2 Febbraio Feb 2011 1527 02 febbraio 2011

Obama scopre di avere appoggiato un altro dittatore

Obama scopre di avere appoggiato un altro dittatore

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Dopo giorni di dichiarazioni frammentarie, qualche volta confuse, di fronte al veloce evolversi delle proteste egiziane, gli Stati Uniti voltano pagina e abbandonano al suo destino l’ottantaduenne Hosni Mubarak, puntando sul popolo egiziano, sulla forza di autodeterminazione dei giovani che protestano e sui valori universali di democrazia e libertà. «In 3000 anni di storia, l’Egitto ha conosciuto molti cambiamenti», ha commentato Barack Obama in un breve discorso alla stampa martedì sera, «e le voci degli egiziani ci dicono che questo è uno di questi momenti. È mia convinzione che il cambiamento deve essere significativo, pacifico e deve iniziare ora». Solo qualche ora prima, Mubarak aveva annunciato la sua decisione di non ripresentarsi alle elezioni che si terranno a settembre, e le parole di Obama sono state viste come un caldo invito a non procrastinare il cambiamento per altri otto mesi.

Con la caduta del regime di Mubarak, gli Stati Uniti rischiano di perdere un importante e storico alleato in una regione difficile del Medio Oriente, con il rischio che il nuovo governo non sia più cosi amico dell’Occidente come lo è stato l’Egitto degli ultimi trent’anni. Di fronte a un governo così screditato e a una situazione tanto difficile, la scelta di Obama era ormai diventata obbligata.
L’alleanza tra Egitto e Stati Uniti risale alla firma degli accordi di Camp David, nel 1978. Da allora, a tutela dell’accordo di pace tra Egitto e Israele, gli Stati Uniti hanno ampiamente finanziato l’Egitto. «I fatti non sono un mistero. È stato un dittatore egiziano (Anwar Sadat) a fare pace con Israele, pace che ha condotto al suo assassinio, ed è stato un altro dittatore (Hosni Mubarak) a rispettare la pace negli ultimi trent’anni. Come parte dell’accordo iniziale e grazie a revisioni successive, gli Stati Uniti hanno pagato circa 60 miliardi di dollari all’Egitto e altri 100 miliardi a Israele», scrive il sito della prestigiosa rivista Foreign Policy, «L’investimento può sembrare enorme ma da quando il presidente Carter ha firmato gli accordi di Camp David non c’è stata più una guerra arabo-israeliana».

Sebbene nel corso degli anni la cifra che gli Stati Uniti hanno versato all’Egitto sia diminuita progressivamente, il bilancio 2011 prevede sempre un discreto contributo – 1,552 miliardi di dollari tra aiuti militari ed economici. «Se l’assistenza Usa all’Egitto ha consolidato quello che molti considerano un fruttifero trattato di pace tra Israele ed Egitto, mano a mano che è passato il tempo, i critici hanno sempre più sottolineato come gli aiuti Usa sostengono una dittatura repressiva», scrive Jeremy Sharp, specialista in affari mediorientali, in un documento preparato per il Congresso Usa. «Negli ultimi cinque anni, il Congresso ha discusso se gli aiuti esteri all’Egitto non dovessero essere condizionati, tra le altre cose, a un miglioramento dei diritti civili nel Paese».

Di fatto però la politica verso gli Egiziani non era mai cambiata e «la posta in gioco è enorme», scrive Leslie Gelb – veterano commentatore di politica estera. «Fino a quando l’Egitto evita di contrapporsi a Israele anche gli altri Stati arabi si trattengono dal farlo. Fino a quando l’Egitto resta a favore dell’Occidente, serve ancora ad altri governi. Occupa una posizione centrale nell’economia della regione, è un centro fondamentale per il controllo del canale di Suez… Questa Casa Bianca dovrà essere perdonata per non sapere se cavalcare la tigre o rimetterla in gabbia».

Ma le parole di Obama di ieri sembrano andare a favore della decisione di cavalcare la tigre. E secondo alcuni la scelta era l’unica possibile, non per ragioni idealistiche ma piuttosto pratiche.«Questo è un momento in cui Obama deve essere dal lato della Storia», dice Stephen M. Walt, professore ad Harvard di relazioni internazionali, dopo avere fatto un lungo elenco di ragioni più o meno opportunistiche per cui questa è la scelta più oculata. Il Cairo non è un grande produttore di petrolio e la sua influenza nel mondo arabo non è cosi importante come un tempo; insomma, il patto con l’Egitto è forse diventato obsoleto, più una passività che altro.
«I passi della Storia producono una eco piuttosto forte al momento: la questione è se Obama sia in grado di sentirli», Walt ha scritto a chiusura del suo articolo su Foreign Policy di lunedì. E solo martedì pomeriggio Obama sembra avergli risposto dicendo pubblicamente agli egiziani in piazza: «Ascoltiamo le vostre proteste». Se questo gli gioverà qualche simpatia e appoggio nella nuova classe dirigente che sostituirà Mubarak o se è arrivato troppo tardi sarà la storia a dirlo.

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