Linkiesta.it https://www.linkiesta.it News Linkiesta.it Sat, 24 Oct 2020 14:51:04 +0000 it-IT hourly 1 https://i2.wp.com/www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2020/04/cropped-linkiestalogosquare3x.png?fit=32%2C32&ssl=1 Linkiesta.it https://www.linkiesta.it 32 32 174743883 Serve un patto europeo per la casa per risolvere la crisi degli affitti cari e degli appartamenti vuoti https://www.linkiesta.it/2020/10/europa-emergenza-abitativa-green-deal-sostenibilita/ https://www.linkiesta.it/2020/10/europa-emergenza-abitativa-green-deal-sostenibilita/#respond Sat, 24 Oct 2020 04:00:57 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=224727 Cento città, regioni e gli eurodeputati hanno proposto un piano per fronteggiare la crisi abitativa e tutelare il territorio, ma la competenza è degli Stati membri . Intanto l’Unione ha già messo a punto il Renovation Wave, un progetto volto a favorire un’edilizia sociale fatta di infrastrutture sostenibili che riducono l’impatto sull’ambiente

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L’accesso alla casa rappresenta un problema per molti cittadini europei. Lo aveva dimostrato nell’ottobre 2019 il rapporto biennale curato dall’Housing Europe Observatory, che fotografa la condizione abitativa in Europa, e l’emergenza sanitaria ha ulteriormente evidenziato l’urgenza di una strategia dell’Unione in materia di alloggi sociali a prezzi accessibili. Nonostante la politica abitativa sia di competenza degli Stati membri, un progetto d’azione comunitario aiuterebbe le regioni e le città europee a prepararsi in modo coerente alle iniziative del Green Deal per l’edilizia e del Pilastro europeo dei diritti sociali. Si tratta di interventi che incentivano rispettivamente gli investimenti sostenibili e l’interesse alle pari opportunità, a condizioni di lavoro eque e alla protezione sociale.

L’Italia nel rapporto biennale sulla condizione abitativa in Europa
La situazione italiana emersa dal rapporto biennale sottolinea che solo il 4 per cento della popolazione ha un alloggio con affitto concordato, mentre l’11 per cento ha accesso a case sovraffollate o carenti di servizi di prima necessità. Inoltre sono 700.000 gli alloggi pubblici disponibili, a fronte di 650.000 richieste già approvate: pertanto il numero degli iscritti alle liste di attesa municipali è quasi pari al numero di alloggi esistenti. Un’iniziativa interessante in tal senso arriva dalla città di Bologna che ha stanziato 61 milioni per creare entro il 2020 mille case, in collaborazione con l’Azienda case Emilia-Romagna (Acer).

L’andamento generale emerso dall’indagine
Tra il 2017 e il 2019 un numero crescente di famiglie ha sacrificato oltre il 40 per cento del proprio bilancio per l’appartamento, mentre un cittadino su 20 abita in un alloggio sovraffollato. Il problema legato ai costi eccessivi delle case non riguarda soltanto le persone in difficoltà, ma preoccupa per le sue conseguenze sulla popolazione con un reddito più alto rispetto alla soglia per ottenere un alloggio sociale, che quindi non può permettersi una casa in città o vicina al posto di lavoro. Così, ai costi più bassi delle soluzioni trovate in periferia, subentrano comunque le spese per la mobilità e squilibri funzionali che si riflettono sul rincaro degli affitti, nonché sull’inquinamento. Anche il cosiddetto “effetto Airbnb” sta alimentando questa spirale, riducendo la disponibilità di alloggi per i residenti.

I prezzi delle case
I prezzi variano da uno Stato membro all’altro e sono evidenti le differenze tra le capitali, le città secondarie e il resto del territorio. Ci sono tante metropoli europee con un mercato immobiliare attivo in termini di domanda, vista la mobilità dei nuclei familiari in cerca di occupazione. Ma il prezzo dei terreni è spesso la parte meno accessibile dell’alloggio, se si considera il loro utilizzo spendibile in diversi settori come l’edilizia abitativa, le infrastrutture pubbliche, l’agricoltura e la destinazione commerciale.

La gente viene quindi lasciata fuori dalle soluzioni abitative urbane e questa precarietà premia le zone rurali, che a loro volta aumentano i prezzi generando esclusione sociale. Se da una parte gli Stati membri possono quindi definire i criteri dei loro servizi pubblici, la Commissione deve monitorare che siano rispettati i valori dell’Unione – uguaglianza, dignità umana – e le norme europee in materia di alloggi. Al protocollo 6 del Trattato sul funzionamento dell’Ue (Tfue) si chiede infatti agli Stati di garantire qualità, sicurezza e accessibilità universale alla casa nel rispetto dei diritti degli utenti.

Quanto costano gli alloggi in Europa durante l’emergenza sanitaria
Il portale HousingAnywhere ha condotto un’indagine sui prezzi degli affitti nel terzo trimestre del 2020, rispetto ai mesi del lockdown, analizzando 102.169 annunci immobiliari disponibili sulla piattaforma tra luglio 2019 e settembre 2020. In Europa si sta assistendo a una ripresa dal calo legato al Covid, soprattutto a Firenze, Torino e Parigi che hanno registrato i maggiori aumenti in questo trimestre.

Parigi è ora la città più costosa d’Europa in termini di affitti, con bilocali a 1755 euro e stanze a 662 euro, mentre i prezzi di Londra crollano poiché molti affittuari hanno lasciato la città e, rispetto agli anni precedenti, sono arrivati meno expat e studenti internazionali. A Firenze invece un bilocale si trova a 937 euro e una singola a 431, nonostante sia tra le cinque città europee, insieme a Torino, Milano, Roma e Berlino (quattro su cinque sono italiane, sono evidenti quindi le conseguenze della prima ondata da coronavirus), che hanno subito il calo di affitti più drastico, rispetto al terzo trimestre del 2019.

Uguaglianza nei diritti abitativi e sostenibilità: il bisogno di un piano d’azione comunitario
Il Comitato economico e sociale europeo (Cese) si è fatto promotore di un piano d’azione europeo in materia di alloggi dignitosi ed economicamente accessibili, guardando a una popolazione più eterogenea che include i senzatetto, gli indigenti, ma anche i giovani e le famiglie in cerca di una nuova sistemazione. L’attuale emergenza sanitaria ha riacceso il dibattito sulla disuguaglianza nei diritti abitativi che preoccupa l’Europa, aprendo anche all’urgenza di riconvertire gli spazi urbani per contrastare la crisi climatica. È quindi importante continuare a costruire nell’ottica di un’edilizia sociale, ma al tempo stesso bisogna farlo meglio per ridurre l’impatto sull’ambiente: gli edifici sono infatti responsabili del 40 per cento del consumo energetico europeo e del 36 per cento delle emissioni di gas serra.

Un “Patto europeo per la casa” per pianificare la ripresa
Più di cento città, regioni e deputati europei hanno proposto un “Patto europeo per la casa“, considerato uno dei pilastri del piano di ripresa. I firmatari lo hanno presentato durante la scorsa European Week of Regions and Cities, tenutasi dal 12 al 15 ottobre a Bruxelles, indicando la sua utilità nell’esecuzione di una nuova stagione di investimenti pubblici per risolvere la crisi abitativa.

L’intuizione del Patto per la casa è sostenuta dal Renovation Wave, il progetto messo a punto per ridurre la povertà energetica e per abbattere le emissioni raddoppiando il tasso di ristrutturazione. «Vogliamo che in Europa chiunque possa illuminare la propria casa, riscaldarla o rinfrescarla senza danneggiare sé stesso e il pianeta», ha dichiarato Frans Timmermans, vicepresidente esecutivo per il Green Deal europeo, che si dice fiducioso dell’impatto del programma anche in termini di nuovi posti di lavoro. Investire negli edifici, infatti, richiede manodopera e dà impulso al settore delle costruzioni che, con attrezzature energeticamente efficienti, apporta valore a lungo termine ai beni immobili.

Al Patto europeo per la casa, insieme ai sindaci di Lisbona, Bruxelles, Siviglia, Mannheim, Budapest, hanno aderito Arianna Censi, vicesindaca di Milano, Virginio Merola, sindaco di Bologna, Elena Piastra, sindaca di Settimo Torinese, amministratori regionali e locali e oltre 50 deputati europei del gruppo Socialists and Democrats (S&D), tra cui Brando Benifei, capo delegazione del Pd, Elisabetta Gualmini, Pierfrancesco Majorino, Giuliano Pisapia, e Massimiliano Smeriglio.

Questa strategia consegna un ruolo di primo piano proprio alle città e alle regioni che, sostenute dal nuovo quadro finanziario quadriennale sviluppato in particolare con il Fondo europeo di sviluppo regionale (Fesr) e il Fondo sociale europeo + (Fse+), il Piano di ripresa dell’Ue NextGenerationEU, InvestEU e il Just Transition Fund, potranno realizzare sui territori alloggi adeguati alle condizioni delle famiglie, in linea con la qualità dell’ambiente e integrati alle politiche dedicate ai trasporti. E non solo, perché nelle città si sta assistendo all’evoluzione degli housing providers che spesso, oltre agli alloggi, offrono altri servizi di natura economica e sociale. Pensiamo per esempio alle partnership con i centri per l’impiego, come nel caso dell’Emploi-Logement francese.

L’Italia al centro della Settimana europea delle regioni e delle città
Durante l’introduzione del “Patto per la casa” nell’ambito della European Week of Regions and Cities, l’Italia è stata presentata come un modello per le politiche abitative con il programma di risparmio energetico, antisismico e di accessibilità degli edifici messo a punto dalla città di Bologna. Il sindaco Virginio Merola, che ha partecipato al panel, ha ricordato che da febbraio il fondo per il sostegno agli affitti ha raggiunto i 6 milioni di euro (che si aggiunge, a seguito dell’emergenza coronavirus, a quello di 1.7 milioni per i fuorisede con i redditi più bassi) e l’arrivo di co-housing e condomini intergenerazionali, concentrati sulle aree dismesse come le ex-caserme.

Anche Enrico Rossi, ex governatore della Toscana e vicepresidente del gruppo socialista al Comitato europeo delle regioni (CoR), nominato relatore per la Renovation Wave, si è esposto circa la necessità di rigenerare l’architettura urbana europea in vista dell’obiettivo sulla neutralità climatica entro il 2050. Il Patto per la casa è quindi fondamentale per la tutela dei territori, che vanno attrezzati con infrastrutture sostenibili, potenziate nel digitale e nell’uso dell’idrogeno come fonte rinnovabile.

«La nostra proposta, insieme all’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile, deve diventare il pilastro per la ripresa. Non c’è modo di retrocedere – si legge nel Patto – bisogna piuttosto andare avanti e fare in modo che tutti abbiano un posto da chiamare casa. Perché solo così possiamo costruire un’Unione europea che non lasci indietro nessuno».

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Un paese rassegnato al lockdown, considerato un castigo inevitabile più che strategia https://www.linkiesta.it/2020/10/un-paese-rassegnato-al-lockdown-considerato-un-castigo-inevitabile-piu-che-strategia/ https://www.linkiesta.it/2020/10/un-paese-rassegnato-al-lockdown-considerato-un-castigo-inevitabile-piu-che-strategia/#respond Sat, 24 Oct 2020 04:00:54 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=224949 La questione non pare essere se chiudere tutto ma quando. E su questo si materializzano due governi: quello nazionale che temporeggia e quello del governatore che manda in tilt il primo invocando la clausura generale in tutta Italia

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Il lockdown nella mente ce l’abbiamo tutti, diciamo la verità, dentro di noi lo consideriamo inevitabile, forse come un castigo oltre che come una strategia. Un castigo per le leggerezze di quest’estate, o per peccati commessi chissà quando: ma non è questo il punto. Il lockdown come arma finale, quando tutte le altre hanno fatto cilecca – i lockdown mirati, i coprifuoco notturni, la dad (didattica a distanza, ndr), gli aut aut alle palestre e altre amenità e mezze misure. La questione non pare essere se chiudere tutto ma quando.

E su questo si materializzano due governi: quello nazionale che temporeggia e quello campano di Enzo De Luca che manda in tilt il primo invocando la chiusura generale in tutta Italia.

Il lockdown è infatti l’ultima barricata, dopo la quale c’è la capitolazione. Ma è anche la barricata più alta, più resistente. Proviamola, anzi riproviamola, dice un agitato De Luca, un mese fa vincitore a valanga alle Regionali e che oggi pare un uomo solo contro il mondo. Ma lui parla chiaro, a differenza di Conte: tirare i ponti levatoi, tutti a casa.

Si potrà non essere d’accordo ma l’alternativa, da palazzo Chigi, non la sanno indicare. È un po’ come il Pd a Roma che è contro Carlo Calenda ma non sa avanzare una scelta migliore. E i numeri del contagio vanno sempre peggio. Fino a quando? Si è ammalato pure un cuoco del Quirinale, inverando così il vecchio motto di Lenin della cuoca che dirige lo Stato, o perlomeno lo infetta. E speriamo che il Colle più alto, e il suo illustre inquilino (del quale forse il Paese vorrebbe ascoltare un messaggio dei suoi), ne restino immuni, cucine a parte.

Il tutto mentre ogni ora c’è un presidente di Regione che chiude qualcosa, decreta coprifuoco, emana ordinanze, in un caleidoscopio di iniziative sconnesse fra di loro, seguendo il famoso particulare di Guicciardini che non portò nulla di buono già nel Cinquecento, illudendosi – come dice un proverbio arabo – che spazzando ognuno davanti casa sua la città sarà pulita: ma non funziona così perché qui non si salva la Campania o il Veneto se non si salva tutto il Paese.

Ma tutto questo succede perché c’è un altro lockdown. Quello di Più alazzo Chigi (ahimé, non solo in senso figurato, e auguri al ministro Boccia colpito dal virus e finito in quarantena). Un lockdown politico ormai evidente a tutti, amici e nemici. Alla squadra di governo andrà data tutta la comprensione umana: è tutta gente scossa, provata, stanca che rischia di pagare colpe non sue, o non solo sue. Dice: ma anche all’estero è così. Non basta, come scusante: si poteva far molto meglio perché avevamo il vantaggio di esserci già passati ma, come dice Crisanti, siamo tornati al punto di partenza, e questo è un dato di fatto.

È chiaro che Conte non sa cosa fare, che diversi ministri non reggono. Poi ci si mette anche un pizzico di dabbenaggine e si incappa in errori tragicomici, come quello di Roberto Speranza, autore di un libro con un titolo che oggi sembra una presa in giro, Perché guariremo, giustamente ritirato dal mercato, come ha scoperto Il Foglio con un piccolo scoop che non si sa se faccia più ridere o piangere. Ha voglia, Nicola Zingaretti, a chiedere al governo «un cambio di passo»: la verità è che non si regge in piedi. E siccome i vuoti si riempiono, siamo in una situazione nella quale decide De Luca. Così finiscono i governi.

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Il Financial Times consiglia dove andare a correre a Roma https://www.linkiesta.it/2020/10/correre-roma-running-financial-times/ https://www.linkiesta.it/2020/10/correre-roma-running-financial-times/#respond Sat, 24 Oct 2020 04:00:54 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=224536 Una serie di percorsi di cinque chilometri in parchi e aree verdi. La capitale, grazie agli ampi spazi verdi, i monumenti magnifici e il clima mite, è una delle città migliori per chi ama il running

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Sarà per l’assenza cronica di trasporti, sarà per il traffico intenso, ma Roma è la città italiana perfetta per chi ama correre. Lo dice questo articolo del Financial Times scritto da Davide Ghiglione, parte di una nuova guida della città della serie FT Globetrotter: merito dei suoi ampi spazi verdi, del Tevere e delle meravigliosi visuali che si incontrano più o meno ovunque. Anche l’occhio dello sportivo vuole la sua parte.

Non solo: «La cosa buona di Roma è che si può correre tutto l’anno. Basta mettere una giacca tra dicembre e febbraio, mentre d’estate è meglio uscire al mattino presto» ed evitare la calura.

Con le palestre sotto osservazione e le piscine a rischio, la corsa rimane (per ora) una attività consentita. Anzi, da consigliare, visti i ritmi sedentari imposti da smartworking e coprifuochi.

Il giornale britannico propone una serie percorsi che si snodano per almeno 5 chilometri. Una corsa base. Ognuno è classificato per il suo livello di difficoltà, i vantaggi e gli svantaggi che presenta.

Un esempio: Villa Borghese.

Tiziana FABI / AFP

Si parte da Porta Pinciana, si corre verso il museo e la galleria Borghese, si vira fino al Globe Theatre, una deviazione verso il tempo di Asclepio e poi su fino alla Terrazza del Pincio, con sguardo a Piazza del Popolo. Da lì si riprende con una lunga fase di discesa per tornare al punto di partenza. Se lo si fa tre volte, si totalizzano i cinque chilometri di cui sopra.

È ottimo per tutte le meraviglie artistiche che si incontrano nel giro di pochi minuti, ma ha il problema della folla di turisti, spesso inevitabile (ma va a seconda delle stagioni).

Altrimenti, chi abita a Nord e cerca un percorso più impegnativo, potrà andare a Villa Ada.

ANDREAS SOLARO / AFP

Tra i Parioli e Trieste, è uno dei parchi più grandi di tutta la città. Più selvatico e collinoso, è consigliato ai runner più esperti. Per raggiungere i fatidici cinque chilometri, si entra dall’ingresso situato sulla Salaria, vicino all’ambasciata d’Egitto, si va lungo viale Jean Monnet, si gira intorno alla casetta in fondo e poi si corre per viale Hans e Sophie Scholl. Prima scala a destra, giù fino a Viale Don Luigi di Liegro e poi si raggiunge il laghetto più grande. Dopodiché si torna indietro.

Un bel giro sconsigliato, nelle stagioni primaverili, a chi soffre di allergia.

Una terza opzione (le altre le potete consultare qui) è Villa Torlonia.

GIULIO NAPOLITANO / AFP

Qui era la residenza (in affitto per una lira all’anno) di Benito Mussolini ai tempi del regime. Un parco più piccolo rispetto a Villa Ada, ma molto più elegante. Si parte dall’entrata lungo la Nomentana e si percorre un giro circolare. Ci sono statue, obelischi, la villa stessa, laghetti, una torre e una grotta. Un percorso semplice per i principianti il cui unico ostacolo sono, come spesso accade a Roma, i turisti.

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Dieci proposte per un sano rapporto tra lavoro e tecnologia https://www.linkiesta.it/2020/10/lavoro-capo-consigli-dieci/ https://www.linkiesta.it/2020/10/lavoro-capo-consigli-dieci/#respond Sat, 24 Oct 2020 04:00:52 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=224818 Antonio Aloisi e Valerio De Stefano in “Il tuo capo è un algoritmo” (Laterza) propongono un decalogo di azioni per «salvare la trasformazione digitale da sé stessa»

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Che cosa sta accadendo alle professioni che non sono state spazzate via dalla tecnologia? Come ci si confronta con strumenti di sorveglianza dei lavoratori sempre più pervasivi? Quante possibilità ci sono che il modello della gig economy si affermi come nuovo paradigma produttivo? Cosa potranno fare le parti sociali per mettere in campo protezioni efficaci?

In “Il tuo capo è un algoritmo. Contro il lavoro disumano” (Laterza), Antonio Aloisi (docente di diritto del lavoro all’Università IE di Madrid) e Valerio De Stefano (docente di diritto del lavoro all’Università di Lovanio) indagano il rapporto tra lavoro e tecnologia, offrendo le coordinate per orientarsi nei nuovi scenari in rapido cambiamento.

Pubblichiamo un estratto dal testo con le dieci proposte finali per affrontare il futuro del lavoro.

E vissero felici e connessi
Tutti parlano del futuro del lavoro, ed è giusto così. L’abbondanza di profezie, tuttavia, rischia di imbarbarire il confronto, oltre a scoraggiare un interesse largo e condiviso, come sarebbe invece auspicabile. È così che ogni abbozzo di riflessione su modelli produttivi, politiche industriali, stato dei diritti e qualità dei lavori rischia di essere percepito come un esercizio di futurologia, appannaggio di un manipolo di privilegiati a cui – come recita l’adagio di Jerome K. Jerome – il lavoro piace a tal punto che potrebbero «stare seduti per ore ad osservarlo».

Viceversa, prendere di petto la trasformazione digitale serve a ribadire un messaggio essenziale: la tecnologia può essere governata e il progresso può andare di pari passo con il rispetto e l’accrescimento dei diritti di chi lavora. Qualche anno fa, assieme a Six Silberman, computer scientist assunto dal sindacato tedesco IGMetall per coordinare le campagne di sindacalizzazione dei lavoratori digitali, abbiamo abbozzato un “manifesto” per salvare la gig-economy (prima di tutto da sé stessa).

Sulla scia di altre iniziative internazionali, abbiamo messo insieme un elenco di proposte migliorative. Pensiamo sia utile riproporne e aggiornarne alcuni contenuti. Lo facciamo nella consapevolezza che la sfida per la gestione della rivoluzione digitale vada molto al di là delle piattaforme, per una serie di ragioni. In primo luogo, l’economia delle piattaforme è la cartina al tornasole di sconvolgimenti più profondi che attraversano e riconfigurano i mercati del lavoro. Di conseguenza, le proposte non valgono soltanto per chi lavora per le app, ma anche per i tanti lavoratori con contratti frazionati, orari imprevedibili e compensi instabili. Le raccomandazioni non rappresentano ovviamente un pacchetto completo. Si rivolgono non solo ai “padroni degli algoritmi”, ma anche al legislatore, alle centrali sindacali e, non da ultimo, ai lavoratori. Pensare che la rivoluzione digitale imponga di abdicare a politiche di regolamentazione e redistribuzione è sbagliato e intellettualmente ignavo. Si può fare molto, sin da subito, rinunciando alla velleità di fermare il vento con le mani. Ecco, quindi, una breve lista di proposte pragmatiche.

Nuovi contratti di lavoro subordinato. Le piattaforme che hanno conquistato fette ragguardevoli del mercato dovrebbero offrire contratti di lavoro subordinato per quel contingente di lavoratori che garantisce il grosso delle commesse. Dopo una fase iniziale, le statistiche e i dati raccolti possono contribuire a definire un numero di assunzioni stabili, anche a tempo parziale – tenendo conto delle fasce orarie e dei periodi in cui certi servizi sono maggiormente richiesti. Le società possono legittimamente continuare a servirsi di altri collaboratori per far fronte ai picchi e alle necessità estemporanee. Dotarsi di una forza lavoro stabile lancerebbe un messaggio chiaro sullo stato di salute di molte imprese dell’economia on demand, utile anche a dismettere le strategie adottate finora, che hanno alienato la simpatia di molti consumatori e investitori.

Tutele e diritti oltre il lavoro subordinato. Ben al di là delle piattaforme, i legislatori dovrebbero porsi il problema di allargare il campo di applicazione del diritto del lavoro. Se fanno fatica a coprire a dovere le nuove forme di lavoro, le nozioni classiche di subordinazione e autonomia si possono riformare e, se necessario, superare. Andare verso l’universalità delle tutele, prescindendo dalla distinzione tra lavoratori autonomi e subordinati, è una strada da percorrere. Sul piano pratico, servirebbe anche a offrire maggiori certezze e depotenziare il contenzioso sul corretto inquadramento dei lavoratori, che è costoso, imprevedibile e provvisorio per tutte le parti coinvolte. Per alcuni diritti, primi fra tutti tutele sindacali, privacy e contrasto alla discriminazione, il sentiero è stato già battuto grazie al diritto internazionale.

Un codice di condotta per gli operatori digitali. Per disciplinare i livelli minimi di pagamento da parte delle piattaforme, accrescere la condivisione dei criteri applicati dagli algoritmi e garantire la liceità dei contenuti scambiati online, c’è bisogno di un decalogo alla portata di tutti, sul modello del codice adottato dalle piattaforme di crowdwork tedesche. Si tratta di uno strumento agile che dovrebbe raccogliere le buone esperienze di lavori non-standard e offrire un catalogo di comportamenti da condannare (per esempio escludendo dai bandi pubblici le imprese indisciplinate). Il design ha un ruolo decisivo quando si tratta di plasmare attese, interazioni e risultati nei rapporti tra piattaforma, committente e lavoratore: è il momento di definire un modello di responsabilità sociale che promuova la trasparenza dei processi interni.

Regole chiare sui pagamenti per il lavoro online. Vanno fissate regole trasparenti sui pagamenti e sulle conseguenze del rifiuto del lavoro finito da parte dei committenti sulle piattaforme. Purtroppo, le note legali di molti siti consentono ai clienti insoddisfatti di trattenere un prodotto senza compensare il lavoratore, a cui non è dovuta alcuna spiegazione. Va concessa la possibilità di contestare un rigetto, se immotivato o fraudolento, offrendo al lavoratore un canale per informarsi e giustificarsi (senza rischiare la disattivazione dell’account, come succede oggi). Si può immaginare un sistema indipendente di risoluzione delle controversie sulla qualità del servizio reso, con una commissione di arbitri in rappresentanza di tutte le parti che garantisca l’imparzialità dei giudizi. Si deve anche poter ricorrere al giudice, nel Paese dove il lavoratore presta abitualmente la sua attività (accade già per il lavoro offline quando si lavora in un Paese diverso dal datore di lavoro).

Quali obblighi per chi vuole esternalizzare. Nei casi in cui si dovesse dimostrare che il ricorso al lavoro occasionale maschera un deliberato processo di esternalizzazione intra moenia (quando cioè una posizione interna è dapprima soppressa e poi affidata a un contrattista che si ritrova a svolgere le stesse mansioni con trattamenti inferiori), ci si dovrebbe riferire al contratto collettivo delle figure professionali “affini” come parametro per misurare la correttezza delle condizioni applicate in fatto di orario, turni, compensi, tutele, assicurazioni, strumenti di lavoro. Non vale solo per le app. Va superata l’idea, corroborata da alcune riforme recenti, che le esternalizzazioni possano essere esclusivamente motivate dalla volontà di tagliare i costi del lavoro. La tradizione giuridica è ricca dimisure che contrastano questi fenomeni: sono state archiviate troppo precipitosamente.

Lavoro flessibile, diritti certi. Vanno garantiti turni personalizzati o ancora progetti complessi con tempi non stretti a quanti si rivolgono alle piattaforme digitali e, più in generale, al lavoro autonomo alla ricerca di flessibilità organizzativa. Fin quando sarà mantenuta la distinzione tra autonomi e subordinati, se si opta per inquadrare il lavoratore come genuinamente autonomo, va limitata al massimo l’intrusione della piattaforma, dei clienti e degli altri committenti, specie se sconfina in sorveglianza diretta o ordini di dettaglio (prerogative di comando tipiche di un datore di lavoro “tradizionale”). Se invece i rapporti sono di natura subordinata, ci si può ispirare alla disciplina del lavoro agile – uno strumento sperimentato su larga scala per mitigare il rischio di contagio nella scorsa primavera – per favorire le prestazioni da remoto, garantendo ai lavoratori elasticità organizzativa e un sano equilibrio tra vita privata e vita professionale.

Portabilità del «rating» personale. L’impronta digitale delle nostre vite ha una rilevanza sempre maggiore. Vale ancora di più per quei lavoratori legati a doppio filo alla propria reputazione conquistata online. Il rating maturato su una piattaforma, così come la storia lavorativa che ha condotto a quel punteggio (clienti serviti, prestazioni svolte, affidabilità dimostrata), rappresentano un portfolio personale di credibilità e professionalità: deve essere “portabile”, come ha invocato il Garante Privacy. Non solo, si devono garantire l’adattabilità e l’interoperabilità su altre piattaforme delle carriere digitali. A tal proposito, è doveroso rimuovere le clausole di esclusiva che vincolano i lavoratori, a meno che non si decida di considerarle veri e propri patti di non concorrenza, dunque monetizzabili. La mobilità che ne risulterebbe è un vantaggio per tutti. Esistono prove a supporto del fatto che la libertà dei dipendenti di competere abbia effetti benefici sull’innovazione e sullo sviluppo economico.

Orario minimo garantito. Nell’era della “freelancizzazione di massa” e del cottimo online, capire come invertire la rotta è essenziale. Si può fare in modo che il lavoro occasionale sia meno imprevedibile e saltuario, dentro e fuori le piattaforme. Basterebbe prendere spunto da norme come quelle che limitano gli zero-hour contracts olandesi: con questo schema, dopo alcuni mesi, al lavoratore va garantito un minimo orario sulla base della media delle ore lavorate nel trimestre precedente, al fine di scongiurare un abuso di prestazioni “alla spina” nel settore dei servizi. In virtù di una nuova direttiva europea, gli Stati membri sono chiamati ad adottare soluzioni di questo tipo a partire dal 202230. In assenza di queste norme, il legislatore europeo prevede che il lavoro “a chiamata” sia limitato e ricondotto ad un uso fisiologico, evitando che si trasformi in uno strumento low-cost.

Sussidi universali e meno condizionalità nel welfare. La condizionalità forzata dei sussidi spinge i beneficiari ad accettare lavori di scarsa qualità a vantaggio di imprese inefficienti e a danno della produttività e del benessere di tutti. Anche per questo motivo, ripensare gli assegni per chi si trova temporaneamente senza lavoro non è più rimandabile. Nessun dubbio: la goffa versione nostrana del reddito di cittadinanza va rivista. Ma senza pregiudizi ideologici. Abbiamo l’occasione di ripensare i modelli esistenti e mettere in discussione idee vecchie come l’eccessiva condizionalità dei sussidi. Meno moralismi, più contrasto alla in-work poverty e libertà dal bisogno sono obiettivi essenziali. Da abbinare a una riflessione corale e approfondita sui modelli di salario minimo a vantaggio dei lavoratori che non sono coperti dai contratti collettivi. Su questo capitolo anche le istituzioni europee si sono messe al lavoro di recente.

Un sindacato per i diritti digitali. Nonostante la frammentazione e l’isolamento, i lavoratori delle piattaforme e gli altri autonomi “dipendenti” si stanno organizzando in sindacato e ne hanno tutto il diritto, a norma del diritto internazionale. Sul piano giuridico, bisogna superare le interpretazioni antiquate del diritto della concorrenza. Parallelamente, sul fronte pratico, le federazioni settoriali e territoriali dei sindacati “storici” devono sostenere le iniziative di organizzazione e rivendicazione. Intercettare lo spontaneismo e ricondurlo nei binari classici del conflitto e del negoziato è, in fin dei conti, la missione fondativa delle forze collettive. A loro volta, i movimenti di base dovrebbero superare le resistenze al dialogo con i sindacati, anche per approfittare del bagaglio di esperienze e di risorse che questi ultimi possono mettere a disposizione. Campagne come il Fight-for-15 statunitense hanno dimostrato quanto paghi la cooperazione tra sindacato tradizionale e collettivi indipendenti.

Contrattare la trasformazione digitale. Lavoratori, sindacati e imprese devono negoziare l’uso delle tecnologie sui posti di lavoro, l’utilizzo dei big data e dell’intelligenza artificiale e l’impiego di algoritmi-manager. Le decisioni che hanno un impatto significativo sulla vita delle persone e sul loro lavoro non devono essere prese dalle macchine, con la scusa della loro presunta oggettività. I contratti collettivi possono garantire un approccio human-in-command sul lavoro, assicurare la trasparenza degli algoritmi e l’utilizzo virtuoso di dati e intelligenza artificiale. I governi devono darsi da fare per promuovere il dialogo sociale e la contrattazione collettiva in materia, anche condizionando gli incentivi pubblici alla riqualificazione e all’ammodernamento delle tecnologie aziendali alla stipulazione e al rispetto di apposite intese con le parti sociali. Parallelamente, bisogna investire in formazione e aggiornamento per garantire il protagonismo su questi temi, a tutti i livelli.

Insomma, il futuro delle tecnologie e il futuro del lavoro non sono scritti negli astri. Non si svilupperanno sulla base di leggi naturali imperscrutabili e immodificabili. Digitale, lavoro, automazione e diritti sono processi troppo umani: dipendono dalle regole che la collettività decide di darsi. Dal momento che il loro avvenire riguarda tutti, non può essere rimesso alle sole decisioni dei programmatori informatici della Silicon Valley, dei CEO degli unicorni tech, o di chi crea e mette all’opera strumenti di sorveglianza digitale di massa. È inutile girarci attorno: il dibattito sull’innovazione è intimamente legato al tema della creazione di lavoro di qualità. Silenziato per troppo tempo, questo aspetto si è fatto largo fino a imporsi con veemenza, condizionando la lettura di questioni in apparenza sconnesse e inchiodandoci alle nostre responsabilità. Se «il lavoro non è una merce», come sancisce l’Organizzazione Internazionale del Lavoro sin dalla sua fondazione, si può provare ad aggiornare questo proclama. Il lavoro non è neanche una tecnologia.

Da Il tuo capo è un algoritmo – Contro il lavoro disumano di Antonio Aloisi, Valerio De Stefano (Editori Laterza),  248 pp, 18 euro

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Trump è la fine della democrazia americana https://www.linkiesta.it/2020/10/trump-shteyngart-america-elezioni/ https://www.linkiesta.it/2020/10/trump-shteyngart-america-elezioni/#respond Sat, 24 Oct 2020 04:00:47 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=224872 Il presidente, scrive lo scrittore Gary Shteyngart sul numero in edicola oggi di Linkiesta Paper, è una surreale versione imbellettata di arancione del dittatore bielorusso Lukashenko, è più alto e più grasso di Vladimir Putin, insomma adesso occhio a che cosa potrebbe succedere dopo il voto

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Durante il primo dibattito presidenziale, chiamiamolo così, Trump ha chiesto ai Proud Boys, una banda di teppisti violenti e razzisti, di «fermarsi e di restare in attesa». C’è una sola interpretazione possibile: in caso di sconfitta elettorale, Trump vuole attivare questo gruppo, assieme ad altre gang simili e alle forze di polizia a lui fedeli. L’obiettivo? Attaccare i manifestanti pacifici, i giornalisti e chiunque si opponga al regime di Trump. 

Durante il dibattito, è caduto quel che restava della maschera di Trump e tutti abbiamo potuto vedere chi è. Chi è il nostro presidente? È la versione imbellettata d’arancione del bielorusso Lukashenko; è più alto e più grasso di Putin; è la fine della democrazia americana. 

Ecco che cosa c’è in gioco. Non chi vincerà le elezioni. Molto probabilmente sarà Biden a vincerle. Semmai come si comporteranno i Proud Boys sulle strade d’America e come brandiranno le loro mazze durante la prossima Notte dei Cristalli. Agli scrittori e ai giornalisti che come me sono nati in paesi autoritari, il 3 novembre interesserà sapere soltanto dove si trova il passaporto e quali nazioni accetteranno rifugiati da un paese malato e morente che il 4 novembre potrebbe non esserci più.

Linkiesta paper è in edicola da oggi a Milano e a Roma. Si può ordinare a questo link per ricevere il pdf del numero e poi a casa la copia cartacea.

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Per parlare della pandemia Baricco inventa un nuovo format editoriale (e potrebbe indicare una strada) https://www.linkiesta.it/2020/10/pandemia-coronavirus-mito-baricco/ https://www.linkiesta.it/2020/10/pandemia-coronavirus-mito-baricco/#respond Sat, 24 Oct 2020 04:00:47 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=224865 Un testo digitale, fruibile solo da smartphone e diviso in frammenti che possono essere socializzati. Il tutto distribuito in modo gratuito. Un concept interessante per un’industria che, anche in America, cerca di soluzioni nuove

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È stato pubblicato in sordina, alle 10:04 di venerdì 22. Il saggio sulla pandemia di Alessandro Baricco, dal titolo “Quel che stavamo cercando” va ad aggiungersi alla fitta letteratura sul tema pubblicata finora. A cavallo tra la prima e la seconda ondata. È costruito di 33 frammenti, è gratuito e – questa è una delle particolarità – si può leggere solo da smartphone. Per accedere si dovrà, come per i menù, inquadrare il QR code.

Le riflessioni seguono un ordine suggerito, ma non obbligatorio. La struttura è semplice: un frammento per pagina, dove ognuno incorpora la lettura fatta dall’autore torinese (si può leggere e ascoltare). Tutti, poi, possono essere condivisi sui social.

Il concept, abbastanza innovativo, è stato creato dalla agenzia dieci04 (questo spiega l’orario di pubblicazione) di Valentina Rivetti e Sebastiano Iannizzotto. Punta a creare un prodotto intimo, privato e personale.

In questo senso, lo stile frammentato, che riproduce un ordine di pensiero casuale (o non ordinato proprio per scelta), è funzionale: riproduce uno stile meditativo e al tempo stesso si rivela adatto alla sua destinazione d’uso, cioè lo smartphone.

È qui, forse, l’indicazione più interessante che rende originale l’operazione editoriale. Un testo pensato fin dall’inizio per essere digitale. Un saggio (ma lo è ancora? Ne segue davvero la struttura?) costruito per la viralità e che affianca alle parole il design minimal e la voce stessa dello scrittore.

Insomma, è qualcosa di diverso rispetto agli ebook, troppo a lungo considerati – per colpa e pigrizia –  una semplice traslazione su tablet del testo cartaceo. È qualcosa di nuovo, e potrebbe diventare un modello: forse non nella forma e nemmeno nel format, ma nell’idea di far collaborare scrittori e web agency.

Del resto, che nel settore ci sia movimento, lo dimostra un altro segnale, che viene dagli Stati Uniti. L’ex editor di Crown, Molly Stern – è lei dietro a “Becoming”, il memoir di Michelle Obama (due milioni di copie in due settimane), ma anche a “Gone Girl” di Gillian Flynn, ha fondato una nuova casa editrice: Zando.

Qui cercherà di unire al suo fiuto e alla sua esperienza l’adozione di nuovi modelli di marketing e distribuzione. Anziché seguire la classica trafila di rivenditori, librerie e pubblicità, punterà a stabilire accordi con personalità famose e importanti, aziende e brand di un certo peso. Saranno loro a pubblicizzare i titoli a fan e clienti. In cambio riceveranno una parte delle royalty.

Funzionerà? Il progetto può contare su una piccola ma solida rete di finanziatori (tra cui l’azienda di contenuti per i media fondata da Elisabeth Murdoch) mentre nel board siedono anche Matthew Lieber, che ha fondato la società di podcast Gimlet, e David Benioff, produttore di “Game of Thrones”, tutte cose che danno un segnale: la casa editrice sarà crossmediale. Libri, podcast, serie.

È un’evoluzione di cui si parla da tanto. Anticipata più volte, immaginata in varie forme, praticata con difficoltà.

Forse, volendo credere a quello che dice Baricco, non è un caso che questi segnali di transizione, più convincenti di altri, arrivino proprio adesso. Nel saggio in questione lo scrittore torinese sostiene che la pandemia rifletta, nel suo essere mito (un concetto complicato) il cambiamento imposto dal nuovo mondo digitale, che chiama Game.

Se è così, è arrivata la svolta. Anche la nuova forma-libro, cioè ibrida, crossmediale, pronta a mutare forma e formato, si sta adattando alla nuova era. Queste sperimentazioni lo dimostrerebbero.

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Cosa possiamo fare per ridurre l’inquinamento della plastica, nel nostro piccolo https://www.linkiesta.it/2020/10/inquinamento-plastica-soluzione-siamo-noi-franco-borgogno/ https://www.linkiesta.it/2020/10/inquinamento-plastica-soluzione-siamo-noi-franco-borgogno/#respond Sat, 24 Oct 2020 04:00:44 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=224730 Il giornalista scientifico Franco Borgogno, nel suo ultimo libro racconta dodici storie di fotografi, imprenditrici, blogger, legislatori, giovani attiviste e celebri sportivi che con le loro azioni virtuose quotidiane sono riuscite a fare la cosa giusta. Come la svolta esistenziale del fotografo americano Chris Jordan che voleva girare un horror ecologista e si è ritrovato a raccontare nel documentario Albatross la sua storia d’amore con la natura

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Dodici protagonisti tra fotografi, imprenditrici, blogger, legislatori, giovani attiviste e celebri sportivi. Dodici testimonianze di persone – di età e provenienza diversa – che nella lotta all’inquinamento da plastica sono riuscite a fare la differenza dimostrando che ognuno di noi, a seconda delle proprie vocazioni, risorse e competenze, può fare la cosa giusta. Che ciascuno può avere un peso importante nella soluzione di questa, come di qualsiasi altra, emergenza.

Dalle montagne, passando per i corsi d’acqua, ogni anno sempre più plastica confluisce nel mare. E da qui, grazie alle correnti, raggiunge ogni angolo del pianeta. Pericoloso per i lunghi, secolari, tempi di degradazione ma anche per la sua capacità di essere vettore di altri inquinanti, organismi e microorganismi che possono causare conseguenze ecologicamente molto gravi, l’uso scorretto di questo materiale rappresenta una delle emergenze contemporanee.

Come individui, con idee e azioni virtuose quotidiane abbiamo, però, la possibilità di incidere positivamente su questo problema. Ci crede fermamente Franco Borgogno, giornalista scientifico, fotografo e guida naturalistica. Nel suo libro “Plastica, la soluzione siamo noi”, narra storie individuali che hanno stimolato, coinvolto e spinto intere comunità a tutelare l’ambiente.

Nutrimenti Editore

L’autore fa parlare direttamente le persone che hanno affrontato il tema dell’inquinamento da plastica in mare da molti, diversi, punti di vista. Dal pragmatismo all’impegno mosso da forti ideali, dal massimo rigore alla più intensa emotività, il giornalista confeziona una raccolta di possibili risposte alla domanda “e io che cosa posso fare?”.

Se è vero che di fronte ai fenomeni globali, soprattutto quelli che mettono a rischio la nostra vita e la nostra sicurezza, rischiamo di rassegnarci, di chiuderci e non reagire, è altrettanto vero che nella conoscenza di esempi positivi, come quelli narrati da Borgogno, è possibile trovare degli spunti virtuosi. «Tutti insieme possiamo fare una grande differenza, correndo verso il futuro e non rintanandoci in uno scantinato. Queste persone ci aiutano a comprendere che non è così difficile». È sufficiente preferire l’attivismo alla rassegnazione, il protagonismo alla passività.

Dalla capacità di immaginare il futuro della curatrice d’arte Nicole Loeser che con “The Universal Sea” costruisce innovazione a difesa del mare mettendo l’arte al servizio dell’educazione, al lavoro e alla vocazione dello scienziato Giuseppe Suaria. Dallo slancio personale della campionessa di sci Federica Brignone che con il progetto “Traiettorie liquide” si dedica alla protezione del mare alla svolta esistenziale del fotografo americano Chris Jordan che voleva girare un horror ecologista e si è ritrovato a raccontare nel documentario Albatross la sua storia d’amore con la natura. Dall’impegno della studiosa Francesca Santoro che si occupa di Ocean Literacy per diffondere la conoscenza del mare in tutto il mondo ai percorsi di gestione dei rifiuti tracciati dall’eco-runner Roberto Cavallo passando per la sfida quotidiana dell’australiana Erin Rhoads che nel suo blog racconta la scelta di vivere plastic-free.

Si parla anche dell’energia delle giovani sorelle indonesiane Melati e Isabel Wijsen capaci di costringere le autorità ad ascoltare e di costruire una rete locale di sensibilizzazione così forte da diventare rete internazionale di piccoli grandi attivisti fino all’approccio innovativo degli uruguayani Juan Rivero e Nicole Wyaux che, stanchi di raccogliere rifiuti invece di godersi la spiaggia e il surf, inventano la moneta virtuale Plasticoin. Dalla sfida vincente del produttore torinese di plastica Eligio Martini che cerca di trovare le soluzioni più avanzate sulla via della completa e rapida biodegradabilità all’intraprendenza delle giovani imprenditrici africane Lorna Rutto (Kenya), Hend Riad e Mariam Hazem (Egitto) che affrontano con successo economico il tema ambientale anche come soluzione di gravi problemi sociali, fino all’ostinazione di chi, come l’agronomo pavese Enzo Favoino, costruisce le politiche nazionali ed europee per combattere l’eccessivo e inutile uso massiccio di plastiche usa e getta nelle nostre vite.

Franco Borgogno

«Come posso essere utile nel mio piccolo per portare un sassolino nel mucchio che, sassolino dopo sassolino, masso dopo masso, formerà la montagna, ovvero la soluzione?» È la domanda che Borgogno ha rivolto a se stesso quando, alcuni anni fa, durante una serie di lezioni sull’ecologia tenute dalla guida naturalistica Ennio Belzuino, è venuto a conoscenza in maniera più compiuta e chiara del problema dell’inquinamento da plastica. «E la risposta che mi sono dato è stata: posso raccontarlo».

E così Borgogno fa nel suo ultimo libro, edito da Nutrimenti, dove spiega: «Come professionisti, come cittadini, come consumatori, più volte al giorno ci troveremo di fronte a un bivio in cui potremo scegliere di percorrere una strada oppure l’altra. Una conduce verso la soluzione del problema, l’altra verso l’aggravamento del problema. È una scelta che possiamo fare individualmente. Le moltissime individualità comporranno poi il totale, la soluzione al problema».

“Plastica, la soluzione siamo noi” non è il racconto di eroi. Ma il palcoscenico su cui si muovono storie di persone che vivono in diversi Paesi del mondo e che con le loro scelte e il loro impegno individuale, civico, sociale e professionale incidono ciascuna su un diverso aspetto dell’inquinamento da plastica. Tanti tasselli, piccoli e meno piccoli, che insieme compongono la soluzione. «Chiunque e dovunque nel mondo può fare la cosa giusta – sottolinea Borgogno – Ognuno potrà trarre ispirazione, un suggerimento o la spinta a scoprire la propria via per sapere che cosa fare».

 

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Cibo, vino e lusso https://www.linkiesta.it/2020/10/ristoranti-di-lusso/ https://www.linkiesta.it/2020/10/ristoranti-di-lusso/#respond Sat, 24 Oct 2020 04:00:42 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=224817 Gli straricchi contro il resto del mondo, tra vini inavvicinabili e ristoranti esclusivi al quadrato, tra modelli elitari e richieste di democrazia gastronomica. La rassegna gastronomica internazionale di questa settimana

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How Income Inequality Has Erased Your Chance to Drink the Great Wines – The New York Times, 22 ottobre

Eric Asimov, di professione critico del vino, ha spesso la capacità di mettere sul tavolo questioni di grande rilevanza e di affrontarle con una brillantezza fuori dal comune. D’altronde scrive sul New York Times, direte voi. Resta il fatto che chi scrive su testate altrettanto prestigiose non si era mai dedicato a una critica così netta, chiara, argomentata e radicale della speculazione sui prezzi dei grandi vini (perlopiù francesi, borgognoni o bordolesi), o sulla loro crescita esponenziale alla fonte (in cantina). Un fenomeno ben noto a giornalisti e appassionati, deprecato qui e là, sovente però con argomentazioni un po’ zoppe. In questo articolo Asimov chiude il cerchio egregiamente: sottolineando come i prezzi dei grandi vini siano aumentati esponenzialmente con l’aumentare dei divari di reddito nel mondo, dimostra come se negli anni Novanta era ancora possibile avvicinarsi a certe bottiglie mitologiche, cosa che permetteva a un qualsiasi bevitore della classe media di fare uno sforzo e capire cosa fosse l’eccellenza assoluta, oggi non è più così e molte etichette sono diventate il lussuoso privilegio di straricchi e speculatori seriali. Con un effetto collaterale non da poco: diventano vini di una fantomatica elite economico-finanziaria globale, non bevuti, non capiti, non discussi nell’agone pubblico, perlomeno nel suo angolo enologico. Vini che spariscono dalla scena, che sopravvivono perché evocati, quasi fossero leggende o fantasmi, e che viaggiano in totale controtendenza rispetto alla direzione culturale che il mondo dei bevitori ha preso negli ultimi anni. Una direzione democratica, in cui sta giocando un ruolo importante il movimento dei vini naturali. Asimov non usa mezzi termini: tutto ciò è una vergogna.

Tutte le cose extra-lusso che puoi trovare in questo ristorante stellato – Munchies, 19 ottobre

Rimanendo nell’universo del rapporto tra gastronomia e lusso, in questo articolo Andrea Strafile racconta la sua esperienza al ristorante La Pergola di Roma, tre stelle Michelin di lungo corso. E lo fa calcando la mano non tanto sulla cucina, di cui praticamente non parla, quanto raccontando dinamiche, aneddoti e sfaccettature di una sala che si relaziona, inevitabilmente visti i prezzi, con una clientela che perlopiù è molto danarosa. Vizi, stravizi, capricci di magnati russi compresi. Sembra di ritrovarsi un po’ fuori dal mondo, in una bolla ovattata fatta di privilegio e distinzione sociale, a dirla tutta. A partire dalle iniziali ricamate in oro sui tovaglioli dei clienti “più amati”: «Abbiamo clienti che tornano ogni due settimane e altri che, magari, non tornano per anni. Ma se ci hai conquistati avrai il tuo tovagliolo di lino con le iniziali d’oro. In struttura c’è una signora che li ricama a mano e un ragazzo che invece si occupa di gestire una cassettiera in legno massello dove vengono conservati. Per noi è come farti sentire a casa quando magari si mette il segnaposto per i pranzi importanti in famiglia», dice il maître Simone Pinoli. Al di là del nesso forzato tra ricami in oro e sentirsi a casa, al di là delle bottiglie di acqua da 210 euro l’una, vale la pena sottolineare come in certi ambienti il legame tra alta cucina ed esclusività (nel senso letterale di escludere, in questo caso chi non ha abbastanza soldi per accedere a luoghi di questo rango) continui a sopravvivere saldo, complici i desideri di un pubblico che probabilmente cerca prima di tutto lo status e solo in seconda battuta la soddisfazione puramente gastronomica. È la scoperta dell’acqua calda, certo. Ma è utile ricordare che, se da un lato questo modello ha iniziato a entrare in crisi da un punto di vista culturale, dall’altro c’è evidentemente un bacino florido e rigoglioso che continua a nutrirlo, fatto di persone che nel lusso sfrenato trovano la loro dimensione più rassicurante.

Is This the End of the Road for Michelin in America? – Grub Street, 20 ottobre

Alan Sytsma commenta una notizia recente: per quest’anno la guida Michelin non uscirà con le sue edizioni statunitensi. Siamo sempre lì, intorno al tema del rapporto tra gastronomia e lusso, visto che Michelin è quasi sempre sinonimo di ristoranti molto costosi. Ma qui si inserisce una serie di altre considerazioni. Pur rimanendo chiara la consapevolezza di una certa scollatura culturale tra il modello Michelin, che checché se ne dica continua a premiare in via iper-maggioritaria un’idea distintiva ed esclusiva di ristorazione, e il mondo là fuori, che invece segnala il prepotente arrivo sulla scena di format – diciamo così – più democratici, a emergere con forza è la crisi della ristorazione statunitense tutta e il conseguente spaesamento della critica. Che sia questa la finestra da cui passerà l’inevitabile rivoluzione nelle idee e nelle forme di quest’ultima, si chiede Sytsma?

Red Chains, Blue Chains – Eater, 21 ottobre

Ancora soldi, qui in versione follow the money. Vince Dixon ricostruisce i flussi di denaro che sono arrivati e stanno arrivando (seguendo strade indirette) ai democratici e ai repubblicani statunitensi dalle principali catene di fast food del paese. Spoiler: la bilancia pende a destra.

 

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Consigli per divertirsi senza contagiare gli altri, nonostante il coprifuoco https://www.linkiesta.it/2020/10/arte-superflua-necessaria-restrizioni/ https://www.linkiesta.it/2020/10/arte-superflua-necessaria-restrizioni/#respond Sat, 24 Oct 2020 04:00:42 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=224774 In un momento di forti restrizioni che ci spingono a distinguere ciò che è necessario da ciò che non lo è, viene voglia di ficcare il naso ben coperto nel negozio di dischi di fiducia e di non mancare a un concerto unico, come quello della jazzista Camille Bertault al Folk Club di Torino. La musica è più forte della rinuncia forzata a qualsiasi cosa di piacevole ci possa essere nella vita

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Leggo le dichiarazioni di qualche politico che ci invita a distinguere e scegliere oggi tra il necessario e il superfluo, sicché mi viene voglia di spendere gli ultimi soldi rimasti in un buon ristorante, comprare l’ennesimo giubbotto di pelle e soprattutto ficcare il naso ben coperto nel mio negozio di dischi di fiducia (si chiama Les Ypersound, sta a Torino, ve lo raccomando) per rinnovare il solito e doveroso monumento all’inutile: acquistare musica. Almeno per questo è un ottimo weekend, sono usciti gli album del Boss, di Ben Harper e per chi se lo fosse perso la scorsa settimana il bellissimo disco solista di Matt Berninger, il leader dei National. Fuori non fa freddo ma il tempo è umido e invita a starsene in casa, a parte tutto.

La critica d’arte Lea Vergine, scomparsa lo scorso martedì appena un giorno dopo Enzo Mari, suo marito e grande designer, aveva detto che arte è occuparsi di cose superflue, che non c’è davvero nulla di necessario. E allora per difendere questo mio “diritto al caviale”, come si diceva negli anni ‘70 o alle brioche di Maria Antonietta, venerdì sera ho sfidato la logica, i consigli che a breve diventeranno ordini, la paura e il terrore con cui veniamo governati, noi sudditi, per non mancare il concerto di Camille Bertault al Folk Club, nell’ambito del Piemonte Jazz Festival, una delle poche iniziative live a resistere ma non sappiamo ancora per quanto.

Trentaquattro anni, profilo disegnato da bella ragazza francese, Camille è una delle voci più interessanti sulla scena jazz europea. Sembra uscita da un film della Nouvelle Vague, ha sottolineato a matita le citazioni sui libri – da Charles Bukowski ad Arthur Rimbaud – che sono finite nelle sue canzoni. Di solito a parlare di jazz si rischia di finire in una nicchia piuttosto ristretta e per certi versi datata, ma sarebbe un grave pregiudizio perché oggi chi sperimenta sceglie il jazz come negli anni ‘90 si sceglieva l’elettronica. Basti pensare alla straordinaria vitalità della scena inglese – Ezra Collective, Shabaka Hutchings, The Comet is Coming che avrebbero dovuto suonare all’Auditorium di Roma giovedì 29 ottobre, annullato – molto sostenuta da siti super cool come Pitchfork.

Se il jazz inglese mescola la tradizione con soul, elettronica, persino rock, la musica di Camille Bertault sta esattamente in mezzo tra jazz e stile cantautorato colto, che dal vivo alterna sapientemente, uno standard a una canzone. Sul palco, accompagnata dal pianoforte di Fadi Farah, Camille è magnetica e snob come solo una parigina sa essere e chi avrà la possibilità – a meno dell’ennesimo stop – potrà ascoltarla mercoledì prossimo al Blue Note con il suo quartetto. Pas de géant è l’album che le ha dato notorietà nel 2018, che rende omaggio a Giant Steps di John Coltrane e alle sue passioni sonore davvero varie, da Serge Gainsbourg a Bach, da Michel Legrand al Brasile che considera la sua seconda patria musicale. Il nuovo lavoro Le tigre, uscito a settembre, spinge più in direzione della canzone d’autore esaltando una voce che si appresta a entrare nell’Olimpo, qualcuno dice la risposta francese a Norah Jones, forse di più.

Parlando in francese, che a Torino lo capiamo quasi tutti, Camille ci ha ringraziato, noi pubblico, per il nostro coraggio, per avere sfidato la paura, perché l’amore per la musica evidentemente è più forte della rinuncia forzata a qualsiasi cosa di piacevole ci possa essere nella vita. Non saremo stati più di trenta al Folk Club e se proprio si dovrà ricominciare tanto vale ricominciare da qui, dalle cantine, dai locali un tempo fumosi in cui nascevano le avanguardie e le storie d’amore. Poco prima delle 23 Camille e Farah hanno concluso il concerto con Round Midnight e a quelli della mia età sono tornati alla mente il film di Bertrand Tavernier e le note di Thelonius Monk che hanno aperto tante delle nostre giovani notti.

E così siamo tornati a casa, nella città deserta, nessuno in giro a parte qualche barbone. Prima o poi torneremo a “tirar mattina”, che i nottambuli non hanno mai fatto male a nessuno.

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La mostra con cui Veggetti Kanku racconta l’afrodiscendenza in Italia https://www.linkiesta.it/2020/10/veggetti-kanku-nuove-radici-arte-africa-italia/ https://www.linkiesta.it/2020/10/veggetti-kanku-nuove-radici-arte-africa-italia/#respond Sat, 24 Oct 2020 04:00:41 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=224789 Dopo aver esposto a Londra, Berlino, New York, Göteborg, l’ultima personale dell’artista riscuote un grande successo anche a Milano. Presto verrà replicata in altre città italiane: da Roma al Salento, Palermo e poi ancora al Nord

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Pennellate acriliche bianche e nere da cui spuntano colori acidi. Ritratti di donne, solo donne afrodiscendenti, dallo sguardo forte o dolce. Luigi Christopher Veggetti Kanku, quarantenne, nato in Congo e poi adottato da una famiglia italiana, con i pennelli non racconta solo una storia: «L’arte è uno strumento sociale, può cambiare le cose. Non può stare in disparte». Dopo aver esposto a Londra, Berlino, New York, Göteborg, la sua ultima personale Sottopelle ha avuto grande successo e si avvia a percorrere la Penisola, da Roma al Salento, a Palermo e poi ancora al Nord.

Come è diventato artista?
«Sostanzialmente da autodidatta. Alle superiori studiavo grafica pubblicitaria. Poi nel 2001 ho partecipato a un laboratorio del maestro Vanni Saltarelli che mi ha incoraggiato ad andare avanti. Avevo iniziato a dipingere in quinta superiore. Forse perché non ero un gran chiacchierone, parlavo poco. Era il mio modo di comunicare. All’inizio facevo ritratti, li ho sempre prediletti. Volti drammatici e problematici».


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Le sublimi bariccate sul Game per sopravvivere alla pandemia (e all’editoria) https://www.linkiesta.it/2020/10/baricco-libro-editoria-online-carta/ https://www.linkiesta.it/2020/10/baricco-libro-editoria-online-carta/#respond Sat, 24 Oct 2020 04:00:40 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=225029 Alessandro Baricco pubblica un libro online (senza editore) pieno di suoi tipici colpi a effetto che a noi cariatidi fanno tornare voglia di ricopiare le frasi sulla Smemo, nonostante i tre soggetto-virgola-predicato

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«Questo libro è stato pensato per essere letto sullo smartphone. Scansiona il QRCODE e inizia a leggere». E io, che al ristorante continuo in pieno virus a chiedere il contagioso menu di carta perché non so leggere i codici col telefono, io cariatide – non quanto Baricco, ma pur sempre cariatide – restia al progresso cerco invano di scendere alla pagina successiva, sullo schermo del computer, penso che certo ci sarà il testo, magari formattato peggio ma ci sarà; e invece no.

«I giovani hanno i capelli lunghi, e le basette come cespugli», cantava Lorenzo Jovanotti nel 1994. Adesso che anche Lorenzo è cariatide come noi, alla canzone che descriveva i luoghi comuni sui giovinastri si potrebbe aggiungere: fanno tutto dal telefono. E noialtre cariatidi che sul telefono non riusciamo a leggere più di dieci righe? Baricco, che come tutte le cariatidi ha un sacco di fissazioni, ci direbbe che dobbiamo entrare nel game.

Il nuovo libro di Alessandro Baricco non ho ben capito come s’intitoli. Sotto al suo nome c’è scritto “Quel che stavamo cercando – 33 frammenti”. Ma l’indirizzo del sito è Libro privato: chissà se i giovani sono in grado di memorizzare un titolo diverso dalla url.

Comunque s’intitoli, comincia con tre – tre, mica uno – soggetti separati dal predicato da una virgola. È chiaramente fatto per innervosirmi, ma mi passa subito, perché il libro privato che Baricco ha messo on line – invece di farsi coprire di dobloni da un editore e permettere alle cariatidi di cianciare di «profumo della carta» – il libro senza carta per ogni frammento ha l’audio.

Ha quella voce baricca taleqquale a quando fingevamo persino d’interessarci a Rossini, pur d’ascoltarlo, quella voce baricca che ascolteresti anche se declamasse l’elenco del telefono (come mai nessuno ha mai pensato a un «Baricco legge il menu»?), quella voce baricca che ti fa per un attimo vacillare e dire che sì, quelle pause sono giuste, d’ora in poi la virgola tra il soggetto e il predicato la metterai sempre anche tu, d’ora in poi baricca anche tu, è certamente solo questo dettaglio che ti mancava.

Poi vabbè, nei frammenti un po’ più lunghi l’audio non arriva fino alla fine, perché chiunque abbia programmato il software deve avergli dato una durata massima insufficiente, ma non è che si possa pretendere troppo, ci sono coetanei di Baricco che non riescono a spegnere la telecamera di Zoom quando si smutandano, ci sono mie coetanee che non vedono gli allegati alle mail se non glieli segnali, lui ha fatto tutta ’sta roba, ha scritto i frammenti, li ha letti con quella voce da pornografo laureato, che altro volete, incontentabili.

Ah, naturalmente ci ha mentito con una grazia che neanche Beyoncé quando fa uscire i dischi a sorpresa (o le gravidanze altrettanto a sorpresa). Non ricordo dove, perché ho una memoria da cariatide, ma – durante i mesi in cui tutti facevano dirette su ogni social – lo vidi intervistato da qualcuno, e ricordo con certezza che disse che no, quale libro nuovo, non stava scrivendo niente, nessuno di quelli che fanno il suo (stavo per scrivere “nostro”: il mio delirio di onnipotenza è ormai fuori controllo) mestiere riuscivano a concentrarsi su niente in quei giorni.

Me lo ricordo non perché fosse un concetto particolarmente originale (tutti in quei giorni ritenevano di dover dire che era impossibile scrivere, impossibile concentrarsi, impossibile pretendere produttività), ma perché chiuse l’affermazione con un guizzo baricco (baricco come aggettivo, intendo): disse una cosa tipo «Tranne quelli che cucinano, quelli ci riescono».

E invece stava scrivendo. O meglio, riadattando, per poi darci il game della pandemia. (All’inizio della lettura pensavo che la gamitudine di quest’operina baricca fosse una mia impressione; poi inizia a citarlo, il game, con il compiacimento e la frequenza con cui altri parlano di sé in terza persona).

Questo pandgame (scusate, ma soprattutto mi scusi Baricco: non so cosa mi sia preso) in cui dice che abbiamo lavorato a costruire un mondo in cui ci si spostasse rapidissimamente mettendo le basi per la diffusione della pandemia (è colpa di Ryan Air); che, nella costruzione della pandemia (“costruzione” perché la racconta come la costruzione d’un mito: ha pur sempre fatto il classico; non perché pensi che ci siamo messi in uno scantinato a giocare con le provette; se lo pensa, non lo dice), ha «inciso una diffusa e inconsapevole convinzione che si vive troppo a lungo» (è colpa di quota 100); che «tutta un’élite intellettuale è tornata a farsi ascoltare invece di essere archiviata» (e io che pensavo che, col numero di stronzate dette e contraddette in questi mesi, a fine pandemia sarebbero stati i primi a doversi trovare un nuovo lavoro, ché il pubblico televisivo ormai tira le uova al televisore ogni volta che compare uno scrittore o un medico).

Soprattutto, operina in cui ci sono sublimi bariccate, frammenti nei frammenti, ciò per cui leggiamo da anni Baricco: le frasette da scrivere sulla Smemo.

Quel frammento finale in cui si fossateggia sulla costruzione e l’abbandono dell’amore e della pandemia, che vorrei avere quindici anni per plagiarlo in qualche lettera a qualche cotta (cotta che limonerebbe comunque un’altra, ma trovandomi intelligentissima).

O quando dice che «la più grande delusione degli ultimi vent’anni è stata scoprire che la frase “nulla sarà come prima” è bigiotteria intellettuale[,] se nemmeno dopo l’11 settembre è risultata vera»: lì ho desiderato avere di nuovo un Uni Posca per trascriverla coi cuoricini sulle “i”.

(Sì, lo so che lo stesso concetto l’ha espresso anche la vostra portinaia, che anche i più fessi di noi hanno preso per il culo i vari «ne usciremo migliori», ma la differenza tra noi e lui è l’aver pensato a «bigiotteria intellettuale»: quelli bravi non creano sensazioni, danno un nome a sensazioni che non ne avevano uno – mica sarete stati assenti il giorno in cui si spiegava Shakespeare).

Nulla è più inutile d’un editore. Questo ci dice Baricco, soprattutto, nel mettersi on line così, senza marchi e senza lanci pubblicitari, senza firmacopie e senza profumo della carta. Poi lo farà, figuriamoci se i frammenti on line non sono come il maiale in cucina, figuriamoci se la costruzione di un amore e di una pandemia non servirà tra un anno o giù di lì a ossigenare i bilanci d’un editore, figuriamoci se Baricco può venir meno al suo dovere di rianimatore dell’editoria italiana.

Ma ormai il danno d’immagine è fatto. Quando il pubblico medio chiederà cos’è il self-publishing, gli si potrà dire: quella cosa che distingue Baricco da uno youtuber.

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Il capolavoro di Amy Winehouse, che faceva della musica la sua auto-terapia https://www.linkiesta.it/2020/10/amy-winehouse-massarini-musica/ https://www.linkiesta.it/2020/10/amy-winehouse-massarini-musica/#respond Sat, 24 Oct 2020 04:00:36 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=225014 “Back To Black” è la cronaca di un percorso accidentato e doloroso, l’anticipazione di un finale tragico. È il diario di uno spirito posseduto da Dio e dal diavolo insieme. È l’album-icona di una cantante generazionale e talentuosissima, ma anche di una ragazza fragile. Read & Listen

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«She was a jazz singer», ha commentato alla sua morte Tony Bennett, indimenticabile crooner, uno dei grandi del jazz vocale, che pochi mesi prima l’aveva ospitata in un duetto bellissimo, “Body And Soul”, un incontro fra due grandi, distanziati da 37 anni e un’infinità di esperienze. «Come Ella Fitzgerald», aveva aggiunto. Non un elogio da poco. Nella sua semplicità, le parole di Bennett, le stesse con cui si definiva all’inizio anche Amy, raccontano però un mondo intero.

Quella talentuosissima, e fragilissima, ragazza, «un’anima antica in un corpo giovane», come la definiva Nick Gatfield, presidente della Island, sua casa discografica per soli due album (più uno postumo), voleva essere solo quello. Una cantante di jazz. Era quella la musica che amava, i suoi idoli erano Bennett stesso, Sarah Vaughan, Dinah Washington, le star del jazz vocale. E Thelonius Monk. E Carole King e James Taylor, che stimava e citava come espressione più sincera del cantautorato. E le bad girls del nuovo soul, tipo Sant’n’Pepa e TLC.

Il suo sogno era essere un cantante di jazz in un piccolo locale, magari qualche centinaio di persone davanti.

Quello era il suo mondo, non la cima delle classifiche e i tabloid assetati di sangue. Quello è come si era presentata al provino, ancora teenager, un’esperienza in essere da solista con la National Youth Jazz Orchestra, e l’ambizione di scrivere da sola le sue canzoni.

Viene messa sotto contratto dal management di Simon Fuller (l’inventore di X Factor e delle Spice Girls, un errore di settore da cui si libera quasi subito, per non essere confusa con le pop star fabbricate in serie), ed Amy nel giro di poco diventa quella di cui si parla di più nella scena underground londinese.

Una presenza fresca, atipica, diversa dalle star televisive. Canta al Cobden Club, un locale di jazz. Quando alla fine firma per la Island, che anticipa tutti, e nel 2003 esce “Frank”, la direzione è quella: un pop-jazz sofisticato, analogico, co-autrice di tutti i pezzi tranne due cover, nel quale la tecnica jazz si mischia con uno stile “confessionale” autobiografico, sincero fino al nudo dettaglio, che molto deve alla semplicità istantanea della King e delle cantautrici emerse nella scia sua e di Joni Mitchell.

Lei viene da North London, famiglia ebrea. La musica è al centro, a casa Winehouse. La adorata nonna Cynthia, bella, libera (il tatuaggio da pin up sul braccio destro di Amy) è appassionata di musica, è stata anche fidanzata con Ronnie Scott (il cui leggendario Club ancora prospera).

Così anche il padre Mitch, tassista (il tatuaggio sul braccio sinistro). Il quadro si rompe quando a nove anni il divorzio dei suoi la getta in uno stato confuso e ribelle, «era il segnale che potevo fare quello che volevo», si approfitta della madre troppo condiscendente, e va in cerca di emozioni forti.

È una ragazza carina, sorriso pronto con le amiche e voglia di cantare di continuo, che nasconde una personalità molto incasinata, che scrive canzoni «because my head’s fucked up», perché nella mia testa c’è solo un gran casino. Cominciano i suoi disordini alimentari, bulimia e anoressia, che la indeboliranno fatalmente.

Quello che è chiaro è che è in cerca di un uomo forte, quantomeno più forte di lei. L’apertura di “Frank” è “Stronger Than Me”:

Dovresti essere più forte di me
Sei stato qui sette anni più a lungo
Non sai che dovresti essere tu l’uomo?
Perché mi metti sempre ai comandi?
Tutto quello di cui ho bisogno è che
L’uomo sappia reggere il suo ruolo.

“Frank” raccoglie una messe di pareri positivi, le porta premi, riconoscimenti, e accostamenti che vanno da Billie Holiday e Sarah Vaughan a Macy Gray e Lauryn Hill. “Stronger than me” vince l’Ivor Novello Award per canzone dell’anno. È il prologo a un cambio di scena, musicale ed esistenziale.

“Back To Black” è un album con almeno due livelli di lettura. Al primo ascolto, è un eccellente insieme di canzoni, prodotte magnificamente con un’aria retro, da soul revival, frutto della maestria con cui Salaam e Mick Ronson (il super-produttore del pop fico inglese) ricostruiscono il passato che amano: potrebbe essere un album dei tardi ‘60, a metà fra la Tamla Motown e il soul più verace della Stax, ma non è una copia conforme, piuttosto una versione post-moderna, in cui clima e atmosfera sono simili, ma i suoni e piccole sottigliezze lo rivelano come un lavoro contemporaneo.

E poi, a quei tempi le storie non erano così esplicite, taglienti, auto-esaminatrici. Perché appena si scende sotto la superficie, “Back To Black”, a partire dal titolo, è la cronaca di un percorso accidentato, doloroso, e l’anticipazione di un finale tragico. Che vedrà il suo inevitabile compimento un lustro dopo, ma nel quale ci sono già tutti gli elementi e i prodromi della discesa nel buio che saranno i suoi ultimi anni di vita.

Sono passati tre anni, e le influenze sono evidentemente diverse: un passo indietro dal jazz (ma dal vivo le continuerà a cantare jazzate), Amy abbraccia un’altra variante sulla musica black, e un nuovo look. Non è più la ragazza della porta accanto, capelli lunghi un po’ indistinti, abiti da teenager.

L’estetica è presa dai gruppi vocali femminili degli anni ‘50 e ‘60: gli occhi bistrati con quell’ala verso l’alto, alla Cleopatra, lo prende da Ronnie Spector, moglie del super-produttore Phil e la più luminosa delle sue star: dalle Ronettes, ma anche dalle altre girl bands del periodo prende quel cono di capelli (finti, ovviamente) chiamato “beehive”, nido d’api, lo stesso che ha reso famosi i B-52s.

Il look “latino”, trucco pesante, rossetto vistoso, tatuaggi, assortimento di minigonna/shorts e top accoppiati (apparentemente) un po’ alla come viene lo copia dalle ragazze locali mentre è andata a lavorare e scrivere con Salaam Rami a Miami. Farà scuola, anche se le varrà un secondo posto fra le ‘donne peggio vestite’ nella classifica annuale 2008 (solo dopo Victoria Beckham).

Si trasferisce di quartiere, va a vivere a Camden Town, la zona bohemienne e artsy di Londra, periferia nord-est ormai inglobata nella City, vita 24×7, mix etnico e un sacco di indie bands, quello che sei fico finché non hai un contratto.

È lì che, oltre a quell’altro sobrio di Pete Doherty, incontra Blake Fielder-Civil, musicista e operatore video, il bello e dannato che manca come la ciliegina sulla torta preparata dalle circostanze personali di Amy.

Entrambi hanno un’altra storia, poi si mettono insieme fissi (per modo di dire), ed è sturm und drang XXXL condito dalle droghe a cui la introduce: crack, cocaina, eroina. Alla fine, per levarsi la scimmia abbraccerà l’alcool, che le sarà fatale. L’inizio della fine, ma anche materia di un album di una potenza e di una sincerità fuori di ogni ordinario.

È da questi intrecci che Amy comincia a scrivere nuove canzoni, ancora più disarmanti nella loro franchezza, fulminanti nella sua capacità di dettagliare. Un caso da manuale del comporre come auto-terapia se ce n’è uno. Anche perché muore nonna Cynthia, il suo vero riferimento familiare, e la cosa la sventra. Il rapporto profondo e salvifico che ha con la musica è l’unica luce.

Lo scenario è molto diverso da Frank: quello che lì era annunciato, «what is it with men?», qual’è il problema con gli uomini?, qui è allo stadio successivo. Quegli uomini li ha incontrati, ci si è amata e scontrata, e il risultato è una donna ferita, più di prima. E con qualche problema di dipendenza.

Hanno cercato di mandarmi in riabilitazione
Ma io ho detto -no no no…
E se anche papà pensa che dovrei andare in riabilitazione
Non andrò
Meglio stare a casa con Ray,
Non c’è nulla che potete insegnarmi
Che non posso imparare da Mr. Hathaway.

Parte così, con quel beat sotto pieno di anni ‘60 e piano elettrico, battiti di mani e tom tom che rullano finché il rullante non prende in mano la situazione, dritti fino alla fine. I fiati sotto che contrappuntano e accarezzano, dietro gli strumenti ci sono i Dap-Kings, la stratosferica band di Sharon Jones, r’n’b delle origini su etichetta Dap Tone, belli da vedere e fantastici da sentire.

La voce di Amy disincantata, quasi scocciata, «ma perché vogliono mandarmi in clinica, macheccazzo, sì sono stata nel nero, ma ora sono tornata, no? Niente farmaci, Ray Charles e Donny Hathaway possono bastare, loro insegnano anima».

Che tenerezza, e che ferita infligge a noi, sapendo tutto col senno di poi: ci sono solitudine e orgoglio, determinazione e fragilità, e voglia di vivere, in una qualche maniera, anche se è quella che ti ucciderà.

A ruota arriva quella che potrebbe essere una sorta di autocerticazione, “You Know I’m No Good”, e sembra che stavolta la ragazzaccia abbia trovato pane per i suoi denti:

Ti incontro al piano di sotto al bar e sento
Ti sei arrotolato le maniche e la tua tua-shirt col teschio
Mi dici “perché l’hai fatto con lui oggi?”
E mi sniffi via come fossi un Tanquerai gin
Perché tu sei il mio uomo, il mio tipo
Dammi la tua birra e vola

Mi sono imbrogliata da sola
Sapevo che l’avrei fatto
Te l’avevo detto che ero no good…

Il terzo pezzo-chiave di questo viaggio nelle relazioni pericolose, emotivamente fuori controllo, è la title track, beat anni ‘60, potrebbe essere un pezzo delle Shangri-Las, che per quanto bad girls non si sarebbero mai azzardate a cantare qualcosa così:

Non ha lasciato tempo per un rimpianto
Ha tenuto il cazzo a bagno
Con la sua solita scommessa sicura
Io e la mia testa alta
E le mie lacrime asciutte
Continuo senza il mio tipo
Tu sei tornato al tuo solito
Così lontano da quello che abbiamo passato noi
La mia strada è piena di guai
Le mie chanches al minimo
Tornerò nel nero
Ci siamo dati l’addio solo a parole
Io sono morta cento volte
Tu torna da lei e io
Torno nel nero.

Fine della prima facciata, fossimo davvero nell’era d’oro del soul, ed è difficile non rimanere un po’ scossi dal talento e dallo spessore di questa ragazza appena arrivata sulla scena che, come dice Rami, «sembra una cantante di jazz di 65 anni».

Pescando chissà dove nel suo pozzo di emozioni, Amy scrive roba vera, perché «il ricordo non deve essere del clima di quel giorno ma di quel preciso momento, dell’odore del suo collo». È solo al secondo album ma il suo livello di scrittura ha fatto un balzo gigantesco. Non solo testo, perché la musica, che va avanti e indietro nelle decadi come un elastico che ogni tanto getta in pista uno ska, una torch song (Love Is A Losing Game), un Deep Soul del Sud (Some Unholy War, Wake Up Alone), un reggaetto (Just Friends), un Tamla d’annata come neanche le Supremes (Tears On Their Own, o He Can Only Hold Her), un soul swingato (Me & Mr. Jones, con evidente ammiccamento al classico di Billy Paul).

I titoli parlano, le storie di Amy sono quelle delle ragazze che si cacciano nei guai ma che mantengono forte lo spirito, storie di donne in un mondo di punti di vista maschili, o indifferenti al vissuto vero. Ma quello che cambia tutto è la orecchiabilità di queste vicende tranchant, anche cattive: Amy si ritrova in testa alle classifiche, e se da una parte è una vittoria, una rivincita su tutto, dall’altra si apre l’inferno.

Ai tempi del primo disco, quando le avevano chiesto se pensava di diventare famosa, aveva risposto «Non credo, perché la mia musica non è su quella scala. Mi piacerebbe lo fosse. Ma non credo che saprei gestirlo, credo che impazzirei».

Quello che succede dall’uscita di “Back To Black” in poi è la materializzazione della pura più profonda. Il successo è pazzesco, nel 2007 oltre a tutto il resto vince cinque Grammies, incluso miglior disco e interprete. Non è potuta andare a presenziare a New York (positiva a un test anti-droga…), è in collegamento alle tre di mattina da un teatro a Londra. Fra l’emozione e la sorpresa e la gioia rimane a bocca aperta un’eternità, mentre intorno scoppia il festoso finimondo. Alla sua amica del cuore, in lacrime dalla gioia, confida «sì, bello, ma un po’ noioso senza droghe, no?».

Il successo improvviso in quei due anni si intreccia con la storia con Blake che ormai è su tutti i giornali. Paparazzati senza pietà, alternando momenti di insicurezza a gesti di sfacciataggine anche aggressiva, i due diventano carne da macello per un pubblico mai sazio. La prendono in giro i comedians, persino ai talk show e notiziari su entrambe le sponde dell’Oceano.

Il marito viene arrestato per ostruzioni alle indagini e sbattuto dentro, ed è il via – fra interviste in carcere e dichiarazioni a distanza – per un secondo round orrendo. Finirà in divorzio. Amy entra ed esce da periodi sereni, in cui si ripulisce e lavora con Remi e Ronson, ed altri dove ridiventa la caricatura di se stessa, fa spettacoli malferma, dimenticandosi le parole, in Serbia non vuole cantare, viene portata a forza, e si siede sul palco muta.

Le amiche e quelli intorno a lei dicono «sembra qualcuno che vuol scomparire. Una che non sa come gestire tutto questo. Una a cui non importa più nulla fino al punto di sabotarsi». Passa un lungo periodo nei Caraibi, il padre-manager, a cui la visibilità non dispiace, si porta dietro una troupe tv giusto per non farsi mancare nulla.

Si fidanza anche con un regista inglese, e quando sembra pronta a ripartire di nuovo, come annuncia all’amica una sera, viene trovata la mattina dopo sul letto. Troppo alcool in un fisico che ha troppo sofferto.

È evidente come non dovesse andare a finir così. Amy era il diamante in una generazione avara di grandi talenti femminili di personalità. È stata lei ad aprire la strada per le blue-eyed singers femminili del nuovo millennio, da Duffy ad Adele. Una artisticamente pura, consapevole della storia e del valore della musica, capace di essere “alta” e trasversale insieme.

Quella maniera di cantare era straordinaria, con una naturalezza e un’intenzione uniche. Leggera, e piena di pathos. Zigzagando fra i vocaboli e lo scat, sillabe che scivolano una sull’altra, uscendo ed entrando dal significato, come a lasciare aperte anche altre prospettive, significati. Questo, ma anche quello. In pieno accordo con la sua vita, senza freni e inibizioni, a nervi scoperti. “Back To Black” è il diario di un’anima posseduta da Dio e dal diavolo insieme, una Soul Diva punk che ha sfidato, e raccontato, come una vita può entrare e uscire “dal nero”.

46 (continua)Qui le altre puntate.

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