Linkiesta.it https://www.linkiesta.it News Linkiesta.it Thu, 29 Jul 2021 16:06:02 +0000 it-IT hourly 1 https://i2.wp.com/www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2020/04/cropped-linkiestalogosquare3x.png?fit=32%2C32&ssl=1 Linkiesta.it https://www.linkiesta.it 32 32 174743883 Il talento di Calasso è stato riportare il saggio nell’alveo naturale della narrazione https://www.linkiesta.it/2021/07/calasso-morto-adelphi/ https://www.linkiesta.it/2021/07/calasso-morto-adelphi/#respond Thu, 29 Jul 2021 15:40:11 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=290018 Pubblicati proprio nel giorno della morte dello scrittore ed editore, Memè Scianca e Bobi sono due esercizi di ritrattistica: un gruppo di famiglia in interni e un ritratto a figura intera, dove l’autore si ritrae in un angolo, rivolto al lettore. È propria degli scrittori-lettori, questa posa, questo definirsi in figura di testimone e negromante

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Il primo testo di Roberto Calasso che ho letto è stato Monologo fatale, il saggio posto a seguito dell’Ecce homo di Friedrich Nietzsche. (Il titolo non ammetteva repliche e la cosa per me era risolutiva). Una rivelazione: scoprivo un grande lettore e uno scrittore notevole. Un paio d’anni prima, era il 1982, avevo scoperto un altro grande lettore e scrittore, Cesare Garboli: la sua prefazione all’edizione Einaudi dei Diari di Antonio Delfini lo sanciva. Cesare Garboli e Roberto Calasso, sono opposti e complementari: Garboli vede il mondo sub specie formae, Calasso sub specie imaginis. (Non c’è niente di più umano della Forma; niente attiene agli dèi più della Imago, l’Immagine). Entrambi refrattari alla Teoria letteraria, molesta macchina celibe e atta al meretricio accademico, operavano una vera rivoluzione letteraria: riportavano il saggio, l’essai, nell’alveo naturale della narrazione. Cosa ci fosse dietro la mossa nel caso di Calasso lo avremmo scoperto con le opere seguenti, parti del “libro unico” che è andato scrivendo, a sua volta parte del più ampio libro unico che è Adelphi. Ora due testi in dittico offrono nuovi spunti.

Due esercizi di ritrattistica: un gruppo di famiglia in interni e un ritratto a figura intera – dove l’autore si ritrae in un angolo, rivolto al lettore. È propria degli scrittori-lettori, questa posa, questo definirsi in figura di testimone e negromante. (Calasso sa bene come trarre partito da quella posizione, non a caso a portata del sipario). In questi due esercizi di figura è un suo alter ego a muoversi in scena.

Nel primo, preso il nome di Memè Scianca (al lettore scoprire cosa c’è dietro), dice la famiglia di buoni studi e migliori letture, genealogia favorevole e ruoli importanti che è la sua, nella Firenze del periodo di guerra e poco oltre. Tutto nella norma di una solida borghesia, non fosse che la parola “famiglia” qui si estende all’accezione di famiglia spirituale. Ogni figura spicca di tratti netti e vita propria: il nonno materno Ernesto Codignola, pedagogista e tra i fondatori della casa editrice La Nuova Italia; lo zio Tristano Codignola, giurista e leader del Partito d’Azione (“un partito fatto soltanto di intellettuali (…) capace di imprimere alla vita politica italiana un certo tono – e non molto di più. Ma non era poco”) e poi co-fondatore della casa editrice Carocci; e la madre Melisenda, figura di riverbero e di finezza, laureata con una tesi su uno dei Moralia di Plutarco e in seguito studiosa delle traduzioni di Hölderlin da Pindaro ma “fedele al suo inesauribile Balzac” – c’è tutto quel che poteva servire, al meglio. Intorno, la Firenze ancora praticabile di quegli anni.

C’è un passaggio del libro, rituale, dove si dice di una copia di Les Fleurs du Mal, nell’edizione Crès del 1930 (“venusta alla palpazione”, a dire di Gianfranco Contini) il cui primo risguardo recita “la” storia: “Innanzitutto si vede un timbro ovale: «Fondo E. Codignola». In cima alla pagina, la dedica originaria: «a Maria il suo Ernesto», senza data. Poco sotto: «e Maria alla loro Melisenda. Nel settembre 1975». Ancora più sotto: A Roberto. Melisenda 15.12.2002»”. Una famiglia spirituale, per l’appunto. Lettura, studio, editoria – e senza soluzione di continuità. Più un pensiero decisivo: “questa idea di uno scritto che nasce da un altro scritto, lo rielabora, gli aggiunge qualcosa che prima non c’era, mi sembrava qualcosa da seguire”. Il resto sarebbe venuto: non a Firenze, a Roma. Entra Bobi, al secolo Bazlen.

Bazlen (“il cugino Bobi” lo diceva a Firenze il pittore Giorgio Settala) lo troviamo dapprima nella camera ammobiliata di via Margutta, non lontano dall’angolo magico tra via Condotti e Piazza di Spagna dove si coglieva “la più alta concentrazione di eleganza e avventurosità” della Roma “incredula” d’allora, già coperta da quella “foschia di parole” che non l’avrebbe più lasciata. Bazlen è già oltre, un passo in là. Lo ritroviamo ancora più defilato, a un passo dalla impermanenza, di passaggio nel primo ufficio milanese di Adelphi, in una palazzo su un cortile di via Morigi, dove Luciano Foà “sedeva in permanenza” e Claudio Rugafiori abitava in mansarda (Calasso e Rugafiori erano detti da Bazlen “i mutanti”): tutti presi dalla avventura di Adelphi, di cui Bazlen aveva stilato il sintetico e visionario programma: “Faremo solo i libri che ci piacciono molto”. L’unico programma degno. 

Bobi Bazlen era un Messaggero. Questo è stato: punto. Roberto Calasso l’aveva ben compreso, non lo dice e lo indica. Bastano le forme di parole che erano lui, Bobi Bazlen: i libri unici (“dovevano nascere da un’esperienza diretta dell’autore, vissuta e trasformata in qualcosa che spiccasse, solitario e autosufficiente”), la primavoltità, (“il legame tra qualcosa che era successo e chi gli dava un nome”), e così altre. Calasso ha fatto tesoro di questo come editore, non ha dimenticato e oggi lo dice, in poche parole proprie: “L’opera compiuta di Bazlen fu Adelphi”. Dove il passato remoto rende onore e indica l’origine.

Infine, in quelle camminate romane, lontani dalle idee correnti (“ed erano tante, allora – e pesanti, difficili da smuovere”), che il messaggero aveva attraversate (“in un tempo remoto, come malattie infantili”) e lasciate indietro, inservibili quali erano, cosa il messaggero indicava? L’essenziale. “Bazlen fu per me quell’essenziale”, dice Calasso. Quello che poi troverà in Kafka.

Ecco Kafka, citato nel saggio di Calasso Lo splendore velato, posto a seguire l’edizione da lui curata degli Aforismi di Zürau: “È senz’altro pensabile che lo splendore della vita circondi chiunque, e sempre nella sua intera pienezza, accessibile ma velato, nel profondo, invisibile, molto lontano. Però esso sta lì, non ostile, non riluttante, non sordo. Se lo si chiama con la parola giusta, con il nome giusto, allora viene”. Eccolo, l’essenziale.

P.S. Mentre finivo di scrivere ho saputo della morte di Roberto Calasso, nel giorno della pubblicazione di Memè Scianca e di Bobi. Mi sono fermato. Non dirò i pensieri e il silenzio. Ho subito pensato che pubblicare il testo così com’era fosse il miglior saluto all’editore e allo scrittore. Mi piace pensare che C. abbia sollevato quel velo.

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È morto Roberto Calasso, scrittore e direttore editoriale di Adelphi https://www.linkiesta.it/2021/07/morto-roberto-calasso-adelphi/ https://www.linkiesta.it/2021/07/morto-roberto-calasso-adelphi/#respond Thu, 29 Jul 2021 08:20:15 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=289881 Scomparso nella notte a Milano, era malato da tempo. Dal 1971 era presidente della casa editrice italiana. Proprio oggi escono in libreria i suoi ultimi titoli, “Bobi” e “Memé Scianca”

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Roberto Calasso, scrittore e direttore editoriale della casa editrice Adelphi è morto a Milano. Aveva 80 anni ed era malato da tempo. Sotto la sua direzione Adelphi è diventata uno dei marchi più importanti nell’editoria. Proprio oggi escono in libreria i suoi ultimi titoli, “Bobi” e “Memé Scianca”.

Nato a Firenze nel 1941, Calasso si era laureato in Letteratura inglese e poi era entrato giovanissimo a lavorare nella casa editrice Adelphi, fondata nel 1963, a cui ha dedicato tutta la vita. Nel 1971 ne era diventato direttore editoriale. A partire dagli anni Ottanta aveva anche cominciato una carriera di scrittore. Il suo libro più famoso è Le nozze di Cadmo e Armonia del 1988.

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Google, Facebook e Netflix chiedono il vaccino obbligatorio negli uffici e sul set https://www.linkiesta.it/2021/07/google-facebook-netflix-vaccino-obbligatorio/ https://www.linkiesta.it/2021/07/google-facebook-netflix-vaccino-obbligatorio/#respond Thu, 29 Jul 2021 06:48:14 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=289869 I picchi di infezioni dovuti alla variante Delta del virus hanno aumentato le preoccupazioni negli Stati Uniti. «Chiunque venga a lavorare nei nostri campus dovrà essere vaccinato», ha annunciato Sundar Pichai, ad di Mountain View. Oggi Biden dovrebbe annunciare che richiederà a circa due milioni di lavoratori federali di farsi vaccinare o sottoporsi al test anti-Covid

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L’amministratore di Google Sundar Pichai ha rinviato il rientro in ufficio dei dipendenti al 18 ottobre, comunicando però che potrà tornarvi solo chi è vaccinato. La stessa politica sarà adottata anche da Facebook. E pure da Netflix per i suoi set di film e serie tv. Nel frattempo, il presidente americano Joe Biden dovrebbe annunciare oggi che richiederà a circa due milioni di lavoratori federali di farsi vaccinare o di sottoporsi a rigorose misure di test.

Mentre in Italia si discute del Green Pass sui luoghi di lavoro, i picchi di infezioni dovuti alla variante Delta del virus hanno aumentato le preoccupazioni negli Stati Uniti e rinviato il rientro dei lavoratori in presenza – come racconta il New York Times.

«Chiunque venga a lavorare nei nostri campus dovrà essere vaccinato», ha spiegato Pichai in un post sul blog di Google. «Implementeremo questa politica negli Stati Uniti nelle prossime settimane e la estenderemo ad altre regioni nei prossimi mesi. Spero che questi passaggi diano a tutti una maggiore tranquillità quando gli uffici riapriranno», ha aggiunto Pichai. «Vedere i “googler” insieme negli uffici nelle ultime settimane mi ha riempito di ottimismo e non vedo l’ora che arrivino giorni migliori». E «anche se il virus continua a emergere in molte parti del mondo, è incoraggiante vedere tassi di vaccinazione molto elevati per la nostra comunità di Google in aree in cui i vaccini sono ampiamente disponibili». Google vieterà ai dipendenti non vaccinati l’ingresso nei campus ed estenderà lo smart working da casa fino al 18 ottobre.

Anche Facebook ha diffuso un annuncio del tutto simile. Lori Goler, Vp of People di Facebook, ha confermato a TechCrunch una politica simile per il gigante dei social media. «Quando i nostri uffici riapriranno, richiederemo a chiunque venga a lavorare in uno dei nostri campus statunitensi di essere vaccinato», scrive Goler. «Il modo in cui implementeremo questa politica dipenderà dalle condizioni e dai regolamenti locali. Avremo un percorso differenziale per coloro che non possono essere vaccinati per motivi medici o di altro tipo e valuteremo il nostro approccio in altre regioni man mano che la situazione si evolve. Continuiamo a lavorare con gli esperti per garantire che i nostri piani di ritorno in ufficio diano priorità alla salute e alla sicurezza di tutti».

Alla richiesta del vaccino obbligatorio si è accodata anche Netflix. Come rivelato da Deadline, i vaccini saranno obbligatori per i cast di tutte le produzioni statunitensi, così come per tutti i lavoratori che entrano in contatto con i set. I nuovi protocolli di ritorno al lavoro concordati dai sindacati di Hollywood e dai principali studios la scorsa settimana offrono infatti ai produttori «la possibilità di implementare politiche di vaccinazione obbligatorie per cast e troupe».

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Spazio anche ai giovani professionisti per gli incarichi del Recovery Plan https://www.linkiesta.it/2021/07/giovani-professionisti-recovery-plan-dl-reclutamento/ https://www.linkiesta.it/2021/07/giovani-professionisti-recovery-plan-dl-reclutamento/#respond Thu, 29 Jul 2021 06:13:28 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=289863 Cancellato nel decreto reclutamento il requisito dei cinque anni di iscrizione in un albo e apertura alle professioni non ordinistiche. Oggi la fiducia al Senato

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Anche i professionisti più giovani e quelli dei settori senza ordine potranno ambire agli incarichi nella pubblica amministrazione legati al Recovery Plan. È uno dei due correttivi, insieme allo stop alla mobilità libera negli enti locali senza autorizzazione preventiva, approvati ieri sul decreto reclutamento nella pubblica amministrazione in vista del Recovery Plan. Il provvedimento ha concluso ieri sera – come spiega Il Sole 24 Ore – l’esame alle commissioni riunite Affari e Giustizia del Senato e arriverà oggi al voto in aula, accompagnato dalla fiducia. Una scelta dettata dal calendario serrato, ma anche dalla necessità di tenere il decreto al riparo dalle pressioni per le nuove assunzioni nei ministeri che si erano viste in partenza.

A settembre il ministro della Pubblica amministrazione lancerà il portale per il reclutamento, dove verranno riunite tutte le selezioni. Da questa piattaforma, sul modello di Linkedin, passeranno anche gli incarichi di collaborazione ai professionisti che – insieme ai contratti a tempo determinato per il personale di «alta specializzazione» – rappresentano per il governo una delle leve principali per rinforzare in fretta la capacità amministrativa pubblica. Con l’emendamento approvato ieri, però, la platea dei professionisti che potranno ambire agli incarichi si allarga in due direzioni: cade il requisito che chiedeva almeno cinque anni di iscrizione all’ordine o all’albo per partecipare alle selezioni, e l’offerta si estende alle professioni non ordinistiche.

Un altro emendamento va invece incontro alle richieste degli enti locali, che temevano il rischio di fuga del personale verso altri comparti con l’avvio della mobilità senza obbligo di autorizzazione. Il dipendenti di Comuni, Città metropolitane e province dovranno dunque continuare a chiedere il via libera all’amministrazione di appartenenza. Si liberalizza invece la mobilità tra le amministrazioni per i dirigenti, finora vincolati a limiti percentuali.

Un ulteriore correttivo, infine, prova a rafforzare le possibilità di successo del concorso Sud dopo il magro risultato ottenuto dalla prima edizione, con il 47% dei posti rimasto scoperto. Si introduce il requisito del titolo di studio «coerente» con i profili richiesti in alternativa a quello delle «professionalità correlate» alla capacità di gestione dei fondi Ue, nel tentativo di superare i vincoli fissati dalla legge di bilancio del governo Conte 2, colpevoli – secondo Brunetta – del flop della prima selezione.

 

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Draghi media con Salvini sulla giustizia e prende tempo sulla scuola https://www.linkiesta.it/2021/07/salvini-draghi-scuola-giustizia/ https://www.linkiesta.it/2021/07/salvini-draghi-scuola-giustizia/#respond Thu, 29 Jul 2021 05:53:02 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=289856 Dopo giorni di tensione, ieri il faccia a faccia tra il premier e il leader della Lega che offre il proprio sostegno per mediare sulla riforma Cartabia e ottiene in cambio una frenata sul capitolo delle misure anti-Covid. Il presidente del Consiglio accetta di concedere un’altra settimana per decidere sull’obbligo vaccinale per il personale scolastico

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Il premier Mario Draghi ha preferito la via della prudenza, evitando di concentrare in 48 ore la nuova stretta sulla scuola da un lato e la mediazione definitiva sulla giustizia. Meglio un passo alla volta: incassare prima l’accordo sulla riforma del processo penale e poi, la prossima settimana, passare alla decisione sugli obblighi richiesti al personale scolastico per il rientro in aula.

La decisione è arrivata dopo il faccia a faccia di ieri con Matteo Salvini. Il leader della Lega, scrive Repubblica, gli avrebbe chiesto di rallentare, offrendo il proprio sostegno sulla giustizia. Un sostegno che non è gratis, ovviamente. In cambio, Salvini ottiene una frenata sul capitolo delle misure anti-Covid. Entro giovedì prossimo si interverrà comunque sulla scuola, ma forse rimandando alla seconda metà di agosto alcuni interventi sul green pass e i trasporti.

Il colloquio con Salvini viene definito «proficuo e cordiale» dallo staff di Palazzo Chigi. Ma arriva dopo giorni di tensione, seguiti alla frase di Draghi in conferenza stampa «L’appello a non vaccinarsi è un appello a morire». Draghi non rinnega la sua posizione, ma accetta di prendere una settimana di tempo e di rallentare sulle misure contro la pandemia.

La scelta di Draghi è legata prima di tutta a una ragione: chiudere prima il capitolo della giustizia, che sembra aver inceppato ogni altra mediazione nella maggioranza. Come scrive La Stampa, ieri Draghi avrebbe telefonato a tutti i leader dei partiti di maggioranza per chiedere lo stop ai «giochi al rialzo». E la speranza è che si possa arrivare a una sintesi già oggi.

Portare a casa la riforma Cartabia, dunque, diventa prioritario. E farlo senza arrivare alla fiducia risulta la strada migliore per evitare problemi ulteriori. Ma non è facile, dopo che nelle ultime ore la Lega si è schierata al fianco di Forza Italia, in una pericolosa «asta degli emendamenti» tra Cinque Stelle e il centrodestra. Il Movimento ha presentato al ministero della Giustizia un elenco con sette richieste.

Palazzo Chigi alla fine confida nel senso di responsabilità. Salvini si offre come garante e propone di mediare. E il premier accetta di concedere altri giorni sulla scuola, dribblando per giunta la pericolosa saldatura tra il mondo della scuola e la pressione politica di Lega e Cinque Stelle, ostili all’obbligo vaccinale.

L’intervento dovrebbe essere varato comunque al massimo giovedì in consiglio dei ministri. L’obbligo vaccinale resta la soluzione più semplice, e anche la preferita di Draghi, Roberto Speranza, del Pd e di Forza Italia. Ma la Lega e i Cinque Stelle frenano. I sindacati tentennano. E dunque, si fa spazio l’ipotesi di imporre l’obbligo con un meccanismo «progressivo». Si chiederebbe al personale docente di vaccinarsi, ma immaginando un meccanismo sanzionatorio a più livelli: prima richiamo, poi trasferimento, infine sospensione. A questo, si aggiungerebbe un altro distinguo: l’imposizione potrebbe valere solo per i professori, a strettissimo contatto con gli studenti, e non per il resto del personale scolastico.

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La formidabile lezione politica di Marco Pannella https://www.linkiesta.it/2021/07/marco-pannella-pane-lavoro-ecologia-politica/ https://www.linkiesta.it/2021/07/marco-pannella-pane-lavoro-ecologia-politica/#respond Thu, 29 Jul 2021 04:00:57 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=289763 Alfonso Pecoraro Scanio racconta la straordinaria carriera del leader radicale. Dalle campagne e i referendum per il divorzio, i diritti civili, l’antiproibizionismo, lo stop ai finanziamenti ai partiti, al suo spirito ghandiano e l’impegno su carceri e giustizia

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Il primo gruppo parlamentare antinucleare
Marco Pannella ha fatto la storia del Partito radicale. Leader carismatico, è stato uno dei quattro deputati con cui i Radicali entrano per la prima volta in Parlamento dopo le elezioni del 20 e 21 giugno 1976.

Il Partito radicale nasce da una scissione a sinistra del Partito liberale italiano (Pli) nel 1955. Nel 1962 viene ristrutturato su iniziativa del gruppo della Sinistra radicale guidata dallo stesso Pannella dopo che la maggioranza degli iscritti aveva deciso di confluire nel Psi (Partito socialista italiano) o nel Pri (Partito repubblicano italiano). In quegli anni il Partito radicale offre all’Italia un’immagine di «nuova sinistra» libertaria e nonviolenta, considerata spesso contigua a gruppi di derivazione marxista sessantottina, come il Pdup (Partito di unità proletaria) o Democrazia proletaria; in seguito si autodefinirà anche come «socialista» per recuperare poi, dagli anni Ottanta, un profilo via via sempre più liberale, fino all’adesione alle famiglie liberali europea e internazionale ma mantenendo sempre la definizione ecologista.

Tuttavia, più che con le etichette, il Partito radicale tende a qualificarsi per le singole battaglie, che spesso è l’unico a condurre, e in cui molte altre volte fa da apripista. Un modus operandi di ispirazione laica che contraddistingue particolarmente i Radicali è, come già detto, quello di non varare un programma onnicomprensivo tipico dei partiti ideologici ma di puntare su obiettivi concreti da realizzare: divorzio, obiezione di coscienza, chiusura delle centrali nucleari, stop alla caccia, stanziamenti contro la fame nel mondo, abolizione del finanziamento pubblico ai partiti, legalizzazione delle «non-droghe» (ossia le droghe leggere), abolizione dei reati d’opinione. È un modo di fare politica che in un’epoca di partiti tradizionali molto strutturati, con disciplina rigida e risposta ideologica su ogni problema, rende l’esperienza radicale marcatamente «movimentista». Al punto che si può persino avere la «doppia» o «tripla» tessera a dimostrazione della scelta post-ideologica fatta aderendo ai Radicali.

Ricordo che, allora come oggi, non amavo le gabbie ideologiche dei partiti. Decisi perciò di iscrivermi al Partito radicale proprio perché distingueva tra ideali e ideologia e, soprattutto, predicava la coerenza tra fini e mezzi e la nonviolenza. A differenza di tutti gli altri partiti che, invece, accettavano i concetti di «violenza giusta» e del fine che giustificava i mezzi. Una differenza dagli altri che si tradusse anche in diffidenza mostrata da certi circoli intellettuali vicini al mondo ambientalista nei confronti di Pannella in persona. Celebre è la vignetta di Forattini, uscita il 23 giugno del 1979, in cui il leader dei Radicali viene ritratto come un «uomo-sandwich» che indossando un cartello con su scritto «referendum antinucleare» corre suonando un campanello e tirandosi dietro uno sceicco ghignante in risciò che lo tiene per le briglie. Era, dunque, un Pannella al soldo di sceicchi e petrolieri. Nonostante proponesse il solare, e non certo i fossili, come alternativa al nucleare.

Lo spirito federatore
Alcune delle battaglie portate avanti dai Radicali si trasformavano in associazioni, come si evince dai nomi di organismi federati o comunque vicini al partito nel momento in cui approda in Parlamento nel 1976: Lega italiana per il divorzio, Movimento di liberazione della donna, Fronte unitario omosessuale rivoluzionario italiano, Lega degli obiettori di coscienza, Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto, Lega italiana per l’abolizione del Concordato, Fronte radicali invalidi, Comitato per la libertà di espressione e comunicazione, Comitato per l’abrogazione dei regolamenti manicomiali. 

Anche nella forma di organizzazione il Partito radicale si definiva già federalista e federatore negli anni Settanta, dunque ben prima della nascita delle varie Leghe. Non esistevano le sezioni periferiche di un partito centrale ma libere associazioni locali. È a questo modello che ci saremmo ispirati per la nascita di libere Liste Verdi sul territorio e, successivamente, per la stessa Federazione delle Liste Verdi nata a Finale Ligure nel 1986 e al cui statuto lavorai personalmente. C’erano anche i partiti regionali autonomi. Tra questi mi colpì in particolare il Partidu radicale sardu che persino nella denominazione usava il sardo, delineando con ciò una netta differenza dal centralismo di tutti i partiti: dal Pci alla Dc all’Msi (Movimento sociale italiano) fino alle sigle della sinistra extraparlamentare. Una boccata d’aria in un mondo molto grigio, fatto di documenti lunghissimi e assemblee infinite.

Le campagne e i referendum
Nella storia degli ecologisti e dei Verdi, così come in quella mia personale, anche i temi della legalità sono sempre stati strettamente connessi. Non a caso, infatti, avevo fondato a Salerno il Centro giuridico di denuncia per difendere l’ambiente, i cittadini e i consumatori. E non a caso in Parlamento avrei poi presentato le mie proposte di legge contro gli arricchimenti illeciti di politici e funzionari.

Il tema dell’ecologia della politica e della lotta al malgoverno era sempre presente anche nell’insegnamento radicale. Questo avrebbe reso credibili anche alcune battaglie che magari potevano sembrare ipergarantiste ma che, sostenute da Pannella, provenivano da un pulpito inattaccabile sul profilo della moralità politica. A questo tema si aggiungevano altre campagne: contro il racket dell’assistenza a Roma, contro la degenerazione dell’Eni, le marce antimilitariste nelle regioni più colpite dalle servitù militari, contro l’equiparazione penale tra spacciatori e tossicodipendenze, per la liberalizzazione delle non-droghe e per la riforma carceraria.

Da ricordare anche i temi degli otto referendum per cui il Partito radicale inizia a lavorare dal 1973: tra questi quelli contro la Commissione inquirente sui ministri, contro i reati di opinione del Codice Rocco, contro la legge sul finanziamento pubblico dei partiti, contro la legge reale sull’ordine pubblico, sui manicomi. E tra le prime grandi battaglie c’è anche quella contro le centrali nucleari. È il 1987 l’anno in cui si tengono i referendum sul nucleare. E anche grazie alla spinta decisiva dei Radicali l’Italia diventa, come detto, uno dei primi Paesi al mondo ad abbandonare l’energia atomica, sull’onda della catastrofe di Chernobyl del 26 aprile 1986. 

Le origini del movimento ecologista
Il risultato sul nucleare, storico, è però figlio non di una ma di tante anime del variegato fronte dell’ambientalismo e dell’ecologismo italiano. Un fronte che era ancora assente dallo scenario della contestazione del 1968, anche se molti sessantottini diventeranno poi attivisti ecologisti. 

Molti individuano quale anno spartiacque, in Italia e nel mondo, il 1962, quando venne pubblicato Silent Spring (Primavera silenziosa) di Rachel Carson, che denunciava la riduzione degli uccelli canterini come conseguenza dell’uso indiscriminato di pesticidi. Un libro che viene spesso considerato all’origine del moderno movimento ambientalista globale, e che ha rappresentato il primo punto di partenza per una legislazione – in Italia e in molti altri Paesi – in difesa dell’ambiente. Un momento di svolta «tradotto» da Pier Paolo Pasolini in un famoso articolo sulla «scomparsa delle lucciole» pubblicato sul Corriere della Sera il primo febbraio del 1975.

 Risale invece al 1972 il Rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma, un dossier che lanciava l’allarme sulle conseguenze che la crescita della popolazione mondiale e lo sfruttamento di risorse avrebbero potuto avere sulla salute dell’intero ecosistema terrestre e sulla sopravvivenza stessa della specie umana. È questo il primo testo che mi fu regalato da una mia professoressa e che ha contribuito alla mia formazione ecologista. Da quell’allarme prenderanno il là i primi partiti ecologisti: in Tasmania nel 1972; nel Regno Unito nel 1973 con la nascita di un Green party. Per quanto riguarda la Germania, nel 1979 i Verdi tedeschi si presentano per la prima volta alle europee senza riuscire a essere eletti. E proprio il neo eletto europarlamentare Marco Pannella organizza con Petra Kelly, nel luglio dello stesso anno, una manifestazione in loro sostegno contro lo sbarramento. In realtà il primo partito antinucleare a entrare in un Parlamento nazionale è stato proprio il Partito radicale nel 1976. Anche se, come vedremo più avanti, il suo sarà un percorso distinto da quello dell’ambientalismo mainstream.

La difficile collaborazione tra Radicali e Verdi
Lo stesso movimento delle Liste Verdi in Italia parte dalle amministrative del 1985 con una forte iniziativa del mondo radicale, che all’epoca alle elezioni locali correva solo in casi eccezionali. Pannella era stato eletto nel giugno 1978 nel Consiglio comunale di Trieste, e in quel ruolo aveva difeso il Carso da rischi di inquinamento conseguenti al trattato di Osimo1.

Il Partito radicale incentiva, sostiene e spesso organizza la presentazione delle liste con il Sole che ride, specie alle elezioni regionali. Pannella stesso scende in campo nella lista Campania civica e verde e il tarantino Maurizio Turco (autore della prefazione a questo libro), oggi segretario del partito, allora da giovane attivista raccoglie le firme per la Lista verde regionale della Puglia e per quella di Bari comune, forte anche del sostegno della grande protesta contro la centrale nucleare prevista ad Avetrana. E, ancora, nel 1988 sempre a Trieste ma anche a Catania vengono riproposte liste laiche, civiche e Verdi. Ma ne parleremo più avanti.

Con la proposta di disseminazione dei Radicali con candidature di dirigenti ed ex parlamentari del partito in diverse liste, alcuni punteranno sulle Liste Verdi. La rottura è dietro l’angolo. Nel 1989, in vista delle elezioni europee, anche dall’area radicale nascerà la Lista Verdi Arcobaleno, sfruttando l’intuizione geniale e furbesca di scrivere in grande la parola «Verdi», con l’appoggio di un gruppo parlamentare al Senato e di alcuni partiti che temevano il nostro boom elettorale. Questa realtà verde verrà creata con un metodo opposto alle Liste Verdi: ovvero da un appello nazionale e da candidature di politici esperti e qualche indipendente decise comunque a livello centrale, secondo meccanismi completamente agli antipodi rispetto alla filosofia localista, federalista e di attivismo civico dal basso che era sempre stata fatta propria dal Sole che ride.

È un colpo alla crescita delle Liste Verdi, prevista impetuosa dai sondaggi dell’epoca. L’elettorato verde viene così spaccato. Ricordo che da candidato alle europee a Salerno, superai con il Sole che ride l’8%, mentre la Lista dei Verdi Arcobaleno, inesistente in città, prese il 4% con pressoché tutte le schede con su scritto il mio cognome come preferenza. Pannella sarà eletto come federalista nell’alleanza con liberali e repubblicani. Mentre nella lista antiproibizionista sarà eletto Marco Taradash.

Fu allora che capii sulla mia pelle la grande capacità di innovare la comunicazione dei Radicali. Con quella grande scritta «Verdi» erano riusciti a catturare tanta parte dell’elettorato del Sole che ride. Al cospetto di quei caratteri cubitali, la nostra piccola scritta «Lista verde» sulla scheda elettorale nemmeno si vedeva. Fummo costretti a trattare un accordo molto difficile per la tradizione federalista e civica delle Liste Verdi pur di assorbire quella concorrenza così insidiosa. 

C’è stato una sorta di «segreto pannelliano» dietro questa dirompente capacità di comunicare dei Radicali. Come quando Marco inserì per la prima volta il suo cognome nel simbolo elettorale del partito. Fu preso in giro per quella «Lista Pannella». Eppure oggi non c’è quasi nessun simbolo di partito che non sia accompagnato dal cognome del suo leader. 

La frammentazione
Quanto accaduto nel 1989 è stato solo una spia di gelosie e divisioni che, all’interno dell’associazionismo ambientalista italiano e poi del movimento ecologista, sono state sempre molto diffuse come del resto nella sinistra. 

Nel 1976, mentre i Radicali si guadagnano l’ingresso in Parlamento, questo mondo è diviso sostanzialmente in due sigle. Una è Italia nostra, fondata nel 1955 dall’archeologo Umberto Zanotti Bianco, assieme a personalità di rilievo come lo scrittore Giorgio Bassani o Elena Croce, figlia del filosofo Benedetto. Si tratta di un’organizzazione di grande prestigio, legata a quegli stessi ambienti di liberalismo progressista da cui viene il Partito radicale ma con un’immagine molto più elitaria, focalizzata soprattutto sulla tutela dei beni culturali e architettonici più che sui temi ambientali in senso stretto. Dall’altra parte c’è il Wwf, organizzazione internazionale presente in Italia dal 1966, che gioca la propria partita sul piano più istituzionale che politico: nel Regno Unito ne è a lungo presidente il principe Filippo di Edimburgo, in Spagna il re Juan Carlos, e in Italia Susanna Agnelli. Molto attiva nelle scuole già a cominciare da quelle elementari, all’epoca era riconosciuta più per il suo conservazionismo che per essere un’associazione ambientalista. Fortunatamente ci sarà Fulco Pratesi, di cui ho sempre ammirato la passione verso la natura e la biodiversità e la sincera indipendenza dai partiti e da ambizioni personali, e che fu per due anni un mio stimato collega deputato dei Verdi. Negli anni Settanta sul grande schermo a cogliere al meglio l’immagine di quegli anni dell’ecologismo come «ideologia borghese» è stato il film Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto del 1974 di Lina Wertmüller in cui una ricca signora, ecologista e anticomunista (interpretata da Mariangela Melato) litiga per tutta la durata della pellicola con un marinaio comunista siciliano (impersonato da Giancarlo Giannini).

Nel 1977 nell’ambiente radicale nascono, invece, gli Amici della Terra, collegati al movimento internazionale Friends of Earth e molto attivi sul fronte del nucleare. Si tratta, in pratica, della prima sigla di ecologismo politico in Italia. Nei primi anni di attività i suoi esponenti prestano consulenza tecnico-scientifica al gruppo parlamentare radicale. 

La risposta dal Pci arriva nel 1980 con la Lega per l’ambiente dell’Arci, collegata all’associazione di promozione sociale e tempo libero che il partito aveva creato nel 1957. Nel 1985 gli esponenti della Lega per l’ambiente partecipano a loro volta alla nascita delle Liste Verdi assieme ai Radicali e a esponenti di Wwf e Italia nostra. Ma nel 1986 le tensioni sempre più forti con l’altro ramo dell’Arci – che organizza invece i cacciatori – porterà alla loro fuoriuscita dall’organizzazione. Nonostante ciò, il Pci e i suoi eredi continueranno ad attingere all’ambientalismo per presentare una componente di ambientalisti di sinistra nelle loro liste. In seguito la stessa Legambiente (così si sarebbe poi ribattezzata nel 1992), fornirà dirigenti anche alle esperienze dei Democratici e della Margherita.

Marevivo nasce nel 1985. Mentre Greenpeace approda in Italia nel 1986, sull’onda del caso mediatico della Rainbow Warrior2. E sono tante altre le associazioni che in seguito arricchiranno il panorama italiano.

1 Firmato il 10 novembre 1975, sancì lo stato di fatto di separazione territoriale venutosi a creare nel Territorio libero di Trieste a seguito del Memorandum di Londra (1954), rendendo definitive le frontiere fra l’Italia e l’allora Jugoslavia.

2 La Rainbow Warrior è stata la nave ammiraglia della flotta di Greenpeace, affondata il 10 luglio 1985, nel porto di Auckland, in Nuova Zelanda, dal Dgse, il servizio segreto francese responsabile delle operazioni all’estero. Nell’operazione annegò il fotografo Fernando Pereira.

da “La lezione di Marco” di Alfonso Pecoraro Scanio, Edizioni Paesi, 2021, pagine 128, euro 17.

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Il caso Cacciari dimostra che le fake news non colpiscono solo gli ignoranti, e non si curano con l’empatia https://www.linkiesta.it/2021/07/vaccini-morti-green-pass-cacciari/ https://www.linkiesta.it/2021/07/vaccini-morti-green-pass-cacciari/#respond Thu, 29 Jul 2021 04:00:56 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=289832 Le strampalate teorie sui vaccini pubblicate dal filosofo sulla Stampa sono la prova che in certi casi – casi nei quali gli effetti di credenze infondate si misurano in migliaia di morti – nulla è meno maieutico di una finta discussione in cui ogni posizione sia messa sullo stesso piano

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Da tempo ci spacchiamo la testa attorno al dilemma se sia utile contrastare la diffusione di tesi antiscientifiche e di tutte le bufale no vax denunciandole apertamente come tali, con il rischio di alimentare una polarizzazione simile a quella tra populisti e antipopulisti, dove da un lato starebbero i presuntuosi difensori della scienza e dall’altro gli incolti propalatori di fake news; o se invece non sia meglio adottare un approccio meno snob e più empatico, meno paternalistico e più amichevole, meno professorale e più comprensivo.

Tralasciate per un momento il fatto che un simile ragionamento è la quintessenza del paternalismo (vale a dire: trattare gli interlocutori come bambini, ai quali non ci si può limitare a dire le cose come stanno, come si farebbe con un adulto responsabile, perché non sarebbero in grado di capire). Rispondete piuttosto alla domanda: vi sentireste di sposare una simile tesi anche se l’interlocutore in questione fosse il professor Massimo Cacciari?

A proposito di professori, quando ero adolescente ricordo che un compagno di classe domandò all’insegnante di lettere, per provocarlo, se si riconoscesse nelle posizioni politiche di Cicciolina. La risposta fu che non le conosceva, non essendo mai stato a un suo comizio, cosa che peraltro avrebbe ritenuto tanto insensata quanto assistere a uno spogliarello di Pietro Ingrao (chiedo scusa all’onorevole Ilona Staller e a tutti coloro che potessero trovare offensiva la battuta, erano altri tempi, e comunque tendo a pensare che il bersaglio fosse più la scelta dei radicali di candidarla, che non le sue arti di comiziante, nelle quali era ragionevole presumere non avesse avuto molte occasioni di esercitarsi: in ogni caso, preventivamente, chiedo scusa pure ai radicali, e anche alla famiglia Ingrao, al sindacato professori e a tutti gli studenti della quarta E).

Il motivo per cui mi è venuto in mente questo aneddoto è che molto peggio di uno spogliarello di Pietro Ingrao, a mio parere, sono le opinioni epidemiologiche di Massimo Cacciari, vale a dire uno dei più illustri filosofi italiani. Una persona che certo non potrebbe mai passare per un ingenuo sempliciotto – né per curriculum né per carattere – da trattare con l’attenzione che si deve alle persone di più modeste capacità e di più limitata istruzione. E che tuttavia ieri ha scritto un lungo articolo sulla Stampa letteralmente infarcito dei peggiori paralogismi tipici della galassia no vax.

Personalmente trovo anche sbagliatissimo l’argomento con cui la Stampa ha presentato l’articolo, dichiarando di non condividerne le tesi, ma di pubblicarlo ugualmente per «aprire un dibattito». Nobile intento finché si tratta di opinioni politiche, comprese ovviamente tutte le critiche che si possono fare al green pass e alle relative decisioni del governo, ma decisamente meno condivisibile quando l’articolo in questione contribuisce a diffondere dubbi e timori infondati, cioè fondati su dati o interpretazioni di dati palesemente erronee, riguardo delicatissimi problemi di salute pubblica, con concrete e dolorosissime conseguenze, facilmente prevedibili, per tutti noi. Per capirci: un conto è pubblicare un articolo in cui si sostiene, al limite, che sia preferibile lasciare aumentare il numero dei morti piuttosto che chiudere aziende, scuole o discoteche; cosa completamente diversa sarebbe pubblicare un articolo in cui una personalità autorevole sostenesse che per guarire dal Covid occorre scolarsi la candeggina (per fare un esempio non così fantasioso, come è noto).

Questo è il motivo per cui non riporterò la maggior parte delle affermazioni, perlopiù in forma di domanda retorica («è vero o no che…»), con cui Cacciari rilancia le discutibili tesi che nei giorni scorsi aveva già diffuso su internet, in un testo scritto con Giorgio Agamben (altro filosofo di fama internazionale, del quale tutto si può dire ma certo non che manchi di cultura o di intelligenza).

Mi limito dunque a una sola delle domande retoriche formulate da Cacciari, questa: «Che in Israele e in Gran Bretagna molti dei decessi nell’ultimo periodo sono di persone che avevano già ricevuto la doppia dose è una fake news?».

Una risposta più articolata e puntuale a questa domanda, con tanto di dati, la trovate nell’articolo di Gilberto Corbellini e Alberto Mingardi pubblicato ieri su Linkiesta. Io mi limito a una risposta più breve e sommaria: forse non è tecnicamente una fake news, ma di sicuro è una scemenza, non perché non sia vero il fatto, ma perché, messo in questi termini, il suo significato risulta completamente distorto, per la banale ragione che laddove (come in Israele e Gran Bretagna) i vaccinati sono la maggioranza, nella misura in cui i vaccini non offrono una protezione del cento per cento, è inevitabile, matematico e previsto sin dall’inizio che, a mano a mano che il numero dei vaccinati sale e quello dei non vaccinati scende, il numero dei decessi riguardi sempre di più persone vaccinate.

Seguendo la stessa logica di Cacciari, ci si potrebbe domandare se sia vero o no che moltissimi decessi avvengono in ospedale, o se sia o meno una fake news che moltissimi incidenti automobilistici coinvolgono guidatori che indossavano le cinture di sicurezza e motociclisti che indossavano il casco.

Il fatto che simili argomenti siano utilizzati da un uomo coltissimo e intelligentissimo come Cacciari dimostra che la distinzione da cui ero partito – quella tra intellettuali presuntuosi che stanno con la scienza e zotici sempliciotti che si bevono le fake news – non corrisponde alla realtà. Per sfuggire alla seduzione delle fake news non serve essere né più intelligenti né più colti, semmai meno innamorati delle proprie convinzioni e più disponibili a metterle in dubbio, anche quando ci sembrino confermate dalle notizie (notizie che un algoritmo, o semplicemente l’ambiente che frequentiamo, preseleziona sempre, in qualche misura, per noi).

Il mondo è pieno di menti brillantissime e scienziati sopraffini i quali non si sognerebbero mai di giudicare dimostrato un teorema matematico con il grado di approssimazione che è loro sufficiente per considerare accertato che l’11 settembre sia stato una messa in scena ordita dagli Stati Uniti, o che i comunisti mangiassero i bambini, o che imprecisati servizi deviati e grandi burattinai abbiano sostanzialmente previsto ed eterodiretto ogni più minuto sviluppo della politica italiana praticamente da piazza Fontana in poi.

Ecco perché la scelta compiuta dalla Stampa, pubblicando l’articolo di Cacciari per aprire un dibattito, ovviamente con molti altri articoli di opinione diversa, non mi pare la strada giusta. Paradossalmente, proprio l’autorevolezza e l’intelligenza dell’autore dimostrano come in certi casi – casi nei quali gli effetti di credenze infondate si misurano in migliaia di morti – nulla è meno maieutico, utile e istruttivo di un dibattito in cui ogni posizione sia messa sullo stesso piano.

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Il cervellotico e autolesionista rifiuto del Pd di appoggiare Bentivogli a Roma https://www.linkiesta.it/2021/07/pd-roma-bentivogli-primavalle/ https://www.linkiesta.it/2021/07/pd-roma-bentivogli-primavalle/#respond Thu, 29 Jul 2021 04:00:50 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=289834 La candidatura dell’ex sindacalista alle suppletive di Primavalle è osteggiata dal segretario del Partito democratico Enrico Letta perché non è espressa dai dem. Ma allo stesso tempo chiede un appoggio alle forze riformiste per la vincere il seggio di Siena

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Nello strano incrocio Siena-Roma succede che nella città del Palio il Partito democratico chieda (e ottenga) un sostegno unitario alla candidatura del suo segretario Enrico Letta mentre nel collegio di Primavalle (suppletive per la Camera) dica no a una lista unitaria per la candidatura di un nome peraltro al Nazareno molto stimato come quello di Marco Bentivogli. Sembra un atteggiamento un po’ ingeneroso, per non dire schizofrenico. 

Singolare è l’argomento usato da Letta per spiegare la sua contrarietà a una candidatura al leader di “Base Italia”, esponente riformista di grande equilibrio, alle suppletive nel collegio di Roma Primavalle che si terranno in autunno insieme alle amministrative: i dem non possono appoggiare un candidato rilanciato tra gli altri da Carlo Calenda, competitor di Roberto Gualtieri, l’elettore dem rischierebbe di rimanere disorientato. 

Si tratta dunque di una motivazione tutta politica che però rischia di essere un po’ (molto) cervellotica: un conto è il livello delle amministrative, un altro quello delle elezioni politiche. Quante volta è accaduto, anche al Pd, di esprimere valutazioni distinte? Per decenni i comunisti hanno votato sindaci socialisti mentre erano all’opposizione del governo centrale di cui il Psi faceva parte, e viceversa. 

Quando la distinzione dei livelli istituzionali era molto chiara, certe teorie non reggevano: si vota il candidato ritenuto migliore, punto e basta. Ma poi non bisogna andare tanto lontano: a Siena i voti per Letta di Italia viva (che a Roma sostiene Calenda) e dei grillini (che sostengono Raggi) non fanno tanto schifo, e a Milano i dem votano Beppe Sala che chissà cosa voterebbe a Roma: ma che discorsi sono?

Il rifiuto (vedremo quanto irremovibile) di contribuire a una lista unitaria a Roma certo cozza con la richiesta erga omnes da parte di Enrico Letta di un appoggio a Siena, appunto, unitario. Due pesi e due misure.

Nel collegio della città del Palio dove si presenterà il segretario del Pd il fatto nuovo dell’appoggio di Matteo Renzi non è di poco conto. A parte che il leader di Italia Viva avrà il suo bel da fare per convincere i suoi a votare per un segretario dem che ai loro occhi finora non ha mostrato né di voler voltar pagina rispetto all’alleanza più o meno strategica con il Movimento 5 stelle né una particolare empatia verso i renziani («quella roba lì»), la scelta di Renzi si spiega con varie motivazioni. 

Appoggiare Letta significa svelenire un rapporto che è teso da sempre, e non si tratta solo della questione personale resa immortale dal famoso «stai sereno» ma di questioni politiche e programmatiche anche relative al territorio; pone in sicurezza l’elezione di Letta, non correndo il rischio di consegnare il collegio alla destra; evita, nel caso catastrofica della bocciatura del numero uno del Nazareno, una improvvisa crisi al vertice di un partito-chiave della maggioranza di governo, visto che Letta stesso ha chiarito che in caso di mancata elezione si dimetterebbe da segretario.

Sarà anche vero quello che dice il dem Dario Parrini, grande esperto di meccanismi elettorali («È un seggio blindato») però in politica, come in amore, i gesti contano. Il gesto, Renzi, l’ha fatto, e non era nelle previsioni dei più.

Può essere anche un segnale nazionale? Ė presto per dirlo. È chiaro che il Pd vuole fare il pieno, a Roma con Gualtieri e a Siena con Letta, ed è del tutto comprensibile che abbia voglia di vincere anche con maggioranza diverse (come detto, nella Capitale è contro la Raggi ma anche qui ben vengano i voti grillini a Siena). 

A Primavalle si era ventilato che avrebbe potuto correre Giuseppe Conte, che poi ha capito che è meglio non correre rischi, e chissà se in quel caso il Nazareno avrebbe fatto lo stesso ragionamento che oggi fa per Bentivogli (separati alle Comunali ergo separati alle suppletive). 

Comunque nel collegio Roma11 si parrà la nobilitate un po’ di tutti. Dei riformisti, se saranno capaci di mettere in piedi una piattaforma politica credibile rappresentata da Marco Bentivogli; e dei dem che al di là degli schematismi potrebbe costruire un asse politico di tipo nuovo e puntare ad aggiudicarsi un collegio difficilissimo. 

L’ex leader della Fim per il momento non si sbilancia, dopo aver criticato il modo in cui il suo nome è venuto fuori. La questione non sembra chiusa e ci saranno presto contatti tra i vari leader. Quel che è certo che un riavvicinamento politico e psicologico fra Pd e Renzi e Azione rimescolerebbe qualche carta sul tavolo verde della politica italiana,ad esempio relativizzando il ruolo di un M5s in crisi di identità e di leadership. È un percorso che può partire da Siena e giungere a Roma. Ma il copione è ancora tutto da scrivere.

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La complicata rincorsa dell’Ue nella produzione di semiconduttori https://www.linkiesta.it/2021/07/ue-chip-semiconduttori-cina-stati-uniti/ https://www.linkiesta.it/2021/07/ue-chip-semiconduttori-cina-stati-uniti/#respond Thu, 29 Jul 2021 04:00:46 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=289701 Bruxelles vuole diventare la prima lega mondiale nella produzione di microprocessori e raddoppiare la propria quota nel mercato globale entro il 2030. Il progetto però è ancora disorganizzato, costoso e non garantisce un’autonomia strategica dai tre giganti del settore: Cina, Corea e Taiwan

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È il progetto di produzione high-tech più ambizioso e costoso del continente europeo. Così un articolo del Financial Times presenta il piano dell’Unione europea per diventare la prima lega mondiale nella produzione di semiconduttori.

Bruelles sta cercando di raddoppiare la propria quota nel mercato globale dei chip entro il 2030, con il contributo di Intel: «L’azienda statunitense si propone di costruire una nuovissima fabbrica di semiconduttori da 20 miliardi di dollari nel continente. Il progetto è stato promosso da Bruxelles come il suo passo più ambizioso verso un obiettivo più ampio di autonomia strategica, necessaria per ridurre la vulnerabilità del continente alle interruzioni della catena di approvvigionamento e ai rischi geopolitici», si legge sul quotidiano britannico.

Un’iniziativa ambiziosa, che tuttavia porta con sé alcuni dubbi: la domanda che si pone l’Ue è se finirà per sperperare ingenti somme di denaro pubblico inseguendo ambizioni geopolitiche che potrebbero non essere supportate da logiche industriali e di mercato. Il motivo di questa preoccupazione? Anche se l’Europa ha punti di forza nella catena di fornitura dei semiconduttori, è indietro rispetto all’Asia, in particolare quando si tratta di produrre i chip di fascia più alta. «Cambiare questo quadro richiederà anni di sforzi e grandi quantità di denaro pubblico, in un momento in cui anche i governi in Asia e negli Stati Uniti stanno versando decine di miliardi di dollari di sussidi nel settore», continua l’articolo.

«Sarà molto, molto costoso», afferma Peter Hanbury, partner di Bain & Co. specializzato nella tecnologia dei semiconduttori. «Ci vorranno anni prima che l’Europa sviluppi un tipo di tecnologia all’altezza delle promesse dei politici».

L’Ue si trova di fronte a colossi dell’industria dei chip, in particolare Samsung in Corea del Sud, TSMC di Taiwan e Intel, che gli concedono una quota di mercato inferiore al 10%. Ad esempio, TSMC sta costruendo una fabbrica per produrre chip a 3 nanometri, che dovrebbero essere il 15% più veloci dei chip a 5 nm e utilizzare fino al 30% in meno di energia.

L’Europa invece ha attualmente poche strutture di fabbricazione, note come fab, che producono chip più piccoli di 22 nm. Perché questo gap? Il divario è anche frutto del fine ultimo che hanno questi chip: «I grandi attori asiatici e statunitensi producono i chip più avanzati, che vengono utilizzati in computer, telefoni e altri dispositivi di fascia alta. Invece, i leader del mercato Ue, come la tedesca Infineon, NXP nei Paesi Bassi e la franco-italiana STMicroelectronics, si concentrano sulla fornitura di dispositivi per i settori automobilistico, aerospaziale e dell’automazione industriale».

Prerogativa che non è del tutto una discriminante. Vista la natura globale della catena di fornitura dei semiconduttori, l’Europa «ha fatto bene a specializzarsi in aree di forza piuttosto che cercare di competere con società del calibro di TSMC», spiega il Ft. L’azienda taiwanese per esempio ha impiegato decenni per consolidare la sua posizione di leader mondiale nella produzione di chip, e sta pianificando un investimento di 100 miliardi di dollari solo nei prossimi tre anni.

I sostenitori di una rinascita europea nel mondo dei semiconduttori affermano però che questo tipo di pensiero è irrimediabilmente accondiscendente e accusano i produttori storici del continente di aver sottoinvestito per anni. Per tale motivo la commissione ha annunciato una “alleanza di semiconduttori”, una partnership pubblico-privata volta a commercializzare nuove tecnologie nell’area.

«C’è un imperativo geostrategico per riequilibrare la catena di approvvigionamento dei semiconduttori», afferma un funzionario dell’Ue al Financial. «Ci sarà un enorme mercato per i semiconduttori all’avanguardia a 2 nm, ad esempio nelle auto a guida autonoma, e l’Europa deve farne parte. Ci vuole tanto tempo per costruire queste tipo di fabbriche, quindi dobbiamo iniziare ora».

Anche Thierry Breton, commissario europeo per il mercato interno ed ex dirigente delle telecomunicazioni, crededavvero nell’iniziativa di Bruxelles: «L’Ue ha una finestra unica con il lancio del suo piano di ripresa economica Next Generation EU da 800 miliardi di euro per destinare gli investimenti pubblici degli Stati membri al settore della produzione di chip». Tutto ciò servirà all’Europa per «garantire la sicurezza dell’approvvigionamento per le nostre imprese e i nostri concittadini», aggiunge Breton.

La strategia Ue però farà affidamento sull’acquisizione di competenze e know-how stranieri, probabilmente forniti, almeno inizialmente, da Intel. «La domanda è: può l’Europa passare alla produzione più avanzata, che è un percorso rischioso e costoso, o aiuteremo involontariamente Intel nella sua strategia», afferma un funzionario italiano. «Che ruolo vogliamo giocare? Supportiamo Intel o creiamo una partnership e un ecosistema europeo a tutti gli effetti?», si legge ancora.

Intel sta cercando un sostegno pubblico del valore di svariati miliardi di euro per la sua nuova fabbrica europea. Greg Slater, il suo dirigente per gli affari regolatori, afferma che l’Ue ha uno svantaggio di costo del 30-40% rispetto alla produzione in Asia e che gran parte della differenza è dovuta ai livelli di sostegno del governo. La Corea del Sud per esempio offre incentivi per guidare un programma di investimento da nove anni da 450 miliardi di dollari, mentre gli Stati Uniti parlano di oltre 50 miliardi di dollari per la sua industria dei semiconduttori.

Inoltre, Intel avrà bisogno di un sito di 405 ettari con un’infrastruttura all’avanguardia in grado di ospitare fino a otto fabbriche di chip. Ed è improbabile per di più che Intel avvii presto la produzione a 2 nm dato che deve ancora padroneggiare questo livello di tecnologia, mentre è più papabile una sua linea di chip a 10 nm.

Jan-Peter Kleinhans, direttore del progetto per la tecnologia e la geopolitica del Stiftung Neue Verantwortung, un gruppo di esperti di Berlino, afferma che l’Ue sbaglia a concentrarsi sulla produzione piuttosto che sulla progettazione dei chip, che è la parte del processo con il valore aggiunto più alto. «Perché l’Ue vuole stanziare miliardi di euro in sussidi per diventare il produttore a contratto del mondo», concentrandosi sulla parte della catena dei semiconduttori con le più alte barriere all’ingresso, la più alta necessità di sussidi e la minima prospettiva di successo, spiega al Financial.

Gli addetti ai lavori concordano quindi sul fatto che l’Ue debba ancora capire quale problema stia effettivamente cercando di affrontare. Perché se l’obiettivo è portare una maggiore diversità nelle catene di approvvigionamento globali, il processo «sta attualmente avvenendo in un modo disorganizzato», si legge ancora.

Una priorità chiave, invece, dovrebbe essere quella di ottenere un coordinamento migliore con gli Stati Uniti quando si tratta di ricerca e sviluppo, e anche con il loro regime di controllo delle esportazioni. L’obiettivo dovrebbe essere un allineamento atlantico, «piuttosto che consentire all’amministrazione statunitense di dettare i tempi».

Infine Peter Wenink, amministratore delegato di ASML con sede nei Paesi Bassi, che produce le macchine litografiche più utilizzate nel processo di produzione dei chip, concorda sul fatto che nel prossimo decennio sarà necessaria molta più capacità in tutto il mondo e che sia gli Stati Uniti che l’Ue si stiano rendendo conto dello stato “trascurato” dei loro settori di semiconduttori. «Il settore raddoppierà facilmente entro questo decennio: si sta parlando di un business da un trilione di dollari. Perciò mantenere questo tipo attività in soli tre posti nel mondo – Taiwan, Corea, Cina – sarebbe un po’ sciocco», conclude.

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La nuova corsa allo spazio sta costando caro al pianeta  https://www.linkiesta.it/2021/07/corsa-spazio-pianeta-trasporti/ https://www.linkiesta.it/2021/07/corsa-spazio-pianeta-trasporti/#respond Thu, 29 Jul 2021 04:00:44 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=289715 Prima Richard Branson della Virgin Group poi Jeff Bezos di Amazon hanno raggiunto il confine convenzionale fra atmosfera e spazio infinito catturando l’attenzione di tutto il mondo. Eppure, questo tipo di turismo ha importanti conseguenze ambientali: i razzi lanciati liberano grandi quantità di inquinanti tanto a terra quanto ad alta quota

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Il confine dello spazio è da sempre un luogo estremamente affascinante per molti, il che spiega perché negli ultimi anni questo interesse si sia trasformato in una vera e propria gara, privata e molto competitiva, tra pochi miliardari del pianeta.

La nuova corsa allo spazio è ufficialmente iniziata lo scorso 11 Luglio, quando il fondatore del Virgin Group, Richard Branson, ha raggiunto il confine dello spazio a bordo del suo spaceplane Virgin Galactic VSS Unity. Pochi giorni dopo, in occasione del 52° anniversario dello sbarco sulla luna dell’Apollo 11, Jeff Bezos, ex CEO di Amazon, insieme ad altri 3 fortunati è salito a bordo del razzo Blue Origin e ha superato l’immaginaria linea di Kàrman, a 100 chilometri di altezza, che segna il confine convenzionale fra atmosfera e spazio infinito.

«Benvenuti all’alba di una nuova era spaziale», aveva detto Richard Branson prima della sua grande avventura. E l’alba, di cui parlano aziende come SpaceX, Virgin Galactic e Space Adventures, non è altro che l’idea, la possibilità di rendere il turismo spaziale più comune e accessibile alle tutti. O per lo meno, a chi può permetterselo.

Questi lanci infatti dimostrano la presenza sul mercato di un nuovo tipo di offerta indirizzata ai turisti molto facoltosi: l’opportunità di raggiungere veramente lo spazio. I “pacchetti turistici” propongono ai passeggeri un breve viaggio a gravità zero nel quale si potrà ammirare la Terra da lontano. Stiamo parlando di un futuro in cui le persone potranno viaggiare nello spazio o andare sulla luna e farne ritorno assai facilmente.

Ma non è tutto oro ciò che luccica. Il turismo spaziale ha infatti elevati costi ambientali. Per ricerca, magari, potrebbe valerne la pena, ma vale lo stesso per mandare in orbita Jeff Bezos, Richard Branson e altri ricchi turisti? È discutibile.

Gli esperti hanno studiato, e stanno ancora studiando, le implicazioni del turismo spaziale e le conseguenze ambientali di questa nuova e sempre più florida industria. Va subito fatto presente che, essendo i razzi lanciati oltre l’atmosfera, l’enorme carico inquinante di questi voli viene registrato in tre domini: la terra, l’atmosfera e lo spazio esterno stesso.

In sostanza, i razzi richiedono un’enorme quantità di propellenti per uscire dall’atmosfera terrestre. Dal momento del decollo fino a quello dell’atterraggio, la combustione di questi propellenti fornisce l’energia necessaria per il corretto funzionamento dei veicoli. Così facendo, i combustibili emettono una serie di gas serra, come anidride carbonica, inquinanti atmosferici, ma anche acqua, cloro e altre sostanze chimiche.

I veicoli spaziali commerciali, come quelli usati da Branson e Bezos, bruciano una miscela di cherosene e ossigeno liquido. Questi gas e particelle sono però assai nocivi. Perché? In primis perché la combustione di questi componenti produce fuliggine, ed è noto che la fuliggine causi foschia, acidificazione di laghi e fiumi e aumenti il rischio di infezioni respiratorie, malattie cardiache e cancro ai polmoni nelle persone. Come se non bastasse poi, secondo gli esperti, diverse compagnie private potrebbero presto utilizzare un motore a razzo “ibrido” più economico, che però emette più carbonio nero di un motore a cherosene e ossigeno liquido.

Inoltre, come spiegato da Eloise Marais, professoressa associata di geografia fisica presso l’University College di Londra, circa due terzi dei gas di scarico del propellente vengono rilasciati nella stratosfera (12 km-50 km) e nella mesosfera (50 km-85 km), dove persiste per almeno due o tre anni. Nella stratosfera, gli ossidi di azoto e le sostanze chimiche convertono l’ozono in ossigeno, impoverendo così lo strato di ozono che protegge la vita sulla Terra dai dannosi raggi UV.

Il lancio di razzi rilascia anche vapore acqueo nell’alta atmosfera, e persino qualcosa di apparentemente innocuo come questo ha in realtà un grosso impatto ambientale. Il vapore, come sappiamo, può formare nuvole, la cui posizione influenza il riscaldamento globale. Infatti, a seconda di proprietà come la loro densità e l’altezza nell’atmosfera, le nuvole possono aumentare o attenuare il riscaldamento; e quelle createsi a causa del vapore acqueo emesso dai razzi spaziali accelerano il processo di riduzione dell’ozono.

Capire l’effetto complessivo del turismo spaziale sull’atmosfera richiede più studi e ricerche, ma è già intuibile adesso come l’entità delle emissioni dovute al lancio di razzi di compagnie private sia gravemente dannosa per il nostro pianeta.

Il magnate Branson ha difeso la nuova corsa allo spazio dagli attacchi degli ambientalisti facendo notare che il lancio del suo velivolo inquina quanto un volo tra Londra e Singapore. Di per sé la cosa è anche vera. Tuttavia, l’inquinamento non si misura in base alla tratta ma in base ai passeggeri. Se quindi da un lato abbiamo un impatto ambientale diviso per centinaia di viaggiatori a bordo di un volo transoceanico, nel caso dei voli turistici nello spazio questo viene suddiviso tra le pochissime persone presenti sul razzo. Le emissioni di anidride carbonica per quei 4 passeggeri sono allora tra le 50 e le 100 volte superiori a una o tre tonnellate per passeggero su un volo commerciale a lungo raggio.

E se per adesso, secondo i dati della NASA, ci sono stati solo 114 tentativi di lancio orbitale nel mondo, c’è preoccupazione per il futuro. Avere una chiara comprensione di come si svilupperà l’industria del turismo spaziale è infatti fondamentale per capirne gli impatti ambientali. Negli ultimi 20 anni, sono sette i turisti ad essere andati nello spazio. Ma Virgin Atlantic ha già fatto sapere che vuole effettuare 400 voli all’anno, e Elon Musk, che con la sua personale agenzia spaziale SpaceX sta programmando un viaggio intorno alla luna per il 2023, promette di dare presto avvio a un florido mercato di voli con destinazione universo.

Secondo un recente report, il turismo spaziale crescerà a un ritmo del 17,15% ogni anno nel prossimo decennio, raggiungendo un fatturato annuo di 2,58 miliardi di dollari entro il 2031. E con la crescita prevista dell’industria del turismo spaziale, la mancanza di regolamenti e leggi sul tipo di combustibili utilizzati e il loro impatto sull’ambiente fa molto preoccupante gli esperti.

Una ricerca pubblicata su Nature nel 2010 ha rivelato che il lancio di 1000 razzi privati all’anno potrebbe potenzialmente alterare la circolazione atmosferica globale e la distribuzione dell’ozono, aumentando di 1°C la temperatura ai poli e riducendo la superficie di ghiaccio del 5-15%.

Questo, già di per sé, è un prezzo alto da pagare in nome della scienza, ma almeno ha i suoi vantaggi. Per esempio, alcuni degli oggetti di uso quotidiano che diamo per scontati, come le fotocamere del telefono, le cuffie wireless, la chirurgia laser per gli occhi e i sistemi di isolamento termici delle case, fanno risalire le loro origini ai voli spaziali.

Queste stesse missioni ci hanno anche insegnato molto sul nostro universo e soprattutto sul nostro pianeta – «la bellissima gemma di nome Terra» come l’ha definita lo stesso Bezos dopo il suo breve viaggio in orbita, facendo però storcere il naso a tutti gli ambientalisti.

Ma immaginare un futuro in cui si potrà prenotare un volo nello spazio come si prenota un viaggio a DisneyLand può far paura. Se la moda del turismo spaziale continuasse a crescere e i lanci diventassero sempre più costanti e frequenti, gli effetti negativi aumenterebbero, accumulandosi anche ai problemi che già sperimentiamo quotidianamente. E il tempismo, si sa, quando si parla di questi temi, è cruciale.

Viviamo nell’era del cambiamento climatico, delle inondazioni e degli incendi, dei Fridays For Future e delle cause legali contro i governi che non tengono fede agli accordi stipulati sul clima. Creare, sviluppare e promuovere un’attività come quella del turismo spaziale – che aumenta le emissioni e causa gravi danni all’atmosfera solo per regalare qualche minuto di adrenalina agli uomini più ricchi al mondo – non si può di certo definire un buon tempismo.

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In Italia il legno ha una seconda vita https://www.linkiesta.it/2021/07/legno-risorsa-circolare-economia-filiera/ https://www.linkiesta.it/2021/07/legno-risorsa-circolare-economia-filiera/#respond Thu, 29 Jul 2021 04:00:43 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=289738 Il Consorzio nazionale per il recupero e il riciclo degli imballaggi in legno ha registrato per il 2020 1.841.000 tonnellate di materiale raccolto e avviato a riciclo. Con questa attività, si scongiura l’emissione in atmosfera di 1,9 milioni di tonnellate di CO2 e si immettono sul mercato nuovi prodotti sostenibili

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Dalla cassetta di legno per l’ortofrutta alla cucina di casa, dal pallet al mobile di design, in Italia il riciclo del legno rappresenta un esempio di economia circolare che genera vantaggi economici e ambientali. Il 97% del materiale arrivato a fine vita diventa nuova risorsa per l’industria dell’arredo, utilizzato per la creazione di pannelli truciolari, linfa vitale per l’industria del mobile, ma anche per pannelli Osb, pallet block, blocchi di legno cemento per l’edilizia, pasta di legno destinata alle cartiere e compost.

Grazie a questa attività, si riesce a scongiurare l’emissione in atmosfera di 1,9 milioni di tonnellate di CO2. Il dato è emerso dal Rapporto sull’attività svolta nel 2020 da Rilegno, il Consorzio nazionale per il recupero e il riciclo degli imballaggi in legno, che ha fatto registrare per il 2020 1.841.000 tonnellate di legno raccolte e avviate a riciclo.

«Possiamo dire che la crisi dovuta alla pandemia vissuta in questi lunghi mesi non ha fermato il riciclo del legno», ha spiegato a Greenkiesta Nicola Semeraro, Presidente di Rilegno. «Il nostro Consorzio ha sempre continuato a operare garantendo la raccolta e l’avvio al riciclo del legno in tutta Italia. Ora guardiamo al futuro ancor più convinti che la sostenibilità e la circolarità siano valori chiave per lo sviluppo e il legno è certamente la risposta migliore per un’economia che vada di pari passo con il rispetto dell’ambiente».

Semeraro ha poi evidenziato i vantaggi economici e ambientali connessi al riutilizzo e al riciclo del legno: «come testimoniano due recenti ricerche del Politecnico di Milano condotte nel 2019/2020 il nostro sistema – filiera riciclo più filiera rigenerazione pallet – genera un impatto economico e occupazionale, con oltre 10mila posti di lavoro, e soprattutto un risparmio nel consumo di CO2 pari a quasi 2 milioni di tonnellate ogni anno».

Il legno è un materiale naturale, sostenibile per eccellenza, riciclabile all’infinito e che svolge un ruolo fondamentale nella lotta al cambiamento climatico in virtù della sua capacità di assorbire anidride carbonica.

«La gran parte di tutto il materiale riciclato – ha continuato – è costituito da pallet, imballaggi industriali, imballaggi ortofrutticoli e per alimenti, ma una quota importante, pari a 638mila tonnellate, proviene dalla raccolta urbana realizzata attraverso le convenzioni attive con 4.549 Comuni italiani, dove confluiscono materiali provenienti dal consumo domestico come vecchi mobili, cassette per la frutta o per vini e liquori, fino ai tappi in sughero».

Rilegno gestisce una filiera basata su 1.979 consorziati, 421 piattaforme di raccolta private, 15 impianti di riciclo, 4.549 Comuni convenzionati per una popolazione servita che supera i 42 milioni di abitanti.

La raccolta degli imballaggi e una prima lavorazione per ridurne il volume tramite pressatura, frantumazione, triturazione o cippatura, avviene nelle piattaforme, convenzionate con il Consorzio, al servizio del tessuto produttivo e distributivo nazionale e delle raccolte differenziate comunali. Poi il legno viene indirizzato ai centri di riciclo localizzati soprattutto nel Nord Italia, dove avviene il processo di riciclo che permette al materiale di inaugurare un nuovo ciclo di vita, generando nuove risorse materia e quindi nuovi prodotti.

«L’industria del riciclo del legno post-consumo in Italia è orientata in modo prevalente alla produzione di pannello truciolare, impiegato nella fabbricazione di mobili, complementi d’arredo e rivestimenti per interni ed esterni di abitazioni e uffici – ha spiegato Semeraro – Oggi i produttori di pannello truciolare utilizzano solo legno che proviene dalla filiera del recupero post-consumo grazie alla ricerca industriale nel settore che con lungimiranza ha puntato a questo obiettivo. Negli anni le aziende del comparto hanno raggiunto un tale livello di specializzazione da poter oggi ritirare qualsiasi tipologia di rifiuto legnoso: i loro impianti infatti attuano processi meccanici di selezione e pulitura del materiale in entrata, con un basso impatto ambientale e un’alta resa produttiva. Il grande lavoro di ricerca conseguito dalle aziende del settore nell’ambito dei processi di raffinazione e di progettazione di nuovi macchinari le ha portate a diventare oggi una realtà esemplare, senza eguali all’estero».

Nella sfida della sostenibilità degli imballaggi, la fase cruciale è quella della rigenerazione e riutilizzo, durante la quale l’imballaggio viene verificato e riparato con l’obiettivo di immetterlo nuovamente sul mercato per essere riutilizzato. Guardando alla filiera della rigenerazione dei pallet in legno sono 827.000 le tonnellate (oltre 60 milioni) quelli usati, rigenerati e reimmessi al consumo.

Come ha spiegato Semeraro, il sistema del recupero e del riciclo del legno in Italia rappresenta un concreto esempio di economia circolare che in poco più di 20 anni ha creato una nuova economia in grado di raggiungere risultati importanti sia in termini ambientali, sia per la capacità di creare sviluppo e occupazione e che si pone all’avanguardia in Europa con una percentuale del 64,68% nel riciclo degli imballaggi di legno, ben oltre il target fissato dall’Unione Europea al 30% per il 2030.

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I problemi cronici del Pd e il doppio peronismo di Conte e Di Maio https://www.linkiesta.it/2021/07/pd-riformismo-sinistra/ https://www.linkiesta.it/2021/07/pd-riformismo-sinistra/#respond Thu, 29 Jul 2021 04:00:40 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=289804 Il Partito democratico non può diventare una sinistra moderna perché la sua gestione non è davvero contendibile, la minoranza liberal-democratica può avere solo un ruolo ancillare, di condizionamento, ma non può guidarlo. Le primarie a New York insegnano che per vincere bisogna andare al centro della società. Come mai il nostro Paese è ostaggio dei peronisti millenaristi? Questo è il problema

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Anche Christian Rocca è sbottato: quella di Letta è una capitolazione, ha scritto qualche giorno fa il direttore di Linkiesta, e il partito di che per molto tempo ha retto da solo la baracca italiana, è «la più grande delusione politica degli ultimi anni».

Devo dire che (dopo tante “rivoluzioni liberali” molte volte promesse e altrettante volte rinviate e contraddette) da tempo me ne sono fatta una ragione: il Pd non è, non può essere e non può diventare, quello che in tanti volevamo: una sinistra moderna, cioè una sinistra riformista in grado di combattere un sistema di valori antitetico alla modernità. Non può farlo per diverse ragioni sulle quali sono tornato molte volte. 

Non può farlo perché, su quel che più conta, sugli ideali di fondo e non tanto sulla gestione, il Pd non è davvero contendibile. Come accadeva nel Pci con l’area riformista, la minoranza liberal-democratica può avere solo un ruolo ancillare, di condizionamento, ma non può guidare il partito. Tanto per capirci, quello di Renzi è stato un incidente, che non deve ripetersi. Impegnarsi per provare a cambiare da dentro il Pd è dunque tempo perso ed è impensabile che quel partito possa dare sul serio voce a quelle istanze liberal-democratiche che oggi in Italia non sono rappresentate. 

Non può farlo perché non è in grado di fare i conti con l’ombra di Enrico Berlinguer. Ma il Pci, si sa, non era un partito socialdemocratico e non voleva diventarlo; l’austerità che gli italiani dovevano abbracciare come visione e stile di vita doveva essere la premessa di un radicale cambiamento del modello di sviluppo fuori dal quadro e dalla logica del capitalismo; l’attacco all’individualismo era centrale nella cultura del partito ed il superamento del capitalismo e lotta all’imperialismo americano erano opzioni ideologiche di fondo e, in quanto tali, del tutto estranee alla tradizione politica occidentale: Antonino Tatò, tra i principali collaboratori di Berlinguer, arrivava addirittura a sostenere che «i paesi socialisti sono superiori ai paesi con i governi socialdemocratici, l’Urss è comunque superiore alle socialdemocrazie». 

Non può farlo perché ampi settori del partito ormai condividono, con Liberi e Uguali e i Cinque Stelle, molti dei tratti dei movimenti sudamericani dello stesso segno (peronisti, apristi, chavisti, ecc.): l’antiliberalismo, l’anticapitalismo, l’anti-istituzionalismo, l’ostilità nei confronti della democrazia parlamentare e il favore per quella plebiscitaria, la difficoltà a distinguere tra morale e politica e l’ostilità nei confronti del libero mercato e della ricchezza, a tutto vantaggio di uno stato sempre più pervasivo. Del resto, i grillini non vengono dal nulla, non sono delle schegge impazzite. Sono, invece, una pagina «dell’album di famiglia» della sinistra italiana (una pagina obsoleta quanto si vuole, ferma ad analisi insostenibili quanto si vuole, ma che un tempo facevano parte di un patrimonio comune a moltissime persone). E ciò che li rende figli della stessa tradizione culturale non è la lotta alla corruzione, bensì il catastrofismo radicale, l’ossessione per la purezza, la demonizzazione del nemico, l’idea che il peccato pervada il mondo e che a un gruppo di pochi eletti spetti il compito di purificarlo.

Non per caso, la visione di una democrazia «organizzata», sobria e frugale, che fa capolino nelle paternali di Goffredo Bettini, dove il partito accudisce le masse perché non perdano l’anima seguendo le tentazioni del capitalismo e del consumismo, porta, appunto, quell’impronta. Non deve sorprendere chi non ha ancora elaborato il lutto dal crollo del mondo comunista torni alle origini evangeliche dell’antiliberalismo nei paesi latini. Non a caso, infatti, abbiamo a che fare con due peronismi. Il populismo di Conte (e dell’attuale Pd) è il peronismo, cinico ma pragmatico, di Juan Doming Perón (detesta il capitalismo e la globalizzazione, ma sa perfettamente che l’autarchia è controproducente e che con essi tocca fare i conti); il populismo del Luigi Di Maio dei tempi d’oro (ma anche quello di Matteo Salvini) è invece il peronismo millenaristico, manicheo, redentore, di Eva.

Non può farlo per via dell’atteggiamento paternalistico («so io quello che è bene per te») che considera gli italiani dei bambini immaturi, bisognosi di rassicurazione e di guida e che, pur tendendo con sollecitudine paterna al progresso e al benessere dei governati, non li considera capaci di scegliere e autodeterminarsi. Un atteggiamento che ormai si è incistato nel partito, che non accetta repliche e tende a demonizzare qualunque opinione differente. 

Tutta colpa del Pd? Nient’affatto. I suoi vizi e i suoi difetti sono quelli di un’Italia immobile, che non riesce ad affrancarsi dalle ideologie novecentesche. Oltretutto, non è certo da oggi che in Italia los redentores si contendono i fedeli e non è certo la prima volta che l’Italia che redime batte l’Italia riformista. Tuttavia, los redentores non hanno niente a che fare con la sinistra moderna. Il rischio è quello di dimenticarlo. 

Bisogna perciò prendere atto di come stanno le cose. Dunque, non c’è verso: serve qualcos’altro. Perché, parafrasando Yeats, contro il populismo «il centro deve reggere». È infatti nell’estesa terra di mezzo (il centro «della società») che dimora la maggior parte delle persone. È lì che si combatteranno gli scontri decisivi; ed è lì, in quella terra di mezzo, che, matureranno, con il governo Draghi, le misure in grado di guadagnarsi il via libera del Parlamento ed il consenso degli italiani.

Un esempio recentissimo? Le primarie democratiche a New York. Che c’entra New York?, si dirà. C’entra. Perché tutto il mondo è paese e perché a New York la possibilità di una vittoria repubblicana a novembre non esiste (il rapporto tra democratici e repubblicani è di sette a uno). Perciò il prossimo sindaco della più popolosa città americana sarà quasi sicuramente Eric Adams, l’ex poliziotto afroamericano che ha vinto le primarie democratiche. Ma, occhio, anche a New York, i lavoratori, gli elettori della classe operaia di tutte le etnie, si confermano decisamente moderati. 

Eric Adams, che è stato anche senatore dello Stato di New York e presidente del distretto di Brooklyn, ha vinto con appena 8.426 voti (l’1%) su Kathryn Garcia, un funzionario pubblico molto apprezzato che è stata anche responsabile dell’azienda municipalizzata dei rifiuti. Ed entrambi i candidati (che si sono contesi la vittoria in una competizione affollata: in lizza c’erano anche l’attivista per i diritti civile Maya Wiley e l’imprenditore ed ex candidato alle primarie presidenziali democratiche Andrea Yang) sono due candidati centristi. 

Insomma, la competizione per il sindaco di New York un paio di cose ai democratici (e non solo a quelli americani) le dice. E non sarebbe male prestarvi ascolto.

Il Pew Research Center, un think tank che ha realizzato alcune delle più importanti ricerche sulle opinioni e le tendenze che contribuiscono a modellare l’America e il mondo, ha classificato gli americani in nove gruppi politici differenti. Le categorie variano dai «conservatori fino al midollo» a destra ai «progressisti inamovibili» a sinistra, con in mezzo un mix di gruppi più eterogenei. Di recente, David Leonhardt del New York Times è tornato sulla suddivisione del Pew, poiché aiuta a chiarire una delle principali sfide che il Partito democratico americano deve affrontare; e aiuta anche a spiegare il risultato della competizione. 

Tra i nove insiemi del Pew, il gruppo che sta più a sinistra, quello dei progressisti inamovibili, nel 2017 (quando il Pew ha messo a punto queste categorie) ha messo insieme il 19% degli elettori registrati. Questi elettori hanno l’approccio e le convinzioni che ci si aspetta da loro: nettamente in favore dell’accesso all’aborto, della discriminazione positiva, dell’immigrazione, della regolazione del business, di una rete di protezione sociale generosa e di tasse più alte sui ricchi. Chi sono questi progressisti inamovibili? Sono, in modo sproporzionato, laureati con un reddito al di sopra della media.

I progressisti inamovibili sono anche in larga misura bianchi. I bianchi non sono così numerosi come nella maggior parte degli insiemi che, nel sistema di classificazione del Pew, sono orientati a destra, verso i repubblicani; ma sono, per capirci, meno “diversi” dal punto di vista etnico degli altri gruppi, più moderati, che si collocano a sinistra, dalla parte dei democratici. I progressisti inamovibili sono anche i più istruiti dei nove gruppi, e sono legati, inevitabilmente, ai conservatori fino al midollo in quanto insiemi con il più alto livello di reddito. 

Di recente, nel Partito democratico, buona parte dell’energia e della spinta propulsiva sono venute proprio dai progressisti inamovibili. Sono attivi sui social media e nei movimenti di protesta, come quello della resistenza contro Donald Trump. Hanno giocato un ruolo importante nella campagna presidenziale di Bernie Sanders e di Elizabeth Warren, così come nella ascesa della Squad, il gruppo, che comprende Alexandria Ocasio-Cortez, noto per essere composto dai membri più progressisti e “di sinistra” del Congresso. In particolare, tutti e sei i deputati che formano The Squad sono persone di colore, come molti dei principali attivisti progressisti. Il che ha alimentato la percezione che il fianco sinistro del Partito democratico sia composto, smisuratamente, da neri, ispanici e americani asiatici. 

Ma le cose non stanno affatto così. Anzi, è vero il contrario, come confermano i dati del Pew. Gli elettori neri, ispanici ed americani asiatici si collocano a destra dei democratici bianchi in merito a molte questioni. Molti elettori di colore sono più scettici sull’immigrazione e sul libero scambio. Propugnano sia il controllo e la sicurezza delle frontiere che alcune restrizioni all’aborto. Sono preoccupati della diffusione della criminalità e si oppongono ai tagli ai fondi destinati alla polizia. E sono religiosi. Basta pensare al nome scelto dal Pew per l’insieme più conservatore che si colloca nel campo democratico: «Devoti e diversi».

Per capire meglio questi modelli di comportamento, bisognerebbe forse concentrarsi, una volta tanto, sull’apparenza socio-economica e sulla divisione di classe (che, del resto, è stato più importante cleavage sul quale sono nati e hanno prosperato i grandi partiti di massa). Molti professionisti, con laurea e reddito sopra la media, hanno opinioni politiche molto nette, che si indirizzano drasticamente a destra o a sinistra, e che si allineano sostanzialmente con i programmi dell’uno o dell’altro dei due grandi partiti. Molti elettori della classe operaia hanno, invece, opinioni meno nette, spesso discordanti e reazioni variabili. Negli anni recenti, gli elettori della classe operaia di tutte le razze, sono sempre più a disagio con un certo progressismo del Partito democratico. 

L’allontanamento della classe operaia dal partito è una storia familiare e, specie in America, ha certamente anche a che fare con il razzismo, (come peraltro gli appelli di Donald Trump all’identità bianca hanno reso evidente). Tuttavia, questo massiccio dislocamento non ha a che fare soltanto con il razzismo; e le elezioni del 2020, nelle quali gli elettori di colore si sono spostati a destra, dovrebbero aver dissipato i dubbi residui. In questo senso, come ha spiegato Katie Glueck sul New York Times, le primarie democratiche per il sindaco di New York non sono che l’ultimo episodio di una lunga serie.

Eric Adams ha condotto la campagna sollevando temi decisamente conservatori. Si è candidato sia come un nero che ha dovuto sopportare il razzismo sia come un ex poliziotto che vuole proteggere la città e che è convinto che la polizia fornisca un servizio essenziale a vantaggio di tutti e non sia un mero strumento repressivo per proteggere gli interessi di pochi a scapito dei molti. Non per caso, i candidati più progressisti, come Kathrin Garcia e Maya Willy, hanno ottenuto un buon risultato nei quartieri esclusivi di Manhattan, mentre Adams ha conquistato tutti gli altri quattro distretti. «L’elettore nero medio non sta con A.O.C. ed è senza dubbio più vicino ad Eric Adams», ha detto Hakeem Jefferson, un politologo dell’Università di Stanford, al New York Times.«Quel che conta davvero per la gente, che spesso diffida dei grandi proclami politici, è qualcosa che sta più nel mezzo». Al “centro” (della società), insomma.

Si sa che, a causa del gerrymandering, del Collegio elettorale e della struttura del Senato, per restare in sella anche a livello nazionale, i democratici americani devono andare oltre il 50% dei voti. Cosa non facile. E per far questo, devono riuscire ad attrarre gli elettori della classe operaia di tutti i diversi gruppi razziali. La buona notizia per il Partito democratico è che, stando ai sondaggi, la maggioranza degli americani propende verso sinistra sulle questioni economiche ed è molto più moderata di molti repubblicani sulle questioni sociali. La cattiva notizia per il partito è che quella stessa maggioranza non è così «progressista», non è così “di sinistra”, come molti dei militanti e degli esponenti più noti del partito. Non è detto che questi militanti siano disposti a fare uno sforzo per comprendere le preoccupazioni dei lavoratori americani e non è detto che siano disposti a moderare le loro posizioni per vincere le elezioni. In Italia, ad esempio, sembra proprio di no. 

Posto che le tendenze sono queste (ed il Pd è quello che è), la vera domanda, tornando a noi, è un’altra: come mai questo qualcos’altro di cui ci sarebbe urgente bisogno, stenta così tanto a prendere forma? Questo è il problema, direbbe Amleto.

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