Linkiesta.it https://www.linkiesta.it News Linkiesta.it Mon, 01 Jun 2020 20:49:13 +0000 it-IT hourly 1 https://i2.wp.com/www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2020/04/cropped-linkiestalogosquare3x.png?fit=32%2C32&ssl=1 Linkiesta.it https://www.linkiesta.it 32 32 174743883 Così il ruggito della rabbia ha squarciato il silenzio della pandemia https://www.linkiesta.it/2020/06/george-floyd-rabbia-new-york-pandemia-donald-trump/ https://www.linkiesta.it/2020/06/george-floyd-rabbia-new-york-pandemia-donald-trump/#respond Tue, 02 Jun 2020 04:00:58 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=188073 Si impongono i rumori: canti, motori ed eliche in cielo. Nel caos della protesta torna il suono delle sirene. Stavolta non per curare, ma per combattere

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Nel mezzo di mesi strani di quiete e sirene, di solitudine di massa protratta, di file al supermercato silenziose e distanziate socialmente, di occhi agitati sopra le austere mascherine, la discesa nella malinconia, ecco un’insurrezione!

Non ho bisogno di uscire e andare a vedere. È l’insurrezione che viene verso di me. Una folla gigantesca che manifesta sotto la mia finestra gridando in coro: “No Justice! No Peace!” (Niente giustizia! Niente pace!).

Il giorno successivo do un’occhiata. Voglio partecipare. Una folla molto più grande si è radunata al Barclays Center, gioventù di Brooklyn in molte delle sue varietà, amici delle superiori, hipster coscienziosi, una delegazione di personaggi patetici della Revolutionary Internationalist Youth, compagni di stanza che brandiscono i loro cartelli, dove è scritto a mano in maniera commovente “White Silence is White Violence” (Il silenzio dei bianchi è la violenza dei bianchi).

La folla immensa avanza lungo Flatbush Avenue. Di nuovo, non c’è bisogno che io vada. Una fazione viene a manifestare di nuovo sotto le mie finestre.

Lo spettacolo notturno, visto dal mio tetto, è decisamente allarmante. Lontano c’è il rimbombo delle folle che gridano, parole che possono essere state “George! Floyd!”, anche se non ne sono sicuro.

In alto, gli elicotteri della polizia bombardano di rumori la città. Sulla via i motociclisti rispondono agli elicotteri sgasando i motori.

Le sirene, di nuovo: sirene di combattimento, stavolta, e non di emergenza medica. Questo è l’impero della rabbia la quale, come le camionette della polizia che si vedono nei video e che vanno follemente a colpire la gente, si fa avanti senza pietà sul macabro silenzio dell’epidemia.

 

(Articolo pubblicato in inglese su Tablet)

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Perché l’Italia non riesce a fare i conti con il suo passato fascista? https://www.linkiesta.it/2020/06/italia-periodo-fascista-negazione/ https://www.linkiesta.it/2020/06/italia-periodo-fascista-negazione/#respond Tue, 02 Jun 2020 04:00:54 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=188037 Il regime cade ma il ricambio della classe dirigente non avviene. È il problema della continuità: in questo modo, negli apparati e nella vita culturale nessuno ha interesse a scavare a fondo su crimini commessi e responsabilità

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Ma quali sono gli effetti di questo insieme di leggi dettate in parte dalla volontà di chiudere i conti col passato regime e in parte dal tentativo di dare una risposta alla domanda che a livello nazionale e internazionale molti si pongono: l’Italia del dopo 25 aprile è ancora fascista?

Il 25 giugno 1943, un mese esatto prima della caduta del fascismo, il segretario nazionale del Partito nazionale fascista Carlo Scorza dichiara soddisfatto che il partito ha ben 4.770.000 di iscritti (1). L’11% della popolazione italiana, neonati compresi.

Nei suoi vent’anni di regime il fascismo costruisce un’intera classe dirigente: non solo a livello eminentemente politico, ma anche nelle strutture dell’amministrazione, dell’economia e della cultura (2).

Sono mondi che in due decenni la dittatura cerca di penetrare e tirare dalla propria parte. Sono sottoposti a una politica di fascistizzazione la funzione pubblica, (3) la scuola, l’università, i rappresentanti delle parti sociali, ma anche le imprese private, i sindacati (4), l’associazionismo (5), lo sport.

È un’offensiva diretta a rendere uniforme e allineata un’intera società. Quando nel 1943 il fascismo cade, l’opera, almeno sulla carta, è in gran parte compiuta: i funzionari pubblici sono tutti iscritti al partito per legge, gli insegnanti hanno giurato fedeltà allo Stato-partito, i sindacati sono sostituiti dalle corporazioni fasciste; le associazioni sono assorbite nel circolo della gestione del tempo libero fascista e alle partite di calcio la nazionale fa il saluto romano.

Uno dei temi centrali della storiografia italiana postbellica, in particolare a partire dagli anni settanta, è quello che si concentra proprio sul fatto di comprendere quali reali effetti abbia avuto il fascismo “quotidiano” sulle vite di milioni di italiani.

La lettura principale si rifà ovviamente alla constatazione che dopo il 25 luglio nessun movimento di rivolta sorge nel paese per reclamare il ritorno del fascismo al potere: la guerra perduta, le privazioni e i bombardamenti probabilmente hanno fiaccato l’animo della popolazione e il suo attaccamento al regime: sono lontanissimi i tempi della proclamazione dell’impero del 1936, ma anche quelli della totale accettazione incondizionata delle leggi razziali nel 1938.

Le promesse disattese, il nemico alle porte e le difficoltà materiali di tutto il paese creano le condizioni per la caduta di Mussolini in modo sostanzialmente incruento.

Con l’8 settembre 1943 alcuni pezzi consistenti dell’apparato statale vengono spostati verso nord, a formare i quadri della nuova Repubblica Sociale (6).

All’estremo Sud sono gli alleati a cercare di ripulire l’ambiente dalle ingerenze fasciste, con difficoltà e poco metodo. Nel mezzo, uno Stato italiano monco e depotenziato (7) che, tra i mille compiti che lo attendono, dovrebbe avere come priorità anche una netta separazione da sé degli ultimi strascichi di potere dittatoriale.

Per quale motivo allora non si assiste, al momento del crollo del regime, a un’azione di incisiva ripulitura degli apparati statali, economici e sociali della nazione?

Si può affermare che il primo reale ostacolo all’effettiva epurazione degli elementi fascisti nelle élite sociali e negli apparati dello Stato è dato dal fatto che, dopo vent’anni di dominio, quasi nessuno all’interno dell’apparato ha effettivamente la legittimità e nemmeno l’interesse a scavare a fondo per indagare su crimini, connivenze e appoggi che sono comuni a tutti.

La difficoltà di imbastire una seria analisi delle colpe del fascismo passa proprio dal fatto che all’interno degli apparati dello Stato, così come tra i rappresentanti degli strati economici e culturali, pochi, anzi, pochissimi si possono erigere dopo il 25 luglio a paladini senza macchia di una pulizia approfondita.

Aver vissuto la vita pubblica italiana dal 1922 al 1943 senza finire al confino o peggio, significa, in qualche modo, aver trovato un modo di convivenza con la dittatura o quantomeno suscitare questo sospetto in chi invece è stato perseguitato.

A questa difficoltà di coscienza si somma poi un dato di fatto drammatico: l’intero apparato statale, amministrativo e produttivo, pur pervaso di elementi fascisti e comunque costruito, in quasi due generazioni, proprio sulla convivenza con il fascismo, non ha al suo interno chi possa vantare contemporaneamente esperienza sufficiente a far funzionare la macchina statale e al contempo credenziali solide di antifascismo.

Si tratta di quello che lo storico Claudio Pavone definisce «il problema della continuità»(8): non è possibile intervenire sulle strutture dello Stato separando l’elemento fascista da quello non fascista senza interrompere lo svolgimento dell’attività amministrativa.

Più in generale, chi arriva al potere dopo i fascisti continua a utilizzare per il governo gli uomini e le istituzioni che il fascismo ha creato nel ventennio precedente.

Da un lato appoggiandosi all’eccezionalità delle condizioni del paese, che dopo il 25 luglio e soprattutto dopo l’8 settembre si trova in guerra con se stesso prima ancora che con gli occupanti stranieri; dall’altro per il fatto che anche la riforma in senso antifascista degli apparati pubblici richiederebbe esperti e persone d’esperienza che al momento il paese non può produrre, se non tra le file degli stessi fascisti di lungo corso.

Quando poi, a guerra civile conclusa, il momento appare propizio per un deciso cambio di passo e per un repulisti più efficace, si delineano nuovi scenari di necessità e la fine dell’emergenza bellica porta a un generale raffreddamento dell’interesse per la ripulitura di un apparato che è quanto mai necessario alla ripresa pacifica del paese.

Con il clima di contrapposizione montante a causa della Guerra Fredda e la fine dei governi formati da tutte le forze del Cln (9), la defascistizzazione diventa un tema decisamente secondario nell’agenda politica e anche in quella pubblica, anche perché anni dopo la caduta del regime anche tra i più convinti epuratori vi sono quelli che per convenienza o per opportunità puntano allo status quo.

Ricorda lo scrittore e partigiano Giorgio Amendola: «Forze presenti dentro e fuori il Cln non si proponevano affatto di spezzare la continuità dello Stato, che anzi attraverso quella partecipazione, volevano riuscire a salvaguardare» (10).

Le difficoltà, le lentezze e anche gli ostacoli volontari di un processo di epurazione che manca di linee guida chiare, portano all’abbandono dell’idea stessa di una epurazione “giusta”.

Note:

1) Dato ripreso dal Foglio d’ordini del pnf del 25 giugno 1943 e riportato in E. Gentile, Fascismo. Storia e interpretazione, Laterza, Roma-Bari 2008, p. 202.

2) Sulla forza di penetrazione dell’ideale fascista nella società italiana e sulle modificazioni che esso le apporta, cfr. E. Gentile, Modernità totalitaria, Laterza, Roma-Bari 2008 e A. Tarquini, Storia della cultura fascista, il Mulino, Bologna 2011.

3) Legge 24 dicembre 1925, n. 2300, Dispensa dal servizio dei funzionari dello Stato. In G.U. n. 2 del 4-1-1926, che all’art. 1 prevede l’allontanamento dal servizio dei funzionari «che, per ragioni di manifestazioni compiute in ufficio o fuori di ufficio, non diano garanzia di un fedele adempimento dei loro doveri o si pongano in condizioni di incompatibilità con le generali direttive politiche del governo».

4) Legge 5 febbraio 1934,n.163 Costituzione e funzioni delle Corporazioni.In G.U. n. 42 del 20-2-1934.

5) Legge 26 novembre 1925, n. 2029, Regolarizzazione dell’attività delle Associazioni, Enti ed Istituti e dell’appartenenza ai medesimi del personale dipendente dallo Stato, dalle Provincie, dai Comuni e da Istituti sottoposti per legge alla tutela dello Stato, delle Provincie e dei Comuni. In G.U. n. 277 del 28-11-1925.

6) Riguardo alla scelta, voluta o obbligata, di una parte della pubblica amministrazione di seguire lo spostamento a nord dei fascisti e della fondazione dell’apparato amministrativo della Rsi cfr. M. Borghi, Tra Fascio Littorio e senso dello Stato cit.

7) La dicitura “Regno del Sud”, con cui molti si riferiscono alla compagine sorta dopo la fuga del re e di Badoglio a Brindisi in seguito all’armistizio, dà l’idea di un potere che, per quanto voglia dimostrare il contrario, è solo l’ombra dello Stato che si candida a rappresentare. Cfr. S. Bertoldi, Il Regno del Sud, Rizzoli, Milano 2003.

8) C. Pavone, Alle origini della Repubblica. Scritti sul fascismo, antifascismo e continuità dello Stato, Bollati Boringhieri, Torino 1995, pp. 70 e sgg.

9) Il primo governo De Gasperi (10 dicembre 1945 1 luglio 1946) è l’ultimo ad avere al suo interno l’insieme di tutte le forze antifasciste, vale a dire Democrazia cristiana, Partito comunista, i Socialisti del Partito socialista italiano di unità proletaria, i Liberali, il Partito democratico del lavoro e il Partito d’azione, anche se la spinta a una radicale epurazione degli elementi antifascisti si registra già con la fine del governo Parri (dicembre 1945), che è il governo a cui si deve l’istituzione dell’Alto Commissariato per l’Epurazione dei fascisti. Per il cambio di rotta dell’esecutivo italiano tra il 1945 e il 1946 cfr. G. Fanello Marcucci, Il primo governo De Gasperi (dicembre 1945 giugno 1946), sei mesi decisivi per la democrazia italiana, Rubbettino, Palermo 2004 e G. De Luna, La Repubblica inquieta. L’Italia della ricostruzione 1946-1948, Feltrinelli, Milano 2017.

10) G. Amendola, La continuità dello Stato e i limiti storici dell’antifascismo, in Fascismo e movimento operaio, Editori Riuniti, Roma 1975, p. 145.

 

da “Ma perché siamo ancora fascisti? Un conto rimasto aperto”, di Francesco Filippi, Bollati Boringhieri, 2020, 12 euro

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L’utopia ragionevole di una globalizzazione giusta https://www.linkiesta.it/2020/06/globalizzazione-cosmopolitismo-crisi-storia/ https://www.linkiesta.it/2020/06/globalizzazione-cosmopolitismo-crisi-storia/#respond Tue, 02 Jun 2020 04:00:50 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=187839 Adottando una prospettiva storica, si vede che le radici di un mondo più connesso non sono né recenti né soltanto economiche. Di fronte al rallentamento di oggi, si deve intervenire nei processi di integrazione per portare più equità e uguaglianza

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Per stabilire se ci sia o meno una crisi della globalizzazione bisogna in primo luogo chiarire di cosa stiamo parlando. Un primo senso di “globalizzazione” allude al processo di intensificazione degli scambi e delle interazioni tra persone e istituzioni che ha prodotto negli ultimi decenni una sempre più stretta integrazione delle diverse aree del pianeta.

Dico “allude” e non “descrive” perché, come tutti i termini generali, “globalizzazione” è molto vago. Per specificarne il significatoo dovremmo, infatti, aggiungere sostanza al termine attraverso un resoconto del processo di cui stiamo parlando.

Di che natura sono le interazioni che lo producono? Commercio, trasporti e comunicazione sono tre sfere molto ampie di attività che vengono subito alla mente a questo proposito, ma non è scontato che la lista debba fermarsi qui.

In fondo, se allunghiamo lo sguardo oltre gli ultimi decenni, magari sfogliando un atlante storico, risulta evidente che anche le guerre e le migrazioni potrebbero essere incluse nell’elenco delle attività umane che hanno contribuito all’integrazione delle diverse regioni del globo.

A seconda di quanto lontano si guardi, tra le forze della globalizzazione si dovrebbero includere non solo gli interessi economici, ma anche la brama di conquista, la curiosità intellettuale e lo spirito di avventura. Alessandro Magno e Gengis Khan, Cristoforo Colombo e Napoleone, Ingvar Kamprad e Steve Jobs sono tutti, ciascuno nell’ambito delle proprie competenze, protagonisti del processo che ha condotto il pianeta a essere sempre più integrato.

Se è vero, come ha scritto Edgar Morin, che è nel corso del XX secolo che la «mondialità» si afferma come «forma moderna del destino», è difficile negare che le forze che hanno condotto a questa situazione si siano messe in moto molto prima.

Verrebbe quasi da dire che “globalizzazione” è semplicemente uno dei modi in cui chiamiamo la storia. Credo che questo sia ciò che Immanuel Kant aveva in mente quando scriveva che la sfericità della terra rende impossibile agli esseri umani di disperdersi all’infinito, e quindi essi «devono sopportare di stare l’uno a fianco dell’altro».

Quando scriveva queste parole, Kant aveva ben presente il ruolo sia della guerra sia del commercio nel rendere la terra sempre più integrata. Ciò che non poteva immaginare era che alla nave e al cammello (due esempi di mezzi di comunicazione che menzionava) si sarebbero affiancati nel giro di pochi decenni i treni, gli aerei e infine le forme di comunicazione istantanea che promettono (attraverso la «rivoluzione globotica» di cui parla Richard Baldwin) di smaterializzare le azioni rendendo le catene del valore sempre più estese e ramificate.

Se le cose stanno in questo modo, la fine della globalizzazione sarebbe come la fine della storia. In effetti, quando Alexandre Kojève affermava che «Marx è Dio e Henry Ford è il suo profeta», pensava proprio a qualcosa del genere: un processo di integrazione sociale ed economica che ha raggiunto il suo compimento.

La terra è ancora rotonda, ma ogni punto del globo è raggiungibile da qualunque altro. Lo “spirito di conquista” si è spento (che senso ha la guerra se non c’è più spazio da conquistare? Ciascuno di noi è potenzialmente ovunque, se non di persona, attraverso una connessione elettronica o magari rappresentato da un avatar) e il suo posto è stato preso da pulsioni che si armonizzano senza attriti eccessivi con gli «spiriti animali» del capitalismo.

Intesa in questo modo la «fine della storia» non è uno stato di sospensione del tempo. Nel pianeta compiutamente globalizzato continuerebbero ad aver luogo eventi, ma essi troverebbero il proprio ordine temporale (il prima e il dopo) secondo un modello ciclico piuttosto che progressivo. Una visione suggestiva, che alcuni potrebbero trovare inebriante, altri deprimente, ma che per ora possiamo considerare ancora soltanto un’ipotesi.

Oggi il mondo è straordinariamente più integrato di quanto non fosse duecento anni fa, ma non possiamo dire che il processo si sia compiuto. Al contrario, stiamo probabilmente entrando in una fase di rallentamento della globalizzazione.

Almeno questa sembra essere la conseguenza più significativa della pandemia. La chiusura dei confini, l’imposizione di limiti stringenti alla libertà di movimento delle persone, l’incrinarsi della fiducia nei rapporti tra paesi, sembrano tutti segnali che fanno pensare a una battuta d’arresto nel processo, forse persino a un regresso.

A questo punto entra in scena il secondo senso di “globalizzazione”. Se il pensiero di un mondo meno integrato evoca il regresso, è chiaro che tendiamo a pensare al processo di cui stiamo parlando come un progresso.

Questo spiega anche perché la discussione sulla crisi della globalizzazione in corso in queste settimane abbia esplicitamente un carattere normativo.

Non stiamo semplicemente prendendo in considerazione la plausibilità o meno di una previsione, ma valutando un insieme di reazioni individuali e collettive al pericolo rappresentato dal Covid-19.

Chi ricorda gli effetti positivi della globalizzazione sta cercando di contrastare queste reazioni, mostrando che la somma delle conseguenze positive di società aperte è superiore rispetto a quella delle conseguenze negative. Che la chiusura può essere una politica di emergenza, ma non un destino. Per quel che conta, mi iscriverei anche io tra i difensori della globalizzazione, ma con qualche qualificazione.

Se è vero che l’integrazione progressiva del globo ha generato una gran quantità di opportunità e di vantaggi per un grandissimo numero di persone, questo non vuol dire che essi siano stati distribuiti in modo equo.

Uno sviluppo equo non si realizza soltanto attraverso l’apertura dei mercati, anche se, come sottolineava Kant, lo spirito del commercio è uno straordinario fattore di composizione dei conflitti e di superamento delle rivalità. Ci sono stati e ci sono vincitori e perdenti della globalizzazione. Era così al tempo di Cortéz e Montezuma ed è così ancora oggi.

Guardare alla globalizzazione nella prospettiva di lungo periodo, come facciamo per tutti i fenomeni storici di cui vogliamo comprendere appieno le cause e la portata, ci rivela che l’espansione degli imperi europei è stata un passaggio importante nel processo di integrazione del globo, ma ciò è avvenuto anche attraverso crimini di ogni genere: conquiste violente, genocidi, riduzione in schiavitù, sottomissione di intere nazioni.

Lo stesso colonialismo, verso il quale Kant giustamente provava orrore, è parte del processo di globalizzazione, come lo sono le conseguenze che ha provocato nelle culture dei paesi che sono stati soggiogati dalle potenze europee (basti pensare a scrittori di origine indiana ma di lingua inglese come Salman Rushdie o Amitav Ghosh, un fenomeno letterario tipico della nostra cultura globale).

Persino oggi, nello stesso momento in cui celebriamo l’uscita dalla povertà di milioni di persone, non possiamo dimenticare che questi risultati positivi sono compatibili con la persistenza, in quegli stessi paesi che si arricchiscono, di forme di sfruttamento che molti europei troverebbero inaccettabili (avere uno stipendio è meglio che non averlo, ma questo non vuol dire che sottrarsi al pericolo della morte per inedia garantisca anche una vita decente e la piena fioritura dei propri talenti).

Insomma, l’intensità dell’integrazione è certamente un aspetto essenziale dello sviluppo sociale, inteso in senso quantitativo, ma ciò non vuol dire che essa sia sufficiente per generare quella condizione in cui, come scrive Kant, «parti del mondo lontane» entrino gradualmente in «rapporti reciproci che alla fine diventano pubblicamente legali, avvicinando così sempre di più il genere umano verso una costituzione civile universale».

Più che alla difesa della globalizzazione, io mi iscriverei quindi a quella del progetto cosmopolita di chi aspira a una società globale in cui «la violazione di un diritto in una parte del mondo viene sentita in tutte le altre parti»: l’utopia ragionevole dei liberali egualitari.

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Confindustria fa un assist al Pd sul futuro del paese, ma il Pd preferisce buttarla in tribuna https://www.linkiesta.it/2020/06/partito-democratico-confindustria-gualtieri/ https://www.linkiesta.it/2020/06/partito-democratico-confindustria-gualtieri/#respond Tue, 02 Jun 2020 04:00:49 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=188011 Industriali e Banca d’Italia aprono un gran dibattito sull’Italia dei prossimi anni perché ripartire dall’economia e rilanciare il sistema produttivo sarebbe una strategia vincente per tutti, ma al Nazareno prevalgono i vecchi tic, la miope convenienza quotidiana e la tattica di sgraffignare quattro voti agli inesistenti grillini

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Sono le parti sociali e una grande istituzione come la Banca d’Italia ad aver aperto quello che in Francia chiamerebbero un grand débat sul futuro del Paese. I partiti, al solito, restano abbarbicati sul qui e ora, in parte giustificati dall’emergenza. Ma una volta di più incapaci di gettare lo sguardo più in là del presente, con un governo che da parte sua a questa altezza della discussione semplicemente non esiste, fatto salvo l’intervento un po’ “dovuto” di Roberto Gualtieri che ha difeso l’operato dell’esecutivo.

Per ora su fisco e investimenti non si è fatto nulla. Ma non è nemmeno tanto di questo che si discute. I soldi fin qui erogati sono stati distribuiti a pioggia, ormai è cosa fatta. Il problema riguarda semmai le ingenti risorse che verranno dall’Europa: secondo quale idea dell’Italia verranno impiegate?

A parlare di questo “dopodomani” che è peraltro dietro l’angolo è stato il neopresidente di Confindustria Carlo Bonomi, il quale ha mostrato di essere un personaggio sanguigno (in discontinuità col più paludato predecessore Vincenzo Boccia), e forse sotto l’aspetto comunicativo anche troppo: «La politica peggio del Coronavirus», la frase che ha dato il titolo all’intervista su Repubblica, non è felice, comunque la si pensi.

E infatti quel titolo ha consentito le critiche del sempre polemico Andrea Orlando, evitandogli un intervento di merito, e persino Graziano Delrio stavolta non è stato mite come al solito («Bonomi parli dell’evasione fiscale»).

Ne esce confermata l’impressione che il Partito democratico non entri mai nel merito. Troppo facile ripetere a iosa il menù del giorno, che come in certe trattorie è sempre lo stesso: occorre un’economia verde, bisogna lavorare alla banda larga, si deve investire nella ricerca eccetera eccetera. Ma bisognerebbe dire come, quando, perché.

E soprattutto mettere le mani nel fango delle proprie contraddizioni, rivedere antiche convinzioni. Il Pd convochi tutti i soggetti, lanci un programma comprensibile, si metta al lavoro con una grande iniziativa politica. Si faccia capire, ci faccia capire.

Bonomi, dal suo punto di vista, la prima mossa l’ha fatta. Ha spalancato qualche porta e qualche finestra. Ha parlato chiaramente. Tanto chiaramente che un pezzetto della sinistra più radicale ha trovato un nuovo nemico del popolo da additare alle masse, masse che ovviamente non la seguono; persino dalle parti di LeU, partito di governo, si è sentito scomodare Antonio Gramsci parlando, a sproposito, del «sovversivismo delle classi dirigenti».

Il presidente di Confindustria ha rilanciato l’idea di un “contratto sociale”, che non ha nulla di rousseauiano ma pare ispirarsi più ai modelli di socialdemocrazia avanzata, e ha posto almeno un paio di questioni fondamentali.

Prima novità, l’autocritica sul mito italiano del “piccolo è bello” e una nuova attenzione alla grande dimensione, cosa che implica un discorso radicalmente diverso in termini di politica industriale.

In questo quadro Carlo Bonomi è stato molto chiaro sulla riforma della contrattazione di cui si discute da anni (e mentre si discute, nella realtà la contrattazione aziendale va avanti), ponendo una verità acclarata: che la detassazione dei contratti aziendali aiuta la produttività e che gli aumenti in sede nazionale aumenta i salari ma non la produttività. Ora, dice Bonomi, come può ripartire l’Italia se la produttività non cresce? Non sembra un discorso da “padrone”: è questo il problema.

Si rileggano ad aiuvandum le parole del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco: «Per riportare la dinamica del prodotto interno all’1,5 per cento servirà un incremento medio della produttività del lavoro di poco meno di un punto percentuale all’anno. Questo obiettivo richiede un forte aumento dell’accumulazione di capitale, fisico e immateriale, e una crescita dell’efficienza produttiva non dissimile da quella osservata negli altri principali paesi europei».

Sono d’accordo il Pd e la Cgil, con questa analisi? Si rendono conto che l’unico modo per togliere l’acqua ai pesci “arancioni” e alla destra che vira sempre più a destra è quello di un grande accordo che rilanci il sistema produttivo italiano?

Ecco, l’uno-due Bonomi-Visco segnala che il tema della ricostruzione dell’economia italiana non è stato impugnato dalle forze progressiste ma da altri soggetti, con il sindacato in ritardo e i famosi intellettuali e specialisti tenuti fuori dall’area del dibattito politico. Attenzione, perché è qui – non su quanti voti sgraffignare ai silenti pentastellati – che il centrosinistra può vincere, o perdere, una battaglia storica.

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Gigliola Curiel, il sogno di una sartoria alla fine della guerra https://www.linkiesta.it/2020/06/gigliola-curiel-sartoria-milano/ https://www.linkiesta.it/2020/06/gigliola-curiel-sartoria-milano/#respond Tue, 02 Jun 2020 04:00:49 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=187374 Gli Alleati sbarcano in Italia, i nazisti compiono gli ultimi rastrellamenti. Ma come racconta Gaetano Castellini Curiel in “Gigliola Curiel” (Le Lettere) è in quei giorni che nasce l’idea: un atelier che avrebbe cambiato il panorama dello stile milanese, e non solo

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L’arrivo dei tedeschi aveva messo Gigliola e Lucia in tremenda agitazione. Era stata la prima volta, da quando erano partite da Roma, che avevano incontrato un gruppo di militari del Reich: non c’erano stati posti di blocco né controlli a sorpresa, così quella porta battuta dai colpi dei soldati e quell’accento duro aveva cancellato i giorni di tranquillità in cui erano scivolate serenamente.

Se parte della retrovia tedesca si stava radunando in Umbria in vista della ripresa degli scontri a gennaio, per loro era tempo di rimettersi in viaggio.

Sergio sosteneva di riparare a Civitavecchia, sul mare a nord di Roma, dove a suo dire sarebbero sbarcate altre truppe alleate non appena il tempo lo avesse permesso; secondo Nino sarebbe stato meglio rimanere in Umbria, in un territorio che conosceva, pieno di possibili alleati per la fuga; secondo Gigliola invece, insistendo in una strategia che a Roma aveva dato i suoi frutti, la cosa migliore era avvicinarsi alla linea del fronte.

Lì i militari erano occupati negli scontri con l’esercito e, con i movimenti partigiani ancora dormienti, badavano poco a chi si muoveva tra le città.

Poi visto come era andato questo conflitto, che da guerra lampo si era trasformata in guerra di posizione, Gigliola preferiva avvicinarsi il più possibile a quelle città che sarebbero state liberate per prime.

Nei ricordi di quel periodo, gli spostamenti si confondono, si susseguono decine di taxi, lunghi viaggi su strade sterrate per evitare i posti di blocco, stanze di alberghi e casolari, ville sul mare e incontri clandestini.

Uno dei motivi per cui Gigliola scelse di andare a sud, infatti, fu una nuova comunicazione arrivata dal fratello tramite Ida. Avrebbe incontrato un uomo fuori Roma, a sud e lui gli avrebbe dato alcuni pacchetti da consegnare al di sotto della linea Gustav.

In quei mesi mentre abbozzava dei disegni sul suo taccuino, immaginando con quali vestiti avrebbe abbigliato le figure del cinema americano che aveva visto sulle riviste, aveva preso una decisione: se c’era qualcosa che avrebbe potuto fare per facilitare la fine degli scontri, non si sarebbe tirata indietro intimorita.

Aveva deciso che tra lei e il suo sogno di aprire una sartoria di mezzo c’era solo la guerra. Così si era messa in contatto con Eugenio e due giorni dopo aveva ricevuto indicazioni per un appuntamento a Sabaudia, qualche chilometro a sud di Roma.

Era arrivata lì con Nino, lui si era offerto di accompagnarla anche se non era del tutto convinto di volerla aiutare: lasciarla andare sola, tuttavia, era fuori discussione.

Parcheggiarono la macchina all’ombra di uno dei mausolei razionalisti di Sabaudia e si incamminarono sul lungomare, in lontananza, appena visibili, le rocce frastagliate si spezzavano a formare un profilo femminile.

«Quella è la maga Circe» disse Nino indicando il promontorio. «Vedi la bocca, quella è la fronte» con la mano accarezzava il profilo costruito dalle rocce: «Non è bellissima?»

«Come?». Gigliola, nervosa e tormentata dall’idea di sua figlia lontana, era affogata nei suoi pensieri e non aveva ascoltato una sola parola di Nino.

Lui sorrise e la prese sotto braccio. Il sole stava calando dietro la montagna e gli ultimi raggi che si riflettevano sul marmo bianco della città rimbalzavano splendenti. Gigliola si infilò gli occhiali da sole.

«Signora sa dirmi l’ora per favore?». Una donna con un fazzoletto annodato sotto il collo e degli stinchi massicci che spuntavano dalla gonna, si guardava intorno con aria sospetta, mentre aspettava che Gigliola scoprisse il polso con l’orologio.

«È l’ora» rispose.

La donna annuì e riprese a camminare nel senso opposto. I gabbiani volteggiavano rumorosi sopra il porticciolo spezzando l’aria con il loro gracchiare. Nino si sistemò il bavero della giacca.

Più avanti un ragazzo poco più che dodicenne sedeva su uno sgabello di legno con un secchio di plastica blu tra le gambe.

«Signora lo vuole assaggiare un cannolicchio, sono una prelibatezza, sa» disse e veloce infilò una mano nel secchio, prese un mollusco e con un piccolo coltellino lo aprì a metà. «Del limone lo gradisce?».

«Io veramente…».

«Lo mangio io» disse Nino allungando la mano verso la conchiglia stretta e lunga. «Niente limone, grazie». Succhiò via il mollusco piegando la testa indietro.

«È buono, vero?» Nino fece sì con la testa e mandò giù tutto. «Allora ecco il vostro mazzetto» disse lasciando un pacchetto rivestito di carta ingiallita nelle mani di Gigliola «vi aspettano per cena a Latina» aggiunse, poi afferrò il secchio e lo sgabello e fischiettando se ne andò lungo la banchina.

«Hanno iniziato a bombardare Berlino questa notte. L’Armata Rossa è alle porte di Berlino. Togliatti dice che è questione di giorni».

«E gli alleati?» chiese un uomo con l’accento ungherese.

«Presto libereranno Roma, il bombardamento di Montecassino ha fatto arretrare i tedeschi, ora fuggono da tutte le parti».

Quando batterono due colpi sulla porta di ferro che chiudeva la cantina il più magro dei due scattò in piedi. «Chi è?».

«Sono il professore» rispose la voce al di là della porta. Il magrolino si rigirò la sigaretta tra le dita e fece scorrere il palo di ferro che chiudeva la porticina.

L’uomo che si era presentato come il professore, un tizio alto e grande con l’aspetto più del contadino che del professore entrò abbassando la testa.

La lampada a olio tremò mentre un refolo d’aria entrava dalla porta seguito da Gigliola e Nino che nei loro vestiti eleganti, apparivano come due stranieri.

«Chi sono questi?» «Lei è la sorella del compagno Giorgio» disse il professore. «Del Curiel?» disse il più magro dei due e come una luce sembrò accendersi sul suo viso. «Venga signora si accomodi». disse passandole una sedia.

«Suo fratello e io siamo stati insieme a Ventotene, mi chiamo Alberto», disse allungando la mano a Gigliola. Un po’ insicura, ricambiò la stretta.

«Come sta?» chiese.

«Dicono che a Milano le cose sono ancora dure» rispose il più magro.

«Ma non ci vorrà molto, i compagni si riprenderanno la città» ribatté l’ungherese.

Il professore lanciò un’occhiata a Gigliola che tirò fuori il pacchetto da sotto il cappotto.

Il più magro lo prese mentre l’ungherese rimase in silenzio, aprì la carta ingiallita e tirò fuori una scatola di latta, come quella per le pastiglie alla menta. All’interno c’erano dei piccoli uncini di ferro con i chiodi alle estremità.

«Con questi sulle strade intorno a Roma possiamo rallentare i convogli dei militari quando sarà il momento di prendere la città» disse il professore alzando uno dei chiodi alla luce delle lanterne.

Due colpi sordi risuonarono nella cantina. Gigliola e Nino trasalirono. Gli uomini si lanciarono un’occhiata poi l’ungherese si alzò e andò alla porta.

«Chi è?» «Sono io, sono Blitz, aprite sbrigatevi». Il più piccolo si girò a guardare il professore che con un cenno della testa fece segno di aprire la porta.

Il ragazzino dei cannolicchi entrò come una furia, aveva il fiatone e parlava in modo concitato con le parole che si sovrapponevano l’una all’altra, in un borbottio incomprensibile.

«Fermati Pietro, respira. Si può sapere che cazzo è successo?».

«So’ sbarcati, professore» disse il ragazzino. «Gli americani, so’ sbarcati ad Anzio».

 

da “Gigliola Curiel. Una vita nella moda”, di Gaetano Castellini Curiel, Le Lettere, 2020

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E se ci facessimo una bella frittura di grilli? https://www.linkiesta.it/2020/06/frittura-grilli-crickets-cucinare-ricetta/ https://www.linkiesta.it/2020/06/frittura-grilli-crickets-cucinare-ricetta/#respond Tue, 02 Jun 2020 04:00:41 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=187909 Mentre i cambiamenti climatici, le malattie e l’instabilità politica incombono, due artisti coltivatori di grilli si rifugiano nel mondo degli insetti che allevano da anni nelle loro case di Manhattan e in una vera e propria farm nel Queens

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È uno dei classici tormentoni che periodicamente fanno capolino nei giornali e diventano una moda, per poi spegnersi subito dopo, con poco entusiasmo soprattutto nel nostro Paese.

Ma stavolta il video è talmente poetico che non possiamo fare a meno di condividerlo con voi: l’ha pubblicato il New Yorker e mostra due artisti newyorkesi, Adam Brody e Jude Tallichet, alle prese con una vera e propria performance dei loro grilli da nutrimento. 

Tallichet ha iniziato l’allevamento dei grilli per aiutare un suo vicino, che dovendo stare lontano dalla sua farm per lavoro gli ha chiesto se poteva essere la baby sitter degli insetti. La passione per questa insolita occupazione ha fatto il resto.

E dopo averli allevati a casa, la fattoria si è ampliata e i due hanno costruito  delle casse di vecchie finestre riciclate, dipinte di bianco e rosso che hanno trovato posto nella una vecchia sinagoga abbandonata del Queens, studio di Tallichet. 

I grilli hanno un valore proteico molto simile a quello del manzo, ma il loro allevamento richiede molto meno spazio per produrre la stessa quantità di carne e mille volte meno acqua: sono quindi un’alternativa decisamente più sostenibile. Inoltre, iniziare ad allevarli è quasi un gioco, mangiano quello che gli dai, e hanno bisogno solo di contenitori delle uova e scatole a prova di fuga. Amano stare vicini, e quindi hanno naturalmente bisogno di poco spazio per sopravvivere.

Che cosa se ne fanno i due dei loro grilli? Li cucinano, ovviamente, friggendoli in olio di cocco con cumino, paprika e riso. Dopo averli addormentati e ‘storditi’ nel congelatore.

Occupazione per annoiati radical chic? Non solo: il video è una denuncia potente contro l’industria dell’allevamento intensivo che tanti danni sta facendo negli Stati Uniti. Voi vi ci vedreste a fare il cricket-boy? Chissà, magari è una delle prossime sfide post pandemia.

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Quando i Paesi europei celebrano la loro festa della Repubblica https://www.linkiesta.it/2020/06/2-giugno-festa-repubblica-italia-altri-paesi-europei/ https://www.linkiesta.it/2020/06/2-giugno-festa-repubblica-italia-altri-paesi-europei/#respond Tue, 02 Jun 2020 04:00:40 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=187912 In Islanda lo Lýðveldisdagurinn si festeggia il 17 giugno per il compleanno di un leader indipendentista, in Portogallo il 5 ottobre per ricordare la fine della monarchia nel 1910. Malta invece commemora la data in cui ha deciso di eleggere un presidente come capo di Stato al posto della regina Elisabetta

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Oltre a l’Italia c’è un solo stato d’Europa che festeggia a giugno il giorno in cui diventò Repubblica: l’Islanda. Nell’isola lo Lýðveldisdagurinn si celebra dal 17 giugno 1944 per ricordare l’indipendenza dalla Danimarca.  In realtà i due referendum con cui gli islandesi decisero adottare una nuova costituzione repubblicana e di abolire l’Atto di Unione Danese-Islandese del 1918 si tennero il 20 e 23 maggio del ’44. Siccome due giorni di festa nazionale erano troppi, gli islandesi scelsero la data del 17 giugno perché era il compleanno di Jón Sigurðsson, leader del movimento per l’indipendenza dell’isola nel ’900.

E gli altri Paesi europei quando festeggiano la loro Repubblica? Di sicuro non lo fanno gli Stati che ancora hanno la monarchia: Regno Unito, Spagna, Svezia, Danimarca, Norvegia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo, Liechtenstein e Principato di Monaco. 

Sono pochi i casi in cui si celebra come in Italia e Islanda il cambio di forma di Stato. Uno di questi è Malta che ogni 13 dicembre commemora lo Jum ir-Repubblika per ricordare il giorno in cui nel 1974 l’isola rivide la propria Costituzione modificando il capo di Stato: non più la regina Elisabetta ma un presidente della Repubblica: Sir Anthony Mamo. 

Nella maggio parte dei casi la festa della Repubblica si unisce a quello dell’indipendenza da una madrepatria.  Per esempio il 1º gennaio la Slovacchia festeggia la rivoluzione di velluto: l’indipendenza non violenta con cui si stacco dalla Repubblica ceca dopo la dissoluzione della Cecoslovacchia nel 1993. 

Dal 2004 non si festeggia più in Ungheria il 1 febbraio, giorno in cui nel 1946 fu proclamata la Repubblica. A köztársaság emléknapja è diventata una festa di commemorazione. Tradotto: si lavora comunque. 

In Lituania si è scelto come festa nazionale il 15 maggio per ricordare la prima riunione dell’Assemblea costituente nel 1920. In teoria il Paese si era liberato dopo la Seconda guerra mondiale dall’Unione sovietica ma dovette prima liberarsi dal controllo tedesco e poi dall’invasione dell’Armata rossa prima di riunire l’Assemblea. 

Uno delle commemorazioni più particolari è quella del Portogallo. Il Paese in teoria celebra la fine della dittatura con la Rivoluzione dei garofani, il 25 aprile, ma ogni anno il 5 ottobre festeggia anche la prima Repubblica portoghese del 1910. La Implantação )istituzione) da República dopo la fine della monarchia.

Dal 1880 in Francia ogni 14 luglio si festeggia la Repubblica. Non per la presa della Bastiglia del 1789 ma per la Festa della Federazione istituita l’anno seguente, nel 1790. La proposta del deputato Benjamin Raspail fu accolta per evitare di associare la Repubblica francese a un fatto così sanguinoso e controverso come la presa della Bastiglia. Ma non tutti sanno che alla Festa della Federazione del 1790 partecipò anche il Re, Luigi XVI. 

A proposito di contraddizioni, a festeggiare la Repubblica c’è uno Stato che non è un vero Stato: Cipro del Nord, non riconosciuto dalla comunità internazionale, ma solo dalla Turchia che ha forzato la sua nascita il 15 novembre del 1983. Ogni anno in questa data i ciprioti del nord festeggiano la loro repubblica indipendente dal resto dell’isola ma molto dipendente da Ankara. 

Fino al 1989 gli abitanti della Germania Est hanno festeggiato per 40 anni la loro repubblica democratica, istituita dall’Unione sovietica il 7 ottobre del 1949. L’ultimo anno cadde un mese dopo il muro di Berlino. Dal 1990 in Germania il 3 ottobre si festeggia la riunificazione. 

In realtà gli italiani non hanno sempre festeggiato la Repubblica Il 2 giugno. Per 33 anni gli italiani hanno celebrato la prima domenica del mese di giugno il risultato del referendum istituzionale del 1946, in cui vinse la Repubblica sulla monarchia. Nel 1977 a causa della crisi economica il governo scelse di non perdere neanche un giorno lavorativo per celebrare questa festività. Nel 2000 fu il presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi a ristabilire il giorno festivo al 2 giugno. E dirla tutta la Festa della Repubblica non si festeggia neanche dal 1947 ma dal 1949. 

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Salviamo i famosi dalla prepotenza della buona causa https://www.linkiesta.it/2020/06/fedez-ferragni-proteste-america-famosi-instagram/ https://www.linkiesta.it/2020/06/fedez-ferragni-proteste-america-famosi-instagram/#respond Tue, 02 Jun 2020 04:00:39 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=187851 Ogni persona popolare è chiamata a farsi carico di impegni sociali, prendere posizione, fare solidarietà. E, in ogni caso, non basta mai e le bastonate sui social arrivano lo stesso

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La settimana scorsa, nel programma sulla Bbc della storica Mary Beard, Lockdown Culture, c’erano cinque preziosi minuti filmati da Martin Scorsese.

Era a casa sua, come tutti, strologava dal momento storico, come tutti, montava i propri pensierini con delle scene d’un film di Hitchcock (“Il ladro”), come nessuno. E diceva che all’inizio la quarantena era quasi stata un sollievo: bisognava stare a casa per forza, non si era tenuti a fare nessuna delle cose che uno avrebbe dovuto fare in circostanze normali.

Il sollievo non è durato, se il tuo mestiere è essere celebre. Se il tuo mestiere è essere celebre ma non puoi fare nessuna delle cose che i celebri fanno di solito – andare alle prime dei film, fare concerti, inaugurare profumerie – allora hai tutto il tempo del mondo per la mia richiesta, la mia diretta Instagram, la mia buona causa.

La buona causa è la versione ricattatoria del meccanismo «Bobo Vieri, che me lo fai un video per la mia ragazza che compie gli anni?», ovvero della richiesta che il famoso riceve abitualmente e che non soddisfa a rischio e pericolo della propria popolarità («Sembrava tanto carino e invece se la tira», dirà a tutte le sue amiche la fan che voleva passare sua madre al telefono all’attore la sera che l’attore era proprio di fretta).

La richiesta che attiene alla buona causa, se non la soddisfi, non sei solo uno che se la tira. Sei uno della cui morale l’opinione pubblica ha il diritto e il dovere di dubitare.

Che razza di essere umano sei, se non dici la tua sulla polizia che picchia gli afroamericani, se non solleciti a donare fondi per la ricerca sulla tal malattia, se non dici ai tuoi concittadini di mettere la mascherina?

Come minimo sei un insensibile, se non un razzista, se non uno che spera nella selezione della specie. Credevi d’esserti limitato a non rispondere a qualcuno che t’aveva taggato su Instagram, e invece stavi ponendo le basi per essere considerato come minimo immorale.

Se poi il fatto ha una copertura stampa, l’ignavia ti porrà tra i cattivi nelle pagine dei quotidiani. Caio Famoso che non ha risposto alla domanda «come risolvere il conflitto razziale in America» (o ha risposto «Ma che ne posso sapere io che all’esame di Storia Americana presi 18») rischia di ritrovarsi trumpiano nell’infografica di domani. Volevi essere Bartleby, e ti ritrovi Bannon.

La bontà è obbligatoria, e non è solo una convinzione di chi con la bontà ci lavora e, per perorarti la propria buona causa, è disposto a farti sentire un verme se non aderisci.

L’anno scorso, quando al largo di Lampedusa era bloccata una nave di profughi, e Richard Gere salì a bordo, ho partecipato a un paio di cene di ceto medio riflessivo le cui conversazioni erano monopolizzate dall’interrogativo «Perché Richard Gere ci va e [Tizio Italiano Famoso] no?».

Ho provato ogni risposta, da «perché ognuno fa quel che gli pare» a «perché non servirebbe a niente, se non all’immagine di [Tizio Italiano Famoso]»: venivo guardata come il treno viene guardato dalla mucche che pascolano.

Quando cominciavo a raccontare la storiella d’epoca dei soccorsi di Vermicino rallentati dalla scorta di Pertini e di come certe presenze servano solo alla vanità di chi presenzia, sentivo l’attenzione vacillare, e dopo poco qualcuno tornava sul punto: sì, ma Richard Gere c’è andato. Eh, d’altra parte era ufficiale ma pure gentiluomo.

Una volta gli appelli erano per le buone cause proprie, non altrui. Il ricatto non era «mica te ne sbatterai dei poveri, dei malati, dei vessati», ma «hanno firmato tutti, non vorrai essere l’unico che non c’è». Erano i tempi in cui il mondo del cinema firmava appelli che riguardavano il mondo del cinema, e Citto Maselli, che raccoglieva le adesioni, diceva «Hanno firmato tutti, da Age a Zavattini». Poi abbiamo importato dall’America la pervasività della beneficenza, sostituta più cool dello Stato.

Sei anni fa erano tutti lì che si rovesciavano addosso secchi di ghiaccio. Era per una buona causa, certo. Ed era difficile dire di no, certo: come dici di no a un malato terminale che ti chiede un gesto eclatante che ti costa due minuti di tempo e molte visualizzazioni sui social, e che sensibilizzerà le platee alla sua malattia?

Sei anni dopo: per la Sla ancora non c’è una cura; nel 2019 è morto il malato di Sla che aveva inventato l’icebucket challenge (significherebbe «sfida dei secchi di ghiaccio», ma qui l’abbiamo sempre chiamata in inglese per sentirci emancipati); e io non ho ancora capito che cosa significhi «sensibilizzare»: ogni volta che al ristorante ci portano il vino nel secchiello del ghiaccio, dovremmo rattristarci pensando alle malattie incurabili? Avremmo dovuto farlo per almeno un mesetto? Quanto dura, la sensibilizzazione? A cosa serve?

Le celebrità si dividono in quelle di cui hanno il numero cani e porci e quelle che il numero lo cambiano spesso. La divisione cambia l’invasività delle buone cause nelle loro vite. Il secondo insieme non declina personalmente; alla cinquantesima richiesta di aderire a una buona causa nel giro d’un mese, dice al proprio ufficio stampa di non inoltrare neanche più il catalogo di bontà obbligatorie: «Di’ che sono in ritiro spirituale» (in tempi normali, uno poteva dire che era sul set, o al capezzale della mamma malata, o in vacanza; ma adesso c’è questa maledizione: sanno che non hai niente da fare tutto il giorno, sanno che non hai una solida ragione per dire di no alla petizione contro l’estinzione delle api).

Neanche il primo insieme declina personalmente (cosa sei ricco e famoso a fare, se non per avere uno staff che dice di no per tuo conto). Però, se è furbo e non si fa spaventare dai toni delle associazioni di buoni (che uno dei famosi con cui ho parlato ha definito «minatori»), risponde «Ma certo, volentierissimo», apponendo poi un’avversativa. «Però sai, non posso fare niente senza il permesso della mia agente, solo per forma dovresti passare da lei». Lei poi declinerà – è pagata per farlo – e tu ne uscirai tranquillo e asciutto.

Il contatto diretto e la fama non mediata sono una bellissima cosa, ma rischi la fine dei coniugi Ferragni, aggrediti domenica dai volenterosi carnefici delle buone cause che, sui social, li hanno accusati di non occuparsi abbastanza della buona causa del momento, quella delle sommosse americane.

La coppia ha gestito il contrattempo come al solito (il marito si è agitato e ha dato mille spiegazioni, la moglie non ha fatto un plissé), cioè come lo gestisci se, la celebrità, l’internet te l’ha data e l’internet te la toglie. Quando il marito, in una serie di video su Instagram, ha fatto notare che veramente lui e la moglie avevano messo link di petizioni e tutte le cose inutili che si possono fare per sensibilizzare (qualunque cosa significhi), gli invasati dell’impegno hanno risposto che non era abbastanza. Non è mai abbastanza, nella relazione disfunzionale tra i ricchi e famosi e quelli che li guardano dallo spioncino.

Ieri Ryan Reynolds e Blake Lively, due attori americani bianchi, hanno detto che ai loro figli bianchi che avranno la fortuna di non essere fermati a casaccio dalla polizia insegneranno che esiste il razzismo sistemico e che non bisogna esserne complici, e parleranno dei loro pregiudizi e cecità più apertamente di quanto i loro genitori abbiano fatto con loro; e hanno donato duecentomila dollari all’associazione per l’avanzamento delle persone di colore.
L’internet ha risposto sbuffando: ma se vi siete sposati in una piantagione di schiavi. (La tenuta dove Lively e Reynolds hanno festeggiato le nozze, nel sud degli Stati Uniti, una volta era una piantagione, e una volta nelle piantagioni del sud degli Stati Uniti c’erano gli schiavi. C’erano anche al Colosseo, principale meta turistica romana: combattevano contro i leoni. Nessuno l’ha mai rinfacciato ai visitatori nei millenni successivi).

«Mi ricordo l’ultima volta che vidi Kiarostami, cenammo a Lione, qualche anno fa, e mi disse: “Non fare niente che tu non voglia fare”. Aveva capito. Sapeva» (Martin Scorsese, Lockdown Culture).

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La stravagante idea di far decidere il campionato a un computer (e a chi lo programma) https://www.linkiesta.it/2020/06/serie-a-algoritmo-gravina-campionato/ https://www.linkiesta.it/2020/06/serie-a-algoritmo-gravina-campionato/#respond Tue, 02 Jun 2020 04:00:39 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=187979 In caso di sospensione della stagione, lo scudetto potrebbe essere assegnato con i playoff. Ma c’è anche un’altra soluzione, quella di far decidere la classifica finale (testuali parole del presidente della Federcalcio Gravina) a «un procedimento sistematico di calcolo, un metodo per arrivare a un prodotto che si chiama ponderazione delle classifiche»

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Molti tifosi di Inter e Juventus ricorderanno la profezia, o presunta tale, di Fabio Caressa in vista del derby d’Italia dell’andata. Il suo algoritmo aveva quasi previsto tutto l’andamento della partita, il risultato e i marcatori: 2-2 con reti di Lautaro, Dybala, Ronaldo e de Vrij, con pareggio in extremis del difensore nerazzurro. Il telecronista non andò poi lontano dalla realtà. A San Siro è finita 1-2, reti di Lautaro per l’Inter e Dybala e Higuain per la Juve.

Per anni Caressa ha azzardato pronostici sulla base di calcoli aritmetici, soprattutto sulle grandi partite. Due giorni fa è entrato in studio al suo Sky Calcio Club gongolando: «Mi avete preso in giro per anni, questa è la grande vittoria dell’algoritmo». Non poteva essere altrimenti, l’argomento calcistico di questi giorni è proprio l’algoritmo. Ma non quello di Caressa. È il sistema di calcolo che sta mettendo a punto la Figc e potrebbe decidere la classifica, con molte società che già tremano al pensiero che un agente esterno, peggio ancora un computer, possa decidere l’esito della stagione.

In questo caso, almeno, non c’è nessun legame con i numeri di Caressa.

Il punto è che la Serie A riparte, è già tutto pronto: c’è il calendario, ci sono gli orari, il protocollo per le misure di sicurezza. E ovviamente c’è un piano b e anche un piano c. La prima alternativa al normale svolgimento del campionato una conclusione della stagione con playoff e playout. Soluzione che potrebbe tornare utile per ridurre il numero di partite da giocare e assegnare comunque lo scudetto, i piazzamenti nelle coppe europee, e ovviamente salvezza e retrocessioni.

La seconda alternativa, quella più drastica, è appunto la soluzione che prevede l’uso di un algoritmo. La premessa è che si tratta della terza opzione sul tavolo, quindi sarà presa in considerazione solo in caso di nuova interruzione, e se al momento dello stop non ci sarà modo di fare i playoff. È una misura estrema: la stessa Figc che ne ha previsto l’uso non si augura di doverla applicare.

Il presidente della Federcalcio Gabriele Gravina l’ha presentato come lo strumento che permetterà di stilare la classifica più oggettiva possibile in caso di stop definitivo. Dovrebbe presentarlo nei prossimi giorni – probabilmente giovedì – alle Leghe di A, B e C, calciatori, allenatori e arbitri.

«È semplicemente un procedimento sistematico di calcolo, un metodo per arrivare a un prodotto che si chiama ponderazione delle classifiche. Mi fa sorridere come nel nostro Paese ci piaccia avvitarci su espressioni che sono semplicemente votate a trovare equilibri e dare certezze. Io non so se tra 3 o 4 giornate di campionato tutti avranno disputato le stesse gare: cosa vogliamo fare, cristallizzare la classifica e non tenere conto che qualcuno ha giocato meno ed è penalizzato? Io chiedo questo a chi si stupisce e grida allo scandalo per l’algoritmo. È un modo per mettere a disposizione del calcio uno strumento che metta tutti alle stesse condizioni», ha spiegato Gravina in un intervista a Radio 24.

Sono soluzioni già prese in considerazione altrove. In Inghilterra per le serie inferiori c’è una media ponderata (con possibilità di adottarla anche in Premier League): si calcola la media punti casalinga e la si moltiplica per 19 (il numero di partite da giocare nel proprio stadio in un campionato), poi si segue lo stesso procedimento per le partite in trasferta e si ottiene la classifica finale.

Non sarà attendibile come un campionato giocato dall’inizio alla fine, e ancor meno di un campionato giocato dall’inizio alla fine durante il suo naturale periodo di svolgimento. Ma a questo punto soluzioni del genere sono già scartate quindi occorre trovare strade alternative.

La Serie A sta costruendo la sua, si sta dando dei parametri, anche se la formula precisa ancora non c’è ancora nel dettaglio. Roberto Coramusi, Responsabile Relazioni Esterne ed Istituzionali della Figc spiega a Linkiesta che «i coefficienti ancora non sono stati stabiliti, tutte le classifiche che sono uscite sulle testate giornalistiche sono speculazioni».

Quel che si sa, fin qui, è che l’algoritmo considera il rendimento in casa e trasferta – quindi le medie punti casa e trasferta proiettate sul numero di partite residue per arrivare alle 38 gare – e i gol segnati in casa e in trasferta, da usare come correttori.

Non conterà il valore delle squadre affrontate in passato: una vittoria contro la Juventus, la Lazio o l’Inter non ha un valore maggiore di una vittoria contro Brescia, Spal e Lecce.

Questa soluzione estrema, che risolve il campionato al computer, esclude l’assegnazione dello scudetto: per il titolo bisognerà necessariamente passare dal campo, al massimo tramite playoff, altrimenti sarà una stagione senza campione.

Già circolano voci su presunte polemiche sollevate dai club, di sicuro ce ne saranno quando sarà spiegato l’algoritmo. E ce ne saranno ancor di più nel caso in cui questa soluzione diventi indispensabile. Chi sarà svantaggiato vorrà appellarsi al Tar, dal momento che perdere l’accesso alle coppe europee, o scivolare indietro di qualche posizione può costar caro: tra una posizione e l’altra nella classifica finale ci sono differenze che oscillano tra i 500 mila euro e i 4 milioni.

L’algoritmo non sarà la soluzione migliore possibile, non sarà nemmeno la più accattivante per i tifosi. Ma almeno sembra attendibile. E non è una profezia di Fabio Caressa.

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In Europa hanno tutti riaperto le scuole (o hanno un piano preciso per farlo), tranne l’Italia https://www.linkiesta.it/2020/06/quando-riaprono-le-scuole-francia-ha-riaperto-germania/ https://www.linkiesta.it/2020/06/quando-riaprono-le-scuole-francia-ha-riaperto-germania/#respond Tue, 02 Jun 2020 04:00:34 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=187933 In Spagna il governo ha programmato al dettaglio il ritorno in aula a settembre. In Germania ogni Länder si organizzerà da sé ma tutte garantiranno lezioni dal vivo prima dell’estate. In Francia dal 2 giugno aperti tutti gli istituti, compresi i licei

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La riapertura delle scuole è una delle priorità dei governi europei, che hanno adottato decisioni diverse a seconda delle particolarità dei loro sistemi scolastici, della situazione dei contagi e delle classi di età degli alunni. Nessuno tra i grandi paesi europei, tuttavia, ha deciso di mantenere chiusi gli istituti scolastici fino a settembre.

Le ragioni sono principalmente due. Da un lato i governi sono preoccupati dall’impatto che una lunga assenza dai banchi di scuola possa avere sulla capacità di apprendimento dei più piccoli e sulla loro abitudine ad avere interazioni con i coetanei; dall’altro, dover badare ai figli sta cominciando a diventare un problema per i genitori che lavorano.

Francia
La Francia ha cominciato a riaprire le scuole a partire dall’11 maggio, dopo avere deciso di chiuderle nonostante il parere contrario del ministro dell’Istruzione, Jean-Michel Blanquer. La riapertura, tuttavia, era graduale: soltanto l’equivalente delle nostre elementari e degli asili nido ha potuto riammettere gli alunni in classe, mentre le scuole medie hanno cominciato a riaprire a partire dal 18 maggio.

In entrambi i casi, a decidere se riaprire o meno le scuole sono stati i sindaci, che hanno ottenuto carta bianca dal governo in materia.

Il ministro dell’Istruzione ha annunciato che dal 2 giugno potranno riaprire tutte le scuole, compresi i licei. Secondo i dati forniti dal ministero, circa l’80% dei comuni ha finora autorizzato la riapertura delle scuole, e ci si aspetta che il numero salga fino ad arrivare al 100% nelle prime due settimane di giugno.

Tuttavia, questo non implica che la maggior parte degli alunni tornerà automaticamente a scuola. Il protocollo sanitario è molto rigido: almeno un metro tra gli alunni e massimo 15 studenti per classe. Proprio per questo il ritorno in classe non è obbligatorio, ma facoltativo, anche se consigliato per i bambini più piccoli. 

A causa di queste restrizioni, secondo i dati riportati dal Monde, soltanto il 20% degli studenti di materne ed elementari è tornato a scuola, una cifra che aumenta leggermente (30%) per le scuole medie: «Vorremmo che i bambini tornassero a scuola, non sempre ci stiamo riuscendo», ha ammesso Jean-Michel Blanquer.

«È l’inferno, riceviamo delle telefonate insistenti, spesso aggressive, da genitori che vogliono mandare i loro figli a scuola. Siamo costretti a dire di no molte volte, non possiamo inventarci dei posti in più che non abbiamo», ha detto la direttrice di una scuola parigina a Ouest France.  

Per cercare di risolvere la situazione, e aumentare la frequenza in classe, il governo ha previsto una serie di attività esterne agli istituti e ha incoraggiato le scuole a prevedere delle rotazioni per provare a garantire la presenza «almeno un paio di giorni» alla settimana, quando non è possibile un ritorno alla normalità: «L’obiettivo è permettere agli studenti di frequentare la scuola in un regime simile al part-time», ha detto Blanquer.

In ogni caso, ha confermato il ministro dell’Istruzione, i protocolli sanitari saranno in vigore fino al 4 luglio, data di inizio delle vacanze. La scuola tornerà a essere obbligatoria a partire da settembre.

Germania
Dal 4 maggio hanno ricominciato gradualmente a riaprire le scuole per gli alunni che devono terminare il ciclo scolastico. Quindi gli studenti del quarto anno (sesto per chi vive a Berlino o Brandeburgo) del Grundschule (elementari), e ultimo anno dei tre tipi di istituti superiori: Gymnasium, Realschule, Hauptschule. 

Il governo tedesco ha dato delle indicazioni di massima: dimezzare le dimensioni delle classi fino a un massimo di dieci alunni, scaglionare pause e intervalli e rendere i corridoi a senso unico per evitare assembramenti. Gli spazi in comune dovranno essere areati in continuazione e sia studenti che insegnanti dovranno indossare le mascherine.

La riapertura è stata scaglionata e diversificata nei diversi Länder. A Berlino, già da fine di maggio, tutti gli alunni sono tornati a scuola, ma con un numero ridotto di ore in classe. Mentre nel Brandeburgo entro le vacanze estive, a tutti gli alunni sarà permesso di tornare a scuola ma le lezioni si baseranno su una rotazione giornaliera o settimanale.

In Baviera è tornata a scuola circa la metà dei ragazzi, divisi per tutte le fasce detà. Nello Schleswig-Holstein sono tornati in classe dalla prima alla terza elementare e dallottavo al decimo anno del Gymnasium. 

Il Süddeutsche Zeitung riporta lannuncio della ministra della scuola del Länder Renania Settentrionale-Vestfalia, Yvonne Gebauer, che ha assicurato il corretto svolgimento degli esami scritti della maturità rinviati di tre settimane a causa della pandemia. Gli esami si sono svolti senza problemi il 26 maggio e circa 88mila alunni hanno ottenuto il diploma di maturità, rispettando le norme igieniche.

Spagna
Le scuole sono state aperte parzialmente dal 26 maggio ma solo per far fare agli studenti gli esami di Stato. Il governo spagnolo ha pensato a ogni dettaglio per settembre, come riporta El Pais.

Ogni mattina gli studenti dovranno farsi misurare la febbre prima di entrare e non potranno portare con loro sui mezzi cuffie, palline o altri oggetti che potrebbero contenere in superficie particelle di virus.

Il governo consiglia ai ragazzi di andare a scuola in bici o a piedi. Sullo scuolabus i posti saranno distribuiti a scacchiera. Per i genitori ci sarà il divieto assoluto di assembramento allentrata.

Laccesso a scuola sarà scaglionato, e per terra verranno segnalati i percorsi di entrata e uscita. Sarà obbligatorio lavarsi le mani prima di entrare e gli spazi scolastici saranno disinfettati tre volte al giorno

Gli studenti spagnoli dovranno indossare sempre la mascherina ogni volta che non potranno essere mantenuti i due metri di distanza. E non potranno essere più di 15 in classe con i banchi sempre distanti due metri.

Quindi ci saranno più classi ricavate da spazi di proprietà dei vari comuni. In ogni aula dovranno esserci solo gli oggetti essenziali. Saranno vietati i lavori di gruppo e l’attività fisica sarà fatta il più possibile all’aperto e non nelle palestre.

Le ricreazioni saranno invece scaglionate: piccoli gruppi si alterneranno andando a giocare nel cortile, e gli insegnanti o gli aiutanti in servizio dovranno monitorare il rispetto delle misure di prevenzione e igiene. Una volta terminata la ricreazione, gli studenti dovranno lavarsi le mani e spruzzarle di gel prima di rientrare in classe.

Niente mensa: fino alla terza elementare si mangia in classe. Per le classi degli anni successivi, si potrà andare in mensa in piccoli gruppi mantenendo sempre la distanza di due metri.

Portogallo
Il 18 maggio sono tornati a scuola gli studenti delle scuole secondarie del penultimo e ultimo anno (undicesimo dodicesimo). Gli esami di Stato si svolgeranno senza particolari modifiche: saranno mantenuti gli scritti tradizionali di 2 ore, ma gli studenti dovranno fare gli esami in spazi ampi come auditorium e padiglioni per garantire la distanza

Il governo obbliga ogni alunno a disinfettare le mani all’ingresso e a indossare la mascherina durante lezioni ed esami. I ragazzi potranno toglierla solo temporaneamente su richiesta dell’insegnante per farsi identificare.

Grecia
In Grecia cè stata una graduale riapertura delle scuole medie e superiori. L’11 maggio sono tornati in classe i ragazzi che frequentano lultimo anno liceo, il 18 maggio tutti gli studenti delle medie e i rimanenti del liceo. Mentre le scuole primarie e gli asili nido sono aperti dal primo giugno.

Danimarca
La Danimarca che è stata la prima ad aprire il 15 aprile gli asili nido, le scuole materne, elementari e medie. Il 18 maggio ha riaperto le superiori solo per i maturandi. Tutti gli altri seguono le lezioni online. La settimana scorsa le scuole hanno ridotto la distanza tra i banchi a un metro dai due metri fissati a metà aprile.

Ogni classe è stata divisa in più aule così da contenere il numero degli alunni (massimo 5 bambini per nidi e materne e massimo 10 per le elementari e medie. Per questo il governo ha assunto più professori, richiamando gli insegnanti in cassa integrazione.

Gli studenti devono lavarsi le mani a ogni starnuto di un compagno e dovranno portarsi l’astuccio (compresi penne e matite) da casa per evitare di scambiarlo con altri bambini. I bambini danesi a scuola non posso darsi la mano, il cinque o i baci sulla guancia. Le uscite sono scaglionate in orari diversi per evitare assembramenti.

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Così la Germania vuole rendere l’Unione europea di nuovo forte https://www.linkiesta.it/2020/06/europa-germania-recovery-fund/ https://www.linkiesta.it/2020/06/europa-germania-recovery-fund/#respond Tue, 02 Jun 2020 04:00:34 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=188016 «Gemeinsam. Europa wieder stark machen» è il concetto con cui i tedeschi presentano il loro semestre di presidenza al Consiglio, di fatto cambiando rotta nell’aiuto ai Paesi più deboli. Speriamo che ora non ci siano brutte sorprese

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Potrebbe essere una stiracchiata e banale scimmiottatura del refrain che ha portato Donald Trump alla Casa Bianca.

È invece il concetto con il quale la Germania presenta il suo semestre di presidenza del Consiglio dell’Unione europea, succedendo dal 1 luglio 2020 alla pallida presidenza croata, di cui nessuno si è accorto.   

Poche parole, di forte impatto, da leggere anche e soprattutto alla luce del “gran rifiuto” opposto da Angela Merkel, formalmente a causa della pandemia, all’invito di presentarsi alla corte di re Donald per celebrare un G7 al quale la politica americana ha oggettivamente tolto la sua ragion d’essere, e all’indomani peraltro dell’ennesima sfuriata di Trump sulla quota di Pil che la Germania destina alle spese per la difesa.

L’Atlantico è sempre più largo, si potrebbe dire parafrasando Spadolini. E così, mentre l’inquilino della Casa Bianca è costretto a posporre l’invito ipotizzando un improbabile e confuso allargamento della membership del G7, la Germania dà sempre più l’impressione di volersi ricentrare sull’Europa, puntando ad un obiettivo – quello di renderla più forte – non necessariamente in cima alla sua agenda politica solo pochi mesi fa.

C’è voluta l’emergenza coronavirus a far cambiare posizione di 180 gradi alla Germania ed a rimettere in discussione quella dimensione multipolare che ha costituito l’asse portante della politica economico diplomatica dell’era Merkel, e che vedeva l’Europa come uno dei tasselli – e neanche il più importante, della propria Weltanschauung.

C’è voluta la constatazione che la catena del valore che rende imprescindibili i prodotti tedeschi ha una dimensione europea, che il rischio default di un paese come l’Italia mette a repentaglio l’intero mercato unico, che «non è più possible separare l’economia europea nel suo complesso dalle singole economie nazionali, come è stato fatto dieci anni fa», per utilizzare le parole del ministro delle finanze tedesco il socialdemocratico Olaf Scholz.

C’è voluta, anche, la sentenza della Corte costituzionale tedesca del 5 maggio scorso che ha affermato, in sostanza, che il re è nudo: governi nazionali e istituzioni europee, – dicono i giudici di Karlshue – datevi una mossa perché la Bce non può continuare ad assumere, con la creatività escogitata da Mario Draghi, il compito di sostenere le economie dei paesi membri più deboli che spetta principalmente alla politica e non all’Istituto di Francoforte.

C’è voluta, infine, la consapevolezza che niente sarà come prima, almeno per un bel po’, per convincere non solo Angela Merkel ma quasi tutto l’establishment tedesco ad abbandonare la sua rigida impostazione ordoliberale per lanciare, con il Recovery Fund, una proposta di assistenza straordinaria ai paesi e settori più colpiti dalla crisi che non a caso ha colto di sorpresa gli alleati più tradizionali della Germania, quel pugno di paesi “tirchi”, capeggiati dall’Olanda, che fino all’anno scorso si erano definiti “Lega Anseatica”, proprio in omaggio alla tradizione mercantilistica del loro paese guida.

Con le ambizione contenute nel programma di presidenza, la Germania intende andare anche oltre, sulle orme dei concetti, se non delle realizzazioni concrete, evocati spesso da Emanuel Macron.

Sempre prendendo a prestito una recente intervista di Olaf Scholz: «Non è solo una questione di soldi. Si tratta di rendere l’Europa più forte e di lavorare per una migliore sovranità dell’Unione Europea, che sarà assolutamente necessaria in un mondo che sarà completamente diverso tra 20 anni».

L’Europa come potenza sovrana, su campi specifici e delimitati. L’Europe souveraine, di Macron, insomma.

Ne siamo ancora ben lontani, tanto che invano la settimana scorsa il Parlamento europeo ha chiesto conto agli Stati membri del mancato avvio della Conferenza sul futuro dell’Europa, che sarebbe dovuta partire il 9 maggio.

Ma molto si sta muovendo, basti pensare al fatto che la frizione con Washington potrebbe essere stata acuita dall’idea di includere, fra le risorse proprie europee per finanziare il Recovery Fund, la tassazione dei giganti della rete a dominanza americana.

Ma la presidenza tedesca potrebbe riservare sorprese e favorire il già evocato “momento Hamilton”.

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Qual è lo Stato europeo che spende di più per gli assegni familiari https://www.linkiesta.it/2020/06/assegni-familiari-italia-europa/ https://www.linkiesta.it/2020/06/assegni-familiari-italia-europa/#respond Tue, 02 Jun 2020 04:00:31 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=187865 Nel 2017 la quota più alta di spesa è stata registrata in Lussemburgo con 3100 euro a persona, il doppio del secondo Paese in classifica, la Danimarca (1700 euro). Ultima la Romania con 100 euro. Italia a metà, poco sotto la media dell’Unione (675 euro)

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I 27 Stati membri dell’Unione europea hanno speso complessivamente 301 miliardi di euro per assegni familiari nel 2017: il 2,3% del Prodotto interno lordo europeo e l’8,6% del totale speso in prestazioni di protezione sociale. La quota delle spese di protezione sociale per le prestazioni familiari varia in modo significativo tra i Paesi membri.

Il Lussemburgo spende per la famiglia il 15% delle prestazioni sociali totali (15,3%), seguito da Polonia (13,4%) ed Estonia (13,1%). Le quote più basse sono state registrate nei Paesi Bassi (4,2%) e in Portogallo (4,9%).  Il Lussemburgo è primo anche se si calcola la spesa per abitante, con 3100 euro a persona, seguita da Danimarca (1700 euro), Svezia (1400), Germania (1300) e Finlandia (1200).

Mentre nel 2017, tre paesi europei avevano spese per assegni familiari inferiori a 200 euro per abitante: Romania (100 euro), Bulgaria (130 euro) e Lituania (180 euro). L’Italia si posiziona a metà classifica (500 euro) poco sotto la media europea (675 euro)

Leggi il rapporto completo sul sito di Eurostat 

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