5 Marzo Mar 2011 1058 05 marzo 2011

Quanto piace alla Lega la cultura coi soldi pubblici

Quanto piace alla Lega la cultura coi soldi pubblici

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I cavalieri della compagnia della morte, Alberto da Giussano con lo spadone pronto a combattere per essere «padroni a casa nostra», le miss in bikini verde da incoronare sulle note del “Va’ pensiero”. E poi i raduni sul sacro prato di Pontida, «il sogno nel cuore/bruciare il tricolore», e ancora il rito dell’ampolla con le sacre acque di Eridanio, la carta d’identità da esibire al campionato della nazionale nostrana. Il popolo in camicia verde ha i suoi miti e il Carroccio ormai da vent’anni ha ben compreso quanto siano importanti per costruire e infondere lo spirito di patria padana. E infatti i celoduristi quando si parla di cultura non badano a spese, a differenza dell’Italia che non se ne cura, investendo solo lo 0,30 del Pil. Se poi, per consacrare la celtica discendenza, si usano i soldi di Roma Ladrona poco importa. Il bilancio della Lega parla chiaro: nel 2008, il primo anno di questa legislatura, con tre ministri al governo, hanno speso oltre 2 milioni di euro in manifestazioni e feste, oltre 500mila in più dell’anno precedente.

Dal pratone di Pontida alla squadra di calcio per giocare il campionato delle nazioni non riconosciute, dal “mai molà, tegn dur” di Ponte di Legno alla miss baciata dal Senatur, oramai la Lega si muove meglio di un’agenzia di organizzazione eventi.

Il popolo padano deve festeggiare, con o senza federalismo purché non si tratti di 150 anni di Unità, si intende. La giunta provinciale di Bergamo, che i Mille proprio non li vuole ricordare, ha così pensato di erogare 90mila euro. Tra i destinatari c’è anche la “spedizione” dei Giovani Padani della Val Seriana, che riceve un contributo per organizzare la Orobic Bier Fest. Poco importa se la birra l’hanno inventata gli egiziani e che qualcuno a Roma faccia gli spot per non incentivare l’uso di alcool tra i giovani. Se festa deve essere, che festa sia devono aver pensato anche in Veneto: nel comune di Paese nel trevigiano, dove ha casa l’ex presidente di Buonitalia Walter Brunello, amico per la pelle del governatore e ex ministro Luca Zaia, per organizzare “Paese tra fiori e Sapori” e “Sapori d'Autunno” l’amministrazione ha elargito ben 100 mila euro. Con rivista esplicativa, che incensa in ogni pagina con foto da urlo il presidente Zaia, il sindaco di Verona Tosi e naturalmente, deve essere questo che chiamano radicamento territoriale, il sindaco leghista di Paese Pietrobon. A Cantù, in provincia di Como, dove il bilancio è a zero, invece, i leghisti loro malgrado hanno dovuto stringere la cinghia. Solo 9mila euro per realizzare una festa celtica, a cui hanno partecipato 30 persone: una folla.

Il cinema è in grado di far sognare, di costruire icone e allora anche la Padania deve avere la sua Hollywood, anche perché Castelli era stanco di «attori che parlano con accento romano» e Bossi di «dare i soldi alla Cinecittà di Roma che fa film che ci insultano. Ora li faremo noi sulla nostra storia». Ed ecco pronta la cinecittà padana per narrare le grandi gesta del popolo del Nord: 9 milioni di euro, di cui 7,8 finanziati dalla Regione Lombardia. Parte il primo kolossal della saga padana, “Barbarossa”, con la consacrazione dell’icona leghista, l’Alberto da Giussano che sconfigge l’imperatore centralista e riconquista la libertà. «L’Alberto da Giussano, che oggi sono io», si commuove Bossi. 20 milioni di euro pubblici arrivano grazie all’“inutile” canone Rai. E 900 rumeni vestiti da eroici lumbard – già, perché, nonostante la Cinecittà padana, le riprese sono state girate in Romania – e il film cult della Lega è pronto. Alla prima sul red, anzi, sul green carpet c’è mezzo governo, con Berlusconi e Tremonti, più il presidente della Mediaset Confalonieri e il vicedirettore Rai, il leghista Antonio Marano. Nelle sale molto meno arrembaggio. E la rappresentazione del mito, nonostante la presenza nel film della guest star Senatur, non raggiunge nemmeno un milione di incassi.

Berlusconi deve aver spiegato poi a Bossi che nessuno può essere leader se non ha nemmeno una televisione e così ecco apparire Telepadania. In questi giorni va in onda la video risposta delle ragazze padane: “dal bunga bunga al pota-pota” e sulle note del waka-waka di minzoliniana memoria, orgogliose cantano: “niente villa e piscina, né festini a Cortina, solo Ponte di Legno e anche Pontida. Sciamo a l’Aprica”. Poco tempo fa i parlamentari del Carroccio si sono anche prestati a fare una telepromozione in dialetto per invitare i padani a non pagare il canone Rai. La Rai, la tv di Stato sprecona, non è mai piaciuta ai leghisti, basti pensare che nel lontano 1993 Maroni orgoglioso affermava: «Abbiamo rifiutato di entrare in Rai. Abbiamo detto no perché questo è il metodo della partitocrazia. Sono rimasti stupiti del nostro rifiuto, ma noi siamo diversi». Oggi hanno messo un loro uomo nel Cda e si fanno intervistare da Paragone in divisa verde, ma il canone è sempre meglio non pagarlo.

Ma è la radio il vero fiore all’occhiello della cultura leghista. Solo loro e la Chiesa infatti possiedono una radio comunitaria nazionale. Radio Padania, dalle cui frequenze non si sprecano gli insulti ai meridionali, l’unica radio sul territorio nazionale capace di esultare il 14 giugno 2010 per un gol subito dalla Nazionale ai Mondiali di calcio, riceve ogni anno un milione di euro da dividere con Radio Maria, perché portatrice dei valori di una comunità. E solo con Radio Maria l’emittente padana può spartirsi le nuove frequenze per completare la copertura. Se in 90 giorni nessuno obietta, la frequenza diventa di diritto padana, salvo poi rivendersela e intascare altri soldi. Una vera colonizzazione, per la gioia dei radioascoltatori terrùn.

Cultura è anche attenzione al sociale e le associazioni padane sanno quanto sia importante dare un contributo alla comunità. E proprio per la loro utilità sociale, ricevono il 5 per mille, associazioni come la Guardia Nazionale Padana, quella che, complice anche una depenalizzazione di reato, un tempo aveva l’utile compito di trasformare i militanti in militari, addestrandoli a difendersi dagli stranieri.

Ma non è sottovalutata la pedagogia. Già nel ’98 per dettare la linea politica scelse la prefazione di “Eridano alle prese con la scuola italica”, un fumetto il cui protagonista, un giovane padano, era vittima dei suoi professori, tutti meridionali. «È nella scuola che ci sono le radici della libertà oppure dell'asservimento» scriveva. E in soccorso è arrivata la moglie, Manuela Marrone, “maestra di scuola elementare di lunga esperienza”, che proprio in quell’anno fonda la Scuola Bosina, un istituto per educare e istruire i giovani padani, anche grazie a un'ora di dialetto a settimana. Purtroppo il bilancio va in rosso, con una perdita nel 2008 di quasi 500mila euro, ma la commissione Bilancio del Senato, comprendendo l'alta finalità educativa, non ha esitato a intervenire assegnando 300mila euro per il 2009 e 500mila per il 2010.

A Brescia, terra di Carrocciopoli, è invece la musica la prima priorità. Il presidente della Provincia Daniele Molgora, che è anche deputato e sottosegretario all’Economia, si batte per la “promozione della musica” a suon di consulenze ben retribuite. Molgora ha deciso di affidare la “programmazione musicale” al maestro Rojatti, ex direttore della defunta Orchestra Padana, con un incarico triennale da 60mila euro e di dar vita alla Fondazione Mythos, “per la diffusione della cultura orchestrale”, accantonando per un triennio la modica cifra di 650mila euro. Ma la “promozione culturale” merita un supporto più ingente e così la diligente dirigente provinciale del settore cultura, Sabrina Medaglia, spende oltre 20mila euro per sei concerti natalizi, altri 15mila per “l’organizzazione logistica per la realizzazione dell’attività concertistica.” E siccome non bastano ne aggiunge altri 3mila, e poi altri 6mila, giusto per non farsi mancare anche un po’ di cd e una pubblicazione redazionale sulla nota rivista di musica classica “Qui Brescia”.

In confronto ci fa la figura del tirchio l’ormai mitico Oscar Lancini, sindaco di Adro. Aveva speso “solo” 300mila euro per intitolare la scuola comunale all'ideologo “Gianfranco Miglio” e riempirla con 700 simboli del Carroccio, tra zerbini e cestini con il Sole delle Alpi. Ora dovrà sborsarne a spese dei contribuenti altri 30mila per rimuoverli, Bossi permettendo. È la rivoluzione federalista: con le tasche degli altri. 

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