Linkiesta.it https://www.linkiesta.it News Linkiesta.it Sat, 22 Jan 2022 15:27:46 +0000 it-IT hourly 1 https://i2.wp.com/www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2020/04/cropped-linkiestalogosquare3x.png?fit=32%2C32&ssl=1 Linkiesta.it https://www.linkiesta.it 32 32 174743883 Draghi al Quirinale whatever it takes, no grazie https://www.linkiesta.it/2022/01/draghi-quirinale-no/ https://www.linkiesta.it/2022/01/draghi-quirinale-no/#respond Sat, 22 Jan 2022 13:58:24 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=323111 Mario Draghi sarebbe un super Presidente della Repubblica, autorevole, stimato, serio. Il meglio che l’Italia può offrire a sé stessa e al mondo intero. Certo, qui lo preferiamo infinitamente in un ruolo esecutivo e urgente, oltre che necessario, insomma da capo del governo che ha salvato il paese dalla crisi pandemica nel 2021, ma che non ha finito il lavoro di ricostruzione nazionale e deve ancora impegnarsi affinché il paese non sprechi gli investimenti europei che peraltro rischierebbero seriamente di non arrivare più se a Palazzo Chigi ci fosse qualcun altro tipo il suo predecessore. Infine, lo preferiamo saldo al suo posto a Palazzo Chigi anche per poter contare sulla possibilità che continui a guidare il governo prossimo in uno scenario post elettorale proporzionalista e contro il bipopulismo. 

Ma evidentemente lui, Draghi, e i suoi cattivi consiglieri non sono d’accordo, vogliono traslocare subito al Quirinale da dove si illudono di poter gestire le faccende italiane e internazionali anche esecutive e di potersi liberare dalla stretta cinghia dei partiti di maggioranza. 

Si tratta di un’illusione, anche abbastanza ingenua e impolitica, perché il Quirinale ha certamente molti poteri di indirizzo e di controllo, ma nessuno esecutivo e, soprattutto, il Capo dello Stato è ovviamente obbligato a rispettare il volere politico del Parlamento, l’organo politico che esprime la fiducia al governo, per cui l’idea che  dal Colle più alto Draghi potrà agire sereno e indisturbato è un’idiozia, peraltro incostituzionale. A meno di non voler pensare male. 

Qui siamo Draghi boys dalla prima ora, mentre tutti gli altri che adesso lo spingono al Quirinale con la fanfara dei corazzieri meno di un anno fa corteggiavano Ciampolillo, si abbeveravano a Casalino e si battevano pancia a terra per lasciare l’Italia in balia del TrisConte e Triccheballacche. 

Noi siamo quelli di Sex & Draghi & Rock & Roll, per sempre grati all’ex presidente della Bce, a Sergio Mattarella e a Matteo Renzi di averci liberato di Conte e di Arcuri, di aver organizzato una formidabile campagna di vaccinazione nazionale con il generale Figliuolo e senza primule, di aver saputo imbastire un piano di Recovery anziché il nulla strategico dei Cinquestelle e del Pd e di aver ridato autorevolezza all’Italia nelle cancellerie, tra gli investitori e nelle redazioni dei giornali internazionali e diffusamente in giro per il mondo. 

Per tutto questo le nostre perplessità e le nostre preoccupazioni su quanto sta accadendo in queste ore nella via tra Palazzo Chigi e il Quirinale non possono essere etichettate come pregiudiziali, perché qui il pregiudizio è favorevole a Draghi. 

E, allora, non possiamo dimenticare che è già di discussa legittimità, oltre che inusuale, che il presidente del Consiglio si dimetta nelle mani del Capo dello Stato uscente, sempre che tutto questo avvenga prima del 3 febbraio, dopo essere stato eletto presidente della Repubblica. 

Potrebbe andare tutto liscio, anche se non è detto, ma l’obiettivo politico non giustifica il fatto che, in piena emergenza, da quando a Palazzo Chigi pensano al Quirinale non governano più con lo slancio e lo smalto dei mesi precedenti, anzi creano parecchia confusione e con i ritardi organizzativi sulla somministrazione della terza dose ci hanno fatto perdere il vantaggio vaccinale che avevamo. 

Purtroppo, non è nemmeno questa la questione più grave. 

C’è in corso un’attività impropria e francamente oscena per legare l’elezione a Capo dello Stato dell’attuale presidente del Consiglio a un accordo politico gestito da Palazzo Chigi per formare un nuovo governo pressoché fotocopia dell’attuale, le cui linee programmatiche e i cui ministri siano indicati dal medesimo Presidente del Consiglio in carica che dalla sede del governo avvia le consultazioni politiche e istituzionali che gli spetterebbero più avanti, e solo nel caso fosse eletto presidente, ma certamente non adesso. Dicono che si tratti di una forma di semipresidenzialismo di fatto, ma il semipresidenzialismo di fatto è di diritto una pratica incostituzionale che non può essere concessa a nessuno, nemmeno a Mario Draghi. 

Provare a farsi eleggere Capo dello Stato è legittimo, ma non a ogni costo. Quirinale whatever it takes, no grazie.

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Perché non bisogna nascondere le radici culturali delle violenze di Capodanno https://www.linkiesta.it/2022/01/violenza-capodanno-duomo-milano/ https://www.linkiesta.it/2022/01/violenza-capodanno-duomo-milano/#respond Sat, 22 Jan 2022 04:00:59 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=322907 Taharrush Jama’i, che tradotto dall’arabo suona un po’ come aggressione collettiva. Sarebbe questa, secondo l’antropologa, docente e mediatrice culturale Maryan Ismail, la spiegazione di quanto avvenuto a Milano la notte di Capodanno, dove (almeno) nove ragazze sono state accerchiate da branchi organizzati di ragazzi italiani e stranieri in una violenza sessuale di gruppo.

Secondo Maryan Ismail, che ne ha scritto in un post su Facebook che ha fatto molto discutere, non saremmo di fronte a un classico caso di molestia sessuale, ma ad una strategia di violenza ben collaudata, nata probabilmente in Egitto e diffusasi in tutti i Paesi musulmani.

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Se la vista inganna, il palato sbaglia https://www.linkiesta.it/2022/01/ristorante-stellato-verona-canonica-saimir/ https://www.linkiesta.it/2022/01/ristorante-stellato-verona-canonica-saimir/#respond Sat, 22 Jan 2022 04:00:58 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=322955 L’ultimo giorno della settimana lavorativa porta con sé quella sensazione di libertà che si inizia ad assaporare verso l’ora di pranzo, quando abbiamo ancora qualche cosetta da sbrigare ma siamo ormai in dirittura d’arrivo. Ma si fanno anche un po’ di bilanci di ciò che si è vissuto, se è stata una settimana speciale e se qualche attimo si è rivelato illuminante.

Noi per esempio ripensiamo a una cena, che come sempre è l’occasione di provare un ristorante ma anche di ragionare sulle cose del cibo. In questo caso siamo stati a Verona, a casa di chef Saimir Xhaxhaj e del maître e sommelier Luca Peretti. La Canonica è un locale di tono, in centro città, curato nei dettagli e con una predisposizione naturale all’accoglienza. Ma è nei piatti e nei calici che si svela un piacevolissimo gioco che fa interagire ospite e staff in un susseguirsi di piatti davvero unici come impostazione, pensiero, ingredienti e abbinamenti.

Nulla è come sembra, e nulla è già visto o scontato. Spesso Peretti porta a tavola piatti e gioca sui non detti, ammicca, annuisce, e quasi sempre vi lascia con un dubbio su ciò che state per assaggiare. I nomi di fantasia sono sempre azzeccati, ma è nella scelta e nella consistenza degli alimenti che sarete completamente spiazzati, anche con un palato allenato. Percepirete assonanze, vi farete un’idea, ma nella maggior parte dei casi sbaglierete e vi troverete a sorridere per la vostra poca dimestichezza con un’attività su cui tutti invece ci consideriamo abilissimi: riconoscere ciò che stiamo mangiando. Qui, tra un “Anima e…” e un “Eri bellissima”, tra un “Mettitelo bene in testa” e un “Cristo velato” vi sentirete destabilizzati e scoprirete quanto poco il vostro palato è allenato se la vista e le consistenze sono diverse da quelle a cui siete abituati.

La cucina di Saimir è totalmente fuori schema, e gli abbinamenti arditi con i fermentati di Peretti fanno il resto. Vi piacerà tutto? Probabilmente no. Ma essere aperti a questa sperimentazione è un modo di guardare una cucina finalmente diversa, che gioca in un campionato non canonico, e che finalmente rende giustizia a quell’espressione ritrita di cui in troppi si fregiano. Qui si viene davvero per vivere un’esperienza, che accidentalmente c’entra anche con il cibo. Ma prima di tutto è un’avventura del palato, della mente e dell’ingegno. È un bel gioco gastronomico che mette in competizione voi e il vostro senso del gusto. Scommettiamo che alla fine del dessert non potrete credere ai vostri sensi?

 

 

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Per aiutare i giovani lavoratori serve un taglio strutturale dei contributi https://www.linkiesta.it/2022/01/lavoro-giovani-riforma-fiscale-taglio-contributi-tasse-irpef/ https://www.linkiesta.it/2022/01/lavoro-giovani-riforma-fiscale-taglio-contributi-tasse-irpef/#respond Sat, 22 Jan 2022 04:00:40 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=323038 Nel corso del dibattito pubblico sulla riforma fiscale si è ipotizzato di ridurre il carico impositivo sui giovani lavoratori tramite un taglio dell’Irpef. Tuttavia, tagliare l’Irpef ai giovani solo sulla base di un criterio anagrafico sarebbe una misura regressiva e probabilmente poco utile, siccome l’Irpef è pagata oggi dai giovani con un reddito relativamente più alto rispetto ai coetanei, grazie alla progressività data da aliquote, detrazioni e deduzioni.

Nel nuovo report del think-tank Tortuga “Tagliare le tasse ai giovani: una buona idea?” sosteniamo invece che una proposta alternativa e più convincente per migliorare davvero le condizioni di lavoro e di vita dei giovani in Italia, sia quella di un taglio strutturale dei contributi previdenziali degli under-30.

L’idea nasce in primo luogo dal fatto che i contributi in Italia hanno una struttura simile a quella della flat tax, con un’aliquota uguale per tutti. Ciò consente di agire a vantaggio anche dei redditi più bassi, differentemente da un taglio delle imposte, le quali sono già pari a zero per i lavoratori meno ricchi.

In secondo luogo, un taglio dei contributi sembra più coerente con un obiettivo di policy occupazionale, volto a ridurre l’elevato tasso di disoccupazione giovanile in Italia, differentemente da un taglio delle imposte, che sembra rispondere maggiormente ad un obiettivo redistributivo generazionale, questione meno urgente in termini relativi.

Infine, importanti ricerche economiche su casi simili, dimostrano che un taglio strutturale dei contributi è una buona via per aumentare l’occupazione dei giovani. I due casi più emblematici sono quelli della Svezia e dell’Ungheria. Nel primo, il governo ha ridotto a meno della metà i contributi per tutti gli under26 nel 2007-2009: ciò ha comportato un aumento dell’occupazione del 2-3% nella fascia d’età interessata. Nel secondo caso, l’impatto di una misura simile nel 2013, è stato quello di incrementare il tasso di occupazione giovanile di 2 punti percentuali.

Una misura diversa dal passato
Certo, l’Italia non è nuova all’utilizzo di sgravi contributivi per sostenere le condizioni occupazionali dei giovani. Ad esempio, la legge di bilancio 2018 ha introdotto una riduzione dei contributi previdenziali a carico dei datori di lavoro privati del 50 per cento per 36 mesi, fino a un massimo di 3mila euro su base annua, con riferimento alle assunzioni con contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato di soggetti aventi meno di 35 anni di età.

La principale novità della norma è aver esteso uno sgravio più generoso, già esistente nel 2017, per gli under-30 anche a individui al di sotto dei 35 anni. Secondo una recente analisi preliminare pubblicata su LaVoce.info, nel 2018 i posti di lavoro creati con questo incentivo sono stati circa 220 mila, con un costo medio per ciascun incentivo attorno a mille euro. Il costo complessivo della misura è quindi stato di 234 milioni di euro.

La legge di bilancio 2021 ha poi esteso nel tempo e nella generosità la stessa misura per il biennio 2021-2022. Questi interventi, però, sono una forma molto precisa di tagli dei contributi, ovvero incentivi all’assunzione. Si rivolgono a una platea specifica di lavoratori, cioè quelli che vengono assunti, che spesso hanno (come nel caso italiano) ulteriori vincoli (assunzione a tempo indeterminato e non aver mai avuto un contratto a tempo indeterminato in precedenza su tutte). Queste caratteristiche limitano l’impatto della misura, sia in termini occupazionali che in termini redistributivi. Inoltre, non avendo natura permanente, sono di anno in anno costrette all’incertezza dovute alla possibilità di non rinnovo.

Un taglio strutturale dei contributi previdenziali
Alla luce della nostra analisi, la proposta del think-tank Tortuga è quella di ridurre in maniera strutturale i contributi previdenziali dovuti dai lavoratori under-30. Diversamente rispetto alle precedenti misure, il taglio non dovrebbe essere limitato alle nuove assunzioni o a specifiche tipologie contrattuali o ad uno specifico periodo di tempo dopo l’inizio del rapporto del lavoro, ma si tratterebbe di una riduzione complessiva e permanente del costo del lavoro di tutti gli individui impiegati sotto i 30 anni.

Questo taglio ovviamente non deve incidere sull’accumulo di contributi da parte dei lavoratori in vista della pensione: in linea con le misure già adottate, i contributi non pagati dovrebbero essere fiscalizzati, ovvero portati a carico della comunità nazionale nel suo insieme e pagati dal sistema fiscale nel suo complesso.

Nella tabella sotto ipotizziamo tre diversi scenari (a seconda che il taglio dei contributi incida su quelli a carico del lavoratore o carico del datore di lavoro) proponendo una prima quantificazione dei costi, per cogliere l’ordine di grandezza delle risorse necessarie.

 

Scenario 1

Scenario 2

Scenario 3

Misura

Azzeramento dei contributi previdenziali a carico del lavoratore per gli under25 e dimezzamento per i 25-30enni

Azzeramento dei contributi previdenziali a carico del datore di lavoro per gli under25 e dimezzamento per i 25-30enni

Dimezzamento dei contributi previdenziali per gli under30, sia dei contributi a carico del lavoratore che del datore di lavoro

Costo

2,1 miliardi

8,1 miliardi

7,4 miliardi

Fonte: elaborazione Tortuga su dati Istat

Maggiori dettagli su questa proposta sono riportati nel report completo scaricabile a questo link.

È importante notare come una simile soluzione potrebbe risultare un complemento efficace ad una revisione in senso restrittivo delle normative contrattuali: ridurre lo spazio di utilizzo di forme contrattuali precarie (tirocini su tutti) come forma di lavoro a basso costo, ma allo stesso tempo abbassare il costo del lavoro per incentivare l’occupazione tramite forme contrattuali più canoniche e stabili.

I dettagli della misura sono certamente da affinare, anche con un opportuno confronto politico e con le parti sociali, ma il cuore della proposta rimane semplice: un taglio strutturale e generalizzato dei contributi pagati da tutti i lavoratori sotto i 30 anni.

Ha collaborato all’articolo Francesco Armillei – Assistente di ricerca presso la London School of Economics. È senior fellow del think tank Tortuga, tramite il quale pubblica questo contributo

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Il sogno di Letta è Draghi al Quirinale e Cartabia a Chigi https://www.linkiesta.it/2022/01/letta-draghi-quirinale-cartabia-governo/ https://www.linkiesta.it/2022/01/letta-draghi-quirinale-cartabia-governo/#respond Sat, 22 Jan 2022 04:00:37 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=322903 Mario&Marta. Vorrebbe essere questo, nei sogni del Nazareno, il finale felice di un film che può ancora finire, per Enrico Letta, in dramma, se non addirittura in tragedia. Inizia il countdown e la partita è apertissima.

Diciamo che il finale con Mario&Marta è il più probabile, un esito che dovrebbe lasciare il pubblico abbastanza soddisfatto: non saremmo a Martin Scorsese ma nemmeno a un B-movie, nelle condizioni date sarebbe un bel pareggio fuori casa. Se Silvio Berlusconi oggi non fa impazzire la maionese, si può fare. La speranza di Enrico è che il Cavaliere non dica esplicitamente di no a Mario Draghi, il resto verrà da sé.

La sceneggiatura di Letta è in fondo semplice anche se difficile a farsi, come diceva Brecht del comunismo. Alla fine di un ingarbugliato gioco di veti e controveti, Letta potrà dire di aver portato al Quirinale l’italiano più stimato nel mondo, uno statista che non sfigura di fronte alla grande presidenza di Sergio Mattarella, che rassicura l’Europa, che scongiura una possibile paurosa egemonia del centrodestra. E di aver saputo fare barrage a quello che lui ha definito «l’assalto di Berlusconi al Colle» mantenendo unita la coalizione di governo.

Necessaria per il governo nuovo, che nei suoi desideri sarebbe guidato per la prima volta nella storia d’Italia da una donna (applausi delle sostenitrici dei vari appelli in tal senso), Marta Cartabia, una giurista come Mattarella, anzi una ex collega di quest’ultimo alla Corte Costituzionale, e ministra del governo Draghi: due continuità in un colpo solo.

Cartabia è inesperta? Risponderebbe Letta che dietro le spalle avrà sempre SuperMario e accanto a lei una squadretta di politici di professione che riusciranno laddove i tanto decantati tecnici hanno deluso: un bel governo politico, di quelli che piacciono ai gruppi dirigenti dei partiti, è questa la caramella che il segretario offrirà alla sinistra dem, ai togliattiani alla Provenzano e alla Orlando sempre guardinghi e sospettosi dei non politici; e poi qualche sottosegretariato in più può far comodo, «mo ci ripigliamm’ tutto chill’…» eccetera eccetera.

Per questo nel governo entreranno i segretari? Ma no. Non si può imporre Letta a Dario Franceschini, tantomeno Giuseppe Conte a Luigi Di Maio, né Matteo Salvini a tutti quanti. Però i pretendenti non mancano: Nicola Zingaretti, Nicola Molteni, Maria Elena Boschi.

Mario&Marta formeranno una coppia sulla quale gli spin doctor non avranno difficoltà a scrivere un racconto politicamente “romantico”, due primi della classe, colti, non provenienti e dunque non invischiati nella bolgia infernale dei partiti, una narrazione da Italia nuova, una sceneggiatura molto lettiana nel senso della ricerca di una politica tranquilla – aveva ragione François Mitterrand – capace di smorzare i conflitti e comporre gli screzi, sostenendo il Paese nella più grande campagna di reperimento e conseguente spesa di miliardi di euro che la storia ricordi.

Se va così, Enrico Letta la saprà raccontare come una sua vittoria, e chi nel Partito democratico, partito pieno zeppo di habitué dello spacco del capello in quattro, potrà alzarsi e dirgli: «Segretario, hai fallito»? Che poi alla fin fine è questo l’assillo, se non principale, di sicuro permanente nella testa di un leader del Partito democratico: non finire sul banco degli imputati (vedi Bersani e Renzi) e nemmeno creare le condizioni per arrendersi (vedi Veltroni e Zingaretti).

Sì, Mario&Marta possono salvare Letta da un probabile processo nel caso il finale fosse diverso, che al Colle finisse un uomo o una donna di destra (adesso al Nazareno Forza Italia è sinonimo di destra tout court: quando il gioco si fa duro i semplificatori cominciano a giocare) e/o se cadesse il governo Draghi senza avere pronta una soluzione di ricambio.

Allora tutti quelli che lo applaudirebbero se la sitcom Mario&Marta andasse in porto lo metterebbero in croce per non aver saputo inventare una soluzione, per essersi isolato, per aver fatto affidamento su uno come Conte, per non aver avuto coraggio né fantasia né tempismo e quant’altro.

Ecco, a 48 ore dalla prima votazione Enrico Letta è a un passo da uno scampato pericolo che alle bancarelle dei talk show si può rivendere coma una bella vittoria. Ma è anche a due passi da una clamorosa disfatta, a una Caporetto politica lunga sette anni.

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Immaginare il futuro a partire da etichette e codici a barre https://www.linkiesta.it/2022/01/immaginare-futuro-etichette-codici-barre-osservatorio-immagino/ https://www.linkiesta.it/2022/01/immaginare-futuro-etichette-codici-barre-osservatorio-immagino/#respond Sat, 22 Jan 2022 04:00:36 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=322758 Esce ogni sei mesi ed è un punto di riferimento ormai consolidato per capire meglio i consumi degli italiani: è online la decima edizione dell’Osservatorio Immagino di GS1 Italy, l’innovativo studio che fotografa i nostri carrelli della spesa e scopre come evolvono le nostre preferenze d’acquisto, attraverso l’analisi dei dati di vendita e delle informazioni riportate sulle confezioni dei prodotti, alimentari e non, di largo consumo.

125.431 i prodotti studiati, in un paniere ampio e diversificato del valore complessivo di quasi 39 miliardi di euro (l’83% del sell-out totale realizzato da ipermercati e supermercati italiani): una mastodontica statistica in grado di darci idee e spunti sulle tendenze del mercato.

Undici i fenomeni di consumo messi in luce dal rapporto: dall’italianità ai metodi di lavorazione e alle texture dei prodotti, dagli alimenti free from e rich-in agli ingredienti benefici, dai temi delle intolleranze e del lifestyle all’universo dei loghi e delle certificazioni, fino all’esplorazione dei mondi del cura della casa green e del cura persona.

Da questa ricerca capiamo per esempio che rispetto all’anno precedente, negli ultimi 12 mesi l’apporto calorico è tornato a diminuire per un consumo più moderato di uova, farine e miscele, pasta di semola, biscotti tradizionali, olio extravergine d’oliva, zucchero. Un calo non compensato dalla crescita di categorie come birre alcoliche, snack dolci, prodotti da ricorrenza pasquali, patatine, maionese, cereali per la prima colazione, gelati, pasticceria e pasta fresca ripiena. La nostra svolta sul fronte del benessere è supportata anche da un altro dato: c’è un aumento dei consumi di proteine, date da prodotti come pasta fresca ripiena, affettati, basi, yogurt greco, yogurt bicompartimentale, formaggi da tavola, secondi piatti base pesce e specialità ittiche. Questi ultimi, insieme ai piatti pronti vegetali in crescita, hanno contribuito anche allo sviluppo della componente dei carboidrati e a quella delle fibre. Continua il calo dello zucchero nelle bevande.

Il dato relativo all’italianità si assesta: ci siamo abituati al claim, probabilmente, e non è più così significativo sulle nostro scelte di consumo, al contrario c’è una crescita brillante dei prodotti con indicazioni geografiche europee, di cui evidentemente ci fidiamo di più. Offerta aumentata e richiesta stabile invece per i prodotti free from: ci siamo finalmente assestati su un segmento che aveva avuto ottime performance: c’è forte attenzione per i prodotti con pochi zuccheri e senza zuccheri aggiunti, e le diciture “poche calorie”, “senza antibiotici” e “non fritto” sono le preferite. In compenso c’è un forte interesse per i prodotti ricchi di proteine, magnesio, potassio e zinco: ci stiamo specializzando nelle scelte, evidentemente. E non andiamo più solo alla ricerca di prodotti “senza” ma sappiamo (o presumiamo di sapere) di che nutrienti abbiamo bisogno e desideriamo orientarci verso un’alimentazione nutraceutica. Continua l’interesse per prodotti delattosati, senza lievito e senza uova, anche qui segno di una specializzazione anche nel settore intolleranze, che diventano sempre più puntuali e differenziate. Ma è con l’ambito vegetariano e vegano che si registrano gli andamenti più positivi, segno inequivocabile che le lotte verso la sostenibilità sono ormai parte del nostro stile di vita quotidiano. I prodotti veg e bio hanno trainato la crescita del lifestyle negli ultimi anni. Sempre in quest’ottica, i cosiddetti superfruit e i semi sono i comparti che hanno registrato crescite interessanti, così come i prodotti non filtrati, lavorati a mano, artigianali e affumicati.

Ma quali sono le parole che ci hanno più sedotti sulle etichette? ripieno, farcito, vellutato, fragrante. Mentre croccante e morbido sono le consistenze dei prodotti più apprezzate dagli italiani: che sia un momento di bisogno di coccole è evidentissimo.

Attenzione all’ambiente anche sul fronte degli acquisti per la cura della casa: negli ultimi quattro anni la quota dei prodotti green in questo segmento è raddoppiata e sono ancora positive le performance per i claim “biodegradabile” e “plastica riciclata”.

Due extra di approfondimento su questo numero: un dossier speciale sul petfood, paniere composto da quasi 3.500 prodotti e che vale oltre 760 milioni di euro di vendite, ed è in continua crescita. E un occhio anche sul “Barometro sostenibilità”, che vede l’analisi degli oltre 30 mila prodotti che riportano sulla confezione almeno un claim o una certificazione green, e che dimostrano ancora una volta quanto siamo sensibili al tema: crescono infatti sia in numero che in fatturato (11,5 miliardi di euro a giugno 2021), come quelli che forniscono informazioni sulla riciclabilità del loro packaging. L’attenzione verso il pianeta si vede anche nel carrello.

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L’artivismo è la vera (e unica) avanguardia di questi anni venti https://www.linkiesta.it/2022/01/vincenzo-trione-libro-arte-artivismo/ https://www.linkiesta.it/2022/01/vincenzo-trione-libro-arte-artivismo/#respond Sat, 22 Jan 2022 04:00:34 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=323020 La parola è stridente, quasi cacofonica, come succede ai termini innaturalmente composti. Però “artivismo” offre la temperatura dell’arte di oggi, politicamente impegnata su temi di larga condivisione come i diritti, l’ambiente, le pari opportunità, le migrazioni, i disequilibri tra le diverse zone del mondo. Questioni tra le poche, peraltro, ad attrarre un pubblico giovane. E si sa quanto la cultura abbia bisogno di un ricambio generazionale.

“Artivismo. Arte, politica, impegno”, si direbbe un instant se non fosse che l’autore, Vincenzo Trione, ci ha abituati a lunghe ed esaurienti disamine critiche ben oltre la soglia del contingente. Il suo saggio precedente, “L’opera interminabile”, viaggiava sulla complessità di artisti-mondo impossibili da incasellare, e nel suo nuovo lavoro (sempre per Einaudi) si propone di sostanziare con solide basi teoriche un argomento che altrimenti sospetteremmo di eccessiva attualità.

C’è un dubbio, o una domanda, che si snoda nei capitoli del saggio, che affronta, a proposito di giovani, anche la Street Art e il cosiddetto Global Activism: se per dipanare la sempiterna “questione dell’arte” sia preferibile l’opera costruita su forme significanti, immutabili nel tempo ma proprio per questo slegate dal tempo stesso, oppure quella di taglio sociologico, emotivamente coinvolgente ma che rischia di scadere a breve, come un prodotto da frigo. Certo, fanno eccezioni capolavori come “Guernica”, ma quanti se ne possono davvero contare soprattutto in questo primo non brevissimo scorcio di XXI secolo? Forse nessuno.

Dirimente sarà allora la posizione dell’artista. Perché dunque non definirlo “Intellettuale”, citando così il titolo della performance di Fabio Mauri del 1975 che coinvolse in scena Pier Paolo Pasolini, pochi mesi prima della morte. Elogio dell’artista impegnato, spiega Trione, opposto al peintre philosophe tutto testa e niente cuore, ma anche al pittore-artigiano solo estro e tecnica. Evocando Brecht, «gli intellettuali devono avere sempre il coraggio di dire: parlano quando gli altri tacciono e tacciono quando gli altri parlano, rendendo manifeste le proprie posizioni, senza timore delle contraddizioni e dei pericoli impliciti in tale postura».

Un atteggiamento che va sì contro il potere ma che non c’entra neppure con quel paradigma contemporaneo secondo cui l’arte deve per forza dare scandalo, violare i confini tradizionali, essere trasgressiva a tutti i costi per ingraziarsi l’attenzione dei media, testimonianza di un’età dell’inconsistenza che aderisce ai riti della celebrity culture che il cattivissimo e compianto Robert Hughes stigmatizzò come la «partita giocata dai ricchi e dagli ignoranti per accrescere il proprio potere e il proprio prestigio».

L’artivismo contemporaneo, insomma, seppur resosi necessario con la globalizzazione che ha allargato di molto i confini geografici dell’arte, non fuga dubbi e sospetti. C’è un certo cinismo nei lavori di star conclamate come Ai Weiwei e Banksy non tanto dall’artworld quanto dai social di cui sono assidui frequentatori, consapevoli che tali strumenti necessitano di un linguaggio semplificato. Il cinese usa il web per attacchi politici contro il governo di Pechino, l’inglese lavora invece sul paradosso di un’opera che si diffonde a macchia d’olio attraverso i social mentre lui ha scelto la strategia dell’invisibilità. E poi ci sono i cronisti, i testimoni: producono opere forti, talora insostenibili, sui limiti della pornografia del dolore.

Insomma, l’artivismo è l’ultimo -ismo del nostro tempo? In mancanza di movimenti d’avanguardia, che sono necessariamente territoriali, è questa la vera avanguardia degli anni ’20? Trione sembra privilegiare un’altra strada, «la politica degli impolitici» che non stendono manifesti e sono distanti da ogni approccio ideologico. Testimoniare catastrofi, ma poi trascenderle, spingersi verso territori altri. Arte e non giornalismo, perché l’arte si fonda su una «meravigliosa e irreprimibile ambiguità».

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La settimana di Gastronomika https://www.linkiesta.it/2022/01/settimana-gastronomika-riassunto-notizie-newsletter/ https://www.linkiesta.it/2022/01/settimana-gastronomika-riassunto-notizie-newsletter/#respond Sat, 22 Jan 2022 04:00:29 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=322947 PIATTO DEL GIORNO
Gennaio è il mese della penitenza dal troppo cibo, e con Veganuary offre l’occasione di esaminare le alternative tradizionali al pesce e al formaggio: in particolare, dei prodotti hi-tech che escono da un laboratorio, ma che sono più sostenibili delle versioni a base di soia o piselli. Abbiamo fatto un’indagine e abbiamo scoperto che non sempre naturale vuol dire ecologico: dalla tedesca Formo alla californiana BluNaly ecco chi produce le “alternative proteins”, come e a che prezzo. 

ALLA CARTA
Tanti giri – anche solo virtuali – per scoprire il buono dell’Italia, questa settimana. Partendo dai salotti sabaudi d’antan, alla ricerca dei luoghi che hanno fatto la storia di Torino, i nostri 10 caffè preferiti dove vivere l’esperienza dei tempi che furono.
Ci trasferiamo poi nella vicina Val d’Aosta, per capire dove osa la fontina. Qui, nel territorio che unisce l’Italia al Cantone Svizzero, c’è una famiglia che da generazioni produce deliziosi prodotti caseari rispettando gli antichi metodi di lavorazione.
E poi arriviamo sui colli piacentini, tra Emilia e Lombardia: qui la vita si sorseggia, si gusta e si assapora con lentezza, il tempo è scandito dalle stagioni che si inseguono, dal clima imprevedibile e indomabile che stabilisce le sorti della fatica di un mestiere, portando fortuna o disgrazia.

Lʼesplorazione ci porta in un viaggio ideale nella cucina ebraico-veneziana, tra salame d’oca e sarde in saòr. Venezia non è solo la città dei bacari, qui la tradizione gastronomica lagunare e quella giudaica convivono e si influenzano dal XVI secolo. Cucina kosher, specialità a base di oca, sfoieti e buriche. Oltre a sarde in saor e bigoli in salsa, il ghetto ebraico stupisce con prelibatezze figlie del fortunato connubio tra le due culture.

CARTA DELLE PIZZE
La settimana si è aperta con il World Pizza Day e noi l’abbiamo celebrato raccontando ricette codificate, disciplinari, cuochi rivoluzionari, new wave regionali, morbidezze e croccantezze, pale, tegamini, teglie, versioni da street food e da degustazione condivisa. Una cartografia completa di un piatto che ha un solo nome in tutto il mondo e infinite declinazioni.
E per chi invece vuole scoprire le brutture che il mondo mangia, ecco una panoramica dei topping più pazzi: ananas, haggis, tonno in scatola o cicale, ma anche maccheroni, inchiostro di seppia, canguro. Perché – purtroppo – non solo di margherita vive lʼuomo.

SPOILER ALERT!
Prima di chiudere, abbiamo deciso questa settimana di farvi un piccolo riassunto di “noi”. Se siete nuovi su Linkiesta Gastronomika o se volete approfondire un po’ quello che facciamo, potete iniziare da qui. Se fino ad ora non vi era così chiara l’identità del nostro magazine, è arrivato il momento di giocare a carte scoperte. Chi siamo, che cosa scriviamo e perché, quali servizi offriamo e dove ci potete trovare. E per i più attenti di voi, c’è anche qualche spoiler sulle nuove attività che vogliamo mettere in campo per questo già pazzo 2022.

Nel frattempo, ricordatevi che è in uscita Turning Points, il magazine che svela le tendenze 2022, firmato Linkiesta e New York Times. C’è anche Gastronomika, naturalmente. Se invece volete essere buoni con il pianeta, potete scaricare Remix, un eBook gratuito di ricette anti-spreco da tanti paesi nel mondo, da scaricare e utilizzare proprio quando le eccedenze di casa sono più alte, subito dopo le feste.
Voi andate sul sicuro e ordinate la pizza con criterio.

Buona cucina!

Siamo sempre alla ricerca di nuovi spunti, suggerimenti e idee per capire meglio il mondo del cibo contemporaneo. E anche della nuova ricetta per il piatto più buono del mondo. Se ce l’hai, o vuoi aiutarci a fare un giornale migliore, puoi scriverci qui: gastronomika@linkiesta.it

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Gli investimenti della Silicon Valley per frenare l’invecchiamento umano https://www.linkiesta.it/2022/01/come-non-invecchiare-2/ https://www.linkiesta.it/2022/01/come-non-invecchiare-2/#respond Sat, 22 Jan 2022 04:00:23 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=322849 Dall’antica Cina all’India, passando per il mondo greco-romano fino all’Europa medioevale: la chimera della scoperta di un elisir di lunga vita è una tradizione universale che si tramanda nei secoli.

Da una parte, il progresso della medicina che ha caratterizzato l’epoca moderna ha parzialmente soddisfatto l’ambizione di prolungare la durata dei nostri cicli vitali, grazie anche al generale miglioramento delle condizioni di vita della gran parte degli esseri umani presenti sul pianeta. Il rovescio della medaglia è stata la consapevolezza che, a livello scientifico, non si può fermare l’ineluttabile declino dei nostri organismi. Forse però, è possibile rallentarlo in maniera significativa.

Mercoledì 18 gennaio è stato ufficializzato il lancio di Altos Labs, la startup che godrà del più grande finanziamento della storia: 3 miliardi di dollari. È stata annunciata come una comunità di scienziati e personalità di spicco del mondo accademico e commerciale (è coinvolto anche Jeff Bezos) che lavorerà in maniera congiunta a una missione ben precisa: frenare l’invecchiamento umano. L’azienda si concentrerà sullo studio di biotecnologie dedicate a svelare la profondità dei meccanismi di programmazione del ringiovanimento cellulare.

Altos avrà sede inizialmente negli Stati Uniti (nella San Francisco Bay Area e a San Diego) e nel Regno Unito, a Cambridge, ma intratterrà importanti collaborazioni anche in Giappone. L’attività delle varie sedi sarà ripartita tra due sezioni: gli Altos Institutes of Science, che perseguiranno obiettivi scientifici e integreranno le loro scoperte in un unico sforzo di ricerca collaborativa, e gli Altos Institute of Medicine, che punteranno all’acquisizione di conoscenze relative alla salute cellulare e allo sviluppo di farmaci trasformativi.

Tra i grandi nomi coinvolti nel progetto spiccano quello di Juan Carlos Izpisua Belmonte, biologo spagnolo già noto per i suoi curiosi esperimenti sulla creazione di embrioni di scimmie contenenti cellule umane (che avevano destato perplessità etiche tra la comunità scientifica) e quello di Steve Horvath, sviluppatore di quello che è stato definito “l’orologio epigenetico” (o orologio di Horvath), una tecnica per misurare l’età degli esseri umani sulla base di 353 marcatori epigenetici in grado di mostrare i segni del passaggio del tempo sul corpo dell’uomo.

Il presidente del consiglio scientifico sarà Shinya Yamanaka, co-vincitore del premio Nobel per la medicina nel 2012 e scopritore delle cellule staminali pluripotenti indotte, una rivelazione che aveva aperto alla possibilità di riportare cellule adulte sviluppate a uno stadio simil-embrionale.

Il lavoro dello scienziato giapponese è stato ripreso sul fronte europeo, ispirando – nel corso dell’ultimo decennio – gli esperimenti di Manuel Serrano, dell’Istituto di ricerca in biomedicina di Barcellona. Serrano ha applicato le “staminali Yamanaka” a topi vivi, ottenendo risultati contrastanti: le creature sottoposte al trattamento hanno mostrato evidenti segni di ringiovanimento ma hanno anche sviluppato teratomi, forme rare di tumore che contengono più tipi di tessuto (tra cui denti, capelli e muscoli).

Cosa si deduce da questi studi, quindi? In primis, che l’invecchiamento umano è uno dei problemi biologici più difficili da contrastare. Il fatto che i genitori con cellule vecchie possano dare vita a bambini piccoli dimostra come la natura abbia già nelle sue corde la riprogrammazione cellulare: ereditiamo il materiale genetico dai nostri genitori, che viene cancellato dai cambiamenti legati all’età (dopo la fecondazione) per assomigliare a qualcosa che si avvicini al codice genetico originale. Tale processo risulta però difficile da emulare in laboratorio, e le sperimentazioni di Serrano suggeriscono che la riprogrammazione può sortire effetti indesiderati, come risvegliare i geni che causano il cancro.

Questo, tuttavia, non sembra fermare le ambizioni di alcuni grandi finanziatori. Altos Lab non è nemmeno il primo esempio di realtà nata con l’ambizione di fermare le lancette dell’orologio organico umano: il suo predecessore si chiama Calico ed è nato anch’esso nella Silicon Valley, sotto l’ala protettrice di Google.

Nel 2013, la rivista Time aveva dedicato la copertina del numero del 30 settembre proprio alla neonata azienda che avrebbe concentrato le sue ricerche sulla longevità umana, titolando «Can Google solve death?». All’epoca, il Ceo di Google Larry Page aveva dichiarato: «dovremmo puntare alle cose che sono davvero, davvero importanti, e tra 10 o 20 anni le avremo fatte».

Da allora però, Calico ha iniziato a operare sottotraccia, riducendo la comunicazione mediatica al minimo indispensabile. Come sottolineato in un articolo del sito Vox.com del 2017, nei (soli) dodici comunicati stampa diffusi dall’azienda risultavano ampie descrizioni di collaborazioni con laboratori esterni e aziende farmaceutiche, la maggior parte dei quali si concentrava sugli obiettivi di una missione estremamente vaga relativa alla «ricerca sull’invecchiamento e sulle malattie associate». Da allora, la situazione non è cambiata poi molto.

Su altri fronti però, la ricerca di una “formula Benjamin Button” ha prodotto risultati eclatanti. Ne è un esempio una ricerca pubblicata sulla rivista Nature nel dicembre 2020, firmata dal biologo molecolare David Sinclair della Harvard Medical School di Boston.

In sintesi, il lavoro di Sinclair ha dimostrato che le cellule nervose della retina dell’occhio, se opportunamente “riprogrammate”, possono ringiovanire e recuperare le funzioni perse. Vale a dire: una vista migliore. Anche in questo caso, gli esperimenti sono stati condotti su alcuni esemplari di topi. L’ipotesi dell’applicazione dello stesso procedimento su tessuti umani, tuttavia, apre a orizzonti di portata rivoluzionaria.

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Gli ultimi instanti di Anna Frank https://www.linkiesta.it/2022/01/anna-frank-arresto-gestapo/ https://www.linkiesta.it/2022/01/anna-frank-arresto-gestapo/#respond Sat, 22 Jan 2022 04:00:23 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=322893 Per indicare il nascondersi, gli olandesi usavano il termine onderduiken (sommergersi). Quelle persone erano sommerse da due anni e trenta giorni.

Venire incarcerati, anche ingiustamente, è una cosa, ma vivere nascosti e tutta un’altra storia. Come fu possibile sopportare venticinque mesi di reclusione totale, non essere in grado di guardare fuori da una finestra per paura di essere visti, non fare mai una passeggiata in strada o respirare aria fresca, dover rimanere in silenzio per ore e ore perché gli impiegati del magazzino non li sentissero? La paura doveva essere ai massimi livelli per mantenere quel tipo di disciplina.

Gran parte della gente sarebbe impazzita.

Cosa facevano in quelle lunghe ore di ogni giornata lavorativa, tra occasionali parole sussurrate e spostamenti in punta di piedi, mentre gli impiegati si muovevano al piano di sotto? Studiavano, scrivevano. Otto Frank leggeva libri di storia e romanzi: i suoi preferiti erano quelli di Charles Dickens. I ragazzi studiavano inglese, francese, matematica.

Sia Anne sia Margot tenevano un diario. Si preparavano per la vita dopo la guerra. Credevano ancora nella civiltà e nel futuro, il tutto mentre all’esterno i nazisti con i loro complici e informatori davano loro la caccia.

Nell’estate del 1944, l’ottimismo si era diffuso per tutto l’Alloggio segreto. Otto aveva fissato alla parete una mappa dell’Europa e seguiva i notiziari della BBC e i rapporti di Radio Oranje del governo olandese in esilio. Per impedire agli olandesi di ascoltare le notizie dall’estero, i tedeschi avevano confiscato tutte le radio, ma Otto era riuscito a recuperarne una quando erano entrati in clandestinità e adesso seguiva passo passo i progressi delle forze alleate alle trasmissioni serali. Due mesi prima, il 4 giugno, gli Alleati avevano conquistato Roma, evento seguito due giorni dopo dal D-Day, la più grande invasione anfibia della storia. Alla fine di giugno, gli americani si impantanarono in Normandia, ma il 25 luglio lanciarono l’Operazione Cobra e la resistenza tedesca nella Francia nordoccidentale crollo. A est i russi entravano in Polonia. Il 20 luglio, membri dell’alto comando a Berlino avevano tentato di assassinare Hitler, il che porto all’esultanza degli abitanti dell’Alloggio segreto.

Tutto d’un tratto, sembro che la guerra sarebbe finita nel giro di poche settimane, o forse di qualche mese. Tutti facevano progetti su cosa avrebbero fatto dopo. Margot e Anne iniziarono a parlare del ritorno a scuola.

E poi accadde l’inimmaginabile. Come disse Otto in un’intervista, quasi due decenni dopo: «Il momento in cui entrò la Gestapo con le pistole puntate segno la fine di tutto».

In quanto unico sopravvissuto, il solo racconto dei fatti che abbiamo a disposizione, almeno dal punto di vista di un residente dell’Alloggio segreto, e quello di Otto. Ricordava l’arresto con dettagli vividissimi. Era evidente che quel momento era impresso a fuoco nella sua memoria.

Erano, disse, le dieci e mezzo circa. Si trovava al piano superiore a fare una lezione di grammatica inglese a Peter van Pels. Durante il dettato, Peter aveva sbagliato a scrivere la parola double usando due B. Otto stava mostrando l’errore al ragazzo quando sentì i passi pesanti di qualcuno sulle scale. Era inquietante, perché a quell’ora tutti i residenti rimanevano in silenzio per non farsi sentire negli uffici sottostanti. La porta si aprì. Un uomo con la pistola puntata contro di loro. Non indossava l’uniforme della polizia. Otto e Peter alzarono le mani. Furono portati al piano di sotto con un’arma puntata addosso.

Dal suo racconto del blitz, ci facciamo un’idea dello shock profondo di Otto Frank. Nel corso di un evento traumatico il tempo rallenta, si allunga, e alcuni dettagli vengono stranamente enfatizzati. Otto ricorda un errore di ortografia, una lezione di grammatica, una scala che scricchiola, una pistola puntata. Ricorda che faceva lezione a Peter e ricorda la parola su cui Peter era inciampato, double, con una sola B. È la regola.

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L’anno d’oro in cui l’Occidente scopri il beat dell’Afro Pop (grazie a un equivoco) https://www.linkiesta.it/2022/01/juju-music-king-sunny-ade-recensione/ https://www.linkiesta.it/2022/01/juju-music-king-sunny-ade-recensione/#respond Sat, 22 Jan 2022 04:00:21 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=322556 King Sunny Adè and his African Beats – “JuJu Music” 1982

Se c’è un primo momento in cui l’Afro Pop si affaccia sull’Occidente – e viceversa – è probabilmente nel 1982 e, per quanto possa sembrare paradossale, grazie a quello che è sostanzialmente un equivoco. Un anno prima, con la scomparsa di Bob Marley il mondo si ritrova orfano non solo di un gigantesco artista, ma anche di una figura che rappresenti il terzo mondo sulla scena mondiale. La Island di Chris Blackwell, che ha fatto crescere Marley fino a farlo diventare in quel momento la principale rock star mondiale, pensa a chi ne possa raccogliere l’eredità, ma mica è facile.

Primo, perché la figura di Marley – che è insieme un carismatico capopopolo, uno straordinario autore, un incendiario interprete e, cosa fondamentale, canta in inglese – è e rimarrà unica, irripetibile. Poi perché in realtà, e i decenni successivi lo confermeranno, non esiste in tutto il terzo mondo musicale, che poi è sostanzialmente Africa Caraibi e Sudamerica, nessuno che possa raccogliere una eredità del genere. 

La ricerca di un erede al trono si orienta verso la West Africa, che di tutto il continente era – ed è ancora – l’epicentro della creatività africana. La Island ha già saggiato il terreno nel 1981 con due compilation, “Sound D’Afrique 1&2”, che sono state anche il mio biglietto d’ingresso nella musica africana che, come uno può sospettare data la vastità e la eterogeneità dell’Africa tutta, ha tradizioni e suoni davvero infiniti. Sono entrambe focalizzate sulla musica centro-africana, Congo e Zaire in particolare, salvo una veloce puntata in Costa d’Avorio e in Senegal dove appare la prima band di Youssou N’Dour, Les Etoiles de Dakar. Brani caratterizzati dalle classiche chitarre africane, sinuose e spiraleggianti come serpenti nel cesto del prestigiatore.

È segno dell’interesse che al virare della decade sta montando verso l’Africa nera, intesa come una landa sconosciuta ai più che può celare tesori e dare nuova linfa all’asse anglo-americano del rock, cosa che ha già fatto con il jazz. È un’onda surfata dagli esploratori più intraprendenti, vedi i lavori solisti di Peter Gabriel o di Brian Eno insieme ai Talking Heads, i cui “Fear Of Music” e “Remain In Light” hanno attinto a piene mani dai poliritmi africani.

La prima scelta ricade su colui che, come Bob, ha le caratteristiche dell’eroe popolare, del condottiero contro il potere costituito: il nigeriano Fela Kuti rappresenta, con i suoi dischi politici e le continue accuse al sistema, una figura sciamanica come il natty dread jamaicano. È un primo errore di valutazione, perché se lo status politico è quello, completamente diverso è lo status musicale. Marley è comunque un caraibico anglofono cresciuto in mezzo a una tradizione isolana di ska e rocksteady con evidenti influenze americane, che si traducono alla fine in canzoni apprezzate da un popolo pop e rock. Fela e la sua numerosa posse sono musicisti il cui format sono lunghe jam strumentali, brani che possono durare anche intere facciate di Lp. La sua musica, chiamata afrobeat, ha legami più stretti con il jazz che con il pop. Ma Fela, la cui produzione negli anni 70 è stata grandiosa, ed è – al di là di Miriam Makeba e Manu Dibango che ha avuto un successo mondiale con la sua dance ’Soul Makossa’ – forse l’unica personalità africana conosciuta nei circoli internazionali, è stato appena messo sotto contratto dall’etichetta Arista.

L’attenzione cade allora su un altro musicista nigeriano, ben poco conosciuto fuori dal suo paese, dove è una celebrata e rinomata superstar, tanto che è soprannominato the Chairman, il Presidente. La Nigeria è una delle roccaforti della musica africana, paese molto grande con circa 100 milioni di abitanti, con un mercato molto sviluppato, che rende alcuni musicisti locali ricchi e importanti come dei veri re: ma proprio per questo successo, e anche per il genere di musica che suonano, molto legata alla tradizione regionale, tendono a uscire poco dai confini. Lo porta alla Island il produttore Martin Meissonier che, bloccato nel caotico traffico della capitale Lagos proprio diretto a un appuntamento con Fela di cui sta producendo i due album che usciranno nel 1981, sente «un pezzo straordinario con una pedal steel guitar selvaggia che mi ha ricordato Hendrix» sparata fuori da un negozio di cassette pirata.

In una lunga recensione su Pitchfork si narra anche che Marley in tutti i casi una parte nel lancio di King Sunny Ade l’ha avuta: quando Meissonier riceve l’incarico di produrlo, la Island per finanziare il progetto lo manda alla CBS nigeriana a raccogliere le royalties dei dischi di Bob. Leggenda vuole che li riceva in sacchi pieni di banconote.

Sunday Adeniyi Adegeye ha 36 anni, è nato a Osogbo, nella parte sud-occidentale del Paese da una famiglia reale Yoruba. Nella tradizione della sua etnìa è un Oba, un ruler, un Capo. Il nome d’arte con cui è conosciuto, King Sunny Adè, non è un’esagerazione onorifica, è in linea con il suo ruolo sociale ma anche musicale: la sua nomina a Re della musica Juju risale al ’77 da parte di un gruppo di giornalisti nigeriani, riconoscimento per la sua dominanza nei gusti popolari. Ma nonostante – o forse proprio per – le sue origini, il percorso non è stato facile. 

In un’intervista a Jason Gross per Perfect Sound Player racconta che «nessuno della mia famiglia voleva che intraprendessi un percorso musicale. Ma venendo dal sangue di un uomo che suonava l’organo e da una famiglia che conosce bene la musica, era una cosa ereditaria. Per certi versi quindi sono un ribelle, non avrei dovuto farlo. Quando hai una famiglia che non ti supporta è difficile, è una cattiva esperienza, ma non me ne pento».

Sunday comincia da bambino, seguendo a sette anni la mamma in Chiesa dove il papà suona l’organo e lei, di discendenza regale Adesida, canta nel coro (sembra una storia da gospel del Deep South americano). Il bimbo si infila in mezzo ai percussionisti che suonano musica tradizionale: «Nonostante il parere contrario dei genitori, occasionalmente andavo in mezzo a loro, stando attento che qualcuno più alto mi coprisse allo sguardo di mia madre. Cercavo di nascondermi dietro degli scudi umani. Mio padre era un uomo che si muoveva lentamente, con attenzione, facendo ogni cosa in modo preciso, anche quando doveva spostare una sedia. Ma questo non era molto in accordo con la musica che volevo suonare, io volevo che la gente sudasse! Quando è morto ho detto a mia madre “questo è il mondo che ho scelto, lasciami andare”. Con mio fratello andavamo in posti dove non mi conoscevano, ed ero solo uno dei tanti che suonava le percussioni. A 16 anni ho lasciato la scuola e sono andato a Lagos, dicendo che andavo all’Università. Mi sono aggregato a un gruppo, non mi sono presentato come un Reale, ma come uno studente. Mi han detto ’sei troppo piccolo’ per unirti a noi, quindi ho detto loro che avevo quasi vent’anni. A poco a poco ho imparato a suonare anche la chitarra, e mi sono per così dire diplomato: da ragazzino nella band a leader di un gruppo».

Inizia con i Federal Rythm Dandies di Moses Olaiya suonando hi-life, e poi forma il suo primo gruppo nel 1967, The Green Spots, che ribattezzerà African Beats. Cita come prima influenza il pioniere dello Juju Tunde Nightingale, musicista riconosciuto di quella che è chiamata la palm-wine music. Nella (solita) fondamentale World Music Rough Guide si legge come il termine origini negli anni 20 e30, quando nei quartieri Yoruba dopo il lavoro la gente si vedeva in bar dove, appunto, si beveva il vino di palma, e dove musicisti si riunivano informalmente a suonare chitarre, banjo e percussioni a portata di mano come shakers e calabash. Musica nei cui testi si ritrovavano i proverbi della liturgia Yoruba e metafore che nascevano dalla nuova cultura urbana. Nasce il termine juju, forse derivato dal suono di un tamburino esagonale di origine brasiliana, forse dal termine jo jo che significa danza. L’arrivo di discografici di etichette inglesi come HMV crea un mercato locale a 78 giri di cui Nightingale è la prima star. La sua personale variante stilistica domina la scena della Nigeria dopo la guerra, è chiamata s’o wa mbe, letteralmente ’è lì?’, riferito alle collane indossate dalle donne sotto i vestiti per accentuare i movimenti di danza. Un’altra influenza sulla musica che sta per nascere è quella del hi-life, genere che origina sulla Costa d’Oro, poi Ghana, e diventa molto popolare anche all’interno, mix di musica calypso, da ballo da grande orchestra, di derivazione latina e dell’Africa centrale. Una versione più gentile dello JuJu.

I.K. Dairo è colui che raccoglie il testimone e sviluppa la JuJu introducendo le nuove chitarre elettriche e la fisarmonica, e parallelamente viene introdotto anche il gangan (il talking drum cerimoniale Yoruba) che ne diventa l’elemento fondamentale. Il successo di Dairo è tale da varcare i confini africani, in Inghilterra gli viene addirittura conferito il Member of British Empire (l’unico africano che l’abbia mai ricevuto) e negli anni 60 i suoi Blue Notes sono la più popolare band africana.

Se Dairo ha aperto la strada, a metà degli anni 70 arriva però la nuova generazione di musicisti JuJu: prima ’Chief Commander’ Ebenezer Obey, e poi ’King’ Sunny Adè. Comandanti in Capo e Re, bisogna darsi un tono, entrambi popolarissimi, competono e per farlo introducono ognuno le proprie innovazioni, la più evidente delle quali è che il gruppo, che da Dairo era stato già ampliato a una decina di musicisti, ora diventa di 20, a volte di 30 elementi: quattro chitarre, tastiere, chitarre hawaiane, una vasta batteria di percussioni e altrettanti coristi. Le canzoni diventano sempre più lunghe, delle vere jam che la critica americana, in un paragone suggestivo, assimilerà alle lunghe, strecciate improvvisazioni dei Grateful Dead (sempre citati quando si parla di jam). Ebenezer Obey è il primo a esser distribuito all’estero, ma l’impatto di Sunny Adè – su disco e nelle sue prime tournèe, grazie anche al battage della Island – è decisamente superiore.

Del resto non è più un ragazzo e il suo stile ha avuto tutto il tempo per maturare. Quando Meissonier produce per la Island ’JuJu Music’ e nell’83 e ’84 i successivi “Synchro System” e “Aura”, Adè ha già alle spalle una sessantina di album nigeriani con i suoi African Beats, se ne fanno parecchi ogni anno, tutti di grande successo. Buona parte sono incisi per la sua etichetta Sunny Alade, che il suo buon senso degli affari e la poca fiducia nell’industria discografica lo hanno spinto a creare già nel ’74. Quando firma per la Island, che lo pubblicherà sull’etichetta di world music Mango, è già un bandleader ricco e affermato, e non solo grazie alle vendite. Nei concerti, secondo l’usanza africana, oltre al compenso di base si raccolgono molti soldi dallo spraying, ovvero dall’usanza di elogiare e complimentare alcuni degli ascoltatori che in cambio salgono sul palco e incollano una banconota sulla fronte sudata dell’artista in segno di ringraziamento. Più elogi, più banconote. Una sorta di versione ben retribuita delle dediche. Alla fine, signora mia, sò soldi, e tanti, i tecnici passano con la scopa a raccogliere sacchetti di banconote. Si narra che da un compenso fisso di mille dollari una star può portarsene via anche diecimila. 

Oltre alle musiche della sua regione, in cui si parlano centinaia di dialetti diversi che fanno pari con altrettanti stili musicali, ha ascoltato, come è ormai abitudine consolidata, anche molta musica americana. Sorprendentemente, non solo il sempre-citato James Brown (il musicista in assoluto più influente sulla scena africana in toto), Stevie Wonder o B.B.King: ci sono Duke Ellington, Frank Sinatra e Nat King Cole (le passioni del padre), ma anche Jim Reeves, ’gentleman Jim’, cantante country&western dell’area di Nashville. Sorprende ma non troppo, considerando la presenza nel sound del suo JuJu di uno degli strumenti più caratteristici del country, la pedal steel guitar, il corrispettivo, il parente alla lontana della slide guitar tanto usata nel blues. 

Il suo JuJu è infatti una musica di fusione, una base di musica tradizionale africana contaminata da tanti piccoli tocchi esotici (per un nigeriano) che provengono dal country americano e dal dub jamaicano, dai cori di chiesa e dal rock delle chitarre elettriche. È il prodotto finale dell’idea musicale che ha Adè: «Nel mio genere di musica, voglio che ci siano dentro tutti i tipi di musiche di tutto il mondo. Per cui, sei un fanatico del jazz? È all’interno di questa musica. Se lo sei del r’n’r o r’n’b, lo troverai nella mia musica. Fa felice la gente, ballano ballano ballano. Per quanto riguarda gli strumenti, prima di inserirli ho fatto ricerche in merito. Mi sono chiesto, quale tipo di strumento antico suona come questi? Quando ho introdotto il vibrafono o lo xilofono, il suono era quello degli strumenti di tanti anni fa: ma se li vuoi devi cercare chi li fa ancora, e sono troppo delicati da portare in tour. Quello che faccio è cercare uno strumento che suoni come quello originario, e poi lo introduco nella musica. Se parli della pedal steel, è molto simile al violino africano. Quando ho sentito i dischi di country ho pensato che suonassero simili, allora perché non avere questo suono, ma elettrificato? Quando abbiamo introdotto il basso, mi ricordava del thumb piano dei vecchi tempi, in una scatola con le linguette di metallo sopra. Ma non è meglio portarsi dietro un basso che tutte quelle scatole? Per quanto riguarda le tastiere, le mie sorelle vi hanno introdotto la fisarmonica, in modo che il suono fosse praticamente lo stesso. Quindi non aggiungo nulla senza fare ricerche, e nessuno mi ha mai dato uno schiaffo per aver danneggiato l’immagine dello JuJu. Anche quando sono andato all’estero sono stato attento a non deviare dalla musica originale, ma a offrire una musica che avrebbero accettato anche a casa». Un musicista tradizionale ed evolutivo allo stesso tempo.

In un’intervista a Rolling Stone, Meissonier disse: «Adè è rimasto leale alle tradizioni della gente Yoruba. È un uomo tradizionale e allo stesso tempo molto moderno. È molto vicino alle tradizioni, omaggiando gli anziani, cantando e parlando attraverso i proverbi. È come un vecchio Yoruba, ma si può permettere di essere anche un uomo moderno. È una pop star nel 1983». 

Come influenze vocali Adè cita anche Curtis Mayfield e il suo tono vellutato, e Brook Benton, altro soul singer. Le parti vocali hanno un ruolo centrale nell’insieme del suono di Adè e dei suoi African Beats, anche se nulla si capisce della sua lingua Yoruba (i testi parlano spesso di situazioni legate alla vita nigeriana, dalla povertà alla guerra, a volte sono anche di ispirazione morale o religiosa). Il suo timbro è soave, nulla a che spartire con l’aggressività e la forza di Fela o di James Brown, per capirci. Ha una voce che ondeggia delicatamente, come a suggerire, invitare, non declamare o imporre. In uno dei pochi brani cantati in inglese, quando dice «356 call me, that’s my number/ tell me anything you want from me», ’356 è il mio numero, chiedimi qualsiasi cosa vuoi’, lo fa con una tenerezza che ti verrebbe da prendere in mano il cellulare. È capace di scatenare l’inferno sulla pista da ballo, e nel prosieguo del brano, ’The Message’ lo fa, ma quando parla d’amore trova parole di miele.

C’è naturalmente il gioco di chiamata-e-risposta fra il solista e i coristi (o il pubblico) da sempre al centro della tradizione vocale africana sub-sahariana, che nasce in tempi ancestrali nelle cerimonie tribali nei villaggi (Marley le usava tantissimo nel botta e risposta con le I-Threes e col pubblico, era il suo legame sciamanico con la terra delle radici). Le parti vocali qui sono l’esatto contraltare delle (molte) chitarre: entrambe creano delle sottili linee che si intrecciano e si sovrappongono, come fili di una trama che alla fine produce un tessuto melodico, ritmico, espressivo. Un fluire gentile, ipnotico ma in maniera morbida, più onirica che martellante. Prendete l’inizio di “JuJu Muisc”, ’Ja Fun Mi’, riff immediatamente riconoscibile, decollo morbidissimo, come essere presi per mano da qualcuno che ti sorride mentre ti accoglie.

Non sono le uniche tessiture che attraversano e sostengono il JuJu del Re, la poliritmia è la cifra dello stile percussivo africano. Fondamentale è la presenza del tamburo parlante, tenuto fra braccio e fianco, compresso e rilasciato come una fisarmonica e percosso dal bastone ricurvo: insieme alla batteria e altre percussioni, nei momenti più intensi i gangan esplodono come petardi o schioppettate. Il senso è replicare, in metafora, i toni del linguaggio e della cerimonia Yoruba.

Onnipresenti sono le chitarre, ma non fatevi ingannare quando lui le definisce rock: sia le ritmiche, in genere tre che hanno timbri e pennate diverse, sia le soliste non hanno mai la prepotenza, la definizione marcata di quelle che associamo al rock. Sono – ma questa è una caratteristica africana – sempre leggere, come bollicine che frizzano qui e là, gli assoli non sono mai lunghi, non prendono il centro della scena, rimangono sempre incastonati nel fluire del suono nella sua interezza. Poi c’è la pedal steel, con quelle note dilatate, simili alle chitarre hawaiane che ondeggiamo come le palme a Maui, con quel tono vibrato che può essere sognante ma nelle mani sapienti di Demola Adepoju possono essere, come aveva colto Meissonier quel giorno in macchina, delle vibrazioni potenti, hendrixiane. Le chitarre hawaiane hanno del resto influenzato sia il country americano, sia dagli anni 20-30 i primi passi dello hi-life e poi lo JuJu, arrivando in Africa sui 78 giri di importazione. Ma Jaiye Oni” è uno dei momenti in cui la steel si prende il centro della scena.

A tutto questo, siamo nei primi anni 80, Adè aggiunge anche dei tocchi di elettronica, dei synth che non sono mai in primo piano, intrusivi, ma che servono o a rinforzare il ritmo, oppure, in maniera più giocosa, un po’ da parco dei divertimenti, per creare effetti dub. Il dub qui non ha la potenza di quello jamaicano, ha la stessa leggerezza delle chitarre, entra ed esce e quasi non lo senti, aggiunge senza calamitare l’attenzione. Una presenza discreta gestita con gusto e parsimonia dal veterano reggae Godwin Logie. In ’The Message’, ritmica feroce e una seicorde schiaffeggiata mentre le altre si intrecciano, la steel s’impenna con effetti eco-dub. 

Le produzioni del King Sunny formato esportazione sono parecchio diverse dalle incisioni per la madrepatria: in queste la lunghezza dei brani è molto più strecciata, spesso raggiungono la facciata, a volte – stesso format di Fela, peraltro – una facciata strumentale e l’altra vocale. È musica da ballo, e le proporzioni sono diverse: non a caso, se i brani sono di 20 minuti, i concerti durano spesso quattro, cinque ore, non sono rari gli all-nighters, fino all’alba. Se divertimento, e trance deve essere, giustamente si va all in, fino in fondo.

La lunghezza è stata la principale preoccupazione dei discografici inglesi nei confronti di Ade. In un contesto in cui la gente è abituata alle canzoni, e i brani lunghi sono occasionali, come fare? La richiesta è stata di comprimerli, e il trattamento non tanto diverso da quello che Blackwell aveva già applicato quasi dieci anni prima con Marley: occidentalizzare un pò il suono, renderlo più compatto rispetto agli stessi pezzi prodotti a Kingston da Lee Scratch Perry. Più compatto, più ricco, rafforzati i beat, concentrate le melodie rispetto a quelli registrati a Lagos. Non a caso è stato inciso in Africa, e poi missato in Inghilterra.

C’è una notevole differenza fra il primo “JuJu Music” e il successivo “Synchro System” e raccontano bene i due lati, quello africano e quello fatto per un pubblico straniero. Il primo è più arioso, dilatato, sicuramente più vicino al loro suono originale, i pezzi sono un poco ristretti nel minutaggio rispetto alle lunghe jam nei 33 nigeriani, ma sono una rappresentazione più fedele di quelli che sono anche i concerti. Ci sono persino due brani, ’Mo Beru Agba’ e ’Sunny Ti De Ariya’, che sono quasi solo percussioni.

Nel secondo è evidente da parte di Meissonier l’intento di offrire all’ascoltatore occidentale qualcosa che suoni un po’ più familiare: da una parte i brani sono tutti orecchiabili, i riff intorno ai quali sono costruiti e che rimangono sotto sono il corrispettivo di quello che è un riff di r’n’r degli Stones, parti da lì e poi viene la canzone. Sono quindi più definiti e memorabili nelle loro linee melodiche, diciamo che suonano più come 45 giri rispetto all’altro album, non a caso il minutaggio è inferiore, ma non solo. La produzione sonora è sicuramente sicuramente più potente. I petardi dei tamburi parlanti, il battito del cuore della musica JuJu, sembrano spesso dei tom o dei timpani, più sordi ma anche più potenti, creano un incedere molto più incalzante, quasi ossessivo. Forse alla fine gli manca un po’ quella spazialità, quel senso di ondeggiare sulle note, il ritmo percussivo ti trascina via, non ti lascia riposare mai. Se i primi rimandano idealmente a una sala da ballo a Lagos, i secondi potrebbero stare in una discoteca urbana americana o inglese e fare la loro figura.

Si tende a indicare il primo dei due album come il principale riferimento, perché è l’apripista ed è più vicino alla versione nigeriana, più sottile, gentile, più jam. “Synchro-System” ha canzoni più riconoscibili (se ti entra nelle orecchie ’Penkelè’ vattela a levare), ognuna con un riff memorabile, una produzione e un suono leggermente più duro, più trascinante, impatto più dinamico (nel senso occidentale) e alla fine più godibile per un pubblico che non è così aduso all’ascolto tradizionale. Non sempre, però, ’Mo Ti Mo’ ha la dolcezza di un calypso tropicale.

Sul mercato internazionale i tre album funzionano, soprattutto i primi due, e anche i primi tour registrano sempre tutto esaurito, pubblico in piedi fin dalle prime note, e critiche più che entusiaste. Robert Palmer del New York Times (autore di alcuni libri fondamentali sul blues, fra l’altro) si sbilancia fino a dire «uno dei concerti-evento più importanti del decennio». Persino il famigerato critico del Village Voice Robert Christgau, a cui non cade una briciola di complimento dal tavolo neanche se preghi, gli dà tutti A. Poi, qualcosa svanisce, “Aura” non ha grandi vendite e la Island non rinnova il contratto. E comunque la scelta di campo è chiara: Adè preferisce rimanere fedele al suo suono e non occidentalizzarsi eccessivamente per cercare qualcosa che non gli appartiene. 

Rientra nella sua piacevole vita da superstar africana onorato e rispettato anche dalle nuove generazioni. Continua a pubblicare dischi in patria che solo a volte vengono ripresi da etichette americane. Viene con una certa regolarità in tour europei e americani, anche se bisogna sempre fare i conti con le spese, perché spostare una band di 20 elementi non è proprio una passeggiata (all’estero infatti il formato è intorno alla dozzina). I concerti continuano a essere bagni di folla: chiaro che essere immersi in un concerto a Lagos è in tutti i sensi un’altra cosa, ma conosciamo bene il grado di coinvolgimento che la musica e i ritmi africani sanno creare per tirarti dentro. Non ho mai visto il King dal vivo, ma ne ho un ricordo di emozione toccante: un tramonto sul lago di Sabaudia, insieme a Paolo Giaccio e alcuni amici fra cui Toni Esposito, tutti silenziosi mentre il sole scendeva e ’Synchro System’ spandeva un ritmo nel quale perdersi.

In Nigeria King Sunny Adè è ancor oggi, 76enne, uomo di prestigio assoluto, e le cose da fare non gli mancano davvero. Musica e numerose mogli, figli e nipoti a parte, i profitti delle vendite e degli spettacoli sono stati reinvestiti bene: nel petrolio (che abbonda in patria, come l’ENI sa bene), in una compagnia mineraria per scavare nel ricco sottosuolo, in un locale a Lagos, in una società di PR e nella sua etichetta che produce altri artisti africani, è anche Presidente della SIAE nigeriana. A metà degli anni 90, su cinque ettari di terreno donatogli dal Governo, ha creato la King Sunny Adè Foundation, un’organizzazione che include un centro per le performing arts, uno studio di registrazione, una foresteria per giovani artisti e una serie di iniziative per favorire lo sviluppo della cultura e dell’arte nigeriana, fra cui una scuola di musica e una di teatro: «Penso che con questa fondazione posso aiutare persone sotto-privilegiate, trovargli un lavoro».

E anche se non è mai diventato il nuovo Marley, ha un grandissimo merito: quello di avere aperto la porta, e indicato la strada, ad artisti africani come Youssou N’Dour, Salif Keita, Baaba Maal, che immediatamente dopo di lui diventeranno ambasciatori della musica africana nel mondo. 

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Il gioco della sedia e altri modi innocenti per divertirsi intorno al Quirinale https://www.linkiesta.it/2022/01/quirinale-nome-presidente-draghi/ https://www.linkiesta.it/2022/01/quirinale-nome-presidente-draghi/#respond Sat, 22 Jan 2022 04:00:13 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=322901 In inglese si chiama «musical chairs», in italiano «gioco della sedia» o anche, all’incirca una volta ogni sette anni, «elezione del presidente della Repubblica». La logica è sempre la stessa: si fa un gran chiasso, si gira in tondo senza costrutto finché la musica suona, ci si sforza per quanto possibile di muoversi a tempo, assieme agli altri, e soprattutto di non farsi fregare. L’obiettivo non è infatti andare avanti o indietro, a destra o a sinistra. L’obiettivo è semplicemente non essere tu, quando la musica si fermerà, l’unico rimasto in piedi.

Per la maggior parte dei leader di cui ogni giorno leggiamo interviste e dichiarazioni, messaggi cifrati e proclami roboanti, alla fine dei conti, Mario Draghi o Sergio Mattarella, Pier Ferdinando Casini o Maria Elisabetta Alberti Casellati, con tutto il rispetto, pari sono, sono solo sedie vuote, una vale l’altra. E infatti, come è noto, chi voglia avere la minima speranza di essere eletto presidente della Repubblica deve fare esattamente questo: rimanere perfettamente immobile, sgombro, libero e accogliente agli occhi di chiunque possa trovarsi a passare da quelle parti.

Per tutti quelli che invece candidati non sono, a cominciare dai leader di partito cui tocca l’ingrato compito dell’aspirante king maker, l’unica cosa che conta è capire quand’è, esattamente, che tutti gli altri giocatori smetteranno di ballare, faranno silenzio e prenderanno posto, e dove. L’unica cosa che conta davvero è non farsi tagliare fuori.

Il gioco della sedia è la conseguenza di questa curiosa caratteristica del nostro modo di procedere all’elezione del presidente della Repubblica, per cui non solo non è prevista un’elezione diretta (e meno male), ma nemmeno un pubblico dibattito, un confronto, un momento qualsiasi in cui le diverse candidature siano presentate e dibattute, in cui le ragioni a favore dell’una o dell’altra scelta siano spiegate e discusse. Al contrario. Come sanno tutti, anche semplicemente fare un nome, fosse pure solo due giorni prima che si cominci a votare, equivale a bruciarlo. Il presidente della Repubblica, in Italia, si sceglie nella clandestinità. Di qui, il diffondersi di una sorta di borsa nera delle pseudoprevisioni e delle pseudoanalisi, terreno ideale per truffe e speculazioni di ogni genere (di cui noi stessi che ne scriviamo, per riportarle o per commentarle, per rilanciarle o per stroncarle, siamo più spesso vittime che complici).

Ma allora – si chiederanno a questo i miei piccoli lettori, intesi come quelli sotto gli otto anni, perché gli altri lo avranno già capito, mi auguro – che valore hanno le notizie con cui ci tempestano quotidianamente giornali e trasmissioni televisive, interviste e retroscena, totoquirinali e borsini? Su quale base ci viene detto che tre giorni fa era in crescita l’ipotesi Amato, ma due giorni fa era in calo, mentre salivano le quotazioni di Draghi e scendevano quelle di Amedeo Nazzari?

Ve l’ho già detto, è semplicissimo. La base è sempre la stessa. Perché, come cantava Roberto Benigni, nell’amor le parole non contano, conta la musica.

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