13 Marzo Mar 2011 1050 13 marzo 2011

Ma non dovevamo tornare al nucleare?

Ma non dovevamo tornare al nucleare?

Nucleare

Gasdotti libici vuoti, interruzione dei rubinetti dell’energia e l’Italia che rischia la crisi energetica dovuta alla dipendenza dal gas che viene trasformato in elettricità. E con la crisi di Tripoli torna di attualità il rilancio del nucleare. Ecco la situazione con la legge del 2009 “limata” qualche giorno fa, l’individuazione dei siti per le centrali e il problema delle scorie, l’istituzione dell’Agenzia presieduta da Umberto Veronesi, e, in ultimo, il referendum abrogativo. A che punto siamo, insomma, sulla via italiana del ritorno all’atomo? Servono, per forza di cose, la localizzazione dei siti, l’istituzione di un deposito nazionale di smaltimento delle scorie e la piena operatività dell’Agenzia per la sicurezza. Ma andiamo con ordine.

Il 18 febbraio il Consiglio dei Ministri ha approvato alcune modifiche al decreto per l’individuazione dei siti dove sorgeranno impianti nucleari. Su proposta del ministro dello Sviluppo economico, Paolo Romani, è stato approvato uno schema di decreto legislativo che interviene sulla normativa in materia di impianti di produzione di energia elettrica nucleare. In particolare si chiariscono i requisiti tecnici e amministrativi per la costruzione e l’esercizio degli impianti e del Parco tecnologico, semplificando le procedure di Valutazione ambientale strategica (VAS): l’autorizzazione integrata avrà validità di 15 anni (non più 5), mentre per i residenti nelle zone dove verranno ubicati gli impianti è prevista la concessione di benefici economici. Lo schema verrà trasmesso al Consiglio di Stato, alla Conferenza unificata e alle Commissioni parlamentari per il parere.

Rimane però il problema delle scorie. Il decreto legislativo 31 del 15 febbraio 2010 prevede l’istituzione di un deposito nazionale destinato allo smaltimento definitivo dei rifiuti radioattivi.
Scorie che provengono da attività industriali, di ricerca e medico-sanitarie e dall’attività di smantellamento delle vecchie centrali. Con la rinascita dell’atomo, il deposito previsto accoglierà anche i rifiuti ad alta attività e il combustibile radioattivo.
Secondo il decreto, il deposito nazionale sarà essere affiancato da «un Parco tecnologico dotato di strutture per i servizi e le funzioni necessarie alla gestione di un sistema integrato di attività operative, di ricerca scientifica, di infrastrutture tecnologiche per lo svolgimento di attività connesse alla gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile irraggiato», secondo modalità definite con decreto del ministero dello Sviluppo economico, di concerto col ministero dell’Ambiente e quello dell’Istruzione. Spetterà alla Sogin (la società per azioni, partecipata al 100 per cento dal Ministero dell’Economia) occuparsi – in accordo con l’Agenzia per la sicurezza nucleare e a seguito di una valutazione ambientale strategica – della localizzazione e gestione del deposito. Dove collocare i rifiuti radioattivi è materia assai delicata. Sebbene l’Italia non si sia dotata ancora di un deposito, la Francia continua a ricevere materiale dalle nostre centrali dismesse. Materiale che tornerà in parte, in forma di scarto, sul nostro territorio, anche se  per il momento non è dato sapere dove.

Nel maggio del 2007 la Sogin ha sottoscritto un accordo con Areva, la società nucleare francese, per il riprocessamento di 235 tonnellate di combustibile nucleare irraggiato ancora dalle vecchie centrali presenti sul territorio nazionale (Caorso, Trino, Garigliano). Ciò significa che nello stabilimento di Le Hague (in Normandia) giungeranno le barre di nucleare italiano. Una volta estratto il nucleo di uranio, la Francia rinvierà in Italia gli scarti radioattivi che derivano dal trattamento del materiale. La data definita per il rientro è il dicembre del 2025. Entro il 2015 dovrà essere dunque individuata l’area che ospiterà il deposito nazionale, la cui costruzione è prevista entro i cinque anni successivi (2020). Ma nonostante i tempi incerti e i rischi connessi il Governo impone un’accelerata. Il ministro per lo Sviluppo Paolo Romani, insediato lo scorso ottobre, ha stanziato 2,4 milioni di euro per la costituenda Agenzia per la sicurezza nucleare e ha messo in moto la nomina dei suoi vertici.

Nominato il senatore Pd Umberto Veronesi, non è ancora chiara dove sia la sede e lo stanziamento per la struttura che nel frattempo attinge il personale trasferendolo dall’Istituto per la protezione ambientale (Ispra) e dall’Agenzia per le nuove tecnologie (Enea). In sostanza non si procede pensando a ciò che servirebbe, ma a ciò che è disponibile nelle strutture già esistenti. Un altro bastone tra le ruote potrebbe arrivare a maggio con il referendum che punta a bloccare la «rinascita nucleare» (dopo quello abrogativo del 1987) . Quattro i quesiti che intendono cancellare circa 70 norme contenute nei provvedimenti che consentono la riapertura delle centrali per la produzione di energia nucleare in Italia. Nella sostanza, i cittadini verranno chiamati a esprimere un verdetto sull’energia nucleare, con il rischio di soffocare fin dalla culla l’ipotesi di un ritorno della stagione dell’atomo.  

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