Linkiesta.it https://www.linkiesta.it News Linkiesta.it Fri, 26 Feb 2021 19:35:31 +0000 it-IT hourly 1 https://i2.wp.com/www.linkiesta.it/wp-content/uploads/2020/04/cropped-linkiestalogosquare3x.png?fit=32%2C32&ssl=1 Linkiesta.it https://www.linkiesta.it 32 32 174743883 È arrivato il nuovo numero di Linkiesta Paper (ordinalo qui, arriva in due giorni) https://www.linkiesta.it/2021/02/linkiesta-paper-4-navalny-soncini/ https://www.linkiesta.it/2021/02/linkiesta-paper-4-navalny-soncini/#respond Fri, 26 Feb 2021 18:16:12 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=255020 Trentadue pagine, cinque dorsi, un inserto speciale su Alexei Navalny, un graphic novel di Giovanni Nardone, l’anticipazione del nuovo libro di Guia Soncini “L’era della suscettibilità” e la recensione di Luca Bizzarri. In edicola dal 4 marzo a Milano e a Roma, ma ordinabile qui già adesso (arriva in due giorni in tutta Italia!)

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In edicola a Milano e a Roma dal 4 marzo, oppure ordinabile qui, il nuovo super numero de Linkiesta Paper Marzo 2021 questa volta ha ben cinque dorsi: Linkiesta, Europea, Greenkiesta, Gastronomika e Il lavoro che verrà.

C”è un inserto speciale su Alexei Navalny, un graphic novel di Giovanni Nardone, l’anticipazione del nuovo libro di Guia Soncini “L’era della suscettibilità” e la recensione di Luca Bizzarri.

Linkiesta Paper, 32 pagine, è stato disegnato da Giovanni Cavalleri e Francesca Pignataro.

Costa dieci euro, più quattro di spedizione.

Le spedizioni partiranno lunedì 1 marzo (e arriverrano entro due giorni, con corriere tracciato).

Ordinalo qui.

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Perché siamo così felici per il primo Master of Wine italiano https://www.linkiesta.it/2021/02/italia-gorelli-primo-master-of-wine-italiano/ https://www.linkiesta.it/2021/02/italia-gorelli-primo-master-of-wine-italiano/#respond Fri, 26 Feb 2021 17:38:44 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=255003 Gabriele Gorelli è il primo tra i nostri connazionali a entrare nell’Olimpo dei super esperti di vino che con le loro conoscenze, competenze e autorevolezza guidano tutta l’industria enologica a livello mondiale. Questo primato farà bene a tutti noi: ecco perché

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The Institute of Masters of Wine è la più autorevole e antica organizzazione dedicata alla conoscenza e al commercio del vino. Nata nel 1953 ha incoronato i primi super esperti nel 1955. L’Italia ci ha messo quasi 70 anni per avere un nome tra quelli che oggi sono i 418 “dei” dell’Olimpo del vino. Gabriele Gorelli è il primo Master of Wine italiano e tutta l’industria del vino gioisce con lui per questo evento. Perché? Lo spiegano Cristina Mercuri, wine educator per sommelier e WSET, e consulente nel mondo del vino, insieme con Federico Gordini, presidente di Milano Wine Week.

Perché siamo felici

Per Cristina Mercuri, che è in corsa per lo stesso titolo, la felicità ha due ragioni. La prima è puramente umana: «Conosco Gabriele dal 2016. È un ragazzo molto puro, di sani principi, una persona di spessore che si è dedicata anima e corpo a questa mission, pronto ad aiutare gli altri, tanto che fa simulazioni d’esame per Master of Wine a titolo gratuito». La seconda è professionale: «La sua voce si sta già affermando nel panorama mondiale per la sua obiettività tecnica e specifica, creando un profondo valore per tutta l’industria».

Secondo Federico Gordini, «questa è una notizia straordinaria: finalmente anche l’Italia ha un ambasciatore importante. Oggi i punteggi che determinano il successo sul mercato internazionale di tutte le bottiglie prodotte sono per lo più anglosassoni. Fino a questo momento non siamo riusciti ad avere quella forza per creare e spingere ambasciatori fortissimi nel mondo, che potessero valorizzare il nostro territorio. Produciamo ancora molto, in tutte le regioni del Paese, con più di 500 denominazioni: abbiamo un patrimonio importante da gestire. La presenza di persone come Gorelli, che hanno voglia di fare sistema, è preziosa».

Chi è il nuovo Maestro del vino

Gabriele Gorelli, 36 anni, è un wine expert con profonde conoscenze e competenze sul marketing del vino. Il suo dna è intriso di Brunello di Montalcino e sapere, dato che suo nonno ne era il più rinomato produttore. Nel 2004 ha fondato Brookshaw & Gorelli, agenzia di design specializzata in comunicazione visiva di vini pregiati. Nel 2015, ha poi costituito una società di consulenza per la vendita e il marketing di vino, KH Wines, trattando con tutti gli stakeholder del settore, dalle cantine agli importatori passando per i ristoranti. Gorelli è il primo italiano e il 418esimo iscritto all’Institute of Masters of Wine di Londra.

Cos’è un Master of Wine

Il Master of Wine è una figura professionale di altissimo livello, che ha una conoscenza molto profonda di tutti gli aspetti del mondo del vino, a partire da viticultura, enologia, manipolazione, competenze commerciali e marketing. Deve conoscere approfonditamente il wine business, avere competenze territoriali e saper comprendere i modelli di consumo di tutto il mondo. Una volta conseguito il titolo, entra a far parte di un polo di esperti di altissimo spessore, che a cascata dovrebbe orientare le altre professioni del mondo del vino. Promuove la cultura ma anche l’economia del settore, e contribuisce in modo positivo alla vita di tutta l’industria enoica, aumentando il valore dell’intera filiera. Esemplificando: Gorelli si occupa di marketing e da oggi lo farà con un’expertise così profonda da dare benefici all’intera categoria. «Facendo un paragone ironico, potremmo definirlo un supereroe del vino», scherza Mercuri.

Come si diventa Master of Wine

Il percorso dura teoricamente tre anni, ma le difficoltà degli esami sono tali che la media degli aspiranti Master of Wine impiega circa cinque o sei anni per terminare le prove. Gorelli era entrato nel 2014, consegnando il suo research paper alla fine del 2020. Per accedere alle prove di Master of Wine bisogna dimostrare di essere nella industria del vino da almeno cinque anni, sostenere una prova scritta e presentare una referenza di un altro Master of Wine. Se ammessi, è necessario superare tre stage.

Lo stage one si tiene in una sola giornata: al mattino si analizzano dodici vini alla cieca, in cui può capitare di tutto. L’obiettivo della prova non è saperli identificare, ma saper rispondere alle domande su ciò che c’è nel bicchiere, argomentando in modo chiaro le risposte. Nel pomeriggio si passa a sostenere due essay teorici. «Nello stage one l’istituto vuole capire se hai iniziato a pensare da Master of Wine», spiega Mercuri.

Lo stage two è di preparazione all’esame del Master of Wine. Si articola in quattro giornate di degustazioni e prove scritte. Il primo giorno si articola così: degustazione alla cieca di dodici vini bianchi e nel pomeriggio scrittura dell’essay di viticoltura. Nel secondo giorno si passa a degustare i rossi, sempre alla cieca, e nel pomeriggio si lavora agli essay di enologia. Nel terzo giorno si passa alla cosiddetta mixed bag, dove ci sono dodici vini di diversa tipologia; nel pomeriggio si lavora agli essay sulla manipolazione del vino, analisi di laboratorio e qualità. Nel quarto giorno al mattino si lavora sull’essay dedicato al mondo del vino e nel pomeriggio a quello sulle contemporary issue, dove ci si può trovare a rispondere a domande come “Se tu fossi l’unico uomo rimasto della Terra e potessi scegliere solo due barbatelle, cosa sceglieresti e perché”. «Ci aspettiamo la domanda sul vino alla cannabis e se andrà a sostituirà il vino tradizionale – spiega Mercuri – Questo paper va a testare la conoscenza dell’aspirante Master of Wine sui settori limitrofi, per provare che il mondo del vino è davvero la sua seconda pelle. L’obiettivo resta sempre uno: conoscere, dimostrare che si conosce e comunicare».

Se si passa il secondo livello, cosa che in Italia non era mai successa fino a ora, si accede allo stage three. Ci si sceglie un argomento e lo si discute con l’Istituto. Lo scopo è creare un reserch paper di massimo diecimila parole. Gorelli lo ha scritto sulla Precipitazione della quercitina nel Brunello di Montalcino, tema attualissimo, che ancora non ha una soluzione ovvia. Il testo deve essere ovviamente in inglese e può essere anche rigettato dalla commissione.

Tutto questo avviene con quattro momenti di incontro con l’Istituto, in cui si fanno seminari e simulazioni degli esami. Non ci sono lezioni vere e proprie perché il punto di partenza è sapere che si sta parlando con degli esperti e non con persone in cerca di formazione. C’è anche un seminario che porta gli aspiranti Master of Wine in una zona vitivinicola del mondo per una settimana. Ante Covid, ovviamente.

I requisiti per diventare Master of Wine

Per diventare Master of Wine non è indispensabile avere un diploma WSET, ma è necessaria una forte conoscenza del mondo del vino e un grande spirito conoscitivo, completati dalla competenza linguistica necessaria per esprimersi su questi argomenti. In più bisogna avere una disponibilità economica di 20.000 euro all’anno per completare tutto il percorso, dato che ogni seminario, libri di testo, vini in degustazione e consulenze di Master of Wine, oltre a vitto e alloggio è a carico dell’interessato al titolo. Ci sono anche delle borse di studio a cui si può accedere scrivendo degli essay. Inoltre, se si falliscono entrambe le prove pratiche e teoriche per tre anni di fila l’istituto chiede di abbandonare il percorso per due anni per poi ricominciare dall’inizio. Diventare Master of Wine non cambia ciò che si fa nella vita, ma ne cambia il respiro. Si può chiedere un compenso più alto per le stesse mansioni di prima, ad esempio. «Ma il mio mentor dice “Lo fai per la gloria e non per i soldi”», dice Mercuri.

Il valore aggiunto per il sistema

«Gabriele Gorelli che diventa Master of Wine è un segnale molto importante, ma deve essere un punto di partenza – aggiunge Gordini – e non solo per averne altri, ma per creare una verticalità delle professioni. Nella moda è successo questo: le potenzialità produttive sono state realizzate grazie allo sviluppo di competenze strategiche legate al marketing, alla tecnologia e all’innovazione, che hanno creato un valore enorme. È quello che vogliamo costruire anche con la Milano Wine Week, che quest’anno si terrà dal 2 al 10 ottobre. Vogliamo spingere alla creazione di esperti di marketing, legislazione, retail focalizzati solo sul vino e non generici, persone con expertise verticali, che possano costruire team che creino proposizioni di valore». Con un’industria quotata 12 miliardi di euro, il vino è uno degli asset fondamentali per il futuro dell’Italia, che determinerà posti di lavoro, evoluzione e valorizzazione turistica, a cui le competenze approfondite saranno necessarie. «L’impegno di Gabriele sarà d’esempio», puntualizza Gordini.

Perché l’Italia ci ha messo tanto ad avere un suo Master of Wine

Diventare Master of Wine è un’impresa difficile e importante e noi ci siamo arrivati tardi anche per dei “difetti” professionali. «L’italiano medio tende ad abbandonare le cose quando sono troppo difficili – sottolinea Mercuri – Poi c’è il retaggio storico: siamo convinti di essere grandi e molto importanti, ma non ci siamo mai fermati a guardare ciò che fanno gli altri». Gordini ricorda: «Il nostro modello nel settore è sempre stato Veronelli». Inoltre ci sono dei limiti oggettivi: è difficile comprare vino straniero in Italia perché negli store online e non si vendono solo bottiglie italiane. Per diventare Master of Wine bisogna conoscere molto ciò che succede nel mondo. Siamo arrivati tardi anche perché finora non si intuiva l’importanza di questa figura. Come spiega Mercuri, «ora abbiamo una persona che potrà dare una visione a chi vorrà intraprendere questo percorso».

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Scuola di vino https://www.linkiesta.it/2021/02/scuola-di-vino-gastronomika-taste-home-imparare-degustare-scegliere/ https://www.linkiesta.it/2021/02/scuola-di-vino-gastronomika-taste-home-imparare-degustare-scegliere/#respond Fri, 26 Feb 2021 09:44:11 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=248724 Ci sono materie in cui l’improvvisazione è lecita e altre per le quali è necessario applicarsi, studiare, assaggiare assiduamente, come l’arte del buon bere, per questo abbiamo pensato di provare a imparare insieme a Taste@Home, con un ciclo di 4 buonissime lezioni informali sul vino

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Abbiamo imparato a cucinare, poi a panificare, a stendere la pasta frolla e impastare la pizza, ma poi, quando ci troviamo a dover scegliere la bottiglia a cui abbinare i nostri manicaretti, rimaniamo con il cavatappi in mano, dubbiosi, incerti, senza sapere da che parte guardare.
E poi finiamo per prendere una decisione in base all’estetica dell’etichetta.

Errore da principiante, ma comune, perché l’arte del buon bere appare spesso come una materia difficile da imparare, che richiede un palato fine e una certa memoria. Opinioni incontrovertibili, se il vostro obbiettivo è diventare sommelier, ma se il vostro scopo è scoprire come scegliere la miglior bottiglia per una serata in compagnia o una cena di coppia, oppure capire se sia meglio stappare un rosso, un bianco o un rosé per il vostro aperitivo, allora imparare può diventare un’esperienza affascinante, divertente e piena di gusto.

Per questo abbiamo deciso di organizzare un ciclo di quattro lezioni, a distanza, sul vino, in collaborazione con Christian Fabrizio, wine coach e fondatore di Autoctono.it, per provare ad acquisire insieme qualche nozione enologica da mettere a frutto al supermercato, in enoteca o al tavolo del prossimo ristorante che vorrete provare. Le lezioni saranno anche un’occasione unica per scoprire aromi e profumi, ma anche le storie e le piccole curiosità relative ad alcuni dei più importanti vini italiani, i segreti delle cantine e i trucchi dei viticoltori.

Bollicine, Bianco, Rosso, e Passito, quattro tematiche per altrettanti incontri, guidati da Christian Fabrizio e immaginati a metà tra una conversazione con un esperto in enoteca e una chiacchierata tra amici. In ogni lezione vi sarà la possibilità di porre domande e partecipare attivamente. Ogni partecipante sarà invitato a procurarsi una bottiglia di vino adatta all’argomento trattato, nulla di troppo specifico però, sarà sufficiente non andare fuori tema: se la lezione riguarda le bollicine non stappate un rosso! Per il resto, marchio, fascia di prezzo e annata saranno a scelta libera.

Altrettanto libero sarà il reperimento dei prodotti gastronomici che vi suggeriremo di abbinare ai diversi vini, da organizzare prima dell’inizio della lezione e da non sottovalutare, per evitare di perdere i lumi prima del termine del tempo.

Non ci sarà limite al numero dei partecipanti: si potrà condividere l’esperienza con il proprio partner dallo stesso computer, o farlo, a distanza, con amici e parenti più lontani che potrete invitare ad iscriversi alla serata, per poi scambiarsi opinioni sui sapori testati e le singole esperienze di gusto.

Ogni lezione avrà un costo di 19 euro, sarà possibile scegliere di seguirne una sola o anche tutte; le serate, infatti, non saranno strettamente legate tra loro, ma accomunate da un tema trasversale. Tuttavia, seguire l’intero ciclo permetterà di disegnare una miglior panoramica della produzione vitivinicola italiana, al costo di 60 anziché 76 euro.

Pronti? Si inizia settimana prossima: il programma è qui.

Vuoi iscriverti? Fallo subito!

STAGIONE 1: TIPOLOGIE

EPISODIO 1: SPUMANTI 11 marzo

Franciacorta, Oltrepo’, Trento o Prosecco? Qualunque sia la vostra scelta, con le bolle non ci si annoia (quasi) mai. Cerchiamo insieme di scoprire qualcosa di più su questa affascinante tipologia di vino, facendo chiarezza una volta per tutte.

In abbinamento, grissini e Raspadura, se riesci, o con una semplice focaccina alle olive.

EPISODIO 2: BIANCHI 25 marzo

“Il vino è rosso. Il vino bianco è vino bianco”, recitava un detto. Per fortuna superato.

Sfatiamo un po’ di luoghi comuni sulla tipologia di vino capace di regalarci talvolta le sorprese più incredibili, specie sulla distanza…

Scegliete fra Gavi, Verdicchio, Vermentino o Friulano e presentatevi con dei bocconcini di mozzarella e due gallette, ne varrà la pena.

EPISODIO 3: ROSSI 8 aprile

Orgoglio e vanto dell’enologia di ogni Paese, i Rossi sono al contempo i vini più “semplici” da produrre e più difficili da inquadrare. Procurati un Dolcetto, un Valpolicella, un Morellino di Scansano o un Negroamaro e capiremo quali filosofie produttive ci sono dietro.

Con un buon pezzo di pane e una scaglia di formaggio potrai seguire meglio il discorso…

EPISODIO 4: DOLCI 22 aprile

Se c’è una tipologia di vino che meriterebbe ben altra attenzione sono proprio i vini dolci. Talvolta bistrattati e spesso relegati alle sole festività, sono invece prodotti piacevoli e appaganti, se scelti con oculatezza.

Sfida te stesso con un Moscato d’Asti, una Malvasia passita, un Vin Santo o un Moscato di Pantelleria. Un buon biscotto basterà allo scopo.

In tutti i casi, sei invitato a procurarti anche solo uno dei vini citati in ogni lezione e ad abbinarlo ai prodotti suggeriti.

Ti aspettiamo! Iscriviti subito da qui.

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L’appello di Carlo Bonomi contro la politica dei veti incrociati https://www.linkiesta.it/2021/02/appello-di-carlo-bonomi-contro-la-politica-dei-veti-incrociati/ https://www.linkiesta.it/2021/02/appello-di-carlo-bonomi-contro-la-politica-dei-veti-incrociati/#respond Fri, 26 Feb 2021 07:34:54 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=254825 Il presidente degli industriali dice che bisogna abbandonare le posizioni precostituite dei partiti e delle parti sociali per trovare soluzioni rapide. «Siamo chiamati tutti a cambiare. E a farlo in tempi brevi. Brevissimi». Draghi «non può farcela se lo lasciamo solo»

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Basta ai veti incrociati e alle posizioni precostituite. Bisogna sedersi tutti intorno allo stesso tavolo e trovare soluzioni concrete in poco tempo.
È l’appello che lancia il presidente di Confindustria Carlo Bonomi dalle colonne di Repubblica, invitando tutti – dai partiti alle parti sociali – a smettere di dire sempre di no. «Il presidente Draghi, pur con tutte le sue qualità, non può farcela se lo lasciamo solo», dice.
Quello che serve, spiega, è «la consapevolezza che i guai sono davvero seri, ma che possiamo e dobbiamo farcela. E che, per farcela, siamo chiamati tutti a cambiare. E a farlo in tempi brevi. Brevissimi».
Perché è oggi – dice Bonomi – «il tempo di accelerare e rendere efficace il piano vaccinale, coinvolgendo in un unico sforzo unitario tutte le strutture e le reti oggi esistenti nella società italiana. Perché per ridefinire il Pnrr, e rendere il più efficace possibile l’impatto dei 209 miliardi del Recovery Plan sulla ripresa e trasformazione dell’Italia, ci sono solo pochissime settimane. Perché per riforme adeguate a cominciare da quella del lavoro, degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive, il momento di deciderle è ora, mettendo da parte le liturgie esasperanti che in passato ci hanno resi incapaci. Per avviarle bastano pochi giorni, di confronto costruttivo a oltranza, tutti insieme allo stesso tavolo».
Bonomi aggiunge: «Tutti siamo chiamati a cambiare: atteggiamento, metodo e disponibilità. Non è una necessità che investe solo i partiti e la politica. L’unità di cui ha parlato il presidente Draghi, ottenendo l’amplissima fiducia del Parlamento, è il vero spirito nazionale di una riscossa a cui ogni forza sociale e culturale del Paese deve sentirsi oggi chiamata».
Ma, ammette il presidente degli industriali, «nei primi giorni del governo Draghi questa profonda consapevolezza non sembra ancora manifestarsi. Ma è un’Italia fondata sui poteri di veto, quella che ci ha impoverito e tagliato le ali ancor prima della pandemia. Abbandonare questa patologia non è facile per i partiti: eppure destra, sinistra e antisistema hanno tutti, nel tempo, compartecipato a governi che hanno fallito. Non è facile per lo Stato, che ha visto crescere sempre più l’incomprensione tra Centro e Autonomie. E non è facile per le forze sociali, con la loro troppo lunga storia di contrapposizioni che per molti risulta arduo abbandonare. Ma bisogna farlo. Non c’è alternativa. E bisogna farlo ora».
È questo l’appello lancia Confindustria. «Alla politica, a noi stessi e all’intera società italiana. Nella certezza che siano molti in Italia a pensarla così. Stanchi di veder peggiorare il proprio futuro e quello dei propri figli. Ma indisponibili alla rassegnazione o al cinismo dei veti. Servire l’Italia non è retorica. In momenti tragici della storia, istituzioni e italiani hanno saputo sprigionare tutta l’energia e la convergenza necessarie. Ora servono decisioni rapide, riforme efficaci, obiettivi chiari, strumenti misurabili e il più possibile condivisi nell’attuazione. Ogni competenza ed esperienza, ogni rappresentanza di parti e interessi del Paese deve trarre lezione dagli errori comuni del passato».
L’alternativa, altrimenti, è percorrere una nuova discesa del reddito degli italiani. Non ce lo possiamo più permettere. E Draghi, da solo, non può farcela. «Il fatto che abbia messo la sua competenza e il suo prestigio su questa scommessa, per l’Italia e non per un partito, deve per tutti noi significare la stessa sfida».

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La ministra Messa spera di riaprire le università dopo il 6 aprile https://www.linkiesta.it/2021/02/cristina-messa-ministra-universita-ripaertura-atenei/ https://www.linkiesta.it/2021/02/cristina-messa-ministra-universita-ripaertura-atenei/#respond Fri, 26 Feb 2021 07:16:08 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=254813 L’ex rettore dell’Università Bicocca di Milano con i soldi del Recovery Plan punta ad aumentare il numero dei laureati dall’attuale 27,6% ameno fino al 35%, con lauree interdisciplinari e percorsi innovativi legati al mondo produttivo

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«Tutti i rettori vorrebbero riaprire le loro aule, ma la situazione – lo dico anche da medico – consiglia cautela. Mi auguro che dopo il 6 aprile anche gli atenei possano tornare verso la normalità». A dirlo al Corriere è Cristina Messa, ex rettore dell’Università Bicocca di Milano, da due settimane ministra dell’Università del governo Draghi.

Messa ha già scelto i vertici di tre enti di ricerca (Ingv, Inrim e Area science park di Trieste) e si avvia a nomina anche il nuovo presidente del Cnr. Tra le priorità che dovrà valutare c’è però anche quella della ripresa delle lezioni in presenza nelle università. Questo, almeno, nel breve periodo. Ma poi servirà uno sguardo più lungo sui progetti del Recovery Plan.

«Innanzitutto spero che in cinque anni il numero di laureati possa crescere dall’attuale 27,6% (tra i giovani fino a 34 anni) almeno fino al 35%. Purtroppo scontiamo un grande ritardo: avremmo dovuto arrivare al 40% lo scorso anno secondo gli obiettivi europei», dice.

Come si fa? «Investiremo per fornire a un numero maggiore di giovani percorsi universitari più adeguati al futuro. Penso alle lauree interdisciplinari, senza percorsi rigidi ma che mischino le diverse materie dei dipartimenti perché oggi le sfide che abbiamo davanti richiedono competenze in più discipline. E credo che vada dato più spazio anche alle soft skill nel curriculum. Sono già al lavoro anche per creare corsi di laurea innovativi e legati al mondo produttivo».

Ci poi gli Its di cui ha parlato Mario Draghi nel suo discorso al Senato. «Con i ministri Colao e Bianchi stiamo studiando un piano per gli Its ma immagino anche lauree innovative che siano collegate al mondo produttivo, per l’ingegneria e anche per il turismo», risponde la ministra. Che immagina la creazione di «percorsi accademici veri e propri, triennali, legati anche alla ricerca». Da ripensare, dice, anche il ruolo delle lauree triennali, perché «oltre la metà degli studenti con la triennale poi si iscrive alla magistrale».

Ma per aumentare gli immatricolati ci vogliono anche misure per il reddito. «Con fondi del Recovery plan le università potranno costruire nuovi campus per accogliere gli studenti», spiega la ministra. «Ma penso anche a borse di studio per i meritevoli o chi ha bisogno. Credo anche che per aumentare gli studenti bisognerà aumentare i docenti. Un solo dato: in Gran Bretagna il rapporto professori studenti è uno a dodici, da noi uno per 35».

Investire nelle materie Stem – Scienze, tecnologia, ingegneria e matematica – è uno degli obiettivi di questo governo. I numeri sono bassi soprattutto tra le ragazze. «Ci vuole più orientamento nelle scuole superiori: purtroppo è anche un problema culturale. Per esempio, io gli studenti che vogliono fare medicina li porto in reparto prima che scelgano: è un metodo infallibile», racconta la ministra.

E poi servirà un cambio di passo negli investimenti per la ricerca: «Siamo 27esimi in ambito europeo: servirebbero almeno 50mila nuovi ricercatori. Scontiamo anni di sottofinanziamento, di progetti discontinui e di disorganizzazione. Una prima soluzione a portata di mano è quella di favorire la mobilità dei ricercatori tra università, enti di ricerca e privati. Questo potrebbe rendere più attivo e competitivo l’intero sistema: vuol dire adeguare gli stipendi e le carriere, ma anche sburocratizzare, far circolare i ricercatori, rendere tutto più trasparente». E «per attrarre ricercatori servono infrastrutture, laboratori e certezza della carriera».

Ma sui posti per il corso di laurea in medicina – 13.500 lo scorso anno – non ci saranno variazioni: «Resteremo su quella cifra. Il problema al momento sono le specializzazioni: ancora oggi abbiamo quasi quattrocento posti liberi perché ci sono alcune specialità molto importanti, come anestesia e microbiologia, per le quali non ci sono candidati».

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Il piano vaccini europeo non va: Draghi propone una dose per tutti https://www.linkiesta.it/2021/02/draghi-accelerare-vaccini-consiglio-europeo/ https://www.linkiesta.it/2021/02/draghi-accelerare-vaccini-consiglio-europeo/#respond Fri, 26 Feb 2021 06:51:23 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=254799 Il presidente del Consiglio ha spronato i leader europei ad accelerare sulle somministrazioni, adottando una linea dura con le aziende che non rispettano le consegne e valutando anche la possibilità di comprare le fiale fuori dal continente

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È stato un esordio duro e deciso, ma senza alzare mai la voce, quello di Mario Draghi al suo primo Consiglio europeo come capo del governo italiano. Di fronte ai leader Ue, il presidente del Consiglio ha smontato pezzo per pezzo la strategia seguita fin qui dalla Commissione sulla campagna di vaccinazione. E alla presidente Ursula von der Leyen ha indicato la necessità di accelerare, perché senza una svolta l’Unione non riuscirà a superare la pandemia.

L’invito è a procedere «molto, molto più veloci nella campagna di vaccinazione», sollecitando anche la possibilità di valutare insieme se è possibile reperire vaccini fuori dal Continente. Serve velocità nel contenimento del virus – ha detto Draghi – ma anche un cambio di passo nella somministrazione del vaccino. E ha indicato il metodo di una prima dose per tutti, sul modello del premier britannico Boris Johnson. Aggiungendo poi che bisogna costringere le case farmaceutiche a rispettare gli impegni sulle consegne, anche ipotizzando il blocco dell’export.

Durante il vertice non sono mancati i momenti di attrito con von der Leyen. Quando la presidente ha mostrato le slide delle potenziali consegne, il premier ha fatto notare che potrebbero non bastare: «Non sono rassicuranti, perché non danno certezze», ha detto. Ma davanti alla proposta di Draghi di un pugno di ferro sull’export, la risposta è stata che la strada potrebbe rivelarsi un vicolo cieco a causa dei contratti. Quei contratti che Draghi vorrebbe invece monitorare passo passo, cercando di costringere i colossi del farmaco a rispettare gli impegni assunti.

Ma il punto su cui Draghi si è spinto più avanti è quello della prima dose per tutti, senza attendere la seconda. Non è quello che per il momento prescrivono i protocolli internazionali, però nel Regno Unito sembra funzionare. La situazione richiede anche qualche mossa coraggiosa, così ha detto, soprattutto se supportata dai recenti studi scientifici.

Preceduta da due telefonate con Angela Merkel e con Emmanuel Macron, e da molteplici contatti con le istituzioni comunitarie, la partecipazione di Draghi al Consiglio si è articolata su più punti e suggerimenti. «Le aziende che non rispettano gli impegni non dovrebbero essere scusate», è stato il commento lapidario del premier, che ha anche invitato a riflettere sulla possibilità di cambiare i contratti in essere.

Sullo sforzo in atto da parte della Commissione per arrivare ad avere dei vaccini interamente europei, Draghi ha detto di condividere l’obiettivo ma ha fatto anche notare anche come ci vorranno mesi per ottenere risultati significativi. E l’Unione non ha tempo. Ecco perché ha chiesto di esplorare opzioni per acquistare altri vaccini al di fuori dell’Unione europea.

E infine ha chiesto cautela prima di lanciare progetti troppo ambiziosi di donazioni e distribuzione dei vaccini a Paesi terzi. Draghi condivide le ragioni etiche e geopolitiche di un piano come il Covax, lo strumento per l’accesso globale ai vaccini anti Covid, ma crede che in Europa siamo ancora troppo indietro con le campagne nazionali e quindi bisogna prima accertarsi di accelerare sulle dosi per i cittadini europei e poi si penserà a progetti più ambiziosi.

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La Brexit è stata la mia scuola di pazienza https://www.linkiesta.it/2021/02/brexit-europa-barnier/ https://www.linkiesta.it/2021/02/brexit-europa-barnier/#respond Fri, 26 Feb 2021 05:00:57 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=254561 Come si gestisce una situazione mai avvenuta prima? Per il francese ex commissario europeo al mercato interno, il distacco del Regno Unito dall’Unione Europea è stato un corso di contenimento danni e una infinita sequenza di problemi da risolvere. Sempre con la convinzione che fossero gli altri a sbagliare

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Nel 1972, a 21 anni, votai per la prima volta nella mia vita in occasione del referendum francese sull’adesione del Regno Unito, dell’Irlanda, della Danimarca e della Norvegia alle Comunità europee.

Votai «sì» convintamente, sicuro che il progetto europeo sarebbe stato più forte con il Regno Unito come membro, e che il Regno Unito ne avrebbe anch’esso beneficiato. Ad oggi, resto convinto di avere fatto la scelta giusta.

Tuttavia, al momento in cui scrivo queste pagine, il Regno Unito non è più uno stato membro dell’Unione europea. Il 23 giugno 2016 una maggioranza di cittadini britannici ha votato per lasciare l’Unione europea, creando onde sismiche attraverso il continente. E, nel luglio 2016, sono stato nominato dall’allora presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, come capo negoziatore dell’UE per la preparazione e la conduzione delle negoziazioni con il Regno Unito.

In quanto tale, il mio ruolo è stato quello di affrontare una situazione senza precedenti: come porre fine in maniera ordinata a 47 anni di integrazione economica e politica, minimizzando i danni che Brexit inevitabilmente causa ai nostri cittadini e alle nostre imprese. Naturalmente, ciò è stato non solo complesso da un punto di vista giuridico ma anche sensibile da un punto di vista politico.

Dopo che le negoziazioni sono iniziate nel giugno 2017, ci sono voluti tre anni per concludere l’accordo di recesso che è entrato in vigore il 1o febbraio 2020, segnando l’uscita ufficiale del Regno Unito dall’Unione europea. Come ho detto più volte, Brexit è stata una scuola di pazienza.

Le negoziazioni non sono state facili ma ho avuto il privilegio di poter lavorare con il supporto eccezionale dei funzionari della Commissione europea, così come con 27 stati membri dell’UE che hanno agito in modo unitario, e con un Parlamento europeo molto tenace. Insieme, lavorando con i successivi governi britannici di Theresa May e Boris Johnson, abbiamo assicurato un recesso ordinato.

Ciò che avevamo previsto essere uno dei temi controversi dell’accordo di recesso – il conto economico – è stato concordato in modo relativamente rapido, anche grazie alla richiesta del governo britannico di istituire un periodo di transizione sufficientemente lungo, per mitigare l’impatto negativo di Brexit sull’economia del Regno Unito.

Siamo stati anche capaci di fare rapidi progressi in materia di tutela dei diritti dei cittadini, non appena il Regno Unito ha accettato di basare il nostro lavoro sui concetti di diritto dell’UE. Grazie a ciò, l’accordo di recesso garantisce, a vita, i diritti di tutti i cittadini europei residenti nel Regno Unito, e dei cittadini britannici residenti nell’Unione europea, oltreché dei loro famigliari. Ciò riguarda quasi 5 milioni di persone, inclusi centinaia di migliaia di cittadini italiani che vivono nel Regno Unito e britannici che vivono in Italia.

Infine, sebbene sia l’UE che il Regno Unito avessero da subito riconosciuto che la situazione in Irlanda del Nord era unica e richiedeva una soluzione specifica, trovare una proposta condivisa è risultato difficile.

Tuttavia, l’UE è rimasta sempre solidale al fianco dell’Irlanda. Abbiamo ascoltato le preoccupazioni, considerato varie opzioni possibili, e proposto e riproposto nuove soluzioni, mostrando flessibilità e comprensione, fino a quando non abbiamo trovato un accordo.

Il Protocollo sull’Irlanda/Irlanda del Nord incluso nell’accordo di recesso evita il ritorno di un confine rigido sull’isola d’Irlanda e preserva in tutte le sue dimensioni gli Accordi del Venerdì Santo del 1998. Ciò è cruciale per garantire una continua pace e stabilità sull’isola.

Allo stesso tempo, il Protocollo preserva l’integrità del mercato interno dell’UE, con tutte le garanzie che questo offre in termini di protezione dei consumatori e salute pubblica, pur rispettando l’appartenenza dell’Irlanda del Nord quale parte integrante del territorio doganale del Regno Unito.

Infine, il Protocollo riconosce anche il diritto dell’Irlanda del Nord a decidere democraticamente il proprio destino, concedendo ai rappresentanti eletti dell’Assemblea Legislativa dell’Irlanda del Nord la facoltà di votare, dopo quattro anni dall’entrata in vigore di queste regole, se continuare ad applicare o meno questa soluzione concordata di mutuo accordo.

Sebbene queste tre questioni – il conto economico, i diritti dei cittadini, e il confine nell’isola d’Irlanda – siano state quelle che hanno di più attirato l’attenzione nel corso delle negoziazioni, l’accordo di recesso risolve tutte le questioni della separazione del Regno Unito dall’UE.

Pertanto esso copre temi che spaziano dalla protezione dei diritti di proprietà intellettuale, incluse indicazioni di provenienza geografica come il parmigiano, sino alla progressiva sospensione della cooperazione giudiziaria e di polizia in materia penale – essenzialmente portando certezza giuridica laddove Brexit aveva creato incertezza.

Tuttavia, l’entrata in vigore dell’accordo di recesso non porta a termine il nostro lavoro. Da un lato, dobbiamo ancora negoziare con i britannici il dettaglio delle nostre relazioni future. Dall’altro lato, dobbiamo anche assicurarci che gli obblighi reciproci che il Regno Unito e l’UE hanno chiaramente sottoscritto nell’accordo di recesso siano propriamente implementati in pratica.

L’accordo di recesso è un testo giuridico preciso che deve essere applicato da entrambi i firmatari con rigore e disciplina.

Ciò significa che tutti i 27 stati membri dell’UE ed il Regno Unito devono onorare i propri impegni a tutelare i diritti dei cittadini, facendosi carico soprattutto dei più vulnerabili.

In aggiunta, ciò significa anche che il Regno Unito dovrà applicare un sistema di controlli rinforzati sulle merci che entrano in Irlanda del Nord dalla Gran Bretagna, così come prevede il Protocollo sull’Irlanda/Irlanda del Nord.

È per questo motivo che il libro che avete nelle vostre mani è meritorio. In questo agile volume Federico Fabbrini offre ad un pubblico di lettori italiani un’introduzione al processo di uscita del Regno Unito dall’Unione europea, mettendo in luce gli aspetti più rilevanti dell’accordo di recesso, e riflettendo sulle conseguenze e sugli insegnamenti di Brexit.

Infatti, quale che sia il futuro partenariato tra Regno Unito e UE, esso non sarà mai in grado di eguagliare i benefici dell’appartenenza all’UE. L’uscita del Regno Unito dal mercato interno e dall’unione doganale dell’UE, e la sua decisione di porre termine alla libera circolazione delle persone, causeranno inevitabilmente delle perturbazioni, creando costi economici aggiuntivi e barriere che non esistono oggi.

È importante che i cittadini e le imprese nell’Unione europea e nel Regno Unito siano pronti per questi cambiamenti.

Tuttavia, resto convinto che l’UE ed il Regno Unito devono continuare ad avere una collaborazione ampia ed approfondita, che vada al di là del solo commercio, abbracciando anche la cooperazione su questioni quali la mobilità delle persone, i trasporti, l’energia, la ricerca scientifica, la sicurezza e la difesa, nonché la risposta alle crisi sanitarie.

Invero, la pandemia di Coronavirus che è esplosa nel 2020 causando un numero drammatico di morti ovunque nel mondo ha messo in luce ancora una volta il valore aggiunto della cooperazione e della solidarietà transfrontaliera.

Gli stati membri dell’UE non solo hanno saputo lavorare insieme per rimpatriare i cittadini che si trovavano nel resto del mondo, e assicurare l’approvvigionamento di merci attraverso i confini, ma hanno infine anche deciso di creare un fondo per la ricostruzione post-pandemica – un’iniziativa senza precedenti per rilanciare l’economia dell’UE per la prossima generazione.

Superare le tragiche perdite sociali ed economiche causate da una crisi come la pandemia di Coronavirus richiede solidarietà ed empatia al di là dei confini nazionali. Ma ciò è vero sia tra stati membri dell’UE, che tra l’UE ed il Regno Unito.

Perché anche se il Regno Unito non è più uno stato membro dell’UE, esso rimane un nostro vicino, alleato e amico.

Nonostante Brexit, dobbiamo pertanto onorare i legami che uniscono i nostri paesi ed i nostri cittadini, e lavorare per creare una nuova forma di partenariato con il Regno Unito, che supporti la nostra continua solidarietà e cooperazione in futuro, rendendoci più forti e più uniti di fronte alle prossime crisi.

 

prefazione a “Brexit. Tra diritto e politica”, di Federico Fabbrini, Il Mulino, 2021, pagine 158, euro 13

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Stanley Tucci alla ricerca del gusto dell’Italia https://www.linkiesta.it/2021/02/stanley-tucci-gusto-italia-cnn/ https://www.linkiesta.it/2021/02/stanley-tucci-gusto-italia-cnn/#respond Fri, 26 Feb 2021 05:00:56 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=254483 Una nuova serie della CNN porta a spasso per i luoghi canonici della bellezza italiana l’attore che, da deluso art director nei secoli fedele a Miranda del Diavolo veste Prada, diventa una guida appassionata dei sapori del nostro Paese

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Guardare l’Italia con gli occhi degli stranieri ci permette di entrare in contatto con il nostro Paese in modo completamente diverso. È come se loro vedessero qualcosa che noi diamo per scontato, come quando si vive accanto al mare e passeggiare sulla spiaggia ci pare normale, o quando – da milanesi – ogni giorno passiamo davanti al Duomo e finiamo per non vederlo nemmeno più.

Per fortuna lo vedono loro: e il documentario di Stanley Tucci, grande interprete del cinema americano e oggi portavoce dell’italianità sulla CNN, è l’esempio perfetto degli occhi innamorati che fanno bene al turismo e all’enogastronomia del nostro Paese.

Ogni episodio dei sei che fanno parte della prima serie (E speriamo ce ne sia una seconda!) è infarcito di specialità regionali, preparate nelle cucine di famiglia e nei ristoranti panoramici. In pieno stile americano, le scelte dei luoghi da raccontare sono le più rassicuranti possibili: siamo alla prima serie, è vero, e forse non si poteva pretendere di più.

Nella prima puntata, Tucci si reca in Campania: “una regione – ci ricorda la CNN – il cui paesaggio vulcanico contribuisce ai suoi straordinari prodotti locali. Dalla mozzarella di bufala ai limoni della Costiera Amalfitana, i cuochi locali sfruttano al massimo la generosità”.

La seconda tappa non poteva che essere la capitale, Roma, “un’antica metropoli le cui prelibatezze culinarie sono talvolta messe in ombra da vicini più famosi dal punto di vista gastronomico. Ma dai dolci maritozzi alla perfetta forchettata di carbonara, Roma è dove puoi trovare ottimo cibo dall’alba al tramonto – se, come dice Tucci nella puntata – sai dove guardare”.

Nelle tappe successive si passa da Bologna, per poi arrivare a Milano, visitare la Toscana e approdare in Sicilia.
Chissà perché le montagne mancano sempre, in questo genere di racconti: forse perché la montagna è meno facile da raggiungere, forse perché riporta molto meno all’immaginario della Dolce Vita, forse perché per vivere la montagna si deve anche un po’ faticare, e questo non corrisponde ai cliché per cui siamo celebri nel mondo. Forse anche perché la Costiera amalfitana è un tale unicum che non si può proprio prescindere dal raccontarla, quando si parla del nostro Paese.
E magari anche perché le tappe del viaggio, in questo caso, erano anche molto personali: e se voi foste Tucci, che decide di fare un viaggio in Italia, dove decidereste di andare se non nei luoghi iconici per i vostri connazionali?
Che, comunque, apprezzano: dopo le prime due puntate andate in onda nelle scorse settimane i commenti sono migliaia, la maggior parte entusiasti: innumerevoli le repliche delle ricette presentate nelle puntate, moltissimi i complimenti, tanti i commenti dei fieri italiani all’estero, si sprecano gli “wow”. E qualche italiano in Patria coglie l’occasione per invitare tutti non solo ad ammirare da lontano la bellezza, ma di venire ad assaporarne il gusto dal vivo.
Con qualche malinconia di fondo: lo show è il primo di questo genere realizzato dopo la morte di Bourdain, da sempre vero esploratore del gusto per la rete.
Cristallina la motivazione dell’attore, che voleva con questo viaggio rendere giustizia al Paese d’origine dei genitori: «Penso che in America ci siano molte idee molto specifiche su cosa sia italiano, e uno dei motivi per cui volevo fare questo tv show è sfatare alcuni di quei miti su cosa sia l’Italia», racconta alla CNN. «La gente immagina che in Italia ci sia sempre il sole e la gente suoni mandolini e mangi pizza e parmigiana di pollo, che non è nemmeno un piatto italiano. Poiché i miei genitori erano così rispettosi della loro eredità, rispettare quell’identità culturale è davvero importante anche per me».
Beppe Severgnini ha accompagnato Tucci nella tappa milanese, e lo racconta così: «lavora con passione, cura i dettagli e rende tutto semplice. Conversa di cinema, a cena, con mia moglie Ortensia e ragiona con me nel tramonto, tra le guglie del Duomo. Era la fine del 2019: Milano e l’Italia, ignare di cosa stava per arrivare, erano luminose, saporite e mescolate. Che nostalgia».
Speriamo torni presto, quell’Italia adorata.

 

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Il virus populista è in regressione, ma attenti alla variante montessoriana https://www.linkiesta.it/2021/02/governo-draghi-movimento-cinque-stelle-populismo/ https://www.linkiesta.it/2021/02/governo-draghi-movimento-cinque-stelle-populismo/#respond Fri, 26 Feb 2021 05:00:55 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=253912 Con l’esplosione dei Cinquestelle non dobbiamo vigilare solo sui nostri Jake Angeli, ansiosi di assaltare il Parlamento, ma anche sui tanti sottili pedagoghi che da anni invitano a lasciarli fare, perché stanno crescendo

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In Italia, perlomeno dal punto di vista politico, assistiamo con sollievo ai primi segnali di ritorno alla normalità, a cominciare dal processo di disintegrazione del Movimento 5 stelle, ormai sempre più simile a uno stato fallito, diviso in bande rivali armate fino ai denti l’una contro l’altra, verosimilmente destinate ad annientarsi reciprocamente prima delle prossime elezioni. E tutto questo mentre la Lega, movimento politico nato secessionista e finito sovranista, prosegue la sua parabola, unica al mondo, con un’ulteriore svolta europeista.

Per farla breve, il Parlamento eletto nel 2018, in cui populisti e sovranisti erano più o meno al 70 per cento, e minacciavano di portarci fuori dall’euro, verso una democrazia illiberale in stile ungherese, con Viktor Orbán come modello, è incredibilmente finito a Dogliani. Con Luigi Di Maio al posto di Luigi Einaudi, a spiegarci – vedi la sua intervista di ieri a Repubblica – l’evoluzione moderata, liberale, europeista e atlantista del Movimento 5 stelle, che obiettivamente non è male come evoluzione, per un partito nato estremista, illiberale, no euro, putiniano, pro-Maduro e filo-cinese (ammesso che sopravviva). E con Matteo Salvini a dire praticamente lo stesso, persino sui migranti (su cui ora gli va benissimo la legislazione europea). Del resto, dopo la sconfitta di Donald Trump negli Stati Uniti, la pandemia populista appare in regressione in tutto il pianeta. Il problema, anche qui, sono le varianti.

La più insidiosa, almeno in Italia, è quella che potremmo chiamare la variante montessoriana. Di fronte ai nostri Jake Angeli ansiosi di assaltare il parlamento, infatti, siamo pieni di raffinati pedagoghi che invitano a non demonizzarli, anzi proprio a lasciarli fare, perché stanno maturando, non bisogna traumatizzarli, sono nella fase dell’evoluzione.

È il ritornello in base al quale per oltre un anno ci siamo dovuti tenere gli orrendi decreti sicurezza salviniani e ogni altra porcheria partorita dal primo governo Conte, nella convinzione che altrimenti i cinquestelle avrebbero fatto muro, avrebbero smesso di evolvere e piuttosto che accettare una minima correzione di rotta in direzione non dico progressista, ma semplicemente un filo più moderata e liberale, ci avrebbero portati dritti al voto, consegnando il governo a Salvini. È finita che pur di non tornare al voto non solo sono diventati moderati e liberali, ma si sono ripresi pure Salvini al governo (e anche Silvio Berlusconi, se è per quello). A dimostrazione di quanto l’approccio montessoriano ai cinquestelle fosse del tutto infondato, oltre che specchio di un atteggiamento di paternalistica superiorità infinitamente più sprezzante e snob di quello mostrato da chi li critica apertamente e senza tanti giri di parole.

Sta di fatto che da due anni i fautori dell’alleanza strategica con i cinquestelle hanno inchiodato l’intera sinistra a questa assurda posizione da insegnante di sostegno di un altro partito. La scoperta più sorprendente, tuttavia, è che tra i fautori dell’alleanza strategica non c’è mai stato Goffredo Bettini, stando almeno a quanto lui stesso ha scritto ieri in una lettera al Riformista.

Riporto testualmente: «Nel corso del governo Conte 2 non ho mai parlato di una alleanza strutturale e strategica con il Movimento 5 stelle. Anzi, non ho mai capito bene cosa questi termini volessero significare. Ho detto, al contrario, che occorreva una intesa politica più forte tra il Pd e i 5 stelle in quanto se si intende governare insieme fino alla fine della Legislatura come era stato dichiarato, avendo in mezzo anche l’elezione del Presidente della Repubblica, occorre non convivere da nemici o avversari ma in un clima di rafforzata collaborazione». Dunque non «alleanza strutturale», bensì «intesa politica più forte».

Quanto all’incresciosa vicenda dell’intergruppo Pd-M5s-Leu, precisa Bettini, è stato promosso dal capogruppo Andrea Marcucci «credo per prevalenti ragioni d’aula, che non hanno niente a che fare con le future strategie del Partito democratico». Niente a che fare.

Bettini omette però di ricordare come il giorno stesso Giuseppe Conte in persona fosse corso a dichiarare alle agenzie che si trattava di un’iniziativa «giusta e opportuna» per rilanciare «l’esperienza positiva di governo che si è appena conclusa», essendo «ancora più urgente l’esigenza di costruire spazi e percorsi di riflessione che valorizzino il lavoro comune già svolto». Seguito peraltro da Roberto Speranza («La nascita dell’intergruppo parlamentare Leu-Pd-M5s è un’ottima notizia e indica la strada giusta per coltivare un’idea di Paese che metta al centro la difesa dei beni pubblici fondamentali») e anche da un certo Nicola Zingaretti («È una cosa molto importante la scelta che hanno fatto oggi i senatori, dentro questa maggioranza così ampia, di offrire al presidente Draghi un’area omogenea per aiutarlo a raggiungere i suoi obiettivi su un asse politico dell’europeismo che altrimenti sarebbe stato più debole»).

Casi di omonimia a parte, naturalmente sempre possibili, è evidente che qualcosa sta cambiando, tanto più se il Bettini che oggi dice di non aver mai capito cosa volesse significare l’espressione «alleanza strategica» con il Movimento 5 stelle è lo stesso che il 6 febbraio, commentando il discorso di Conte in piazza davanti a Palazzo Chigi, diceva a Radio24: «Conte sarà il padre nobile dell’alleanza, che insieme a lui si è costruita e ha progredito».

In particolare, a tale proposito, nella sua lettera di ieri al Riformista afferma: «L’attuale discussione sull’alleanza tra Pd e M5S riferita al futuro ha un sapore, per me, difficilmente sopportabile, di posizionamento interno al Pd, in vista del Congresso. Nessuno può dire come evolverà la dinamica lacerante nel movimento di Grillo. Cosa sarà tra qualche mese, tra un anno, nel tempo che verrà il movimento 5S, né come il patrimonio di credibilità che Conte continua ad avere sarà speso da egli nella battaglia politica e democratica». Ricapitolando: dice Bettini che oggi nessuno può dire quello che diceva lui fino a ieri. Chiaro?

A me, sinceramente, non tanto. L’unica cosa che mi sembra di capire è che di questo passo, quando si aprirà il congresso del Pd, il solo teorico dell’alleanza con i cinquestelle risulterà Marcucci. Meglio così.

Attenzione però a non lasciarsi ingannare da dati parziali e oscillazioni giornaliere. L’aspetto più problematico della variante montessoriana, che rende necessario un costante sforzo per sequenziarla adeguatamente, è infatti la sua continua capacità di mutazione. Non è il momento di abbassare la guardia.

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Quattro buone ragioni per un partito ecologista e liberale https://www.linkiesta.it/2021/02/partito-ecologista-italia-liberale/ https://www.linkiesta.it/2021/02/partito-ecologista-italia-liberale/#respond Fri, 26 Feb 2021 05:00:53 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=254691 Nello scontro politico internazionale tra la legge del più forte e lo Stato di Diritto, scegliere quest’ultimo significa anche sposare la causa ecologista. Senza le classiche riforme liberali la battaglia per l’ambiente è persa in partenza

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Proprio ieri è ricorso l’anniversario di quel 25 febbraio 2013 in cui l’Italia iniziò la sua discesa nel baratro del cosiddetto populismo. Sono noti gli errori che portarono a quel disastro. Un Partito democratico che non aveva ancora deciso cosa stesse a fare al mondo e guardava i grillini, capaci di parlare al suo popolo, con un misto di invidia e di emulazione. Un centro che aveva mitizzato il governo Monti e ricandidato il suo capo, peraltro nel nome della maggiore competenza e non, come è auspicabile in politica, di una diversa e migliore concezione del potere.

Una destra che, ripetendo per l’ennesima volta la sua solita ninnananna “meno tasse e botte ai neri”, resisteva sì nelle urne, ma si precludeva ogni possibilità di guidare una futura evoluzione del paese. In un quadro così fragile, i mondi paralleli di fake, troll, bot, gruppi Facebook e catene Whatsapp generati da Casaleggio ebbero buon gioco nell’inglobare prima gli elettori e poi, nell’arco di qualche anno, gli stessi partiti.

Ora risiamo al punto di partenza. La voglia di far nascere una forza politica sana e radicalmente alternativa è grande, ma la domanda è: che tipo di forza politica? Qual è il partito del quale l’Italia ha bisogno per affrontare questi tempi così complicati?

Per me la risposta è chiara: è un partito ecologista liberale.  Cercherò in breve di illustrarne le ragioni.

La prima ragione è che la crisi ambientale è già al centro dell’agenda politica.
Abbiamo passato il 2017, ‘18 e ‘19 a parlare solo di immigrazione e poi il 2020 a parlare solo di pandemia: entrambi fenomeni agevolati, se non proprio causati, da surriscaldamento globale e distruzione degli ecosistemi. Più passerà il tempo, più la questione ambientale sarà totalizzante nel dibattito pubblico. E finora l’abbiamo regalata a gente che brucia le antenne 5G e non crede alla xylella.

La seconda ragione è che le forze migliori del paese sono già impegnate nella sfida della transizione.
I laureati in ingegneria, chimica, economia, biologia, agraria, statistica finiscono sempre più spesso per lavorare in progetti legati alla sostenibilità. Non parliamo dei giovani imprenditori.

Anche se nella narrazione dei media il tipo dell’ambientalista è ancora solo quello con la camicia da Gandhi che ti guarda storto se bevi il latte di mucca, nella realtà c’è una generazione che sta facendo grandi cose per la transizione verde, pur continuando a indossare la giacca di seta o il casco da operaio. E quella generazione merita uno spazio politico.

La terza ragione è che senza le classiche riforme liberali la battaglia per l’ambiente è persa in partenza.
I numeri parlano chiaro: l’Ipcc ci ha dato tempo fino al 2030 per ridurre l’inquinamento, ma in questo Paese, per fare solo tre esempi, ci vogliono 10 anni per arrivare a posare la prima pietra di un parco eolico o di un impianto di riciclo, 8 anni per arrivare a sentenza in un processo civile, 11 anni prima che scada l’ennesimo rinnovo delle concessioni balneari.

Giustizia, trasparenza, concorrenza sono le premesse per attirare in tempo gli investimenti necessari alla transizione verde. Ricerca, istruzione, emancipazione femminile sono la via per formare in tempo i lavoratori capaci di attuarla.

Ma c’è un’ultima ragione, che è la più importante. In tutta Europa e non solo, lo scontro politico si è ormai imbarbarito regredendo a un livello elementare: Stato di Diritto contro legge del più forte.
Ciò che i nazionalisti di ogni sponda promettono non è altro che la pratica a viso aperto della legge del più forte: il linciaggio invece del processo, la propaganda invece dell’informazione, gli interessi del funzionario pubblico invece di quelli del fruitore del servizio, l’irrilevanza del Parlamento, l’abbandono dell’Unione europea.

Ma fra gli atti di prepotenza ai danni di persone più deboli rientra anche lo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali. Un impiego saggio e lungimirante delle risorse, al contrario, è la più alta forma di rispetto dei diritti inalienabili di ogni essere umano, compresi quelli non ancora nati.

Per questo chi sposa la causa dello Stato di Diritto non può che sposare anche quella dell’ambiente.

È chiaro come il giorno che una forza ecologista liberale avrebbe molta più capacità di incidere rispetto all’ennesimo centrino da tavola liberaldemocratico puro. Sarebbe la prima a scaturire dalle dinamiche specifiche del 21° secolo, invece di riadattare al tempo in cui viviamo una narrazione pensata per un tempo passato.

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La sedicente svolta liberale di Di Maio e la fiera della menzogna https://www.linkiesta.it/2021/02/movimento-grillo-potere-poltrona/ https://www.linkiesta.it/2021/02/movimento-grillo-potere-poltrona/#respond Fri, 26 Feb 2021 05:00:50 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=254669 È un errore interpretare la disperata mossa grillina come una Fiuggi o una Bolognina. La sua vera identità è l’assenza di idee. Non studia la realtà come base per i suoi progetti, ma si regge soltanto sulla menzogna

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La fiera della menzogna. Perché non ha senso attendersi una Bolognina o una Fiuggi del grillismo

Ha qualcosa di letteralmente spettacolare l’intervista con cui ieri Di Maio su Repubblica ha annunciato la svolta grillina, cioè la trasformazione del VaffaParty in una forza liberale e moderata, che scioglie le angosce dell’Italexit nel sogno degli Stati Uniti d’Europa e che rinnega l’assemblearismo dell’uno-vale-uno in una sorta di presidenzialismo paternalista, affidato alle cure amorevoli di Giuseppe Conte.

La cosa spettacolare è che la svolta non appare come l’ennesimo cambio di maschera all’ennesimo cambio di scena, ma Giggino ha l’improntitudine (direbbe oggi) o la faccia da culo (avrebbe detto ieri) di presentarla come il naturale compimento di un percorso travagliato, ma coerente, come una sorta di Gerusalemme politica, in cui il popolo grillino, stanco delle peregrinazioni nel deserto del Palazzo, può finalmente riconoscere la propria terra promessa.

La politica contemporanea ha vissuto in Italia repentine svolte anche su altri versanti del panorama populo-sovranista e degli attigui territori almeno nominalmente democratici.

Berlusconi annegò, ormai vent’anni fa, il liberal-liberismo fiducioso delle origini in un tremontismo arcigno e antimercatista, ponendosi irreversibilmente a rimorchio del proto-populismo di destra, che successivamente ha sbancato nell’elettorato del Cavaliere, ora ridotto a una periferia moderata della Visegrad italiana.

Salvini poco meno di dieci anni fa abbandonò il federalismo secessionista di Bossi, che voleva stare in Europa con la Germania e abbandonare il Sud alla deriva del Mediterraneo, e riconvertì in leghismo in una ideologia nazionale e nazionalista.

Zingaretti, più recentemente, ha preso il Pd del Lingotto, blairizzato sbrigativamente dalla cura Renzi, e l’ha riposizionato lungo una traiettoria neo-berlingueriana, al punto da parlare pubblicamente di «rifondazione del PCI», anziché di «rifondazione del PD», con un lapsus che dice tutto del suo inconscio politico.

Ma tutte queste giravolte, per quanto opportunistiche, danno almeno il senso di muoversi lungo coordinate politiche, di essere espressione di un pensiero e di una strategia che ambisce a diventare (o almeno a presentarsi) come intelligenza e governo della realtà. C’è ancora qualcosa, insomma, di ideologico, nel senso deteriore, ma anche in quello denotativo di un contenuto «ideale», non puramente coincidente e funzionale al potere, cioè al potere come solo pensiero, al potere come sola ideologia.

Il grillismo invece è stato, è e sarà esattamente questo. Non il passaggio da una cosa a un’altra, ma da un niente a un niente diversamente designato, proprio perché il grillismo nasce come forma di psicopatologia e di alienazione politica: un fenomeno sociale che consiste nell’oblio del politico come categoria della teoria e dell’azione e nella sua sostituzione con una macchina goebbelsiana di emozioni elementari: la paura, la frustrazione, il disprezzo, l’invidia, la rabbia…

Il grillismo può essere solo potere – potere disprezzato, desiderato, esercitato, estorto, conteso… – proprio perché non ha alcuna dimensione propriamente politica.

Ci si sbaglierebbe ad attendere una Bolognina o una Fiuggi del grillismo, una consacrazione dolorosa e magari tardiva di un cambio di paradigma imposto dalla storia a coscienze riluttanti, ma consapevoli del corso degli eventi.

I comunisti dopo la Bolognina, piangevano. I post-fascisti lo stesso, dopo Fiuggi. Di Maio non ci si può aspettare di vederlo mai abbandonare il ghigno da brigante che, dai referendum per l’uscita dall’euro, come enfant prodige del grillismo alfabetizzato, alle passerelle coi gilets jaune, da ministro che aveva abolito la povertà, lo ha accompagnato fino ai consessi internazionali a fare il verso ad Alcide De Gasperi e Altiero Spinelli.

Alla Bolognina e a Fiuggi c’era, in ogni caso, un corpo a corpo con la verità. Lungo la direttrice Pomigliano – Volturara Appula c’è la solita fiera della menzogna. La stessa di sempre.

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La strategia di Stefano Achermann per rendere (ancora) più grande Be https://www.linkiesta.it/2021/02/stefano-achermann-be-finanza/ https://www.linkiesta.it/2021/02/stefano-achermann-be-finanza/#respond Fri, 26 Feb 2021 05:00:47 +0000 https://www.linkiesta.it/?p=254908 La società milanese di consulenza si espande su nuovi fronti, puntando sul digitale per le banche e sulla transizione ecologica grazie all’acquisizione della società Bye. L’obiettivo è arrivare a 250 milioni di fatturato e comprare società più strutturate

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Digitale, settore bancario e ambiente. Sono queste le parole chiave per Stefano Achermann, alla guida della società di consulenza Be-Shaping the future (quotata al segmento Star di Piazza Affari). Come spiega un articolo dell’Economia del Corriere, la società nell’ultimo periodo ha lavorato a importanti progetti, come la fusione tra Nexi, Sia e Nets, o quella tra Intesa Sanpaolo e Ubi, trasformandosi in un cantiere permanete che si modella in funzione dei clienti e delle loro sfide.

Be è una una boutique di consulenza alle banche, con clienti del calibro di Mastercard, Barclays, Hsbc, Commerzbank, che adesso aspira a una posizione di spicco anche tra i grandi, spiega il quotidiano. «Per fare il salto vorremmo giocare sul terreno europeo dove cerchiamo l’opportunità di una o più operazioni che portino Be a una capitalizzazione di mezzo miliardo», spiega Achermann al Corriere. «È l’unica strada per captare l’interesse degli investitori internazionali che sostengano la crescita del valore dell’azienda sui mercati finanziari. Chi arriva a quella taglia può giocare nel campionato dei grandi, attrarre sempre maggiori risorse», continua l’imprenditore.

Be dal 2008 a oggi ha comprato bel 19 aziende, contando anche sul lavoro di Giovanni Tamburi, il banchiere per le imprese che di Be ha il 27,5% e che vede nelle acquisizioni uno dei volani della crescita. Nel frattempo, il gruppo milanese si appresta a chiudere l’esercizio annuale con ricavi che sfiorano 180 milioni (dai 152 del 2019).

Di lavoro ce n’è tanto. E le grandi fusioni sono cantieri immensi, spiega Achermann. Al centro dei progetti ci sono i 180 data scientist – il 60% a Roma -, mentre il resto è concentrato nelle sedi estere create per supportare i clienti internazionali. Si tratta di matematici e fisici che «elaborano algoritmi per il marketing bancario, oppure nuovi indici utili per studiare il profilo del cliente nell’ambito delle frodi bancarie», puntualizza Achermann.

La società si è specializzata nel mondo dei pagamenti digitali, della cybersicurezza e nell’adeguamento degli istituti finanziari alle norme e alle regole imposte dall’Autority. L’obiettivo è rendere le banche, ovvero i clienti, capaci di rivolgersi a tutte le generazioni, anche quella Z: nasce da qui l’alleanza con il rapper-imprenditore Fedez. L’incontro ha dato il via a Dream of Ordinary Madness (Doom), che ha assorbito il 51 per cento della Zdf, l’agenzia del rapper. L’impegno è di arrivare al 100 per cento nel 2027: «Cercheremo nuovi linguaggi digitali per avvicinare i giovani, ma anche una strategia di comunicazione nuova per ogni brand bancario», continua Achermann.

Be si è lanciata anche nello sport. In particolare nello sci. Per i mondiali a Cortina, infatti, nel ruolo di consulente strategico, ha sviluppato una piattaforma destinata ai collegamenti virtuali che ha reso possibile il collegamento con 2mila giornalisti e tifosi da tutto il mondo. Il tutto è avvenuto grazie anche alle ultime arrivate, la Iquii e Juniper, due piccole eccellenze digitali.

Per finire, il nuovo fronte per Be si chiama sostenibilità. Nello specifico, come anticipa  Achermann al Corriere, la società si dedicherà a questo mondo attraverso una nuova acquisizione. Comprerà infatti il 60 per cento di Bye (Be your essence), l’azienda fondata da Oscar di Montigny, il manager a capo dell’innovazione nel gruppo Banca Mediolanum. «Il focus sarà l’audit delle aziende che intraprendono il cammino per ottenere le certificazioni Bcorp – spiega l’imprenditore. L’effetto sarà sistemico, perché un’azienda o una banca quotata dovrà rispettare gli obiettivi ambientali, sociali e di governance se vorrà trarre i grandi investitori istituzionali», racconta l’imprenditore al quotidiano milanese.

Le pietre angolari per questo nuovo filone saranno l’Internet delle cose, i Big data, l’innovazione nei cicli di produzione. E, naturalmente, nuove acquisizioni. «Se fin qui abbiamo comprato realtà più piccole, anche se strategiche, ora possiamo guardare ad aziende più grandi. Con l’obiettivo di avere una posizione finanziaria positiva per 21,2 milioni il prossimo anno. Il 2022 prevede anche di arrivare a 250 milioni di fatturato, 190 dei quali attraverso la crescita organica, il resto con lo shopping. L’auspicio è di poterlo battere», conclude Achermann.

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