Linkiesta.it https://www.linkiesta.it News Linkiesta.it Mon, 18 Oct 2021 18:28:48 +0000 it-IT hourly 1 https://i2.wp.com/www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2020/04/cropped-linkiestalogosquare3x.png?fit=32%2C32&ssl=1 Linkiesta.it https://www.linkiesta.it 32 32 174743883 La Caporetto del centrodestra e le gravi colpe dei suoi due leader umorali https://www.linkiesta.it/2021/10/elezioni-roma-torino-destra-salvini-meloni/ https://www.linkiesta.it/2021/10/elezioni-roma-torino-destra-salvini-meloni/#respond Mon, 18 Oct 2021 16:55:38 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=305890 I leader di Lega e Fratelli d’Italia sono i responsabili di questa sconfitta elettorale non solo perché hanno scelto candidati deboli. Il solito vittimismo, la sindrome dell’accerchiamento, il terrore dei fantasmi del passato: tutto questo ha tenuto la gente a casa

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Una destra guidata da due leader umorali come Matteo Salvini e Giorgia Meloni come reagirà davanti alla disfatta di queste amministrative? Questa probabilmente è la questione che ci si pone nei palazzi della politica: il nervosismo dei sovranisti avrà effetti sul quadro politico? Sul centrodestra sicuramente sì, sulla tenuta del governo sicuramente no.

Se vediamo il voto dalla parte degli sconfitti in effetti c’è da fare i conti con un disastro che era in parte annunciato al primo turno ma che si è rivelato catastrofico al secondo, tanto che è impossibile minimizzare dando tutte le colpe a Enrico Michetti e a Paolo Damilano perché (tranne Roberto Di Piazza Trieste, che ha dovuto inaspettatamente lottare per vincere e l’eterno Clemente Mastella nel feudo di Benevento), i candidati della destra hanno perso dappertutto.

Ecco perché i responsabili della Caporetto hanno nomi e cognomi molto chiari: si chiamano Giorgia Meloni e, dopo, Matteo Salvini (scampa al naufragio il vecchio Silvio Berlusconi), sono loro che hanno mandato al fronte  quei candidati deboli e meno deboli a beccarsi le mitragliate del centrosinistra. Sono i leader sovranisti gli sconfitti, i sindaci riformisti hanno vinto. E Giorgia già chiede un vertice del centrodestra in settimana, comprendendo (sic) che «i tre partiti hanno tre linee diverse e questo genera disorientamento».

L’altro argomento è il solito vittimismo, la sindrome dell’accerchiamento, il terrore dei fantasmi del passato: tutto questo ha tenuto la gente a casa, intendendo la gente “sua”. Insomma, quasi quasi ha perso per Fanpage.

Purtroppo per lei il voto acuirà le differenze. Si rinfacceranno le responsabilità. Il sovranismo di governo (Salvini) verrà accusato dal sovranismo d’opposizione (Meloni) e viceversa.

L’unica cosa buona per entrambi è che in questa circostanza entrambi non dovrebbero avere rogne interne: Giancarlo Giorgetti ha perso a Varese e anche a Torino, dove Paolo Damilano era considerato “suo” e dentro Fratelli d’Italia – se si eccettua la voce libera di Guido Crosetto – non esiste, che si sappia, un dibattito interno. E tuttavia un disastro del genere fa sì che Meloni&Salvini non abbiano più il boccino in mano. E nemmeno una linea chiara. Perché lui tutto vuole tranne che far cadere il governo, mentre lei rischia davvero di perdere il controllo di sé e della situazione: quale può essere la sua prospettiva, se non continuare a ululare contro un esecutivo che – come ha detto Enrico Letta – con questo voto si è ulteriormente rafforzato?

A proposito di Letta, che giustamente non vuole essere trionfalista pur parlando di «trionfo», certamente sarà d’accordo con quanto ha affermato Beppe Sala, cioè «non montarsi la testa» perché le elezioni politiche sono un’altra cosa. E in effetti la buona salute dimostrata dal Pd, per certi versi inattesa, va misurata anche tenendo conto di fattori difficilmente replicabili, lo schianto della destra, la sparizione del Moviemento 5 stelle (al quale ha ripreso i voti che questo gli aveva sottratto in questi anni) e il crollo della partecipazione che ha evidentemente danneggiato la destra in modo irreparabile.

Il dato dell’astensione è effettivamente impressionante. Nelle città, starà ai nuovi sindaci far recuperare credibilità alla politica locale dopo i disastri del populismo metropolitano di Virginia Raggi e Chiara Appendino. A livello nazionale, sarà bene cominciare a lavorare sul rinnovamento di partiti che per un motivo o per l’altro non attirano più l’interesse di milioni di persone. E può darsi anche che nella ennesima puntata della storia politica italiana spunti qualcosa di nuovo, per tentare di recuperare la distanza far politica e società. Mentre Mario Draghi governa.

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Colin Powell, ritratto intellettuale dell’ultimo vero repubblicano https://www.linkiesta.it/2021/10/colin-powell-chi-era-ritratto-covid/ https://www.linkiesta.it/2021/10/colin-powell-chi-era-ritratto-covid/#respond Mon, 18 Oct 2021 15:30:40 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=305950 Generale a quattro stelle e politico cauto e refrattario alle improvvisazioni (nonostante la fialetta all’Onu). Dopo Bush, ha votato due volte Obama abbandonando il suo partito prima ancora della catastrofe Trump

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Cosa resta oggi del partito repubblicano che fu, dopo l’opa ostile trumpiana? Di sicuro non può più contare su una figura come Colin Powell, scomparso all’età di 84 anni che incarnava il modello eisenhoweriano di servizio: prima militare poi politico al servizio della «nazione prima che della fazione».

Powell, fa sapere la famiglia, è molto per complicazioni di salute legate al Covid e al mieloma multiplo di cui soffriva. Era da anni affetto dal Parkinson e aveva completato il ciclo di vaccinazione a inizio anno

Colin Powell però aveva da tempo abbandonato il partito repubblicano. Ben prima di Trump, nel 2008, quando annunciò che avrebbe votato per il senatore Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti. Scelta riconfermata quattro anni più tardi, con tanto di sottolineatura fatta registrando degli spot elettorali: «Colin Powell, generale a quattro stelle, repubblicano». Già in queste parole era contenuto parte del suo percorso politico e umano. Figlio di una coppia di immigrati giamaicani ad Harlem, New York, la sua storia personale sembra tratta da un libro di possibilità offerte dal sogno americano.

Dopo aver iniziato a studiare presso il City College of New York, si arruola nel 1958. Qualche anno dopo, nel 1962, arriva in Vietnam, prima come consigliere militare dell’esercito sudvietnamita poi come ufficiale. Nel 1968 la sua unità è coinvolta nel massacro di My Lai, che riconobbe con grande onestà molti anni più tardi, nel 2004, in piena campagna elettorale. Fu lì che realizzò quando una leadership carente potesse danneggiare anche le sorti militari di una guerra come quella del Vietnam, che macchiò a lungo la reputazione degli Stati Uniti. Nel 1972 vinse una White House Fellowship, un programma ideato dall’amministrazione di Lyndon Johnson per avvicinare personale qualificato al governo federale.

In un periodo difficile trasse parte del suo credo politico costituito da un conservatorismo moderato sia in politica interna che estera. Lo sviluppò poi quando entrò nell’entourage del segretario alla Difesa Caspar Weinberger nel 1983, quella che sarebbe poi diventata, anni dopo, la dottrina Powell. Nel 1987, dopo lo scandalo Iran-Contras, diventa consigliere nazionale per la sicurezza nazionale, il primo afroamericano, nel ruolo che fu di Henry Kissinger. Quando diventò capo di stato maggiore, nel 1989, sotto George Bush senior, avrebbe consigliato prima della Guerra del Golfo contro Saddam un approccio cauto, per sopportare eventualmente una guerra di attrito contro quella che era una potenza regionale. In politica estera, invece, un multilateralismo il più largo possibile. La guerra andò meglio del previsto e in certi circoli repubblicani le sue idee, che aveva abbozzato nel 1984 nel discorso scritto per il segretario Weinberger intitolato “L’uso del potere militare”, vennero accantonate. Ma cosa diceva quella che in seguito venne definita “la Dottrina Powell”.

Eccolo riassunto per sommi capi: per dire di sì a un intervento militare servono una capacità di fuoco schiacciante e un consenso molto largo nell’opinione pubblica. Oltreché, naturalmente, un interesse nazionale chiaramente messo in pericolo.

Cosa accadde quindi, quando Powell, nella sua veste di primo segretario di Stato afroamericano, sostenne con entusiasmo mediatico l’intervento in Iraq tanto da arrivare al famigerato discorso alle Nazioni Unite del febbraio 2003 a sostegno dell’intervento contro l’Iraq di Saddam Hussein, accusato di aver, agitando una fialetta di antrace finta, performance che anni dopo avrebbe definito come «una macchia nei suoi lunghi anni di servizio».

Ciò non voleva dire che Powell non fosse d’accordo con una robusta difesa della democrazia a livello internazionale: ma che la base dei volenterosi scelta dal presidente Bush non fosse affatto sufficiente a sostenere quello che si annunciava come uno sforzo bellico ingente.

La sua critica, contrariamente a quanto si disse, fu sul dopoguerra e sugli sforzi di ricostruzione visti come «improvvisati» e assolutamente non adeguati alla costituzione di una società civile irachena che portasse al progresso della nazione. Lo affermò anche in occasione del suo primo endorsement a Barack Obama durante un’intervista alla Cnn: «Ho fatto tutto il possibile per evitare la guerra, ma quando si è trattato di decidere, ho sostenuto il presidente Bush. E non ho mai avuto esitazioni su questo, nemmeno in seguito».

Forse anche per questo suo essere cauto e refrattario alle improvvisazioni da uomo forte che decise sempre di non candidarsi alla presidenza degli Stati Uniti, nemmeno nel 2000 quando sembrava che il suo profilo di generale politico fosse l’ideale per superare il clintonismo della Terza Via trionfante. 

Non stupisce, quindi, la sua totale ostilità alla presidenza di Trump, che rappresenta tutto il contrario della sua parabola politica: faziosità, improvvisazione e disprezzo delle procedure.

Nella narrazione facilona di Fox News e di altri media trumpiani Powell negli ultimi anni ormai era diventato «un democratico». Se il partito repubblicano però vorrà tornare a essere un’entità politica che ha a cuore gli interessi americani più del presidente deposto di Mar-a-Lago, dovrà recuperare questi principi di integrità e di studio dei problemi, contro il dilettantismo trumpiano prevalente.

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Gualtieri vince a Roma e Lo Russo a Torino, Dipiazza confermato a Trieste https://www.linkiesta.it/2021/10/centrosinistra-roma-torino-ballottaggi-voto-affluenza/ https://www.linkiesta.it/2021/10/centrosinistra-roma-torino-ballottaggi-voto-affluenza/#respond Mon, 18 Oct 2021 12:52:35 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=305875 Nella Capitale Roberto Gualtieri è in vantaggio al 59,9%, mentre Enrico Michetti si ferma al 40.1%. Nel capoluogo piemontese Stefano Lo Russo (centrosinistra) è in testa con il 59,4%, Paolo Damilano (centrodestra) al 40,6%

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Il live blog de Linkiesta dedicato ai ballottaggi e alle elezioni per scegliere il sindaco di 63 Comuni, tra cui 10 capoluoghi di provincia: Roma, Torino, Trieste, Varese, Savona, Latina, Benevento, Caserta, Isernia e Cosenza. Coinvolti circa 5 milioni di elettori. Vi aggiorneremo minuto per minuto sul conteggio dei voti. Le urne si sono chiuse alle 15.

18.30 – En plein per il centrosinistra nelle grandi città, disfatta della destra
Nelle grandi città al voto in queste elezioni amministrative – Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna – il centrosinistra si è imposto con un netto 5-0: una delle vittorie più importanti della sua storia, almeno numericamente. Per il centrodestra una delle più dure sconfitte, anche se i leader dei partiti già minimizzano e rivolgono le attenzioni altrove.

18.00 – Michetti: «Auguri al sindaco, Roma è la cosa più importante»
«Faccio gli auguri al sindaco, perché Roma è la cosa più importante, credo che abbiamo dato il massimo e in queste condizioni abbiamo fatto ciò che si poteva». Lo ha detto Enrico Michetti, candidato del centrodestra a Roma, superato al ballottaggio da Roberto Gualtieri.

17.50 – Dipiazza, candidato di centrodestra, vince a Trieste
A Trieste Roberto Dipiazza, candidato del centrodestra, ha battuto Francesco Russo, del centrosinistra, e si conferma sindaco del capoluogo friulano. Si tratta del quarto mandato. A scrutinio ormai concluso su tutte le 238 sezioni, Dipiazza vince con con il 51,3% delle preferenze (Russo fermo a 48,7%).

17.35 – Salvini non ammette la sconfitta
Nonostante la débâcle della Lega e del centrodestra a queste elezioni amministrative, il leader della Lega Matteo Salvini in conferenza stampa ha voluto mantenere un approccio positivo. «Passiamo da 8 a 10 sindaci: al momento il centrodestra ne ha di più rispetto a 15 giorni fa», ha detto Salvini commentando da Catanzaro.

17.30 – Letta: «La cosa più importante è ascoltare gli elettori»
Gli elettori sono più avanti di noi, l’importante è ascoltarli. Lo ha detto il segretario del Partito democratico Enrico Letta, commentando il successo elettorale dal Nazareno. «Gli elettori si sono saldati e fusi, quelli del centrosinistra e della coalizione larga che ho voluto costruire. Con una vittoria trionfale».

17.10 – Torino, proiezione Opinio-Rai: Lo Russo al 59,2%
L’ultima proiezione del consorzio Opinio Italia per la Rai vede il candidato del centrosinistra al ballottaggio per le comunali di Torino Stefano Lo Russo al 59,2%, e quello del centrodestra Paolo Damilano al 40,8%.

16.20 – Roma, Gualtieri: sono onorato, ci metterò tutto l’impegno
«Grazie ai romani per questo risultato così significativo, di cui sono onorato. Ci metterò tutto il mio impegno». Lo ha detto Roberto Gualtieri, candidato a sindaco del centrosinistra per Roma, nella sede del suo comitato elettorale.

16.10 – Trieste, proiezioni Opinio-Rai: Dipiazza avanti al 51,2%
In base alla prima Proiezione del consorzio Opinio Italia per la Rai, al ballottaggio per le comunali a Trieste Roberto Dipiazza (centrodestra) è in vantaggio di misura con il 51,2%, su Francesco Russo (centrosinistra) al 48,8%.

16 – Roma, Calenda: complimenti calorosi a Gualtieri
«Complimenti calorosi a Gualtieri». Lo scrive su Twitter l’eurodeputato Carlo Calenda, precisando che «gli eletti della lista @CalendaSindaco daranno il loro contributo, con un’opposizione costruttiva e pragmatica, al suo difficile compito», aggiunge Calenda..

15.50-Ballottaggio Roma, Zingaretti: bravo Gualtieri, sarai grande sindaco
«Bravo Roberto Gualtieri, sarai un grande Sindaco! Bravi tutti, ora Roma», così il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti su Fb.

15.50 – Affluenza ballottaggio a Torino al 42,1%: nuovo minimo storico
Al ballottaggio a Torino l’affluenza è stata del 42,13%, nuovo minino storico che ritocca il 48,08% del primo turno. Sono andati alle urne 290.581 elettori su 689.684 aventi diritto. L’affluenza più alta nella circoscrizione 1 (Centro-Crocetta), 46,49%, la più bassa nella circoscrizione 6 (Barriera di Milano-Falchera-Regio parco), alla periferia nord della città, 35,66%.

15.40 – Roma, prima proiezione flash La7: Gualtieri 57,2-59,2%, Michetti 40,8-42,8%
Secondo la I proiezione flash di Swg-La7, con una copertura del 10%, il candidato sindaco del centrosinistra Roberto Gualtieri è al 57,2-59,2% mentre il candidato del centrodestra Enrico Michetti è al 40,8-42,8%. «Non possiamo che essere molto soddisfatti. Aspettiamo dati più consolidati ma il trend ci dice con chiarezza che siamo di fronte alla vittoria di Roberto Gualtieri», dice la presidente del comitato Gualtieri Beatrice Lorenzin.

15.40 Trieste, exit poll Opinio Rai: Dipiazza 48-52% Russo 48-52%
In base al primo exit poll del Consorzio Opinio Italia per Rai, con una copertura dell’80%, al ballottaggio per l’elezione del sindaco di Trieste, il primo cittadino uscente di centrodestra, Roberto Dipiazza, è al 48-52% mentre il candidato di centrosinistra Francesco Russo è al 48-52%.

15.35 – In Emilia-Romagna affluenza cala di altri sei punti 
Cala ancora, in Emilia-Romagna, l’affluenza alle urne, in media di oltre sei punti in meno rispetto al primo turno nei quattro Comuni chiamati al ballottaggio. A Cattolica, in particolare, ha votato meno di un elettore su due, il 46,8% (-6,3%). Ma il calo è generalizzato: a Cento ha votato il 50,1%, il 5,6% in meno rispetto a due settimane fa, a Finale Emilia nel Frignano il 50,7% (-8,4%), mentre a Pavullo il dato finale dei votanti si attesta su 53,1%, in calo del 7,5%.

15.20 – Ballottaggio Trieste 
Instant poll Rai: Dipiazza e Russo pari 48-52%.

15.15 – Letta segue spoglio al Nazareno
Il segretario del Pd, Enrico Letta, è nella sede nazionale del partito, al Nazareno a Roma, per seguire lo spoglio del voto ai ballottaggi. Al momento, oltre a Letta, al Nazareno ci sono il vicesegretario Pd Giuseppe Provenzano e il coordinatore dei sindaci dem, Matteo Ricci. È atteso Francesco Boccia, responsabile enti locali della segreteria dem. Letta dovrebbe presentarsi in sala stampa per alcune dichiarazioni quando sarà consolidato il risultato di Trieste, dove sono in corsa il candidato di centrodestra Roberto Dipiazza e quello di centrosinistra, Francesco Russo.

15 – Centrosinistra in vantaggio a Roma e Torino
Istant pool: nella capitale Gualtieri tra il 58% e il 62%, Michetti tra 38% e 42%. Nel capoluogo piemontese davanti Lo Russo col 53-57%, Damilano tra il 43% e il 47%. 

14.45 – Affluenza in calo
Sarà l’affluenza a fare da ago della bilancia ai ballottaggi nelle grandi città che si chiudono oggi alle 15. Ieri alle 23 nei 65 comuni chiamati a votare si era recato alle urne solo il 33,3% degli aventi diritto, circa 6 punti in meno rispetto al primo turno, quando alla stessa ora aveva votato il 39,86%. Un dato monitorato con attenzione a Roma e Torino, le due grandi città dove si sceglie il nuovo sindaco e dove i partiti giocano una sfida che è anche nazionale.

Nella Capitale, dove già al primo turno aveva votato il 36,82% degli elettori, alle 23 ha votato il 30,87%. L’affluenza, in particolare, cala – come rileva YouTrend – nei quartieri che al primo turno avevano premiato Virginia Raggi, esclusa dal ballottaggio, o Enrico Michetti, il candidato del centrodestra, mentre la partecipazione resta più alta dove era in testa Roberto Gualtieri.

L’affluenza sarà decisiva anche a Torino, dove il candidato del centrosinistra Stefano Lo Russo aveva ottenuto il 43,8% e Paolo Damilano si era fermato al 38,9%. Anche in questo caso già al primo turno i votanti furono solo il 48,08% e ieri alle 19 eravamo al 25,2%, ossia un elettore su quattro.

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La grande dimissione (non in Italia), la manovra di Draghi e la ricerca della flessibilità perfetta https://www.linkiesta.it/2021/10/the-great-resignation-stati-uniti/ https://www.linkiesta.it/2021/10/the-great-resignation-stati-uniti/#respond Mon, 18 Oct 2021 12:14:36 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=305863 Nella newsletter di questa settimana: il record di lavoratori che hanno lasciato il posto negli Stati Uniti e perché nel nostro Paese il mercato è per lo più immobile, la legge di bilancio e i veti dei partiti, le aziende alla prova del Green Pass, i tempi supplementari di Whirlpool e la storica sentenza sui rider di Uber. Ma anche perché la settimana corta in Islanda ha funzionato e la terza dimensione sulla Fifth Avenue. Ascolta il podcast!

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LA GRANDE DIMISSIONE (NON IN ITALIA)
Negli Stati Uniti la chiamano già “Big Quit” o “Great Resignation”: la grande dimissione. Di fatto, sempre più persone stanno lasciando il proprio lavoro. Il fenomeno va avanti da mesi. Ma ad agosto è stato raggiunto il record: 4,3 milioni di lavoratori si sono licenziati, pari al 2,9% della forza lavoro. Soprattutto in alberghi, ristoranti e negozi.

Che succede? Negli annunci su Indeed, sempre più aziende stanno cercando invano di attirare i candidati con bonus e incentivi. Ma fanno fatica a riempire i posti vacanti. E le motivazioni sono diverse: dalla paura di prendersi il virus alle paghe ritenute troppo basse, senza dimenticare che in tanti possono ancora contare sui sussidi governativi.

Si vive una volta sola Ma le ragioni della “grande dimissione” hanno a che fare anche con una nuova consapevolezza emersa dalla pandemia, che di fatto ha modificato il rapporto con il proprio lavoro. Dopo i carichi eccessivi degli ultimi mesi, il lavoro da remoto che ha invaso le vite di tanti e il burnout diffuso, è come se molti avessero raggiunto un punto di rottura. Si parla infatti di Yolo Economy, dove Yolo sta per You only live once, si vive una volta sola. Ora più di prima si cerca un senso in quello che si fa e soprattutto una migliore qualità di vita. Non è un caso che le dimissioni si siano concentrate nei settori che hanno aumentato i ritmi durante la pandemia, con il digitale in testa.

Workers Lives Matter Persino in Cina si è arrivati amettere in discussione i ritmi di lavoro. E quattro neolaureati hanno lanciato ora sulla piattaforma per informatici GitHub la campagna “Worker Lives Matter”, le vite dei lavoratori contano, contro la famigerata cultura 996, cioè i turni dalle 9 del mattino alle 9 di sera per sei giorni a settimana, che la Corte suprema tra l’altro ha dichiarato illegittima. E in tantissimi hanno risposto al sondaggio, rivelando i ritmi alienanti delle Big cinesi della tecnologia.

Gen Z Secondo una ricerca di Microsoft su 30mila lavoratori, il 41% starebbe considerando di dimettersi. E i numeri salgono tra i 18 e i 25 anni, dove la percentuale cresce fino al 54%. E un altro studio dice pure che le aziende che durante il lockdown non hanno avuto abbastanza cura per i propri dipendenti rischiano di subire un esodo di personale.

E in Italia? Da noi essere quitter è di certo molto più difficile rispetto a Paesi con mercati del lavoro dinamici come quello americano. Gli ultimi dati sulle dimissioni nel 2020 dicono che sono crollate. Certo, l’anno scorso eravamo in piena pandemia.

  • Immobili Ma al di là delle singole storie simbolo che si raccontano, il nostro mercato è poco mobile. E perdere o rinunciare al contratto fa più paura che altrove, soprattutto nel mezzo di una crisi, visto il «buco nero» – come lo ha chiamato Tiziano Treu – delle politiche attive del lavoro e dei centri per l’impiego. Eppure, soprattutto in un momento di transizione dell’economia come quello che stiamo vivendo, cambiare lavoro dovrebbe essere naturale. In Italia non lo è, affatto.

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ASCOLTA IL PODCAST

 

LA MANOVRA DI DRAGHI
Oggi il governo dovrebbe inviare alla Commissione europea il Documento programmatico di bilancio, con le griglie delle misure che finiranno nella manovra economica. E poi in settimana dovrebbe essere varata la legge di bilancio, ma tutto fa pensare a uno slittamento. Draghi sarà impegnato nel Consiglio europeo e mercoledì riferirà al Parlamento in vista del vertice.

  • Numeri Si parla di una dote di circa 25 miliardi. E di due obiettivi cardine: protezione sociale e crescita del Pil. I margini sono stretti, ma sarà dura fermare il classico «assalto alla diligenza», scrive Carlo Cottarelli.
  • Nodi Ma Draghi dovrà mediare tra i partiti della maggioranza, ognuno pronto a mettere la propria bandierina sui singoli provvedimenti. Le questioni spinose sono: reddito di cittadinanza, quota 100, cuneo fiscale e ammortizzatori sociali. Si ipotizza che il governo voglia destinare 8-9 miliardi per ridurre il cuneo fiscale. Mentre sulle pensioni è ancora tutto da decidere, ma tra le varie cose si parla un allargamento del contratto di espansione alle imprese più piccole per favorire l’assunzione dei giovani.

Scontro annunciato D’altronde, i primi scontri – soprattutto tra Lega e Cinque Stelle – si erano visti con l’approvazione del decreto fisco-lavoro collegato alla manovra, che tra le altre cose ha rifinanziato il reddito di cittadinanza con altri 200 milioni fino a fine anno.

  • Nuovo Rdc Draghi ha difeso il sussidio, ma prepara intanto modifiche ai requisiti per averlo, come ha spiegato anche il ministro del Lavoro Andrea Orlando. Per averlo anche nel 2022 servono altri 800 milioni.
  • Le altre misure Nel decretone omnibus ci sono pure il rifinanziamento della cassa integrazione Covid per altre 13 settimane e della cassa dei dipendenti di Alitalia per altri 12 mesi, le nuove sanzioni per favorire la sicurezza sui luoghi di lavoro, la proroga delle cartelle esattoriali e l’ecobonus.

Il bilancio che vorrei Secondo il centro studi di Confindustria, a fine anno ci sarà una crescita del Pil del +6,1%, seguito da +4,1% nel 2022. E Bonomi auspica una manovra con meno risorse emergenziali, con il taglio del cuneo fiscale e delle imposte dei redditi societari e più risorse per la transizione ambientale.

Farà Gol? Dopo il primo rinvio, la Conferenza Stato-Regioni ha dato il via libera alla ripartizione degli 880 milioni in arrivo come prima tranche di finanziamento della Garanzia di occupabilità dei lavoratori, cioè il programma di riforma delle politiche attive del lavoro.

Buste paga uguali La Camera ha approvato all’unanimità la proposta di legge sulla parità salariale tra uomo e donna (che ora passa al Senato). Tra le novità dei sei articoli, c’è quello della certificazione della parità di genere: le aziende che ottengono questo certificato hanno sgravi fiscali fino a 50mila euro.

 

LAVORATORI COL PASS
Lunedì di prova Dopo l’esordio dell’obbligo del Green Pass al lavoro senza i blocchi e le proteste violente che si temevano alla vigilia, comincia la prima settimana di prova con le nuove regole. Al porto di Trieste, diventata l’ultima trincea degli anti Pass, la polizia ha sgomberato i manifestanti, che annunciano sciopero fino a giovedì. Mentre si registra un forte aumento dei tamponi per ottenere il certificato e crescono anche le assenze per malattia.

  • Le modifiche E oggi scade il termine per presentare gli emendamenti al decreto in Senato, con la Lega e i Cinque Stelle che potrebbero convergere su alcuni punti. Tra le proposte dei grillini, ci sarebbe ad esempio quella di rendere esenti dall’obbligo i lavoratori che svolgono attività all’aperto o in solitaria. I leghisti provano a modificare la norma sulla sospensione dello stipendio.

Deadline 31 ottobre E dopo la manifestazione di piazza San Giovanni a Roma organizzata dalla Cgil in risposta agli attacchi di sabato 9 ottobre, il segretario Maurizio Landini ripropone di introdurre l’obbligo vaccinale e, in vista del 31 ottobre, chiede di prorogare lo stop ai licenziamenti fino a fine anno.

 

MONDO GIG
Sentenza storica Avranno 10mila euro di risarcimento ciascuno i 44 rider che si sono costituiti parte civile nel procedimento per caporalato che ha visto coinvolta Uber Eats Italy e alcune società intermediarie. La decisione è stata presa dal tribunale di Milano, insieme alle prime condanne arrivate per tre imputati che avevano scelto il rito abbreviato. Uno dei titolari delle società intermediarie è stato condannato a 3 anni e 8 mesi con l’accusa di caporalato, mentre per gli altri due imputati sono arrivate condanne per reati fiscali. Disposto anche un risarcimento da 20mila euro per la Cgil.

Area grigia Secondo l’Istat, l’economia «non osservata» in Italia vale 203 miliardi, pari all’11,3% del Pil. Oltre 3,5 milioni i lavoratori irregolari. Ma i dati si riferiscono al 2019, prima della pandemia.

 

LAVORO SOSTENIBILE  «Costruiamo, giorno dopo giorno, un mondo del lavoro competente, produttivo, etico, innovativo». Il progetto di Csr “Road to 2030” di IG Samsic HR risponde pienamente alla visione dell’agenzia. Stefano Magliole, marketing manager, spiega che l’obiettivo è proprio quello di favorire la conoscenza delle aziende nella gestione delle risorse umane per dare la possibilità a tutti di inserirsi e rimanere nel mercato.

 

DOSSIER CALDI
Decollo con riserva La nuova Alitalia è decollata con il nome Ita Airways. Ita ha comprato il marchio a 90 milioni ma non lo userà. Stessi aerei, stessa livrea, stesse divise, ma la nuova società molto più piccola della vecchia compagnia: 2.800 dipendenti e 52 aerei. Il presidente Altavilla ha detto che entro il prossimo anno bisognerà trovare un partner, non solo commerciale. E che il piano prevede il raggiungimento del breakeven operativo a metà 2023. Nel 2022, con i nuovi Airbus azzurri, dovrebbero arrivare anche mille assunzioni, mentre i sindacati continuano i picchetti a Fiumicino.

  • L’economista Andrea Giuricin dice però che la partnership con Lufthansa sarà un’operazione più difficile del previsto.

 

Tempi supplementari Si è chiuso senza accordo il confronto sul licenziamento collettivo per i 322 operai della Whirlpool a Napoli. Per cui in teoria le lettere potrebbero già partire. Il 22 ottobre il giudice si pronuncerà rispetto all’accusa di comportamento antisindacale sollevata dagli operai. Mentre l’unica via d’uscita resta accelerare sulla costituzione del consorzio per la mobilità sostenibile che dovrebbe nascere nel sito. Il piano dovrebbe essere presentato entro metà dicembre.

  • Intanto martedì 19 i sindacati incontrano Orlando (Lavoro) e Giorgetti (Mise).


ORIZZONTI POST QUARANTENA
Alla ricerca della flessibilità Mentre nel mondo si moltiplicano gli esperimenti, Bloomberg ha raccontato perché ha funzionato il test della settimana corta in Islanda su 2.500 lavoratori. Tra le varie cose, sono stati organizzati corsi di formazione sulla gestione del tempo per ridurre le ore di lavoro mantenendo alta la produttività. E si è fatta pulizia anche tra le riunioni, riducendole solo a quelle necessarie.

 

La terza dimensione Il New York Times racconta il nuovo spazio SaksWorks sulla Fifth Avenue: in partnership con WeWork, è stato creato un luogo a metà tra co-working e grandi magazzini. Ci sono luoghi dedicati a incontri e presentazioni di lavoro, ma i coworker possono anche approfittare del parrucchiere e dei centri estetici presenti nella struttura o dare appuntamento agli amici al bar interno.

 

AGENDA

  • Dal 18 ottobre parte il Women’s Forum G20 Italy;
  • Il 19 ottobre la ministra Lamorgese riferisce sulle manifestazioni No Green Pass a Roma del 9 ottobre;
  • Il 20 ottobre Draghi riferisce in Parlamento in vista del Consiglio europeo del 21 e 22 ottobre. Arrivano i dati sull’inflazione nell’Ue;
  • Il 22 ottobre S&P rivede il rating dell’Italia;
  • Questa sarà anche una settimana di trimestrali importanti, da Netflix a Tesla.

 

Buona settimana,

Lidia Baratta

 

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Per segnalazioni, integrazioni, critiche e commenti, puoi scrivere a lidia.baratta@linkiesta.it.

 

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È morto Colin Powell https://www.linkiesta.it/2021/10/morto-colin-powell-84-anni/ https://www.linkiesta.it/2021/10/morto-colin-powell-84-anni/#respond Mon, 18 Oct 2021 12:00:50 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=305870 L’ex segretario di Stato americano è deceduto per complicazioni legate al covid-19. «Era vaccinato. Abbiamo perso un marito, un padre, un nonno straordinario e amorevole e un grande americano», ha scritto in una nota su Facebook la famiglia

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Colin Powell è morto per complicazioni legate al Covid-19. Il primo segretario di stato Usa afroamericano aveva 84 anni. La morte è stata comunicata dalla sua famiglia via Facebook: «Era vaccinato. Vogliamo ringraziare il personale medico del Walter Reed National Medical Center per il loro trattamento premuroso. Abbiamo perso un marito, un padre, un nonno straordinario e amorevole e un grande americano».

Powell ha combatutto come soldato nella guerra del Vietnam ed è diventato il primo consigliere per la sicurezza nazionale nera durante la presidenza di Ronald Reagan. Sotto la presidenza di George H.W. Bush è stato i più giovane e primo presidente afroamericano dei capi di stato maggiore congiunti.

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Too Good To Go sta insegnando ai milanesi a evitare gli sprechi di cibo https://www.linkiesta.it/2021/10/too-good-to-go-app-cibo/ https://www.linkiesta.it/2021/10/too-good-to-go-app-cibo/#respond Mon, 18 Oct 2021 07:50:23 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=305804 Da marzo del 2019 l’app permette a bar, ristoranti e forni di recuperare e vendere online il cibo invenduto “troppo buono per essere buttato”. Il country manager Eugenio Sapora ci ha detto: «Dopo la pandemia ci siamo ritrovati a dover quadruplicare il nostro personale»

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Quasi trentamila pasti al mese, acquistati per pochi euro. Cibo spesso preparato da poco, a disposizione di chi non si può permettere una spesa al supermercato o ha la consapevolezza di quanto il cibo sia bene essenziale. Sono migliaia ogni giorno i milanesi che dal marzo del 2019 – quando l’iniziativa è sbarcata in città – si servono di Too Good To Go, la app che  combatte lo spreco alimentare e, nel farlo, va incontro anche ai bisogni di chi vive in stato di difficoltà.

Too Good To Go permette a bar, ristoranti, forni, pasticcerie, supermercati e hotel di recuperare e vendere online – a prezzi ribassati – il cibo invenduto “troppo buono per essere buttato”. Al cliente viene dato in un sacchetto contenente  prodotti e piatti ancora freschi, che tuttavia per le norme vigenti non possono essere rimessi in vendita il giorno successivo.

Nata nel 2015 in Danimarca con l’obiettivo di combattere lo spreco alimentare, l’applicazione Too Good To Go è presente in 15 paesi d’Europa, negli Stati Uniti e in Canada, e conta ad oggi oltre 40 milioni di utenti.

«Partendo soprattutto dal successo avuto a Milano, ma anche in altre città, ci stiamo espandendo in tutta Italia», spiega Eugenio Sapora, country manager di Too Good To Go. «Scegliere Too Good To Go e i prodotti messi in vendita significa sostenere i commercianti che si impegnano a limitare sprechi di cibo e risorse, ma anche sensibilizzare gli utenti sull’importanza di un consumo consapevole, oltre che riavvicinarli agli esercizi commerciali di prossimità». A Milano gli esercenti che aderiscono attivamente sono più di 1500, principalmente caffetterie, panetterie, pasticcerie, ma anche supermercati e take away.

Su dieci confezioni che vengono messe a disposizione attraverso la app, in media otto vengono vendute, dicono i dati ufficiali. «È una grande soddisfazione» – afferma Sapora – «Milano risponde benissimo a questo impegno, sia da parte degli esercenti, consapevoli dell’importanza di non sprecare cibo, sia da parte degli utenti. Sono persone con poche disponibilità economiche, così come studenti e giovani professionisti attenti alla spesa, ma anche al lato etico dell’iniziativa. La città ha una grande sensibilità».

Oltre alla lotta allo spreco alimentare, c’è in ballo anche la cultura di sostenibilità della filiera alimentare, con l’impatto sull’ambiente e sul cambiamento climatico. L’impegno sociale è dimostrato anche dalla partnership attivata con la Croce Rossa che riguarderà le grandi aziende agroalimentari che destineranno parte del loro prodotto alle persone in difficoltà alimentare.

«L’uscita dalla pandemia ci vede ancora più impegnati» – aggiunge  Sapora – «durante il lockdown avevamo scelto di non  incentivare l’uscita di casa, limitandoci a essere attivi con i supermercati aderenti, che comunque rappresentavano il fulcro della vendita alimentare. Col ritorno alla normalità abbiamo avuto una vera esplosione di richieste da esercenti e di utilizzo del  servizio, ritrovandoci a dover quadruplicare il nostro personale».

C’è poi un risvolto ambientale della lotta allo spreco alimentare. Secondo i parametri Fao, ogni anno vengano sprecate 1,3 miliardi di tonnellate di cibo commestibile, che equivalgono alle emissioni di 3,3 miliardi di tonnellate di CO2). Questo significa che ogni chilo di cibo sprecato equivale a 2,5 kg di CO2. Considerando il valore medio di un chilo per ogni pasto distribuito da Too Good To go, si può dire che l’impegno e la sensibilità dei milanesi consente di abbattere 70 tonnellate di C02 ogni mese. E scusate se è poco.

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Cos’è l’enorme gasdotto Nord Stream 2, e perché è così importante https://www.linkiesta.it/2021/10/cose-gasdotto-nord-stream-2-energia-russia/ https://www.linkiesta.it/2021/10/cose-gasdotto-nord-stream-2-energia-russia/#respond Mon, 18 Oct 2021 07:18:42 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=305801 Secondo gli esperti la carenza di gas in Europa sarebbe dovuta anche a una precisa volontà politica del Cremlino: c’entra il gasdotto che collega direttamente la Russia con la Germania, che è il più grande del mondo

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Il recente aumento del prezzo delle bollette annunciato in Italia per la prima volta a metà settembre dal ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani ha riacceso i riflettori su un tema più vecchio e intricato: la dipendenza europea dal gas russo. L’energia elettrica consumata dentro i confini dell’Unione Europea dipende per il 20% dal gas proveniente dalla Russia. Ma per paesi come l’Italia la percentuale arriva a essere superiore al 40%. Nel 2019, per esempio, è stata del 47%. 

Dallo scorso marzo il prezzo del gas naturale è più che triplicato: dai 18 euro circa per megawattora di marzo agli oltre 60 euro di fine settembre. Succede per via del forte aumento della domanda di energia dovuto alla ripresa dei consumi e quindi delle attività industriali e produttive, ma questo non è l’unico motivo. Secondo diversi esperti la carenza di gas in Europa sarebbe dovuta anche a una precisa volontà politica del Cremlino. Infatti le esportazioni di gas naturale russo soprattutto metano, quello che usiamo quotidianamente in cucina in realtà non sono diminuite ma cresciute: la produzione di Gazprom, la grande azienda statalizzata russa, è cresciuta addirittura del 17.3%, arrivando a superare i 378 miliardi di metri cubi nei primi nove mesi di quest’anno. 

Un ruolo centrale in questa crisi energetica lo ha Nord Stream 2, il gasdotto che collega direttamente la Russia con la Germania, e di conseguenza col resto dell’Unione Europea. A dirlo è stato lo stesso presidente russo Vladimir Putin, che alla conferenza sull’energia tenuta a Mosca ha detto che: «Naturalmente, se potessimo espandere le forniture lungo questa via, allora, al 100%, posso dire con assoluta certezza che la tensione sul mercato europeo dell’energia diminuirebbe significativamente, e questo influenzerebbe i prezzi, ovviamente. Questa è una cosa ovvia».

Nord Stream 2 è il più grande gasdotto al mondo, è lungo 1230 chilometri ed è stato costruito parallelamente a un altro gasdotto, Nord Stream 1, lungo 1224 chilometri. L’idea è quella di potenziare la capacità russa di rifornire la regione dell’Europa occidentale di gas naturale ed è per questo che Putin lo ha citato come la naturale soluzione all’attuale carenza energetica. Il progetto, però, è anche al centro di alcune importanti tensioni politiche.

Nord Stream 2 è stato completato lo scorso settembre con l’ultima parte allacciata sul fondo del Mar Baltico, ma non è ancora entrato in funzione perché si attende il via libera dal governo tedesco. Il gasdotto si inabissa in Russia nei pressi di Vyborg, non lontano dal confine con la Finlandia, e passa a largo delle coste finlandesi per poi sfiorare quelle di Estonia, Lettonia, Svezia, Lituania e Polonia. Infine torna sulla terra ferma in Germania, vicino alla cittadina di Greifswald. Da qui poi si allaccia alla rete di distribuzione dell’Unione Europea. 

Le preoccupazioni nascono perché molti politici e osservatori ritengono che la Russia usi le esportazioni di gas naturale come un’arma politica, per espandere la propria influenza e indebolire il blocco politico europeo. Prima della costruzione dei due gasdotti Nord Stream il gas russo passava via terra, attraverso i territori di Ucraina e Bielorussia. Ora invece, con il completamento di Nord Stream 2, il gas potrà di fatto bypassare i paesi dell’Europa orientale dando al Cremlino la possibilità di applicare pressioni politiche specifiche interrompendo le forniture di gas ai singoli paesi dell’est, mantenendo però il conveniente flusso di esportazioni verso l’Europa occidentale. 

Che questa spaccatura tra Europa dell’est e dell’ovest sia un obiettivo politico della Russia di Vladimir Putin sarebbe evidente anche da decisioni russe prese al di fuori del mercato dell’energia. Durante la campagna vaccinale, per esempio, Mosca ha consegnato a paesi come l’Ungheria e la Serbia significative quantità di vaccino Sputnik V a costo di rimanere indietro con le vaccinazioni in patria. Ma torniamo a Nord Stream: per completare l’opera si è arrivati a un accordo politico, voluto anche dall’amministrazione statunitense di Joe Biden, che prevede formalmente che nel caso in cui la Russia usasse le forniture di gas per isolare o mettere pressione agli stati dell’Europa orientale allora spetterà a Berlino imporre sanzioni contro Mosca. 

Putin ha più volte smentito l’ipotesi per cui il Cremlino starebbe già usando le forniture di gas come leva politica, fatto sta che intorno a Nord Stream 2, nonostante l’opera sia completata da oltre un mese, le preoccupazioni non sembrano placarsi. Paesi come l’Ucraina che è tutt’ora in guerra con la Russia temono di perdere centralità e un’importante fonte di reddito che proveniva proprio dalle tasse applicate al passaggio del gas russo. Lo stesso discorso vale per le Repubbliche Baltiche, che oltre a temere un ipotetico isolamento energetico in futuro, temono anche che questo possa avere effetti diretti sulla loro indipendenza. 

A monte di tutti questi problemi, c’è stata la scelta politica di affidare il mercato energetico europeo a poche fonti di approvvigionamento senza pensare alle conseguenze a lungo termine. Come scrive Robinson Meyer sull’Atlantic: «Nell’ultimo decennio, i governi e le aziende hanno costruito il sistema energetico globale intorno al gas naturale senza pensarci due volte; era il combustibile più economico e facile da integrare nei sistemi esistenti, così la sua quota di produzione di energia è cresciuta sempre di più. Ora si stanno imbattendo per la prima volta nei suoi problemi».

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Grazie ai vaccini siamo pronti ad affrontare nuove varianti, spiega il direttore dell’Aifa https://www.linkiesta.it/2021/10/vaccini-green-pass-aifa-magrini/ https://www.linkiesta.it/2021/10/vaccini-green-pass-aifa-magrini/#respond Mon, 18 Oct 2021 06:42:00 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=305796 Le Lega punta ad abolire quanto prima il certificato verde, la Cgil insiste sull’obbligatorietà. Magrini spiega che con i farmaci a mRna possiamo rispondere ad altre ondate. E intanto oggi scade il termine per la presentazione degli emendamenti al decreto che ha imposto il pass sui luoghi di lavoro

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Il Green Pass è appena entrato in vigore negli uffici pubblici e privati. Ma già si punta ad abolirlo quanto prima e intanto i partiti provano a modificarlo in aula.

Dalla Lega Matteo Salvini e Massimiliano Fedriga lo hanno già chiesto negli scorsi giorni. Il leader del Carroccio ha parlato di stop novembre, mentre il governatore del Friuli Venezia Giulia ha spostato la data a fine anno, con la fine dello stato d’emergenza, a patto che si raggiunga il 90% di italiani vaccinati.

E pure dalla Cgil, dopo la manifestazione antifascista di sabato a Roma, si tornano a chiedere modifiche e l’obbligo del vaccino come soluzione. Susanna Camusso lo dice alla Stampa: «Sarebbe stata un’assunzione di responsabilità che avrebbe messo al centro della discussione il vaccino». E aggiunge: «Credo che si possa aumentare il numero dei vaccinati con un’opera di persuasione, senza il ricatto della punizione per chi non ha il Green Pass. C’è una minoranza inconvincibile, ma ci sono altri indecisi o timorosi che non vanno messi insieme ai fascisti ma accompagnati, convinti».

Il governo, per il momento, non fa previsioni sullo stop al certificato verde. Dal ministero della Salute – come spiega La Stampa – prevale la prudenza. «È presto per discuterne», dice il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri. «Per arrivare ad abolire il Green Pass si deve procedere gradualmente. Dobbiamo ancora riaprire al 100% alcune attività, come le discoteche. Con il passo successivo si tolgono, uno alla volta, alcuni obblighi: prima di indossare la mascherina, poi di mantenere le distanze di sicurezza. Solo alla fine si può affrontare il nodo Green Pass».

Il certificato verde, aggiunge Sileri, «non si può togliere, poi, finché ci sono le terze dosi da fare. Dobbiamo entrare nell’ottica che l’immunità del 90% va mantenuta, non solo raggiunta»

E anche il direttore dell’Agenzia italiana del farmaco (Aifa), Nicola Magrini, al Corriere dice che «il certificato verde è un contributo importante per il ritorno alla normale vita sociale e per potersi muovere con maggiore sicurezza ovunque, in particolare ristoranti, cinema e teatri. Uno strumento prezioso nella pubblica amministrazione e in azienda». Ma aggiunge: «Esiste una fascia residuale di cittadini, in particolare tra gli ultra 50enni, che può essere convinta, purtroppo non azzerata. È una popolazione molto eterogenea, composta da timorosi e incerti e anche da chi vive ancora le paure legate al vaccino AstraZeneca e in particolare ai rarissimi eventi trombotici. Credo che tanti non vaccinati possano essere riavvicinati offrendo i vaccini a mRna. Diversi medici di famiglia mi raccontano di aver notato una maggiore disponibilità nei loro pazienti».

Le mutazioni della Delta, di cui si segnalano già diversi sottotipi, ad esempio nel Regno Unito, però non devono preoccupare – secondo il direttore dell’Aifa. «Che possano insorgere varianti è previsto ma i vaccini basati sulla tecnologia dell’mRna possono essere modificati in pochi mesi per poter rispondere a nuove ondate».

In Gran Bretagna però i contagi sono tornati a crescere. Come si spiega? «Il numero di nuovi casi è molto più elevato che in Italia, ma, in proporzione ai contagi, i morti sono pochi», risponde Magrini. «Ciò significa che la protezione data dai vaccini rimane elevata, dato che là hanno iniziato la campagna di massa 3-4 mesi prima di noi. L’Italia grazie al grande lavoro organizzativo, alle misure di contenimento adottate e all’uso del certificato verde è ora in una situazione migliore rispetto a molti Paesi europei. La circolazione del virus è bassa e il controllo della curva epidemica molto buono».

Oggi siamo tra l’80 e l’85% della copertura vaccinale. Basta per attraversare autunno e inverno senza danni? «Il livello è elevato e garantisce protezione a molti e bassissima circolazione del virus. Contiamo di aumentare la percentuale ancora un po’ per essere maggiormente al sicuro il prossimo inverno ma non bisogna abbassare la guardia e procediamo con le terze dosi».

La terza inoculazione, spiega, «è importantissima per gli immunodepressi, gli ultraottantenni e i fragili ed è importante anche tra i 60 e gli 80 anni. Se riuscissimo a mettere in sicurezza rapidamente almeno le prime tre categorie tra ottobre e novembre avremo preservato i più a rischio per il prossimo inverno».

Green Pass in aula
Oggi, intanto, c’è un’altra scadenza alla quale dal governo si guarda con attenzione: alle 18 scade il termine per la presentazione in Senato degli emendamenti sulla conversione del decreto che ha imposto l’obbligo di Green Pass nei posti di lavoro. «Saranno emendamenti di buonsenso, per eliminare gli aspetti più rigidi del decreto», dice il capogruppo al Senato della Lega Massimiliano Romeo.

Gli emendamenti del Carroccio dovrebbero concentrarsi sui temi più discussi: il prezzo calmierato per i tamponi, l’allungamento della validità dei test, da 48 a 72 ore, l’estensione del certificato ai guariti dal Covid negli ultimi 12 mesi (ora sono sei). I leghisti studiano anche interventi sulla sospensione dallo stipendio per chi non è in possesso del Green Pass e le deroghe per i minori. Tutto però lascia intendere che la Lega eviterà lo scontro frontale per evitare ulteriori fratture interne e con il governo.

Giuseppe Conte sta cercando un punto di caduta tra le diverse spinte che arrivano dal gruppo parlamentare dei Cinque Stelle. Le posizioni dei senatori M5S non sono però così distanti da quelle dei loro colleghi leghisti. Difficile immaginare che siano i Cinque stelle ad appoggiare emendamenti leghisti, anche perché la guerra che Salvini sta facendo al reddito di cittadinanza non aiuta certo a tenere buoni rapporti.

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Da Roma a Torino, l’affluenza ai ballottaggi crolla al 33% https://www.linkiesta.it/2021/10/ballottaggi-torino-roma-astensionismo-valerii-censis/ https://www.linkiesta.it/2021/10/ballottaggi-torino-roma-astensionismo-valerii-censis/#respond Mon, 18 Oct 2021 06:03:55 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=305791 Il secondo turno nelle grandi città si chiude oggi alle 15. Ma cresce l’astensionismo. Valerii, direttore del Censis, spiega che gli italiani sono sfiduciati dalla politica e dai partiti: «Incredibilmente non c’è nessuno che parli del nostro futuro»

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Sarà l’affluenza a fare da ago della bilancia ai ballottaggi nelle grandi città che si chiudono oggi alle 15. Ieri alle 23 nei 65 comuni chiamati a votare si era recato alle urne solo il 33,3% degli aventi diritto, circa 6 punti in meno rispetto al primo turno, quando alla stessa ora aveva votato il 39,86%. Un dato monitorato con attenzione a Roma e Torino, le due grandi città dove si sceglie il nuovo sindaco e dove i partiti giocano una sfida che è anche nazionale.

Nella Capitale, dove già al primo turno aveva votato il 36,82% degli elettori, alle 23 ha votato il 30,87%.  L’affluenza, in particolare, cala – come rileva YouTrend – nei quartieri che al primo turno avevano premiato Virginia Raggi, esclusa dal ballottaggio, o Enrico Michetti, il candidato del centrodestra, mentre la partecipazione resta più alta dove era in testa Roberto Gualtieri.

L’affluenza sarà decisiva anche a Torino, dove il candidato del centrosinistra Stefano Lo Russo aveva ottenuto il 43,8% e Paolo Damilano si era fermato al 38,9%. Anche in questo caso già al primo turno i votanti furono solo il 48,08% e ieri alle 19 eravamo al 25,2%, ossia un elettore su quattro.

Italiani sfiduciati
Ma come spiegare questa affluenza crescente? Massimiliano Valerii, direttore del Censis, al Messaggero spiega che «un calo è fisiologico», ma con l’ulteriore flessione del ballottaggio «si registra un segnale molto preoccupante». Quale? «La sfiducia. Anzi, una sfiducia profonda», risponde.

«La società italiana sta superando la fase dell’anti-politica ma non sa bene dove andare», spiega Valerii. «I consensi raccolti negli anni scorsi dall’anti-politica erano consistenti e aprivano un orizzonte ampio, come la sostituzione di una intera classe dirigente. E infatti, per restare a Roma, nelle comunali del 2016 si registrò un aumento dell’affluenza su quelle del 2013. Ma oggi c’è delusione verso l’anti-politica e quelle energie si stanno disperdendo. Di qui, sul piano politico, il ritorno al non voto che è un segnale di sfiducia. Ma tutti avvertiamo un diffuso vento di sfiducia verso la scienza, un rifiuto della medicina e in generale di soluzioni razionali e moderne».

Certo, aggiunge, «i segnali di serietà e di vitalità della società italiana non mancano: basta vedere il rimbalzo del Pil e l’assegnazione di un premio Nobel. Ma a fronte di questi indubbi successi è difficile capire come mai ben 4 milioni di lavoratori italiani su circa 23 milioni non si siano ancora vaccinati».

La spiegazione, secondo il direttore del Censis, è che «si sono formate aspettative sociali disattese». E «per capire meglio gli umori degli italiani che emergono in questi giorni dobbiamo partire da due paletti. Il primo: la depressione della domanda interna. I consumi delle famiglie alla fine del 2019 erano più bassi di quelli del 2007, cioè dell’anno precedente alla grande crisi finanziaria. Poi è arrivato il Covid e si sono aggiunti altri due anni di freno e di paura». E il secondo paletto è che «in Italia si parla dalla mattina alla sera di argomenti “piccoli” o legati alla cronaca ma non delle scelte profonde, essenziali per far uscire il Paese dall’incubo del declino».

Valerii spiega che «incredibilmente non c’è nessuno che parli del nostro futuro». Nonostante stiano arrivano 200 miliardi di fondi europei, «non c’è certezza sulla capacità del Paese di crescere a un buon livello per più anni. Andiamo a guardare le previsioni del governo. Più 6% quest’anno, benissimo. Ma già rallentiamo l’anno prossimo e poi continuiamo a scendere… È questo buco nero di consapevolezza che genera una sfiducia profonda, che supera le pur ottime prove che la società italiana sta dando».

Dunque l’astensione e i no vax sarebbero solo la spia di un malessere più generale e più profondo, dice. «Si avverte una mancanza di prospettiva strategica nonostante il buon momento dell’Italia fatto di tanti vaccinati, di crescita, dell’enorme quantità di risorse europee e dall’arrivo di un personaggio della levatura di Mario Draghi che, assieme alla competenza di alcuni suoi ministri, ha il merito d’aver calmato i nervi degli italiani».

Cosa fare per ritrovare fiducia? «Dobbiamo sciogliere nodi complessi e strategici e invece politici e media si impegnano su baruffe di cortissimo respiro. Devono smetterla, ci stanno rubando il futuro».

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La manovra di Draghi alla prova dei veti dei partiti https://www.linkiesta.it/2021/10/legge-bilancio-draghi/ https://www.linkiesta.it/2021/10/legge-bilancio-draghi/#respond Mon, 18 Oct 2021 05:43:17 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=305787 Oggi il governo invia a Bruxelles lo schema di legge di bilancio. La Lega vuole eliminare il sussidio di cittadinanza e difende Quota 100. Il Movimento Cinque Stelle chiede il ritorno del cashback, il Pd punta sul taglio del cuneo

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Protezione sociale e della crescita del Pil. Sono questi i due pilastri della prima legge di bilancio del governo Draghi – scrive Repubblica – che potrebbe arrivare fino a 25 miliardi. Oggi dovrebbe essere spedito alla Commissione europea il Documento programmatico di bilancio, con la griglia delle misure che finiranno nella manovra economica. E poi in settimana dovrebbe essere varata la finanziaria. Ma tutto fa pensare che ci sarà uno slittamento, d’altra parte la scadenza del 20 ottobre non è perentoria. Il presidente del Consiglio Mario Draghi si concentrerà sul Consiglio europeo di questa settimana. Difficile, spiegano da Palazzo Chigi, che venerdì, al suo ritorno, ci sarà il cdm decisivo per la finanziaria.

La politica economica espansiva non verrà dunque abbandonata. E lo sarà finché il Pil e l’occupazione – è questa la strategia di Draghi e del ministro dell’Economia, Daniele Franco – non saranno tornati ai livelli precedenti la pandemia e avranno recuperato anche la mancata crescita rispetto al 2019.

Passato il voto nelle grandi città, Draghi intende mettere un punto ai provvedimenti rimasti in sospeso, sapendo che si dovrà trovare un equilibrio innanzitutto nel reticolo di veti opposti al premier dai partiti e le risorse a disposizione. Il centrodestra tutto è sul piede di guerra per abbattere il Reddito di cittadinanza. La Lega, però, vuole anche una soluzione sulle pensioni che vada bene a Matteo Salvini, visto che dovrebbe finire Quota 100. Il M5S, in trincea per difendere il Rdc, chiederà di tornare al cashback. Il Pd invece si concentra sul cuneo fiscale e sul complicato finanziamento degli ammortizzatori sociali.

Draghi negozierà con tutti i partiti che lo sostengono. Ciascuno ha le sue “bandierine” e con nessuno intende andare allo scontro. Tuttavia gli interventi non dovranno essere in contrasto con l’obiettivo di dare una spinta alla crescita.

Tasse
La stessa riforma del sistema fiscale (per ora una legge delega piuttosto generica) è finalizzata alla crescita del Pil. E il primo pacchetto di misure, inserito nella legge di bilancio, dovrebbe riguardare la riduzione del cuneo fiscale e contributivo che appesantisce il costo del lavoro delle aziende e alleggerisce il netto delle buste paga dei lavoratori. Al taglio del cuneo potrebbero essere riservati fino a 8-9 miliardi per liberare risorse per gli investimenti aziendali e favorire la ripresa dei consumi interni. Sul primo passo sulla riforma fiscale è possibile una convergenza, visto che i partiti hanno incassato l’impegno a non alzare le tasse. Ma sulle altre partite lo scenario è diverso.

Quota 100
La bandiera della Lega di Salvini si chiama Quota 100. Il meccanismo, introdotto dal governo giallo-verde del primo governo Conte, consente di andare in pensione una volta raggiunta la quota sommando età anagrafica e anni di contribuzione a partire da 62 anni di età e 38 di contributi. Alla fine dell’anno scade. La Lega ne chiede la conferma, i sindacati, con il Pd, propongono soluzioni flessibili a cominciare da 62 anni. Questo per evitare lo scalone che altrimenti si verificherebbe dal primo gennaio del 2022, dal momento che l’età pensionabile è quella fissata con la legge Fornero a 67 anni di età. Draghi sa che il tema va affrontato, ma non confermando Quota 100, anche perché la misura ha fallito nel presunto obiettivo di favorire l’occupazione giovanile, senza dimenticare che è stata usata poco.

Si riparta da Quota 41, dicono nella Lega, ma dal Tesoro sono d’accordo. Costerebbe 4,3 miliardi nel 2022, 6 nel 2023, e oltre 9 miliardi come tendenza. Uno sproposito. Meglio, dicono, concentrarsi sull’ampliamento delle pensioni anticipate per i lavori usuranti: costerebbe solo un miliardo per i primi tre anni.

La ex ministra Elsa Fornero sulla Stampa spiega che sia Quota 102 sia Quota 41 «riprodurrebbero quella ingiustizia nei confronti delle nuove generazioni rispetto alle quali noi stiamo sempre a piangere salvo poi non essere mai conseguenti. Non solo non sarebbe saggio, ma sarebbe ripetere politiche del passato che non mi pare abbiamo fatto bene al Paese».

Reddito di cittadinanza
Questione spinosa anche quella del reddito di cittadinanza, bandiera dei Cinque Stelle. Soprattutto come strumento di politiche attive per il lavoro. Questione che Draghi vuole rivedere, e non è un caso che abbia rimosso dall’Anpal il presidente Mimmo Parisi voluto dai Cinquestelle. Ma senza scardinare il reddito per la lotta alla povertà. Il punto è che va corretto per migliorarne l’efficacia: dal sostegno alle famiglie numerose all’accesso per i cittadini provenienti da Paesi esteri.

Le sfide saranno due: ricalcolare il finanziamento necessario per il 2022 e ridefinire i destinatari. Se, come sembra, si arriverà a rimodulare in maniera decrescente l’assegno per i circa 1,2 milioni (su oltre 3,5 milioni) beneficiari «occupabili», le coperture cambieranno.

Ammortizzatori sociali
I soldi del reddito potrebbero in parte finire nella riforma degli ammortizzatori sociali, da agganciare a quella delle politiche attive del lavoro, come vorrebbe il ministro Andrea Orlando, alla ricerca di risorse dalla scorsa estate per rendere quanto più universali le protezioni. Orlando ha chiesto 8 miliardi. Franco è fermo su 3-4.

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I problemi cronici della difesa europea e la strada obbligata verso il federalismo https://www.linkiesta.it/2021/10/difesa-europea-problemi-ue/ https://www.linkiesta.it/2021/10/difesa-europea-problemi-ue/#respond Mon, 18 Oct 2021 03:00:53 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=305577 Salvaguardando la tipicità di alcuni aspetti culturali e delle tradizioni secolari, la politica estera, fiscale, militare e (ma solo per alcuni aspetti) quella giuridica devono avere un’unica guida, un unico governo, una sola capitale

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La presidente della Commissione Ursula von der Leyen sembra intenzionata a far di tutto per concretizzare l’ipotesi di una forza di difesa unitaria europea composta da almeno 1.500 militari (in un primo momento si parlò di 5.000). Anche in Italia pare esserci un diffuso consenso verso l’ipotesi di un esercito comune e in questo senso si è espresso recentemente il presidente del Consiglio, Mario Draghi, come prima di lui lo aveva fatto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Alcuni politici di varia provenienza hanno fatto loro eco. 

Chi scrive è da lungo tempo favorevolissimo a questa ipotesi ma, nei fatti, la strada della realizzazione di un esercito europeo sembra lastricata più da ostacoli che da concretezza. Parlare di una forza così ridotta potrebbe essere visto come il primo gradino di una scala destinata a crescere e, se così fosse, ci sarebbe solo da compiacersi.

Il problema principale tuttavia sta nel capire da chi questa forza, grande o piccola che possa essere, dovrà dipendere e soprattutto quali saranno le regole di ingaggio e chi le detterà. 

Così come è strutturata oggi l’Unione europea a 27, risulta poco credibile l’ipotesi di costituire un unico comando sovranazionale anche se questa è una condizione base per ogni esercito. Perfino nella Nato il comando vero è sempre uno: americano. Inoltre, considerato che ogni Paese membro dell’Unione persegue da sempre una propria politica estera, chi deciderà per cosa e dove impiegare questi militari? È evidente che, se valesse anche lì la regola dell’unanimità, l’efficacia di questa forza armata sarebbe del tutto evanescente perfino in funzione di deterrenza. 

Possiamo dircelo, seppur con amarezza? Il fulcro del problema è che l’Unione europea, così come la conosciamo e come è venuta strutturandosi nel corso degli anni, è obsoleta.

Se la guardiamo solamente dal punto di vista del mercato siamo di fronte a un evidente successo. Con alcune pecche, ma pur sempre un successo. Se, tuttavia, pensiamo all’Europa come un protagonista politico nel mondo globalizzato ne siamo lontani anni luce. In un mondo multipolare che ha visto il sorgere di nuove potenze l’Europa semplicemente non esiste.

Per confermarlo basta analizzare tutte le crisi internazionali degli ultimi vent’anni, ultima quella afghana, per accorgerci che nemmeno il Paese europeo più forte, la Germania, ha e avrà mai voce in capitolo presentandosi da sola. È proprio per la differenza di dimensioni e di potere negoziale che, dalla Cina agli Stati Uniti alla Russia, tutti hanno interesse a dialogare con i singoli Stati e non con un’Europa che si presenti con una sola voce.

Se i Paesi europei non vogliono essere considerati sempre più quali piccole colonie oggetto di ricatti di ogni genere, è indispensabile che aumentino il loro peso di interlocutori politici, un peso che deve essere almeno alla pari col peso economico globale del nostro continente. Per farlo non c’è che una soluzione: una nuova Europa che non sia più solo un’unione economica ma che si presenti al mondo anche come un’unione politica.

Impossibile? Se insistiamo nella necessità che tutti i 27 Stati membri dell’Unione attuale siano d’accordo, la risposta è: sì, non si farà mai! Il recente atteggiamento del governo polacco, subito affiancato da quello di Budapest, sta a dimostrarlo, se mai ce ne fosse stato bisogno.

Allora? Occorre cominciare a pensare di chiudere questo stadio evolutivo e passare a un gradino superiore. Non tutti i 27 sono d’accordo? Meglio così! Perfino l’uscita del Regno Unito dall’Unione può essere vista come una benedizione. Londra è sempre stata il maggiore ostacolo verso una più profonda integrazione e, oggi, il suo ruolo impedente è svolto dai Paesi di Visegrád, Polonia in testa. È necessario che i politici europei comincino a ragionare concretamente su di una Europa a due velocità: a una aderiranno quelli favorevoli a una vera integrazione e gli altri si limiteranno al mercato comune, sempre che lo vogliano. 

La strada da seguire è la costruzione di un vero federalismo europeo nel quale, salvaguardando la tipicità di alcuni aspetti culturali e di tradizioni secolari (che rimarranno competenza dei singoli Stati) la politica estera, quella della difesa, quella fiscale e, solo per alcuni aspetti, quella giuridica, abbiano un’unica guida, un unico governo, una sola capitale. 

Da italiano arrivo a sostenere che non mi interessa se questa capitale sarà Roma o Berlino o Parigi o Bruxelles o qualunque altra città, ciò che interessa è che ci sia un Parlamento con vere funzioni legislative, democraticamente eletto dai cittadini dei Paesi membri della Federazione e un governo che ne sia la naturale espressione. 

Sembra un’utopia, ma è piuttosto una necessità. Se non si andrà velocemente su questa strada non soltanto l’esercito europeo resterà una chimera (o una scatola vuota) ma tutti i Paesi europei che oggi si credono ancora potenti finiranno per avere internazionalmente lo stesso peso di qualunque Stato di terz’ordine. E nessuno creda che ciò non avrà influenza negativa su quello che è il nostro benessere attuale. 

Da cittadino, da ex parlamentare ben conscio che si tratta di una scelta non priva di rischi e difficoltà di vario genere, chiedo che i nostri politici in carica inizino a discutere fattivamente con i colleghi dei Paesi interessati per identificare le basi comuni da cui partire per raggiungere al più presto questo obiettivo.

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Com’è andato il Salone del libro di Torino (video) https://www.linkiesta.it/2021/10/come-andato-il-salone-del-libro-di-torino-video/ https://www.linkiesta.it/2021/10/come-andato-il-salone-del-libro-di-torino-video/#respond Mon, 18 Oct 2021 03:00:53 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=305710 Intellettuali, librai, operatori del settore nel resoconto filmato di questa edizione a cura del main partner Intesa San Paolo

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Dopo una sosta forzata, causata dalla pandemia, è tornato il Salone del Libro, con un’edizione nuova e piena di spunti. L’appuntamento torinese, dal titolo “Vita Supernova”, ha riaperto il 14 ottobre, per una cinque giorni all’insegna della cultura, della condivisione e della letteratura.

Il Salone, organizzato nella tradizionale cornice di Lingotto Fiere, si rivolge a un pubblico ampio e variegato, che trascende i soli addetti ai lavori, con il desiderio di «difendere il significato che l’arte e la cultura hanno per il nostro Paese anche dal punto di vista economico e occupazionale» ha commentato Michele Coppola, Executive Director Arte, Cultura e Beni Storici di Intesa Sanpaolo, main partner dell’evento.

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