10 Aprile Apr 2011 1145 10 aprile 2011

Se ne sono andati

Se ne sono andati

Nudesenesono

Greg Centauro

(10 Gennaio 1977 – 26 Marzo 2011)

Attore e regista francese, di Marsiglia. Il suo nome originario, Hugo Faraud, è quasi accertato. Salvo una affettuosa precisazione di una blogger di nome Lola che ha scritto in memoria: «Ho conosciuto Greg da bambino, era il mio piccolo vicino. Penso a sua madre e a suo fratello minore in questi momenti drammatici. Ma lui non si è mai chiamato Hugo Faraud. Riposa in pace, Greg». È morto a Budapest, per un infarto. Il suo genere artistico: film e interpretazioni porno.

I dizionari etimologici danno utili informazioni ab ovo. Si scopre, in questo caso, che la radice lontana del termine «porno» sta nella prima persona singolare del verbo difettivo indoeuropeo «pernemi»: «io vendo». Proseguendo, si cerca e si legge che un significato antico dell’aggettivo «osceno» esprime qualcosa «di cattivo augurio». In un ambito originariamente magico, sacerdotale. Oggi, giustamente, la parola in esteso «pornografico» abbraccia larghi generi di comportamento e di cose dette.
La specialità di Greg Centauro (un bel ragazzo marsigliese, tatuato, con un’espressione relativamente disarmata, come di un daino che andava in palestra) era classica: l’hardcore sex-porno, specificamente nel sottogenere «gonzo». Dal cinema, ai video, ai siti. Insieme al calcio, alle armi, alle droghe, ai patrimoni evasi dalle tasse o «lavati» nel riciclaggio, il mercato più transnazionale. Dove i numeri di Greg non sono stati bassi: duecento «film X» (è questa l’indicazione di gergo) realizzati, trecento dove ha fatto l’attore, un premio importante del settore vinto nel 2007 (l’Eroticline Awards Bester Internationaler Darsteller) e l’incontro, dieci anni prima, con una ragazza, anche lei francese, decisiva.
Con Clara Morgane «sa petite amie de l’époque» (l’espressione è troppo bella per tradurla), Greg ha messo in piedi un amore vero, e una coppia da luci della ribalta. Una ribalta non particolarmente hard. Se si prendono due film di inizio millennio (2002) – La Cambrioleuse e La candidate, del regista Fred Coppula, altro nome d’arte, sostitutivo di Frédéric Goureau – dove Clara è prima attrice e Greg ha una parte di sfuggita, le loro rispettive trame potrebbero essere state scritte per un poliziesco con Lino Ventura o per un reportage sui reality show. Tutto abbastanza innocente, o evasivo. D’altronde, Clara Morgane – partita a 12 anni come aspirante fotomodella, e che dopo i 19 preferiva definirsi esibizionista più che pornoattrice – avrebbe subito dopo lasciato Greg Centauro, per perfezionarsi in una catena di ruoli da testimonial di qualcos’altro (anche in una encomiabile campagna di denuncia contro lo stupro).

Budapest è una città abbastanza unica: fra le altre cose, ha la più grandiosa statua di Eugenio di Savoia, la più grande sinagoga d’Europa, ed è considerata la capitale, o il centro produttivo, dei film hard porno. È stata, dal 2004, l’ultima città di Greg Centauro. Lì si è sposato con l’ungherese Vera Versanyi (una star europea, una pornostar in pace con la sua specialità), lì ha realizzato altri film distribuiti in Francia dal suo amico Fred Coppula, lì è morto di colpo a 34 anni. (L’Ungheria ha anche oggi, in Europa, un primato xenofobo. Un blog necrologico, in memoria di Centauro, ha avuto questo tono: «Dopo l’apertura delle frontiere europee, la criminalità ha la possibilità di fare molti più danni. Lo si vede bene, in questo caso: cocktail di prostituzione, di droga, e di non si sa cos’altro. E beninteso, tutto viene sempre dagli stranieri. È uno scandalo!»).
Un inciso finale. Tornando a quella radice («io vendo») del termine porno. Da quasi vent’anni, in Italia, un certo tipo di pornografia è venduta con costanza almeno settimanale. Ex cathedra, dal primo ministro, e non solo con barzellette anni Trenta. Non è pornografico annunciare a Lampedusa di aver scovato su internet una villa da comprare subito? Non fu pornografico dire che nei luoghi di confino gli antifascisti erano in fondo «in vacanza?». O affermare, con orgoglio (sospetto) di «non essere mica gay», all’inizio di un’imputazione, e di un caso (Ruby) di prostituzione minorile e di concussione?
Si può forse sperare che tutte queste visioni «porno», si perfezionino ulteriormente anche come «oscene». Cioè, come insegna il dizionario etimologico, «di cattivo augurio» per chi le pensa.

Yakov Kreizberg

(24 Ottobre 1959 – 15 Marzo 2011)

Direttore d’orchestra russo-americano. Di Leningrado (San Pietroburgo). È morto a 51 anni di cancro a Monaco, nel Principato, a casa sua. Era direttore artistico e musicale dell’Orchestra Filarmonica di Montecarlo.

Tre immagini per ricordare una persona – un bravissimo musicista – incontrato poche volte, ma per un periodo prolungato, due mesi, in America, e poi riscoperto, per caso, come una memoria improvvisa.

Nell’estate del 1982, al Berkshire Music Center di Tanglewoodun posto magnifico, a due ore di macchina da Boston – Yakov Kreizberg seguiva i corsi di perfezionamento (direzione d’orchestra), con Erich Leinsdorf. Da qualche anno era emigrato dall’Urss, aveva 23 anni, non parlava poco, ma la sua socievolezza poteva interrompersi di colpo, senza dar seguito a un concetto, o a una chiacchierata evasiva. Raramente di argomenti musicali. Era ironico, sembrava ansioso, ma difficilmente si sarebbe potuta vedere, almeno formalmente, un’«amarezza da profugo» sovietico. Quella che in genere, molte persone, in Occidente, cercavano di stanare in chi (soprattutto artisti) aveva lasciato, o aveva avuto la possibilità di farlo, quel Paese. Un pomeriggio tardi, di un agosto bellissimo, il debutto, la prova, di Kreizberg in una delle sale di quel Centro. Dirigeva il Preludio e morte di Isotta (dal Tristano di Wagner). Il risultato, un insieme di tecnica e di immaginazione, di «idee». Una personalità già visibile, con un gesto teso, controllato, senza sprechi. Ma intenso, passionale e protettivo verso quell’intensità naturale.

A Parigi, qualche anno fa, ascoltando a metà mattina Radio Classique, e, precisamente quello stesso brano (un «monumento», come si dice) wagneriano. Alla fine, la voce arrotante della conduttrice del programma che diceva il nome dell’interprete e dell’orchestra (di Montecarlo): Yakov Kreizberg. Riapparso, sempre bravo, e soprattutto che ce l’aveva fatta. La mia idea, arbitraria, sbagliata, era che si fosse perso. O addirittura che avesse cambiato mestiere. O che non avesse potuto crescere, dopo quell’anno americano. Una specie di immortalità giovanile, gelata in un ricordo.

Infine oggi, cioè, meno di un mese fa, leggendo che era morto giovane (51 anni) con due figli, più che conosciuto e stimato nel mondo. Leggendo anche, o riscoprendo, la sua ironia non amara: «Ho imparato molto da buoni e cattivi direttori d’orchestra. Dai cattivi, quello che non bisogna fare».
Oppure, senza scherzare: «Per dirigere, la cosa più importante sta nel domandarsi: che tipo di persona sono?».
(Yakov Kreizberg si chiamava all’origine Yakov Bychkov. Era fratello di un altro, bravissimo direttore, Semion Bychkov. In piena attività e fama. Era il suo bisnonno materno, direttore dell’Opera di Odessa, a essersi chiamato Yakov Kreizberg).

Paul Foote

(14 Luglio 1926 – 1° Marzo 2011)

Traduttore dall’inglese al russo, e lui stesso inglese del Dorset, di Swanage. Cittadina in riva alla Manica, dove la costa, senza scogliere, invita alle passeggiate o, a chi piace, al riposo o allo sguazzo in quel mare.

Figlio di un macellaio con cinque figli, Paul Foote è rimasto sempre affezionato a quelle camminate e a quel paesaggio. Anche se il passaggio base della sua vita, delle sue passioni intellettuali, lo avrebbe portato a sentirsi a casa fra gli Archivi storici, russi, e di Stato, a San Pietroburgo. A lavorare, e a investigare, negli ultimi vent’anni della sua vita, insieme a una preziosa e autoctona collaboratrice, la signora Natasha Patrusheva.
Perché investigare? Prima di arrivare al punto, una spiegazione obbligata: scoprire, a un mese dalla morte, la specialità di Paul Foote, è stata una sorpresa. Che giustifica oggi una sua veloce citazione, un po’ in ritardo, ma ad honorem.
In sintesi, lui, oltre a tradurre – sembra benissimo – soprattutto Michail Lermontov e Lev Tolstoj (rispettivamente, e per citare due loro libri magnifici, Un eroe del nostro tempo, tradotto nel 1966, e Chadži-Murat, nel 1977), si è concentrato sulla storia della censura zarista nell’Ottocento.

Un lavoro d’archivio e d’intelligenza (proprio d’intelligence) due volte a tridente. Sui regni reazionari di Nicola I e Alessandro III, e su quello intermedio e d’apertura, di Alessandro II. Su un insieme di lingue specifiche, più o meno codificate: della polizia, dei servizi, degli infiltrati, delle disposizioni ufficiali. Sulle risposte, variamente in codice (soprattutto attraverso la satira) che si creavano, spontanee, per aggirare tutti quei controlli. E quindi per far circolare idee liberali o rivoluzionarie: contro un potere e un sovrano che istituzionalmente si autopresentava come «Autocrate di tutte le Russie». (Un inciso: ancora fino ai primi anni Sessanta, in Italia, e particolarmente a Milano, dire «qui c’è una gran Russia», equivaleva a stigmatizzare, a occhio nudo, un luogo immensamente in disordine. In esteso, un caos da riorganizzare. L’espressione era antibolscevica, ma non automaticamente nostalgica dello zarismo).
Fra le Russie che, detestando l’autocrate e i livelli a matrioska del sistema, erano una forza d’opposizione alta e, per questo, nell’occhio privilegiato della censura, c’era naturalmente quella degli scrittori. Satirici e sociali, in particolare. Fra loro, il più studiato, amato, e accolto da Paul Foote è stato Michail Evgrafovič Saltykov (1826-1889). Proveniva dal patriziato provinciale, Turgenev lo definiva «lo Swift russo», ma aveva anche qualcosa di Molière. Agli esordi si sarebbe firmato, una volta sola, in un romanzo che imitava George Sand, come Nepanov. Dal 1868, come Saltykov-Ščedrin, definitivo pseudonimo d’autore. E di critica. Condivideva gli ideali socialisti e libertari di Aleksandr Ivanovič Herzen, e il suo libro più conosciuto, e drammatico, è I signori Golovlëv, pubblicato nel 1880 (e tradotto in inglese da Foote 106 anni dopo, nel 1986). In Schizzi provinciali, un’opera giovanile (del 1856-57), due burocrati di provincia si parlano in questo modo: «Hai capito?!!!», «No, ma posso rispondere».
Attraverso Saltykov-Ščedrin, una fonte pur sempre letteraria, Foote sarebbe passato all’occhiuta burocrazia imperiale: cioè a tradurre, studiare, decodificare centinaia di circolari, di liste, preparate negli uffici della Commissione per la censura di San Pietroburgo. Si parla, in particolare, del regno di Alessandro III (dal 1881 al 1894), forse il più recrudescente zar di Russia. Lo stesso che farà chiudere, nel 1884, gli Annali della Patria, la più importante pubblicazione di poesia, letteratura, e di battaglia (8 mila copie di tiratura) di cui Ščedrin sarebbe stato l’ultimo direttore.

Paul Foote, del 1926, era nato esattamente un secolo dopo Michail Saltykov-Ščedrin (1826). In quella materia (quella censura e i modi di aggirarla, studiati anche come dei prototipi), dopo la fine dell’Urss e con la possibilità di accedere agli archivi di Stato, era diventato l’esperto mondiale, unico, come un outsider «insider»: il viaggio a San Pietroburgo era diventato un’abitudine a cadenza annuale. E la scoperta della signora Patrusheva, un’assistenza costante.
Avrebbero potuto conoscere (e forse è successo) Aleksandr Zinovyev, massimo satirista – il più intelligente e originale – del sistema di controllo sovietico. Lo stesso autore che in un capolavoro (a partire dal titolo; Cime abissali) fotografava così un «principio metodologico» di quel sistema: «Gli osservati sapevano di essere sotto osservazione. Gli osservatori sapevano che gli osservati ne erano al corrente. Gli osservati sapevano che gli osservatori sapevano che loro ne erano al corrente. E così via, senza fine. Con tutto ciò ambedue i gruppi erano autonomi e non avevano la minima influenza l’uno sull’altro. Non v’era tra di loro alcuno scambio di informazioni…». 

Il quadro di questa settimana: «Nude», del pittore svedese Peter Malmdin, olio su pvc palight®, 2006

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