24 Febbraio Feb 2011 1226 24 febbraio 2011

Gli Umberto Eco che tengono in vita Berlusconi

Gli Umberto Eco che tengono in vita Berlusconi

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Se c’è qualcosa che non perdoneremo mai a Silvio Berlusconi è l’aver trascinato gli intellettuali a parlare di lui. A doversi confrontare con lui, la sua storia, la sua azione politica, le sue debolezze, le sue protervie. E soprattutto, ad aver mostrato al Paese la parte peggiore di sé, la meno incline alla provocazione intelligente e la più vicina, semmai, all’insulto da applauso becero. Paragonarlo a Hitler, come ha fatto Umberto Eco mercoledì scorso a Gerusalemme, non ha parentela con la civiltà del pensiero e poco importa che il professore abbia aggiunto, a mo’ di ombrello protettivo, un timido, quanto maldestro, “intellettualmente parlando” e qualche ora più tardi, a polemica ormai scoppiata, un «non volevo fare nessun parallelo col nazismo». Per poi – pensate che livello – farsi rispondere da Bondi.
In questi infiniti diciassette anni di vita berlusconiana si fa davvero fatica a ritrovare liberi pensatori che siano riusciti nell’impresa di farci comprendere un fenomeno di questa portata. I motivi sono millanta, ma soprattutto uno, agli occhi dei nostri intellettuali, appare più luminoso degli altri: l’assoluta inconsistenza culturale del nostro.

Un dislivello insostenibile e inaccettabile che la sinistra dai buoni studi e dal primato morale ha sempre considerato come un fattore dirimente, godendone assai, in uno stato di totale distacco dalla realtà. Applicato poi all’evidente, quanto incontestabile feeling che il Cavaliere ha avuto con il suo popolo-elettore, ciò è apparso ai più come il segno evidente di un disfacimento dei costumi e, al tempo stesso, come un contrappasso di una crudeltà senza pari.

Ma rispetto alla politica, un Paese serio cosa dovrebbe chiedere ai suoi intellettuali? Per prima cosa di non adeguarsi, di togliersi dal dibattito più greve e prevenuto, cercando una via sottile e faticosa, probabilmente scomoda anche per la parte politica che (teoricamente) rappresenta. Faceva una certa impressione, l’altra sera all’Infedele, sentire un teologo ragguardevole come Vito Mancuso sostenere che dal momento che Berlusconi sarebbe incapace di amare – tesi ricavata dagli ultimi scandali sessuali – ciò dovrebbe precludergli anche la sua capacità (o possibilità) di fare politica.

Per buona sorte del Cavaliere, la destra non ha intellettuali che possano nuocergli. Non se ne conoscono almeno, se non vogliamo arruolare nella categoria Giuliano Ferrara, lui che è “solo” uno splendido giornalista. È un fatto che quando il direttore del Foglio si è trasformato in intellettuale prestato al berlusconismo, i danni sono stati molto, molto sensibili. Basti pensare all’esiguità piagnucolosa con cui ha confezionato l’ultima iniziativa degli smutandati.
Il paradosso di questa epoca, dunque, è che il monopolio culturale della sinistra ha nuociuto soprattutto a se stessa e tenuto ampiamente in vita la figura tanto odiata di Silvio Berlusconi. Converrete che dopo diciassette anni non è un grande raccolto.   

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