23 Marzo Mar 2011 1820 23 marzo 2011

Per Parmalat i Ferrero hanno tutto, tranne la voglia

Per Parmalat i Ferrero hanno tutto, tranne la voglia

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Una famiglia dal genio indiscutibile, eccessivamente chiusa in sé stessa. La definizione che la rivista anglosassone Forbes offre di Michele Ferrero, il figlio di Pietro, fondatore dell’azienda dolciaria di Alba universalmente nota per la Nutella, la dice lunga su una delle tipiche storie da manuale del nostro Made in Italy: «Real life Willy Wonka is one of Europe’s richest and most secretive tycoons». Suona più o meno così: «Il Willy Wonka (il pasticcere creato dalla penna di Roald Dahl interpretato da Johnnie Depp nella pellicola ”La fabbrica di Cioccolata”) in carne e ossa è uno degli imprenditori più ricchi e riservati d’Europa». Precisamente 18 miliardi di dollari, al 32mo posto nella classifica mondiale, dietro Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, e saldamente al primo in Italia.

Talmente geloso del proprio «gioiellino» – che nel 2009 ha generato un fatturato pari a 8 miliardi di dollari (impiegando 21mila persone in tutto il mondo) – da lasciar perdere golose occasioni per consolidare ulteriormente la propria leadership, come Cadbury e, ieri, Parmalat. La famiglia piemontese ha ribadito, ieri, di guardare «con interesse e simpatia alla eventualità di un progetto industriale di lungo periodo di stampo italiano», e si è detta «interessata se matureranno le condizioni che lo rendano possibile». Il mercato e gli osservatori più attenti, tuttavia, non credono a un rientro in scena in tempi brevi. Eppure, guardando ai bilanci, gli stessi osservatori restano convinti che «Ferrero non avrebbe avuto problemi a comprarsi Parmalat neanche se il prezzo fosse stato di 4 euro per azione», come ha detto uno di loro a Linkiesta sotto garanzia di anonimato. Ovvero, un euro e 20 cent in più dell’offerta vincente dei francesi di Lactalis, pari a 2 euro e 80 per azione. Un altro gruppo alimentare non quotato che non ha certamente puntato forte sulla comunicazione per avere successo negli affari nostrani.

Di Ferrero, a parte la Nutella e gli Ovetti Kinder e i Ferrero Rocher e le Tic Tac, non si sa molto. La testa dell’azienda, infatti, è nel Granducato dal 1997, mentre Michele vive nel Principato di Monaco, lontano dai riflettori. La Ferrero International SA è la cassaforte di famiglia, che detiene tutti i marchi di un impero che va dal Brasile all’Australia, dove, piccola curiosità, vanta una presenza dal ’74 ed è la quarta società dolciaria dopo Cadbury, Nestlé e Mars.

Cadbury, appunto. La famiglia piemontese si ritirò dalla corsa per conquistare la società inglese nel gennaio 2010, lasciando campo libero alla Kraft. Motivazioni economiche: Kraft offrì 11 miliardi di euro (il prezzo finale fu di 11,9 miliardi di sterline, euro circa), mentre la cordata Ferrero-Hersey’s avrebbe dovuto chiedere alle banche, rispettivamente, 4,5 (garantiti da Mediobanca e UniCredit) e 7 miliardi di euro per il gruppo statunitense. Troppa leva, si scrisse, per i prudenti Ferrero. Resta il fatto che, soltanto una decina di giorni dopo l’operazione, il presidente del gruppo inglese, Roger Carr, spiegò che avrebbe preferito la soluzione italiana, ma che «la voglia del padre (Michele Ferrero) di infilarsi in una complessa transazione era obiettivamente scarsa, avendo sempre preferito la crescita organica».

Eppure, andando a spulciare i bilanci della Ferrero International, a capo di una galassia composta da 37 società, non manca certo l’ossigeno finanziario per chiudere acquisizioni impegnative, come i 5 miliardi di euro che sarebbero stati necessari a garantirsi il controllo del Gruppo di Collecchio allo stesso prezzo per azione pagato dai francesi.

I numeri che emergono dalle carte lussemburghesi mostrano un esercizio 2009-2010 (si chiude il bilancio al 31 agosto) contrassegnato da un utile netto pari a 347 milioni di euro, in forte crescita rispetto ai 44 milioni del 2008-2009 e ai 288 milioni dell’anno fiscale 2007-2008. Al risultato dell’anno scorso hanno contribuito i 476 milioni di euro di cedole avute da Ferrero Trading Lux, che si occupa delle attività commerciali del gruppo, e da Ferrero Middle and Eastern Europe, mentre i dividendi hanno toccato quota 280 milioni di euro, 430 milioni nell’esercizio precedente e 100 milioni nel 2007. Ben 720 milioni di euro totali in tre anni. Gli asset totali sono pari a 3,7 miliardi di euro (3,6 nel 2009, 3,7 nel 2008 e 3,5 nel 2007). I prestiti subordinati ammontano a 1,6 miliardi di euro, rispetto agli 1,7 del 2009 e al miliardo e 300mila euro del 2008, più 31 milioni di euro di debiti bancari a breve termine (21 nel 2009). Una struttura finanziaria equilibrata. 

Ulteriore riprova dell’attenzione finanziaria della famiglia originaria di Viaiano Superiore, nel cuneese, è nella remunerazione del top management, guidato dai fratelli Pietro e Giovanni, è stato di 1,6 milioni, 1,5 nel 2009. Cifre contenute se confrontate, ad esempio, con un caso di stretta attualità, come quello della famiglia Ligresti.

Eppure, come per Cadbury un anno fa, è mancato la volontà di spendere cassa per mangiarsi un’azienda in perfetta salute, ricca di cassa e sicuramente meno costosa dei bon bon britannici. Nel 2009, la fabbrica nata ad Alba ha giudato la classifica del Reputation Institute come società più affidabile al mondo per i consumatori, stracciando marchi globali come Ikea e Johnson & Johnson. Anche per questo, una colazione italiana made in Ferrero, dal latte alla Nutella, sembrava a tanti, sul mercato, una bellissima idea. A tanti, ma non ai Ferrero.

antonio.vanuzzo@linkiesta.it

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