2 Marzo Mar 2011 1313 02 marzo 2011

Il crac di Geronzi: dopo Della Valle arrivano i Pm

Il crac di Geronzi: dopo Della Valle arrivano i Pm

Geronzi Or

I pm sono convinti della loro tesi. È anzitutto di Sergio Cragnotti la responsabilità della bancarotta del gruppo Cirio che l’ha portata a perdere milioni di euro di investimenti anche se gli stabilimenti sono sempre rimasti attivi e in funzione. Per questo la richiesta appena formulata dai pm è di quelle pesanti: 15 anni di reclusione. Il processo romano che ora si avvia alla conclusione ha proceduto a passi lentissimi. Inchiesta partita nel 2003, rinvio a giudizio nel 2007 per una vicenda che appare oggi quasi dimenticata, se è vero che uno dei protagonisti di quella storia solo il banchiere Cesare Geronzi è ancora in primissimo piano e anzi ha accresciuto da allora il proprio ruolo e visibilità con la presidenza di Mediobanca prima e ora di Generali. Anche nei suoi confronti la richiesta della Procura è tutt’altro che lieve: 8 anni, a dispetto delle voci che volevano l’ex presidente di Capitalia, ora ai vertici di Generali, sul punto di uscire dall’inchiesta. 

Quella di Cragnotti, sostengono i pm Gustavo De Marinis e Rodolfo Sabelli, è la storia di un impiegato che ha voluto farsi re. Che da uomo di fiducia di Raul Gardini negli anni ’80, da amministratore delegato di Enimont, punta a diventare effettivo proprietario di un grande gruppo industrial-alimentare, senza avere in tasca i soldi per farlo. Comincia con l’acquisto di Fedital da Federcorsorzi, affare su cui ha indagato la procura di Perugia. Quindi dopo aver fatto campagna acquisti in tutto il settore lattiero, si lancia su Cirio. Ed è per pagare quell’acquisto che comincia ad indebitarsi, a smembrare l’azienda fino alla vendita dell’intera Eurolat a Parmalat ad un prezzo molto più alto dell’effettiva valutazione, in modo da restituire almeno parzialmente a Banca di Roma ed al suo presidente Geronzi una parte del prestito fino ad allora ottenuto (per la bancarotta Eurolat, Geronzi e Cragnotti sono ancora a giudizio a Roma, dopo il conflitto di competenza risolto in Cassazione, mentre per l’ipotesi di estorsione ai danni di Callisto Tanzi i due manager sono stati entrambi assolti il 22 marzo 2010).

Ma l’esposizione per quell’acquisto iniziale lo insegue. Per questo sceglie di emettere obbligazioni per 1 miliardo e 125 milioni di euro in bond Cirio e di collocare un titolo inizialmente creato per i soli investitori finanziari, sul mercato secondario presso la clientela privata.
Quando il 2 novembre 2002 la prima emissione di 150 milioni scade, e Cragnotti non ha i soldi per restituire il prestito a Banca di Roma, cade l’intero castello. Il cross default causa l’insolvenza generalizzata e la bancarotta finanziaria anche se l’amministrazione straordinaria riuscirà a salvare il gruppo, senza interrompere la produzione, passando gli stablimenti al gruppo Conserve Italia di San Lazzaro di Savena.

Nella bancarotta ci sono diversi comprimari e un co-protagonista, dice l’accusa, che infatti assieme a Cragnotti (bancarotta fraudolenta, truffa e false comunicazioni) ha portato a giudizio anche Cesare Geronzi, accusato di concorso in bancarotta preferenziale, oltre ad altri 33 imputati a vario titolo.
I pm hanno fatto piu volte notare il coinvolgimento del Banco di Roma, allora guidato da Cesare Geronzi, sia nel pagamento privilegiato da parte di Cirio dei pagamenti che la riguardavano (308 milioni sui 500 dati alle banche), sia nella distrazione di quasi 18 milioni di euro per pagare una cessione azionaria in realtà inesistente. Sia, infine, nella collocazione dei bond sul mercato, con la successiva valanga di vittime (1800 di sono costituite parte civile in questo processo). È un fatto che ottenuti questi pagamenti, Banca di Roma preferì staccare la spina, non rinnovando il prestito dopo il mancato rimborso del primo bond da 150 milioni di euro, sul totale da un miliardo e 125 milioni.

Il consulente di parte Claudio De Giovanni, in una delle ultime udienze prima della requisitoria finale, aveva fatto notare che in quella decisione di staccare la spina c’era una volontà che prescinde dagli stretti interessi bancari, proprio perché buona parte dei crediti precedenti tra Cirio e Banca di Roma erano stati onorati.
Una tesi che ha fatto pensare, per il banchiere romano, al ruolo di padre, presente e implacabile, già ipotizzato con Eurolat. L’accusa, però, non ha sposato la stessa tesi, tanto più che nel 2002 l’amministratore delegato di Banca di Roma era Matteo Arpe e che anche lui ebbe un ruolo in una decisione giudicata, tutto sommato, legittima. Lo stesso Cragnotti, del resto, non ha mai voluto puntare il dito contro Geronzi. Vedremo cosa ne pensano i giudici romani.  

«I giudici sapranno certamente andare al di là di queste implausibili presunzioni contenute in una requisitoria generica e immotivata», hanno dichiarato i legali di Geronzi, gli avvocati Ennio Amodio e Paola Severino, convinti che verranno riconosciuti «la correttezza e l’equilibrio» del loro assistito. Fonti vicine alla presidenza delle Generali hanno anche ricordato che tutte le volte che la condotta di Geronzi, nell’esercizio dell’attività di banchiere, è stata sottoposta al vaglio della magistratura, «essa è risultata sempre corretta, con la conseguenza della dichiarazione di non colpevolezza».

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