro frontale. Una tattica mista, ma tutta interna alle dinamiche repubblicane.

Di fatto, il suo Rassemblement National ha acquistato in poche settimane l’inedito status di una opposizione come tante altre, non più marchiata dal reietto sospetto eversivo che le proveniva dalle sue radici nel Front National. È quindi maturato il passaggio cruciale da alternanza di sistema ad alternativa di governo, come proclama la stessa Marine Le Pen. Anche questa maturazione di una estrema destra ormai considerata interna al normale gioco democratico e quindi accettabile come le altre, cambia radicalmente il quadro politico francese.

Infine, l’estrema sinistra del cartello della Nupes, come previsto, si è disarticolata. La piccola pattuglia dei socialisti si è astenuta e non ha votato contro i provvedimenti sul caro vita e ha inoltre votato con i Verdi a favore dell’ingresso di Svezia e Finlandia nella NATO. Jean Luc Mélenchon invece si è sempre più rumorosamente marcato all’estremissima sinistra su tutto e su tutti ed è persino arrivato sino a sposare del tutto la posizione di Pechino su Taiwan.

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Il futuro dei classici, tra asterischi, nuove narrazioni e tradizione https://www.linkiesta.it/2022/08/studi-classici-lingua-geniale/ https://www.linkiesta.it/2022/08/studi-classici-lingua-geniale/#respond Thu, 11 Aug 2022 03:00:54 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=358437 Il classico non passa mai di moda. Tranne negli Stati Uniti, dove è in atto da anni la rivisitazione dell’antico nel mondo accademico. L’ultima iniziativa è quella della Saint Mary’s University, in Minnesota: oltre 5mila iscritti divisi tra i campus di Winona, Minneapolis e Rochester dal prossimo anno dovranno dire addio agli studenti delle facoltà umanistiche visto che il rettore, il prete cattolico James Burn, licenzierà 13 insegnanti a seguito della soppressione di undici programmi accademici, fra cui musica, storia e – paradosso per un ateneo retto da un prete cattolico – teologia: «L’istituto sta rispondendo ai bisogni degli studenti e della società» ha dichiarato Burn che – nomen omen – secondo gli studenti starebbe, così, mandando in fumo il futuro della ricerca umanistica dell’ateneo.

Non si tratta di un caso isolato, e sarebbe riduttivo etichettarlo come tentativo di cancel culture. Il fenomeno, al contrario, tiene banco nelle università americane. Storico dell’antica Roma con background migratorio, un master a Oxford e un dottorato alla Stanford University, Padilla-Peralta è tra i principali sostenitori di alto livello accademico di una sostanziale revisione dell’insegnamento dei classici. La sua visione dell’antico non è un processo di cambiamento circoscritto entro le mura accademiche, perché riguarda un processo di consapevolezza personale a visione sociale dell’antichità.

Scrive Rachel Poser, che ha intervistato il professore sul New York Times: «Padilla sentiva che la sua ricerca sui classici aveva rimpiazzato altri aspetti della sua identità, tanto quanto la “civiltà occidentale” aveva sostituito altre culture e forme di conoscenza […]: “Ho dovuto impegnarmi attivamente a decolonizzare la mia mente”» ha spiegato il docente. La decolonizzazione in ambito accademico è un importante processo di ri-significazione: ma ha senso trasporla in modo retroattivo su ambiti come gli studi classici? Che ne è di Frederick Douglass, il pioniere dei diritti civili degli afroamericani, che confessò di essersi emancipato leggendo Socrate e Cicerone di nascosto, nelle pause di lavoro come schiavo? Per non parlare dell’eredità classica riconosciuta da Martin Luther King Jr., che menzionò tre volte Socrate nella famosa Lettera dal carcere di Birmingham (1963).

Per di più, l’approccio di Peralta non convince neppure alcuni suoi colleghi. Un accademico della Princeton, Denis Feeney ha ammesso: «Alcuni laureandi mi confessano di vergognarsi di dire ai loro amici che studiano i classici. Credo sia molto triste». Il timore è che quest’atteggiamento acceleri la caduta libera delle iscrizioni in atenei fondamentalmente umanistici, innescato dalla pandemia. L’effetto Covid sulle università statunitensi è evidente negli ultimi dati: con 662mila iscritti in meno ai corsi di laurea nella primavera del 2022, nel giro di un anno le iscrizioni universitarie sono diminuite del 4,7 per cento.

Quando un anno fa la Howard University, fiore all’occhiello della formazione accademica degli afroamericani, ha deciso di sciogliere il suo dipartimento di studi classici, dalle colonne del Washington Post, Cornel West, docente di filosofia alla Harvard University, ha parlato di «catastrofe spirituale»: «Il nostro impegno con i classici, quindi con il nostro patrimonio di civiltà, è il mezzo che abbiamo per trovare una nostra voce. Solo così possiamo diventare spiritualmente liberi e moralmente grandi» ha dichiarato.

Andrea Marcolongo, grecista e autrice di libri di successo come La lingua geniale: il greco e La lezione di Enea, ha seguito da vicino il caso americano: «Conosco abbastanza bene il dibattito, l’ho vissuto in prima persona partecipando a una conferenza alla Columbia University di New York: rimasi scioccata dal modo in cui il classico veniva contestato» ammette. Oggi Marcolongo vive a Parigi, dove gli effetti della mancanza dei classici nel dibattito pubblico, insieme a un disinteresse generale della società, sta avendo i suoi effetti: all’ultima prova di maturità, su oltre 380mila candidati, solo 535 hanno portato latino e 237 greco, ma non per mancanza di un background umanistico: solo il 3% di chi ha frequentato il liceo ha scelto il latino.

Commentando queste cifre, Marcolongo ha scritto un editoriale su Le Figaro, che suona come un’infausta profezia: «Piuttosto che parlare di crisi del classico, io parlerei di catastrofe. Se la tendenza non sarà invertita, fra qualche anno non ci saranno allievi che porteranno greco alla maturità» ammette. Per lei, autrice bestseller che accende i giovani con i classici – il suo libro d’esordio, La lingua geniale, è stato tradotto in 28 paesi – il problema non sta, però, nei giovani: «Le scelte dei ragazzi di oggi riflettono la società in cui vivono, una società in cui viene sempre più ripetuto che greco e latino sono lingue morte, inutili, che non servono a trovare lavoro. Io contesto l’idea dell’utilità applicata alla cultura: la parola servire si applica ai servi, non ai cittadini liberi. È la prospettiva del dibattito a dover essere invertita: non si va a scuola per trovare un lavoro, ma per formarsi come esseri umani. Non credo che i ragazzi siano clienti a cui vendere il greco e il latino».

La vede diversamente Anna Finozzi, dottoranda di letteratura italiana presso la Stockholm University, che fra le sue ricerche si occupa della cosiddetta “notte coloniale”, cioè della memoria perduta di pagine importanti e drammatiche della storia colonialista della Repubblica italiana: «La ri-narrazione del colonialismo italiano è un ottimo esempio di un processo di revisione profonda: la Storia come ci viene raccontata e come viene imparata a scuola è una delle narrazioni possibili, spesso fallace e viziata. Oggi si parla piuttosto di narrazioni al plurale, come insieme di voci, di memorie plurime e situate che servono a ripensare il modo in cui abbiamo, come società occidentale e patriarcale soprattutto, costruito la conoscenza».

Per Finozzi, quindi, «anche l’antichità classica, come altre discipline umanistiche e non, va sottoposta a una revisione profonda. Questo processo è già iniziato su vari fronti, come dimostrano, per esempio, i numerosi studi sugli archivi e sui gruppi che ne sono stati esclusi (schiav*, donne)». In un esteso commento al saggio dell’accademica e attivista afroamericana bell hooks Insegnare a trasgredire: l’educazione come pratica di libertà, Finozzi ricorda perché una revisione critica della storia sia un atto fondamentalmente pedagogico: «La storia, così rivisitata, ha un ruolo fondamentale nella società e nella scuola. Chiedendosi perché alcuni fatti sono stati raccontati, selezionati, da chi e perché, aiuta a ripensare ai criteri di ammissione che hanno permesso a quei fatti di dare forma alla memoria collettiva, che altro non è che la nostra identità (nazionale, europea, occidentale). Un esempio è la storia delle donne: è chiaro che riscrivere la Storia da una prospettiva femminista ci invita sia a sovvertire lo sguardo oppressore dell’uomo (bianco, cis, occidentale, colonialista) sia a riflettere sul perché questo sia accaduto per secoli e in che modo possiamo cambiare lo stato delle cose. In questo senso credo molto nelle potenzialità che la storia, o le storie, potrebbe fornire se ri-raccontata da chi ne è stat* esclus*».

La tendenza di cercare narrative di liberazione nasce dalla scelta di «storicizzare la storia». Si tratta di un’espressione utilizzata dal professore Tomaso Montanari quando, plaudendo alla vernice lanciata in segno di protesta dagli studenti del Laboratorio Universitario Metropolitano sulla statua di Indro Montanelli per aver preso come “consorte” una dodicenne eritrea negli anni 1935-1936, lo definì come un buon modo di «storicizzare il monumento e la figura di Montanelli». Come il caso del giornalista è stato un tentativo di ri-significazione dello spazio pubblico, per taluni accademici il mutamento del classico è un tentativo di ri-significazione di un tempo universalmente accettato come cifra culturale delle società occidentali. Un antico fluido, dove istanze contemporanee possono ancorarsi a paradigmi antichi nella realizzazione di un nuovo dna del Classico.

Nella cultura pop, è l’operazione compiuta dalla cantante Lizzo, che nel video di Rumors ri-semantizza uno scenario classico attraverso i concetti di femminismo (la cosiddetta sorority), liberazione sessuale, body positivity. Continua Anna Finozzi: «Per quanto riguarda l’Antichità, non c’è abbastanza criticità rispetto, ad esempio, al fatto che il canone sia bianco e maschio, cosa che l* student* notano e reclamano. Queste questioni, cioè problematizzare e, talvolta, distruggere i sistemi di conoscenza che perpetuano il razzismo sistemico, l’oppressione di classe, la discriminazione di genere, sono molto sentite dall* giovan*. Forse perché viviamo in una realtà ormai palesemente in rovina: dal cambiamento climatico alla crisi ecologica, alla soppressione dei diritti (si pensi all’aborto), al divario tra nord e sud globale.

A questo si può aggiungere la velocità con cui si trasmettono le informazioni e la democraticità, almeno nel nostro lato del pianeta, di dare un’opinione, di creare associazioni, di unirsi a manifestare. Il 2020, con la propagazione del Black Lives Matter anche in Europa e in Italia, ha avuto un’influenza enorme sulle persone e sull* giovan*, che hanno attivato una velocissima rete di solidarietà, di scambio, di protesta sui social e nelle piazze, chiedendo una Storia diversa con l’eliminazione di alcune festività che celebrano il dominio razziale, abbattendo le statue dei colonizzatori e destabilizzando i canoni culturali».

Silvia Romani insegna Mitologia, religioni del mondo classico e antropologia classica all’Università Statale di Milano e nei suoi saggi divulgativi dedicati all’Antico – l’ultimo per Einaudi: Saffo, la ragazza di Lesbo – individua quegli elementi in costante dialogo con l’uomo contemporaneo: «La divulgazione, che è un processo di ricerca matto e disperatissimo, è una grande opportunità sia per tenere vivi testi, autori e contesti, sia per instaurare una buona pratica di comunicazione e dialogo in cui l’Antico continua a sollecitarci, ma non ci appiattisce in stereotipi ed etichette».

Per Romani, negli atenei statunitensi sta prendendo forma un approccio pericoloso, perché non storicistico: «Di solito la cultura americana nei classici è molto forte sul dibattito teorico, ma fatica a collocare nella loro profondità autori, fenomeni, e dimentica il contesto. Cancellare Ovidio, Omero, in un contesto americano non è così bizzarro, perché sono letti come fenomeni disancorati dal contesto, ma nella nostra tradizione europea questa cosa non trova posto: è impossibile per noi immaginare Ovidio senza il milieu in cui Ovidio è nato e ha creato, scritto, composto. Lo trovo pericoloso e quello che mi sorprende che una tradizione come la nostra, molto consolidata dal punto di vista della profondità dei fenomeni culturali, filosofici, sociali, subisca la fascinazione di un mondo che, seppure muscolare nella prossemica della didattica delle lingue classiche, di fatto è sempre un po’ appiattito, che non distingue contesti da contenuti» ammette.

Sia Marcolongo che Romani, entrambe lette da pubblico di lettori giovani, sono però consapevoli che un’inversione di tendenza è solo possibile dentro il mondo accademico: «C’è anche una istanza etica in tutto ciò: abbiamo studiato e veniamo pagati anche per studiare. Ma non è più il tempo in cui in Italia c’erano frotte di grecisti provenienti da famiglie spesso aristocratiche. Adesso è il tempo che noi intellettuali diamo il nostro contributo alla società civile» spiega Romani. Le fa eco Marcolongo: «Oggi più che mai, in un mondo sempre più culturale, il classico offre una base comune che non minaccia nessuno, perché è una base senza bandiere. Gli antichi non esistono più, ma la loro società era fondata sulla cultura: un territorio mitico franco che, come tale, appartiene a tutti d’integrarsi anche oggi».

Francesco Caruso, Jacopo Khalil, Marta Marucci e Vanessa Pallagrossi fanno parte dell’associazione culturale Glaucopis, fondata da studenti e ricercatori dell’Università di Roma La Sapienza per la divulgazione di contenuti classici e l’organizzazione di seminari e giornate di ricerca. Nell’ateneo, fiore all’occhiello degli studi classici in Italia, il dibattito sul classico sta facendo capolino ora. L’annuale ciclo di seminari di letteratura greca “Luigi Enrico Rossi”, per esempio, quest’anno ha avuto come titolo tematico Classics: cancel? Eppure, puntualizza Caruso: «Tra noi dottorandi e ricercatori se ne parla su gruppi Telegram e Whatsapp, ci si scambia opinioni su casi internazionali, manca un tono nazionale del dibattito». Khalil spiega: «Il tema in Italia attecchisce di meno, perché c’è una tendenza a contestualizzare molto i fenomeni e gli eventi. Queste istanze vanno prese sul serio perché vengono da chi ha subito determinati fenomeni storici. Ma va data una risposta, è facile puntare il dito sui classici: perché non rivedere anche gli studi economici, per esempio?».

Marucci e Pallagrossi portano la loro esperienza di insegnanti: «Quando i dipartimenti arrivano a pensare di cancellare, diventa un problema. A scuola, con gli studenti, avverto la necessità di contestualizzare piuttosto che attualizzare» spiega Pallagrossi, che dal 2020 insegna in un liceo classico. Le fa eco Marucci, anche lei insegnante liceale: «Con gli studenti insegniamo a comprendere l’antico e riflettere, perché possiamo leggere un giambo misogino senza per questo esserlo».

Per Caruso, dottorando in filosofia antica, il classico non va attualizzato ma compreso: «Lo studio del greco e del latino serve a rendersi conto che questi temi sono sempre esistiti nella nostra cultura, perché il patriarcato esiste e perché veniamo da società patriarcali. Se noi togliamo questo perché vediamo nelle società qualcosa di brutto, non riusciamo a capire neppure quello che di brutto c’è nel presente. Viene meno una chiave di lettura sui problemi del presente, eppure tocca accollarsi gli aspetti negativi della nostra storia». Khalil, ricercatore di filologia, aggiunge: «Così facendo si perde la vitalità del classico, che non ti insegna a leggere in Aristotele la giustificazione dello schiavismo, bensì a farne una lettura critica. Se noi abbandoniamo gli studi storici e la lettura critica, facciamo un favore ai tentativi di estremizzazione. Dobbiamo, invece, ricordare che, se riusciamo a concepire un determinato pensiero, se oggi possiamo avere queer studies e post-colonial studies nei nostri atenei, lo dobbiamo agli antichi».

È ormai chiaro che, con accenti diversi, mai come in questi ultimi anni i classici siano diventati terreno di scontro fra due prospettive diverse di società, visto che tanto il classico quanto il futuro hanno in comune un elemento: saranno sempre attuali. In fondo, come spiega lo storico Paolo Colombo nel podcast Disco and Pride (Sole 24 Ore): «La storia non è tanto faccenda di vecchi saggi e incanutiti che spiegano ai giovani il senso del passato. La storia è anche, e forse soprattutto, quella cosa, alimentata dalla curiosità dei giovani, che si fanno domande, che i vecchi ignorano, su argomenti che ai vecchi non interessano, e non vengono neppure in mente».

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I draghiani sono la risposta esatta al bipopulismo italiano https://www.linkiesta.it/2022/08/draghi-elezioni-bipopulismo-italiano/ https://www.linkiesta.it/2022/08/draghi-elezioni-bipopulismo-italiano/#respond Thu, 11 Aug 2022 03:00:45 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=359101 Se ci avessero ascoltato quando scrivevamo con ossessione quotidiana che bisognava costruire un fronte liberaldemocratico e riformista, costituzionale e repubblicano, contro il bipopulismo perfetto italiano che infesta da anni la società, il dibattito pubblico e i due ex poli di centrodestra e di centrosinistra oggi non saremmo ridotti al matrimonio tardivo tra Renzi, Calenda e Carfagna a un mese e mezzo dal voto del 25 settembre, e col Pd alleato con i neo, ex, post comunisti, con metà dei Cinquestelle e con Emma Bonino (intesa come lei persona fisica e basta).

Lo abbiamo ripetuto ogni giorno per tre anni, rivolgendoci ai riformisti del Pd e a Bonino, a Renzi e  Calenda, oltre che a Carfagna, ma è successo esattamente l’opposto.

Il Pd ha continuato la corsa folle contro il muro di Giuseppe Conte, finita con le dimissioni di Mario Draghi per colpa del leader fortissimo di tutti i bellimbusti e dei suoi volenterosi complici nella ditta.

PiùEuropa ha dissimulato uno spirito federativo salvo accontentarsi al momento decisivo del seggio sicuro per un paio dei suoi capi, rinunciando a costruire un’alternativa e, di fatto, concludendo miseramente la sua parabola politica (probabilmente PiuEuropa non presenterà la lista per paura di fare una figuraccia, accettando il diritto di tribuna cui solo una settimana fa Calenda aveva relegato Di Maio: congratulazioni).

L’errore più grande compiuto da tutti i protagonisti di questa storia è stato quello di non aver sfruttato la formidabile occasione offerta dal governo Draghi un anno e mezzo fa (governo nato esclusivamente per merito, astuzia e capacità di Matteo Renzi, il quale solo per questo meriterebbe il voto alla carriera).

Anziché costruire una proposta politica nuova e adeguata, il Pd ha messo il broncio al favoloso governo Draghi perché amava il Bisconte e voleva il Trisconte con Arcuri e Ciampolillo, ma soprattutto perché detestava l’usurpatore Renzi in quanto colpevole di aver fatto abbeverare i cavalli dei suoi scout anticomunisti nelle fontane del Nazareno.

E mentre il Pd ha giocato di sponda con gli alleati strategici dei Cinquestelle fino all’implosione reciproca, Renzi, Calenda e Bonino hanno continuato a guardarsi in cagnesco e l’ala liberale di Forza Italia non ha avuto il coraggio di uscire allo scoperto.

Il motivo per cui oggi il fronte guidato da Letta e l’area liberaldemocratica di Renzi e Calenda non vinceranno le elezioni è la mancanza di lungimiranza politica degli anni precedenti, malgrado li avessimo avvertiti. La colpa è loro, anche per non aver fatto l’unica cosa che avrebbero dovuto fare per mettere in sicurezza il paese dalle tentazioni orbaniane di cui tutti ora fingono di preoccuparsi: farci votare con il sistema proporzionale puro e votare No al referendum contro la mutilazione del Parlamento. Sì, altre due cose che in infelice solitudine abbiamo sostenuto su queste colonne.

Adesso i draghiani contro il bipopulismo, a differenza dell’ambiguo fronte guidato dal Pd, hanno la possibilità di costruire un’alternativa politica seria ai due paralleli populismi italiano. Vediamo se ci riusciranno.

Se ci riuscissero, il voto a Renzi e a Calenda, a Mara Carfagna e a Elena Bonetti, alla famiglia liberal democratica europea di Renew Europe, è l’unico voto esattamente draghiano a disposizione degli italiani. Un voto che consentirebbe la presenza in Parlamento di una pattuglia di deputati e senatori che non sarà soltanto una testimonianza utile e necessaria, ma anche un fattore decisivo di produzione politica perché l’unico impermeabile al populismo e al sovranismo degli altri.

La condizione è che non si tratti soltanto di un’alleanza elettorale o di un cessate il fuoco temporaneo tra Renzi e Calenda per mancanza di alternative, come appare al momento, ma al contrario il primo passo verso la costruzione di un partito liberaldemocratico europeo e atlantico in grado di offrire un’alternativa di governo alla confusione programmatica del Pd e al neo, ex, post fascismo di Fratelli d’Italia e Lega.

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Cosa accadrà dopo le perquisizioni dell’Fbi in casa di Trump https://www.linkiesta.it/2022/08/trump-indagini-candidatura/ https://www.linkiesta.it/2022/08/trump-indagini-candidatura/#respond Thu, 11 Aug 2022 03:00:40 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=359017 Donald Trump è stato interrogato ieri per l’inchiesta per frode fiscale che coinvolge la sua Trump Organization di New York. E sono passate solo poche ore dalla fine delle perquisizioni che l’Fbi ha fatto nella sua proprietà di Mar-a-Lago, in Florida. Ma con Trump è così, si salta da un caso legale a un altro. Le due indagini sono separate, e non sono le uniche che coinvolgono l’ex presidente: «Una nuova puntata della più grande caccia alle streghe di tutti i tempi», ha scritto su Truth, il social network sul quale diffonde le sue dichiarazioni pubbliche.

Per la storia riguardante gli scatoloni pieni di documenti che avrebbe portato nella sua villa di Mar-a-Lago, Trump potrebbe essere accusato di un reato molto grave: se avesse portato via da Washington documenti coperti da segreti di Stato, rischierebbe il carcere.

Non è la prima volta che un presidente, un suo assistente o un suo uomo di fiducia passa per le forche caudine delle leggi sul trattamento delle informazioni riservate. Sandy Berger, ad esempio, Consigliere per la sicurezza nazionale durante l’amministrazione Clinton, ha pagato una multa di 50mila dollari e ha scontato due anni di libertà vigilata dopo essersi dichiarato colpevole per una rimozione non autorizzata di documenti riservati dai National Archives nel 2003.

Trattandosi di un ex presidente, il caso di Trump avrebbe un peso politico diverso, ma non cambierebbe la sostanza: l’immunità di cui godeva quando sedeva nello Studio Ovale è svanita.

Secondo la legge statunitense – titolo 18, sezione 2071 del Codice federale – coloro che scientemente e illegalmente occultano, rimuovono, falsificano o distruggono documenti governativi rischiano fino a tre anni di carcere. Inoltre, se l’autore del reato occupa un ufficio federale «deve perdere» quell’ufficio e «sarà escluso da qualsiasi carica per gli Stati Uniti».

Secondo diversi esperti legali la legge comunque non potrebbe impedire a Trump di candidarsi alla presidenza e tornare alla Casa Bianca nel 2024 nel caso in cui dovesse vincere le elezioni. Più in alto della legge c’è l’articolo II della Costituzione americana: gli unici requisiti richiesti ai candidati sono l’essere un cittadino statunitense non naturalizzato di almeno 35 anni e aver vissuto nel Paese per almeno 14 anni – e Trump rientra in questa descrizione.

Inoltre ci sono già dei precedenti: Eugene Debs nel 1920 e Lyndon LaRouche nel 1992 si candidarono pur trovandosi dietro le sbarre.

L’avvocato Marc Elias, già consigliere generale per la campagna elettorale di Hillary Clinton, ha ricordato che la parte più importante di questa vicenda legale non è tanto l’effetto della 2071, quanto l’eccezionalità della situazione che si potrebbe creare: «L’idea che un candidato debba affrontare un processo del genere durante una campagna elettorale è a mio avviso un blockbuster nella politica americana».

Il commento di Elias non è solo ironico. L’aria da caccia alle streghe che sta dipingendo Trump con il suo inner circle contribuirà a radicalizzare ancor di più quella parte di America, quindi di elettorato, che lo segue.

Martedì, quando si è diffusa la notizia delle perquisizioni, moltissimi esponenti del Partito Repubblicano hanno criticato duramente l’operazione dell’Fbi. E molti cittadini, si parla di sostenitori di Trump e del partito, si sono radunati davanti alla villa Mar-a-Lago per protestare con cartelli e slogan contro l’Fbi, il Dipartimento di Giustizia e il presidente Joe Biden.

«L’immediatezza con cui i repubblicani hanno serrato i ranghi e hanno criticato le implicazioni politiche della perquisizione, senza una piena comprensione della direzione delle indagini, è un segno del fatto che l’influenza di Trump sulla politica conservatrice americana è ancora molto forte», scrive il New York Times.

Trump ha anche cercato di capitalizzare il fervore a livello economico: Save America, il comitato politico a sostegno della sua avventura politica (nato dopo le elezioni del 2020), martedì ha inviato a tutti gli elettori un sms per una raccolta fondi in cui suggeriva che la ricerca dell’Fbi era la dimostrazione che c’è una «sinistra radicale» corrotta. C’era scritto: «Restituiamo il potere alle persone! Combatterai con me?».

Questo potrebbe essere il segnale che, indipendentemente dai prossimi sviluppi, Trump non rinuncerà alle elezioni. E i suoi elettori, che già una volta l’anno portato alla Casa Bianca, seppur con un voto popolare inferiore a quello di Hillary Clinton, non sembrano farsi spaventare o impensierire da queste notizie.

Dopotutto, si parla di quel segmento della popolazione – almeno di una parte – che Trump ha istigato fino all’assalto del Campidoglio a gennaio 2021.

Proprio quel momento lì, quel 6 gennaio, avrebbe rappresentato la fine della carriera politica per chiunque. Non per Trump. Non in questo particolare momento storico di polarizzazione delle posizioni politiche e dei candidati.

«È confortante pensare al 6 gennaio 2021 come a un giorno qualsiasi nella nostra storia, ma quel giorno il presidente ha incitato una folla violenta a prendere d’assalto il Campidoglio degli Stati Uniti e tentare di ribaltare i risultati di elezioni libere ed eque: forse dovremmo considerare il 6 gennaio come l’inizio di un nuovo capitolo della nostra storia», si legge sull’Atlantic.

L’autore dell’articolo, Tim Alberta, cita alcune dichiarazioni che ha raccolto dai sostenitori di Trump da quando è sceso in politica. Ricorda ad esempio di aver parlato con un veterano della Marina militare a una manifestazione in Arizona, un uomo di 65 convinto che «l’America law&order che amavo si sta trasformando in un Paese in cui alcune persone sono al di sopra della legge». Il riferimento in questo caso era a Hillary Clinton, agli immigrati clandestini e altre entità non meglio specificate. «I Democratici vogliono trasformare gli Stati Uniti in un Paese comunista: io dico che dovranno passare sul mio cadavere».

È solo un esempio tra tanti, ma rappresentativo del risentimento e della radicalizzazione di una frangia dell’elettorato, di quella parte di America schierata con Trump a ogni costo: difficile pensare davvero che gli Stati Uniti stiano virando verso un sistema comunista, o che gli immigrati illegali siano al di sopra della legge.

Secondo Tim Alberta, questa retorica aggressiva si era parzialmente stemperata dopo la vittoria di Trump nel 2016, ma già al primo impeachment, nel 2019, «il presidente ha iniziato a comportarsi come se fosse in tempo di guerra». E durante la campagna elettorale del 2020 era ormai evidente che qualcosa era cambiato del tutto: «Un elettore dopo l’altro mi ha detto che c’era stato un complotto per sabotare la presidenza di Trump fin dall’inizio, e ora c’era un complotto segreto per impedirgli di vincere un secondo mandato», si legge nell’articolo.

Ciò che ha reso così assurdo il 6 gennaio, quindi la volontà dei leader repubblicani di depredare le insicurezze e la paranoia assoluta di questi elettori, è anche ciò che potrebbe rendere l’8 agosto così pericoloso.

La perquisizione dell’Fbi rischia di causare una nuova frattura sociale, di accentuare la radicalizzazione degli elettori. Non vuol dire che porterà Trump alla vittoria nel 2024, ma difficilmente fermerà lui o i suoi sostenitori, così convinti di essere vittime di un disegno del Partito Democratico o di chi ne muove i fili.

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La musica più interessante oggi in Italia è quella delle seconde generazioni https://www.linkiesta.it/2022/08/musica-italiana-seconde-generazioni/ https://www.linkiesta.it/2022/08/musica-italiana-seconde-generazioni/#respond Thu, 11 Aug 2022 03:00:36 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=358429 Per la serie quiz enigmistici da ombrellone, gli ultimi due anni saranno ricordati come quelli del “trova le differenze” e fanne un cavallo di battaglia. Le diversità di etnia e genere vengono esaltate in ogni forma e, guardando all’Italia e alle tendenze del panorama musicale attraverso il filtro delle diverse radici culturali, siamo a una svolta che non si vedeva da tempo. Oltre a fenomeni mediatici come Mahmood, Ghali o Elodie, tutti venuti su in Italia con un background straniero, la novità è che sta prendendo forma una scena di artisti italiani che si fanno strada nella diaspora musicale in Europa, storicamente più nutrita e attiva della nostra.

La musica made in Italy in realtà ha preso la tangente internazionale da qualche anno. Ne è un esempio il lavoro che dal 2017 fa l’ufficio Italia Music Export, creato dalla Siae per promuovere i musicisti italiani all’estero (alla guida del quale c’è l’italopalestinese Nur Al Habash, affiancata da uno staff al femminile). E le canzoni italiane di oggi raccontano che l’influenza dell’intercultura ormai è innegabile. Anzi, c’è chi sostiene che non ha neanche più senso sottolinearlo, perché questo intreccio di origini è già parte del tessuto sociale. Ma cosa ne pensano i diretti interessati?

8blevrai
«Essere un immigrato è un vanto» secondo il rapper italomarocchino 8blevrai, nato in provincia di Bergamo. Al suo primo ep pubblicato lo scorso luglio dalla Sony Music Italy, sogna di collaborare con il rapper spagnolo Morad o il francese Maes, anche loro di origine marocchina. «Io non ho solo una cultura ma ne ho ben due» afferma fieramente. Il padre è di Rabat e la madre di Casablanca, sono arrivati in Italia negli anni Ottanta ma hanno tenuto saldo il filo con il loro paese di origine, racconta Otmen: «Sono cresciuto all’italiana con una forte tradizione marocchina. Mio padre faceva sacrifici tutto l’anno per portare me e i miei fratelli in Marocco ogni estate».

Immigrato, l’ep uscito sotto l’ala protettrice del producer Big Fish, è un concept che ha preso forma dopo un viaggio in Marocco durante il Ramadan. È accompagnato da un documentario, diretto da Fabrizio Conte, a testimonianza di quell’esperienza, al centro si raccontano gli harraga, i migranti nordafricani che scappano alla ricerca di un futuro migliore. «Tutti siamo stati immigrati almeno una volta, come gli italiani in Svizzera o negli Stati Uniti. Essere immigrati vuol dire essere figli del mondo» dice il rapper. E aggiunge che «questa cosa dell’essere considerati “diversi” io l’ho già superata. Non ne sento gli svantaggi, anzi, credo di avere qualcosa in più rispetto ad altri». Di diverso, sicuramente 8blevrai ha il fatto di essere tra i pochi della sua generazione a conoscere L’odio, il film del 1995 diretto da Mathieu Kassovitz, che ha omaggiato con la canzone La Haine. L’ha scritta dopo essere uscito pulito da una faccenda di illegalità. «Come il film, volevo dire che alla fine tutto passa, anche una brutta strada, e il bene ripaga sempre».

Kharfi
8blevrai si è formato nella scuderia dell’etichetta Yalla Movement, fondata dai producer e dj Big Fish e Jake La Furia, una fucina di talenti discussi come Neima Ezza (finito ai domiciliari nella sua casa di San Siro con l’accusa di rapina) o la trapper torinese Chadia Rodriguez. Sono entrambi di origini marocchine, come Kharfi, anche lui orbitato dalle parti di Yalla. Nato a Sesto San Giovanni, Davide Kharfi è tra i pochissimi producer e dj a fare l’edm (electronic dance music) made in Italy. Ha appena dato alle stampe il suo primo album, Aquarium. Ma già da un paio di anni si è fatto notare aprendo i live di Skrillex e Steve Aoki.

«Faccio un tipo di musica decisamente internazionale» ci racconta al telefono mentre corre dalla stazione Termini di Roma a un terminal di pullman, in giro per l’Italia tra mille impegni con l’energia dei suoi 25 anni. «Mi sono appassionato all’elettronica da piccolo guardando Youtube. Per ora lavoro di più qui ma non vedo l’ora di andare all’estero, dove la musica elettronica funziona molto meglio». Spiega che il suo album è da indipendente perché in Italia non esiste un contesto adatto alla sua musica e il successo di un artista non dipende solo dalla bravura dell’etichetta che gli sta dietro ma anche dagli algoritmi di piattaforme alla Spotify. «Poi, tante collaborazioni nascono su Instagram» ci dice il dj, «oggi puoi comunicare con chiunque, ovunque, senza intermediari. Però vorrei trovare la label giusta per lanciarmi sulla scena internazionale». Il primo obiettivo è la Germania, dove Kharfi conta il doppio degli ascolti rispetto all’Italia. Ma sta prendendo forma l’idea di allargarsi al mondo magrebino. «Voglio approfondire il discorso delle radici nella mia musica. Ho visto un live di Dj Snake a Parigi, lui è di origini algerine e ha invitato Cheb Khaled sul palco. Il pubblico era impazzito. Sono convinto che si possa raccontare davvero qualcosa con le sonorità dell’elettronica».

Arya
Delle nostre artiste, Arya Delgado è tra le più promettenti per esportare la musica italiana. Italovenezuelana nata a Milano 27 anni fa, figlia di un musicista di salsa, è cresciuta a soul, r&b e jazz, e da qualche anno accompagna in tour il cantante Venerus. Finora ha cantato soprattutto in inglese ma l’ondata recente di attivismo sociale l’ha travolta, risvegliando il suo orgoglio latin. Il risultato è il singolo in spagnolo del 2022, Por amor de mi vida, in cui la riscoperta artistica delle origini si intreccia alle rivendicazioni di genere. Da qualche anno Arya, infatti, è in prima fila nel sostenere i pari diritti nell’industria musicale, collaborando con la community Equaly. «Continuo a vedere casi di pink washing» ci ha raccontato, stufa della situazione. «Ho partecipato a una pubblicità che simulava una realtà inesistente: una bella ragazza nei panni di tecnica del suono a un concerto, con un outfit improbabile per fare quel lavoro. La rappresentazione dovrebbe rispecchiare ciò che accade veramente. Ma nell’industria musicale, come in tanti campi, c’è ancora ancora un gap incredibile».

Arya sta per cominciare il programma europeo di formazione ed empowerment Key Change che ingaggia artisti da Europa e Canada, focalizzandosi sulla rappresentazione delle minoranze di genere. Le line up dei festival organizzati da Keychange hanno regole precise sulle percentuali delle quote dei partecipanti, rigorosamente inclusive. «Al primo incontro a Londra, lo scorso giugno, ho avuto l’impressione che in Italia siamo ancora indietro» spiega Arya. «Ma vedo che stiamo recuperando e realtà come Equaly, Italia Music Export e Italia Music Lab stanno lavorando in direzione dell’inclusività, in linea con ciò che accade nel resto del mondo».

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Dimmi cosa mangi sotto l’ombrellone e ti dirò chi sei https://www.linkiesta.it/2022/08/dimmi-cosa-mangi-sotto-lombrellone-e-ti-diro-chi-sei/ https://www.linkiesta.it/2022/08/dimmi-cosa-mangi-sotto-lombrellone-e-ti-diro-chi-sei/#respond Thu, 11 Aug 2022 03:00:31 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=358611 Spiaggia libera o stabilimento con ombrelloni e lettini? Una piccola caletta, uno scomodo e bellissimo scoglio o una lunga linea di sabbia fine? A dipingere caratteri e personalità dei vacanzieri non sono tanto queste scelte, quanto il contenuto della borsa con le provviste per la giornata al mare. Pizza o frutta fresca? Una pausa al ristorante o un picnic in pineta? È la risposta a queste domande a definire davvero il nostro carattere: tante personalità quante sono le possibili scelte gastronomiche. Una sola cosa ci accomuna tutti: l’acqua. Preziosissima alleata in spiaggia: bottiglie e bottigliette sono un tesoro imprescindibile tra sole e sale, ma le più preziose sono quelle di acqua gasata, ormai sempre più rara, ormai oggetto di cupidigia e desiderio anche da parte di chi prima beveva solo acqua liscia.

Un’allegra famigliola
Mettono di buon umore solo a guardarli. Mamma, papà, una zia e una manciata di bambini di età diverse. Si assomigliano tutti, e tutti hanno un paio d’etti di troppo. Sembrano arrivare in spiaggia già scottati, nonostante la spessa coltre di crema solare che li protegge. Impiegano un minimo di mezzora a montare il campo base, che arredano con tutta una serie di giochi da spiaggia (che non useranno), libri e riviste (che non leggeranno).La loro giornata trascorre pacifica tra un bagno in mare e una chiacchiera, e a intervallare la sequenza sono numerosi, copiosi e continui spuntini. Dal loro frigorifero portatile esce di tutto: bibite gasate, succhi di frutta, acqua (ovviamente), tè freddo alla pesca, al limone, all’aloe (esiste, esiste), insalata di pasta e di riso, panini, pizzette, mezzo pollo arrosto, una cotoletta per Paolino che il pollo non lo mangia, pomodori già lavati, frutta (che non deve mai mancare) e merendine varie. Ovviamente siamo in vacanza, e ci concediamo qualche sfizio in più. Un gelato al bar, ché quello mica lo si può portare da casa, se no si scioglie, e il cocco bello cocco fresco: se vi siete sempre chiesti chi lo comprasse, loro sono la risposta.

Una vecchietta arcigna
Elegante, con un bel caffetano bianco a fare da copricostume e un libro dall’aura filosofica appoggiato di fianco a sé, è sempre infastidita. Dalla sabbia che le va negli occhi, dal riflesso del sole sull’acqua, dal vento che non le permette di accendere la sigaretta (se fuma), dalla sigaretta di quella dell’ombrellone di fianco (se non fuma), dalla radio accesa al bar, dalla voce dei bambini, dalle chiacchiere dei vicini, dal mare, troppo caldo, troppo mosso, troppo freddo. La vecchietta arcigna si muove da sola (un marito la infastidirebbe), e se è sposata riesce a ignorare freddamente il coniuge. I figli, se li ha avuti, li ha educati con il sistema educativo della Rottermeier e li ha mandati via per il mondo. Ma c’è di più: la vecchietta arcigna è una categoria dello spirito. Ci sono bellissime quarantasettenni che sanno di essere in nuce quello che la vecchietta è adesso. Il suo pranzo è minimal, minimalissimo. Una prugna e una bottiglietta di acqua. Naturale, ché quella gasata la infastidisce.

I tamarri
Viaggiano in coppia. Hanno capelli nerissimi, tagli asimmetrici e creativi, piercing e tatuaggi. Hanno la fastidiosa tendenza a mettere il lettino proprio in mezzo al passaggio e a guardare con aria di sfida chiunque li guardi storto. La loro borsa ha la stessa offerta di provviste di un chiosco fuori dallo stadio: panini con la salamella e i crauti e birra (che non si sa come riescono a mantenere sempre perfettamente gelata). A volte capita che i tamarri crescano, si sposino e facciano anche figli. In questo caso le provviste sono destinate anche al rampollo, che viene richiamato a riva mentre sguazza sul materassino da un grido: «Brandon, lo vuoi un biuster?».

Il papà del sabato
I papà in spiaggia sono figure rare. Si muovono in branchi, stanno rintanati negli uffici durante la settimana e calano al mare al venerdì sera. Il weekend per loro è una mission: tempo di qualità da dedicare ai figli. E per due giorni organizzano spasmodicamente tornei di beach volley e gare di racchettoni, tracciano percorsi per le biglie degni dell’autodromo di Monza facendosi prestare i bambini più piccoli altrui da trascinare, chiappette a terra, per ottenere la pista perfetta. Fanno castelli di sabbia che somigliano a Carcassonne, con o senza l’aiuto dei bambini che dopo un po’ di stufano e riprendono a giocare a lanciarsi palle di sabbia tra loro. Ma è a fine giornata che il giovane padre dà il meglio di sé. Aperitivo, spritz e patatine per tutti. Non importa quanto lontano sia il bar, lui comparirà con un vassoio colmo di bicchieri di plastica che occhieggiano arancioni nell’arancione del tramonto. Per sé, per sua moglie, per tutti i vicini di ombrellone. Soddisfatto? No: «domani sera grigliata a casa nostra, ci siete?». Il padre gira tra tutte le famiglie con figli del litorale, invitando sconosciuti a casaccio a trascorrere il sabato sera nel suo giardinetto, tra salsicce e costine.

Il didietro più bello di tutta la spiaggia
Per loro prendere il sole è una vocazione, e la portano avanti con cura maniacale. Si girano a pancia in su e a pancia in giù. Spostano il lettino seguendo l’inclinazione dei raggi, come dei veri girasoli. Spostano un millimetro per volta i cordini del ridottissimo bikini in modo che non restino segni di nessun tipo. Non leggono, non parlano, non fiatano, intente alla loro occupazione. Si alzano solo per fare il bagno e per una partita a racchettoni, da fare rigorosamente in bella vista, in modo da mettere in mostra i loro meravigliosi fondoschiena, impreziositi da slip stile filo interdentale. Dopo il bagno è il momento della «fruttina», come la chiamano loro. L’unica alimentazione che si concedono è infatti una macedonia senza zucchero e senza banana che è ipercalorica. Perché la perfezione impone sacrifici.

Il filosofo
È bianco. Bianchissimo, soprattutto sulle gambe e sul petto. In spiaggia si sente a disagio, sa che si scotterà inevitabilmente. È venuto e non sa neanche lui perché. Cerca l’ombra, cerca di leggere. Cerca conforto. Non nuota, non passeggia, non si sdraia. Ma all’improvviso si accorge di aver fame e sete. Niente. Non si è portato niente. Del tutto inadatto alla vita da spiaggia, si salva solo se è in compagnia, o se nelle vicinanze c’è un bar.

La mamma volenterosa
È venuta sola con le tre figlie di tre, sei e dieci anni. Fiduciosa nella vita, ha portato un libro per sé, secchiello e paletta per le bambine, e una preziosa scorta di cibi salutari: carotine crude ben pulite, insalata di pasta fatta in casa e già porzionata, frutta fresca e centrifugati fatti in casa. Dopo mezz’ora il suo libro è caduto in acqua non si sa come, la bambina più piccola è interrata in una buca, quella di mezzo sta cercando di fuggire verso lo stabilimento di fianco e la grande smessaggia con le amiche di scuola usando il cellulare materno. La mamma raduna le truppe e gioca la carta bagno in mare, subito seguita dal gioioso invito a pranzo. Le bambine guardano scettiche il cestino della mamma. No, non ci piace niente. E anche questo ottimistico progetto finisce col naufragare, mentre le figlie comprano al bar pizzette unte, patatine, gelati e gazzosa come se piovesse.

Fidanzatini chic
Sulla spiaggia c’è un piccolo ristorantino. Affollatissimo la sera, a mezzogiorno è semideserto. Solo una coppia sfida i 3000 gradi all’ombra di un giorno d’agosto. Sono giovani, ma non giovanissimi, carini, elegantini, anche troppo per il contesto in cui si trovano. Non hanno fatto il bagno perché lo stabilimento non ha la doccia calda. E adesso si godono spaghetti con le vongole e fritto misto, le specialità della casa. Sono un po’ contrariati, perché avrebbero voluto champagne ma si sono dovuti accontentare di un prosecchino. E poi, insomma, lei quando è al mare vuole mangiare le ostriche: «è possibile che qui non si trovino?».

Lo sportivone
Arriva in spiaggia al mattino presto. Occhialini, pinne, costumino attillato. Entra in acqua come se dovesse attraversare a nuoto il golfo dei poeti. E inizia a nuotare a due metri da riva, dove ancora si tocca, parallelo alla linea del bagnasciuga. Ogni tanto mette giù i piedi per respirare. Tornato a riva si unge i bei muscoli e si concede un meritato riposo dopo la nuotata. A mezzogiorno in punto raccoglie la sua salvietta e sparisce. Dove? È un mistero. Ha casa qui vicino? Forse, ma nessuno sa dove. Va al ristorante? Forse, ma non a questo, se no lo vedremmo. Sembra avere qualcosa da nascondere: che il suo pranzo non sia salutare e iperproteico come ci si aspetterebbe?

Il nonno
Sigaro in bocca, occhiali sul naso, gazzetta dello sport in mano (notare la presa salda che mette la rosea al riparo dal vento). L’uomo sembra non sentire i richiami continui dei suoi nipotini: Nonno ci porti a pescare? Nonno noleggiamo il pedalò? Nonno facciamo un vulcano con la sabbia? Nonno che specie di granchio è questo? Nonno, nuotiamo fino alla boa rossa? Dopo un po’ il nonno cede, si alza e nell’ordine: costruisce un vulcano con tanto di fumo vero, pesca sette granchi e li cataloga con sicurezza da zoologo, porta i pargoli a nuoto fino alla boa più lontana, ma poi si blocca, davanti alla richiesta più temuta: Nonno, facciamo un picnic in spiaggia? Il nonno odia i picnic. Siano in montagna (panini ripieni di formiche) o al mare (focaccine con la sabbia). Si rifiuta di mangiare per terra, di stendere tovaglie e di portare cestini da casa. Tutto per i suoi nipotini, ma questo no. Piuttosto salta il pranzo.

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Tesoro, mi si è scombinato il menu https://www.linkiesta.it/2022/08/nuove-idee-cucina-riccardo-canella-oro-cipriani-venezia/ https://www.linkiesta.it/2022/08/nuove-idee-cucina-riccardo-canella-oro-cipriani-venezia/#respond Thu, 11 Aug 2022 03:00:25 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=358831 In Italia mangiamo da qualche centinaio d’anni nello stesso modo: un modo un po’ canonico, che prevede un piatto di apertura, un primo sostanzioso a base di cereali, un secondo di carne o pesce e un dessert. Questa è da sempre la scansione anche dei menu dei ristoranti, che si compongono di quattro sezioni, ciascuna dedicata al susseguirsi storico delle portate.

Questa successione standardizzata è una certezza, ci rassicura e ci dà delle ancòre nella scelta. “Tu cosa prendi? Facciamo antipasto e secondo?” è un grande classico delle conversazioni al ristorante. Nel resto del mondo le cose funzionano diversamente, perché il “primo” non esiste o quasi, e quando ci sono i carboidrati, fanno la parte del “main course” e sono sempre e comunque considerati piatti principali, con pasta o riso e proteine integrati in un unico piatto. La scansione del menu anglosassone, ma anche francese e orientale, è completamente differente dalla nostra.

E per un italiano, quando questa sequenza canonica non c’è, siamo subito in zona s-comfort. E quindi anche nei menu degustazione dei ristoranti più creativi di solito ci si attiene a questa successione: pur all’interno di una scomposizione in piccole porzioni e mille idee, si mantiene la cadenza attesa, che diventa così l’unica parte rassicurante anche in un menu completamente fuori dalle attese.

Sempre di più, però, queste certezze granitiche traballano, grazie a giovani chef che stanno cercando di rivoluzionare il concetto stesso di cucina italiana, trasformandolo in qualcosa di identitario, di personale e soprattutto di rivoluzionario rispetto alle regole canoniche imposte dal fronte costituito.

Ci ha provato Paolo Lopriore, che con la sua proposta al Portico ad Appiano Gentile mantiene lo schema classico ma lo fa diventare una composizione di elementi da comporre a tavola, con l’ospite che si può auto-determinare il piatto, le quantità e la varietà di condimenti e salse di accompagnamento. Lo fa da Exit Matias Perdomo, che propone una serie di tapas che si susseguono, piatti e piattini degustazione che possono essere divisi o abbinati a piacere, senza che per forza ci si debba limitare alle quattro portate canoniche.

Lo ha fatto Røst, a Milano, dove da sempre i piatti valgono in sé e possono essere abbinati a piacere, senza uno schema ma a mano libera secondo le voglie, l’appetito e il momento.

Ma l’esperimento che ci ha più colpiti in questo senso è quello appena nato alla Giudecca, nello scrigno prezioso dell’hotel Cipriani, dove Riccardo Canella sta compiendo passo per passo la sua piccola grande rivoluzione gastronomica, tipicamente italiana eppure completamente fuori schema rispetto alla nostra tradizione consolidata.

Sulla sua bio di Instagram questo ragazzone con lo sguardo deciso velato di timidezza, padovano di nascita ma veneziano di adozione, ha scritto una frase che rispecchia pienamente la sua verità, gastronomica e forse anche filosofica: “Libero è chi ha radici profonde”. E lui le radici ce le ha ancorate fermamente alla sua terra d’origine, che è tutta e completamente presente nelle sue proposte gastronomiche del ristorante Oro, main place dell’hotel con vista su Venezia, che ha visto passare dalle sue camere tutti i più grandi personaggi del mondo, con la sua posizione defilata e la sua atmosfera da club. Canella riporta qui il suo mondo, che è fatto di radici profonde ma anche di visione e di creatività che vengono da lontano, dalle cucine del nord Europa dove questo ragazzone barbuto ha lavorato negli ultimi otto anni: la cucina sperimentale del Noma, forse il luogo che più di ogni altro ha dettato le regole della nuova cucina mondiale, era fino a pochi mesi fa il suo laboratorio quotidiano. È lì che ha messo a punto le tecniche più all’avanguardia, è lì che ha trovato ispirazione e forza, è lì che ha capito quanto la sua terra avesse da offrire a chi è in grado di coglierne gli spunti e i pregi.

È per questo che è tornato: «Amo l’Italia e credo nelle potenzialità del nostro Paese» dice con convinzione. Non è qui per nostalgia, ma per precisa scelta. È un fornello in fuga che ce l’ha fatta, e che proprio per questo è tornato e ha deciso di investire su una terra in grado di offrirgli soddisfazioni e lavoro, ma anche spazio per la creatività.

Nel suo menu nulla è dove dovrebbe, nulla è come vorreste: si beve il brodo da una cannuccia fatta di zucchina e polline, si passa da un boccone freddissimo a uno ben caldo, dall’acido al sapido, dal morbido al croccante. Si assapora il pane come fosse una portata, si addenta una maschera veneziana coperta da petali, si mangia Murano in un bottone multicolore. Si chiude con qualcosa che ha la grazia e l’eleganza di un dolce ma è tutto tranne che quello che siamo comunemente abituati a pensare come dessert. E alla granita più buona della storia segue una quenelle avvolgente di gelato di asperula, ostrica, blu di capra e olio al dragoncello, che potrebbe essere tranquillamente un antipasto, e invece è la fine di una cena che ha al suo interno più aspetti di ricerca di qualunque esperienza precedente, durante la quale con il riso alloro e zafferano, omaggio a Marchesi e ad Alajmo, si abbina con lo Chateau d’Yquem, iconico vino da dessert che qui è pairing graditissimo a un piatto sapido con una punta di dolcezza.

Un menu orizzontale, dunque, che ci invita a lasciarci andare e a farci sedurre dalle suggestioni dello chef, e che pur offrendoci ben poche certezze ci diverte, ci intriga, ci riconcilia con la cucina di ricerca e di tecnica, che non è quella cerebrale di chi vuole stupire ad ogni costo ma è invece quella che sa qual è la direzione da prendere e la imbocca con cognizione di causa, col timone a dritta e con quella sicurezza che viene dallo studio, dalla ripetizione ossessiva del gesto ma soprattutto dall’aver interiorizzato i sapori e gli ingredienti, le ricette e le tradizioni di una terra che si mostra prepotente, e rimane al centro di tutto il pensiero gastronomico.

Un menu cento per centro veneziano, che di sicuro non avete mai assaggiato nella vita, ma che vi riporterà all’assaggio ai sapori di tradizione. Senza che nulla sia come ve lo sareste aspettato. Persino il nome del ristorante, che a primo impatto sembra un pretenzioso inno al lusso che ci circonda, è un un omaggio alla cupola di Adam Tihany, l’architetto che ha disegnato il ristorante nel 2014, ma anche una preziosa dedica a Venezia e al suo dialetto e all’espressione Oro benon, che è proprio la perfetta sintesi della soddisfazione che si prova uscendo da qui.

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I carteggi inediti delle sorelle di Vincent Van Gogh https://www.linkiesta.it/2022/08/van-gogh-sorelle-donzelli-estratto/ https://www.linkiesta.it/2022/08/van-gogh-sorelle-donzelli-estratto/#respond Thu, 11 Aug 2022 03:00:24 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=358164 Soesterberg, Middelharnis,
Amsterdam, Parigi, 1885-1888

Nell’agosto del 1885, sei mesi dopo la morte di Dorus, nelle vite dei Van Gogh ci fu un nuovo ingresso, quello di Johanna Gesina Bonger, detta Jo. Era cresciuta ad Amsterdam in una famiglia liberale, con nove tra fratelli e sorelle, e i suoi genitori abitavano al numero 137 della Weteringschans, sulla diagonale opposta rispetto al nuovo Rijksmuseum, che era stato aperto nell’estate del 1885. Sorella minore di Andries Bonger, amico di Theo a Parigi, Jo era destinata a svolgere un ruolo importante nella famiglia, sia perché sposò Theo, sia perché fu amica delle sorelle e diventò come una quarta figlia per Moe.

Fu lei che alla fine avrebbe tenuto in vita il cognome Van Gogh e salvaguardato l’eredità di Vincent. Jo conobbe Theo il 7 agosto 1885, quando era a Parigi in visita a suo fratello Andries. A ottobre, su suggerimento di Theo, lei e Lies dettero avvio a quello che sarebbe diventato un lungo carteggio; Theo intuì che gli interessi in comune delle due donne le avrebbero portate a intrecciare un rapporto profondo, e infatti entrarono ben presto in confidenza.

«Mai la mia coscienza è più turbata di quando mi ricordo degli innumerevoli libri che da bambina mi venivano nascosti in ogni cantuccio e in ogni fessura della casa, e sui quali spesso riuscivo comunque a mettere le mani; di quelle volte che a letto li divoravo, tremante di paura, e del rimorso che provavo quando venivo sorpresa».
Sono parole che Lies scrisse a Jo il 17 novembre 1885 da Villa Eikenhorst a Soesterberg, dove aveva passato gli ultimi sei anni assistendo la signora Du Quesne-van Willis.

Lies amava la letteratura. Da bambina non lasciava passar giorno senza dedicarsi almeno un’ora alla poesia. A quattordici anni scriveva versi sulla natura e, come le sorelle, teneva un album di poesie, che conteneva composizioni dei suoi familiari, di compagne di classe e amici, di alcuni dei Du Quesne e di due conoscenti. Erano queste le persone di cui si circondava quando aveva ventisei anni.

Jo condivideva il suo amore per la letteratura. Aveva studiato da insegnante di inglese, e quando incontrò Theo e cominciò la sua corrispondenza con Lies lavorava come traduttrice. Questo incontro tra le future cognate, portato avanti attraverso le lettere, avrebbe preso la forma di un’entusiastica corrispondenza che durò per tutto l’inverno. Si sarebbero viste di persona solo qualche mese dopo, ad Amsterdam. Le lettere che si scambiarono prima di quell’incontro evocano l’immagine di due giovani donne ansiose di concedere uno sguardo nei propri cuori e nelle proprie menti, come spiegava Jo: «È per questo che mi piacerà professare le mie convinzioni in tema di letteratura, pittura, musica, tutte cose di cui ahimè conosco così poco, ma che rendono la mia vita tanto ricca e godibile».

Le loro lettere erano qualcosa di più di dialoghi accademici sulle arti. Affrontavano anche il loro aspetto e la loro vanità, l’esperienza amorosa, il lavoro e il reddito, l’avversione alle faccende domestiche e specialmente alle pulizie primaverili – un’incombenza considerata dovuta per una donna. A Jo, Lies scrisse: «Innanzi tutto, il tuo volere un lavoro dignitoso, il tuo desiderio di fare qualcosa di diverso dalle solite faccende domestiche ripetute nella medesima monotona sequenza – anch’io provavo lo stesso prima di venire qui! E tuttavia, come te, amo la mia casa, e mi chiedo se, come me, tu trovi noiose le pulizie. Ma non pretendo certo di essere una letterata; ho l’ardire di ammettere che non lo sono; a volte mi cucio perfino i vestiti da sola, sebbene solo quando non mi posso permettere di farmeli fare. Preferirei di gran lunga non farlo».

Nella stessa lettera esprimeva i propri sentimenti nei riguardi di Theo, ben più profondi dell’affetto che provava per Anna, Wil, Vincent e Cor, e paragonava quella sua devozione all’amore che legava la stessa Jo al fratello Andries. «Anche tu senti questo anelito ad amare? Spesso su ciò ci inganniamo, e tuttavia cadiamo di nuovo facilmente nel medesimo errore. L’unica persona che ho amato sempre e costantemente è, come te, mio fratello Theo. Nessuno, fra le mie sorelle o gli altri fratelli, potrebbe mai essere paragonato a lui».

E poco tempo dopo scriveva: «Nella tua lettera hai menzionato la Eliot. Hai mai letto Il mulino sulla Floss? Spero di sì. Non pensi che descriva benissimo l’amore tra un fratello e una sorella?».

Dopo le insistenze di Jo, Lies acconsentì a dare una descrizione di se stessa: «Come sono? Da un certo punto di vista avevi ragione, vale a dire sono petite, tutt’altro che alta come Theo, e di corporatura più esile! Ma non sono bionda. Quando negli anni del convitto la direttrice si sentiva in dovere di dirmi qualcosa di odioso, diceva che avevo i capelli rossi. Io, però, direi che sono di una bella tonalità di castano, come potrebbe definirlo la gente. Sapeva perfettamente di toccare un punto dolente, quella donna malvagia; e io, che in realtà mi immaginavo che fosse un mio vantaggio, perché non dovevo metterci i bigodini».

Jo rispose in tono: «Ora ti devo una descrizione; corporatura – alta, più alta di tuo fratello – occhi – marrone scuro – capelli ancora più scuri, di fatto neri, e la scorsa settimana sono stata così stupida da tagliarmeli corti, per cui al momento devi immaginare che sembro un ragazzo. Beh, qui arriva un’altra confessione – vorrei tanto essere bella, bella davvero, non per una sciocca civetteria, bensì per un motivo puramente estetico. Ma senza dubbio è bene che non lo sia, perché sicuramente sarei stata anche vanitosa; qualche impiccione dice che lo sono già, mi prendono in giro perché mi guardo tanto allo specchio. Come vedi, ti racconto tutto. Ad essere onesta, devo dire che mi piace apparire per quanto posso attraente, e se potessi permettermelo, vorrei sempre essere ben vestita. Mi piace vedere qualcuno che si veste con eleganza, per cui l’armonia dei colori è fondamentale; mi irrita molto quando la gente spende un sacco di soldi e ciò nonostante il risultato è privo di gusto! A volte ho stati d’animo di una semplicità puritana e m’immagino che sarei potuta diventare una buona suora capace di rinunciare al mondo e alle sue vanità».

Lies rispose in modo altrettanto franco. «La prima cosa che faccio quando sono sola è guardare nello specchio per vedere cosa sembro o capire come può vedermi la gente».

Le riflessioni di Lies sugli anni passati al convitto avevano un sottinteso leggermente più amaro. Vi paragonava le sue insegnanti alla Regina delle nevi di Hans Christian Andersen: «Ci arrivi con un cuore immacolato coltivato nel tepore domestico, sensibile a qualsiasi parola scortese, per niente abituato alla meschinità di una donna che si presenta nell’opuscolo come una che ama come una madre le ragazze che le vengono affidate. Bisogna che freni la lingua se penso a come quel giovane cuore, così desideroso di crescere attaccato e abituato al calore umano, sia stato respinto dalla freddezza. Immagino che tu conosca le favole di Andersen, no? Da bambina le imparavo a memoria, e ancora oggi penso che siano straordinariamente poetiche e belle. Conosci quella della Regina delle nevi, come stringe la bambina al suo cuore gelido finché l’amore e tutto quel che vi era di buono nel cuore della bambina diventa di ghiaccio. Vedi, tutte le maestre sono una Regina delle nevi come quella, almeno tutte quelle che ho incontrato».

In una successiva lettera sarebbe ritornata sull’esperienza del convitto, parlando di un indesiderato ma ardente ammiratore.
«Avevo solo tredici anni quando andai al convitto di Leeuwarden, sebbene vivessimo nel Sud del Brabante. Avevo così tanta nostalgia di casa che Pa mi tenne lì solo un anno e poi mi mandò a Tiel, dove rimasi fino all’epoca dell’esame. Là andavo sempre fuori, perché una donna che mi aveva preso “en amitié” cominciò a portarmi ovunque. Le volevo bene come a una madre, e lei mi adorava. Purtroppo, in casa sua alloggiava un giovane, cioè, non era neanche così tanto giovane, ma ci era arrivato ancora ragazzo. Era estremamente formale e distaccato, sembrava sempre che non si accorgesse neppure di me, però si sentiva in dovere di darmi consigli su un sacco di cose, ma io non lo volevo affatto, e per quel motivo lo trovavo terribilmente irritante, come ebbi ampiamente modo di chiarire. Nonostante ciò, mi fece un’appassionata dichiarazione, che mi lasciò stupefatta e turbata e di cui parlai immediatamente con la mia amica».

In seguito, Lies confessò un’altra avventura romantica – stavolta il sentimento era reciproco – che nel 1879 le aveva reso difficile lasciare Dordrecht, ma senza rivelare il nome del giovane. «La nostra relazione era segreta», confidò a Jo, finché un amico la scoprì e ne scrisse a Pa. Questi arrivò in tutta fretta da Etten. «All’epoca avevo diciott’anni, mi trovavo in un ambiente molto piacevole dove mi sentivo felice e completamente a casa, quei disgraziati anni della scuola erano ormai alle spalle […]. Conobbi un giovane, aveva la mia stessa età e stava per diventare uno studente; non aveva un’intelligenza eccezionale, ma era eccezionalmente bello, e quel che in realtà mi attraeva era il suo essere diretto e onesto. Aveva già visto molto del mondo, e le circostanze lo avevano reso più grande della sua età.

Oh, Jo, come lo amavo, come lo amavo! Nessuno seppe della nostra relazione finché un mio amico, cosiddetto tale naturalmente, la scoprì e ne scrisse a casa. Pa venne subito, mi parlò e io gli parlai. Sebbene fosse ricco e credesse in ciò che voleva, era anche troppo giovane perché una ragazza potesse impegnarsi con lui, e ogni contatto doveva essere interrotto, la corrispondenza rigorosamente proibita. Per Pa fu difficile, perché anche a lui piaceva, e lo riteneva un tipo responsabile, che aveva preso la cosa seriamente. Sì, vabbè, una vecchia storia. Non ho mai più saputo niente di lui. Una volta, quando proprio non ce la facevo più, gli ho scritto. Mi rispose con poche parole, dicendo che aveva dato la sua parola da uomo a Pa, e non voleva infrangerla. All’epoca mi amava con tutto il cuore, ma ora? Come potrebbe un giovane che ha tutto il mondo nelle sue mani, ammirato e ricercato, rimanere fedele a un amore così lontano nel tempo? Dopo di ciò, mi ritirai qui, dove non ho mai incontrato un solo esponente dell’altro sesso».

Non era una cosa da poco dirlo, per lei, considerando cosa stava accadendo in quel periodo a Villa Eikenhorst. Ma ciò sarebbe venuto alla luce in seguito – e per alcuni dei suoi familiari addirittura decenni dopo. Oltre che dell’aspetto e delle questioni di cuore, nelle loro lettere le future cognate parlavano principalmente del loro amore per i libri. Jo scriveva: «La mia più grande ambizione è scrivere qualcosa di originale, ma è un’ambizione talmente elevata che potrei non realizzarla mai. Per consolarmi, ricordo a me stessa che George Eliot cominciò a scrivere più tardi, ma io ho già ventitré anni, e se mai dovessi riuscire a fare qualcosa, è questo il momento. Tuo fratello mi ha un po’ raccontato della tua opera letteraria (come vedi, non eri una completa estranea per me), ma vorrei saperne di più».

In seguito aggiunse che la letteratura, più di qualsiasi altra cosa, fornisce uno sfogo al nostro bisogno di «confidare a qualcuno tutte le nostre incertezze, preoccupazioni e problemi […]. I miei libri soddisfano quel bisogno meglio di tutto. In quelli della Eliot in particolare ho sempre trovato incoraggiamento e conforto, ma ce ne sono tanti! Tu ami soprattutto Longfellow! Io non sono sicura; penso che il mio poeta preferito sia Shelley, ma li amo tutti, da Beets e De Génestet a Goethe e a Shakespeare. Goethe! Conosci qualcosa di più commovente di Gretchen!?».

Jo amava diversi poeti-predicatori olandesi, come Nicolaas Beets, noto anche con lo pseudonimo Hildebrand, e Petrus Augustus de Génestet, oltre a giganti letterari stranieri, ma aveva poca affinità con gli scrittori francesi: «Ora devo confessarti un’altra mia avversione, che ti sembrerà strana. Non amo affatto la letteratura francese. Quanto spesso sono stata motivo di ridicolo a causa di questo per André [suo fratello Andries], il quale pensa che io abbia vedute ristrette, ma che ci posso fare. Non sto parlando della poesia, perché quella in realtà è piacevole all’orecchio e deliziosa, perfino incantevole, ma della prosa! Continuo a immergermici, ma scoraggia talmente, mi rende così delusa dall’umanità e di tutto ciò che va oltre le parole. A prima vista la società francese è elegante, garbata e civile, poi dentro è così superficiale, decadente e vuota, puah».

Lies ammise che neanche lei amava molto i romanzi francesi.  Oltre ai racconti riguardanti la famiglia, la città e le esperienze di vita, ogni lettera toccava la loro passione per la letteratura e i loro scrittori preferiti. Lies scrisse: «Amo Dickens, tu? Vorresti per cortesia rispondermi a questo? Mi piace così tanto sentirti parlare degli scrittori, perché sebbene sia del tutto d’accordo con la tua opinione, non potrei mai esprimerla così completamente e chiaramente come fai tu».

Al che Jo rispose: «Credo che siamo pienamente d’accordo su questo punto, perché anch’io lo amo. Copperfield, Dombey e Nickleby sono i miei preferiti par excellence. Mi ricordo bene quando ho letto Copperfield per la prima volta. Pensavo che mi si spezzasse il cuore per la compassione». Lies rispose con entusiasmo all’amore di Jo per i libri, sentendo chiaramente che aveva trovato uno spirito affine: «Immagina soltanto, per quanto impossibile possa essere, che dovessimo scrivere un libro insieme… Sono sicura che le nostre parole e le nostre idee sarebbero così assolutamente identiche che il pubblico riterrebbe l’opera il prodotto di un solo autore. Oh, mia cara Jo! Cosa non darei per vederti! Non ho mai osato parlare alle mie sorelle né a nessun altro come faccio con te; sicuramente riderebbero di me».

Le motivazioni che spingevano Lies a scrivere non erano, per sua stessa ammissione, puramente letterarie: «Devo essere onesta e confessare qualcosa di cui mi vergogno, perché in verità è così in contrasto con la mia indifferenza al denaro, ma la mia principale ragione per scrivere è?… guadagnare! Senza dubbio storcerai il naso al solo pensiero di una donna che scrive per guadagnarsi da vivere. Farei anch’io così. La passione, il talento e l’arte non ci sono forse dati per uno scopo diverso da
quello di venderli? Non posso che essere interamente d’accordo con te. Purtuttavia, per me la vita sarebbe molto più interessante se sapessi che non ci sarà mai un giorno in cui io possa essere dipendente, che il mio desiderio di fare di più per gli altri venga appagato. Vedi dunque, cara Jo, per quale motivo vorrei guadagnare; ma senza una reputazione, senza conoscenze o mecenati nel mondo letterario, ciò non è possibile in questo paese, per chi abbia come genere principale la poesia. Preferisco infinitamente scrivere versi piuttosto che romanzi, sebbene abbia scoperto che questi ultimi sono almeno pagati quando vengono pubblicati a puntate. Poi, non ho da lamentarmi e sono davvero soddisfatta delle recensioni; ma se potessi, mi dedicherei alla traduzione».

da “Le sorelle Van Gogh”, di Willem-Jan Verlinden, Donzelli editore, 304 pagine, 30 euro

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Una casa modernista di Philip Johnson rinasce come spazio culturale inclusivo (e mistico) https://www.linkiesta.it/2022/08/wolfhouse-philip-johnson-architettura/ https://www.linkiesta.it/2022/08/wolfhouse-philip-johnson-architettura/#respond Thu, 11 Aug 2022 03:00:19 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=357020 Quella di Philip Johnson è una storia controversa. L’architetto americano (Cleveland, Ohio, 1906 – New Canaan, Connecticut, 2005), allievo di Mies van der Rohe, è finito nel mirino due anni fa, quando la Graduate School of Design dell’Università di Harvard lo ha accusato di aver appoggiato il nazismo ed essere stato un sostenitore della supremazia bianca. 

Non è tardata ad arrivare la risposta del MoMA di New York – di cui Johnson è stato il primo direttore del Dipartimento di Architettura –, che in occasione della mostra Reconstructions: Architecture and Blackness in America ha rimosso il suo nome dalla targa in cui figurava.

Sembrava perciò che l’architetto fosse definitivamente caduto in disgrazia. Invece una proposta per riabilitare il suo operato è arrivata da Jiminie Ha, direttrice del “Graphic Design” del Guggenheim di New York nonché fondatrice dello studio With Projects, con l’art director Jeremy Parker.

Insieme hanno acquistato e rimesso a nuovo la Wolfhouse, un gioiello modernista che nel 1949 Johnson progettò per il suo cliente Benjamin V. Wolf a Newburgh, nello stato di New York. Determinati a fare dell’abitazione un simbolo di inclusività, i due l’hanno reimmaginata come uno spazio culturale BIPOC (acronimo di Black, Indigenous and People of Color), dove si alternano esposizioni di arte e design sia fisiche che virtuali.

Ph. Chris Daniele

«Come fondatori BIPOC e LGBTQ+ siamo desiderosi di costruire un futuro più inclusivo per la residenza, in particolare con una programmazione digitale accessibile tramite una galleria VR, drop NFT ed eventi nel metaverso», raccontano Ha e Parker.

Situata in cima a una collina a nord del ponte Newburgh-Beacon, con vista panoramica sul fiume Hudson, la Wolfhouse ha molto in comune con la più famosa Glass House, il capolavoro che l’architetto progettò lo stesso anno a New Canaan, in Connecticut: ovvero layout a pianta aperta e pareti di vetro a tutta altezza.

«Philip Johnson ha disegnato la casa senza contenere opere d’arte. La sua intenzione era che lo spettatore si concentrasse sull’ampia vista del fiume. Per questo, dopo aver trascorso un po’ di tempo nell’abitazione, abbiamo sentito che c’era la possibilità di esplorare l’arte digitale. C’è troppa luce solare per poter appendere quadri e fotografie», spiegano.

Ph. Chris Daniele

In collaborazione con With Projects, Ha e Parker hanno inoltre creato “Relix”, tre mazzi di tarocchi virtuali – “Analog”, “Cypress” e “Sun” – che reinterpretano in chiave architettonica e minimale ciascuno dei 78 arcani. Acquistando le carte è possibile accedere alle iniziative divinatorie della casa, che si svolgono in concomitanza con il calendario lunare (la prossima è prevista per l’11 agosto). In palio ci sono poi letture virtuali dei tarocchi da parte di Rashunda Tramble, mazzi di carte fisiche e un soggiorno di una notte all’interno della Wolfhouse.

«I Tarocchi sono simbolo di nuovi inizi. Servono a illuminare le nostre vite, alla ricerca di un significato e una comprensione più profondi. Ci auguriamo che attraverso la lettura scopriate che il misticismo e il caso possono continuare a esistere nell’era dell’intelligenza artificiale».

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