11 Aprile Apr 2011 1020 11 aprile 2011

VIDEO - La fiera più trendy la montano i clandestini

VIDEO - La fiera più trendy la montano i clandestini

Zona Tortona Fuori Salone 2010 JPG

Milano, uscita della metropolitana del capolinea Rho-Fiera. Sono le 7 del mattino di mercoledì 6 aprile. Da due giorni è iniziato l’allestimento del Salone del Mobile 2011. A montare gli stand dell’appuntamento del design più importante del mondo (210mila metri quadri di esposizione di mobili e arredi, 2.720 espositori, quasi 300mila visitatori per l’edizione 2010) sono gli operai immigrati. Vengono reclutati dai caporali (coloro che sfruttano il lavoro nero) all’uscita della stazione della metro: lavorano per tutto il giorno dentro il polo fieristico più grande d’Europa.

Sono centinaia, già con i vestiti da lavoro e il pranzo al sacco. Qualcuno ha dormito qui in macchina, sotto il nuovo centro direzionale di FieraMilano, un palazzo da 30 milioni di euro vicino alla Porta Est. Ogni etnia ha la sua specializzazione: i marocchini e albanesi lavorano il legno, i bulgari, moldavi e ucraini fanno gli impianti elettrici, i sudamericani montano gli stand, e poi imbianchini dal Maghreb e addetti allo scarico delle merci dal Pakistan e dall’India.

Aspetto anch’io, fingendomi allestitore per 5 euro all’ora per 12 ore. Senza diritti, senza assicurazione, e senza un “capo”. Qui tutti ne hanno uno: un connazionale in regola che a sua volta sfrutta il lavoro in nero, un caporale italiano che recluta le braccia necessarie per quel giorno, prendendosi la sua percentuale che arriva anche al 60% della paga. Centinaia di migliaia di euro di contributi non versati, tasse non pagate e diritti negati. Si toglie dignità al lavoro manuale per abbassare il prezzo.

Chiedo di lavorare a tutti i furgoni e le macchine che si avvicinano per caricare gli immigrati. Ci sono squadre di sudamericani, tunisini, marocchini e ucraini. Qualcuno mi dice che non ha bisogno, qualcuno mi consiglia di procurarsi un capo che poi mi farà entrare, un ragazzo si raccomanda di stare attento perché lui da settimane non riceve un euro e il suo capo italiano gli ripete che «ci vuole pazienza». Eppure per allestire e montare uno stand, il costo parte da 200 euro a metro quadro, i grandi gruppi ne pagano fino a 1000, investendo milioni di euro. 

Ma nel sistema dei subappalti a guadagnarci è solo il primo della lista. All’insaputa delle stesse società che progettano gli allestimenti e della stessa Fiera che si limita ad affittare gli spazi. E così le opere assegnate a un’azienda vengono subappaltate ad altre ditte, per lo più individuali, per due, tre, quattro passaggi, tutti con accordi verbali. Un sottobosco di piccole imprese e artigiani che pur di lavorare abbassano il prezzo del lavoro finale: da 20-25 euro all’ora per un operaio in regola a 50-60 euro al giorno per un irregolare senza contributi, né rispetto delle norme di sicurezza. Il rischio che si corre è minimo per gli immigrati: una multa da 4mila euro ma per l’azienda in cima al sistema c’è la sospensione dell’attività. E quando arriva la retata della Direzione provinciale del Lavoro o dei carabinieri è un fuggi fuggi generale, ma nella rete dei controlli finiscono in pochi. Solo il caporale e 4 operai sono stati fermati nell’ultimo blitz dello scorso febbraio per lo smontaggio del Salone internazionale della casa. Cosa succederà alla chiusura del Salone del mobile?

Torniamo al capolinea della metropolitana. Alle 8.30 arriva finalmente la mia occasione. Accosta l’ennesimo furgone e faccio la mia offerta: imbianchino e allestitore. I caporali italiani mi chiedono cosa so fare e mi dicono di salire: per oggi hanno bisogno di uomini per 7 euro all’ora che potrebbero scendere a 5 o salire a 10, dipende da quanto sono veloce e abile. Insieme a me altri cinque immigrati, tutti dal Sud America. Mi chiedono da dove vengo e cosa ho combinato per finire lì, in mezzo a quelle braccia invisibili. Rispondo che sono finito in carcere e adesso ho bisogno di mangiare. Sembrano crederci.

Per entrare è necessario un pass per il veicolo e uno per ogni singolo operaio. Nessuno di noi ne ha uno. Cinquanta metri prima del controllo all’ingresso la prassi è nascondersi nel retro del furgone. Ogni anno qui entrano 750mila persone dalle cinque diverse aree di accesso delle merci, 30mila espositori spalmati in 70 diverse manifestazioni. Noi entriamo dall’ingresso Cargo 5. Per il caporale che guida (con indosso una divisa da lavoro di una società specializzata nell’allestimento) sono necessarie poche parole: «Ciao bello, sono già passato 4-5 volte». Nessun pass da mostrare, nessuna domanda. È fatta, siamo dentro. Saliamo al primo piano, tre vengono mandati al primo stand, io e altri due operai monteremo l’allestimento per una ditta di cucine. Ma uno dei due caporali s’insospettisce. Che cosa ci fa un italiano in mezzo a tanti immigrati? «Non è che sei uno sbirro?», mi chiede con prepotenza. La mia storia di ex carcerato non regge. I miei vestiti stracciati, la barba lunga e le scarpe rotte non lo convincono. «Vuoi mangiare? Allora mi devi dare il telefono e la carta d’identità».

Rifiuto e vengo allontanato con un ultima raggelante battuta: «Se vuoi ti do da mangiare, non hai detto che avevi fame?», mi dice ridendo in mezzo agli altri operai mentre si indica i genitali..
Sono queste le regole non scritte del mondo del caporalato: lavorare duro, solo quando c’è bisogno, nell’ombra e sperare di portare qualche decina di euro a casa. Schiavizzati da un «capo» che guadagna sul tuo lavoro e per quelle ore decide della tua vita. Dentro le condizioni non sono delle migliori. Un solo un bagno sporco di vernice è utilizzabile, è l’unico accesso ad una fonte d’acqua nel caso sia necessario sciacquare una ferita o lavarsi gli occhi. La direzione tiene spento il riscaldamento d’inverno e il condizionamento d’estate. Lavorare a meno 5° gradi su un impalcatura o in cima a un scala a 5-6 metri di altezza per 12 ore fa la differenza, così come a 35° gradi d’estate. Non c’è nessuna mensa interna e i prezzi dell’unico bar aperto sono proibitivi per chi guadagna poco: 1,20 euro per un caffè. Nessuno degli operai ha un casco di protezione, pochi quelli con i guanti e le scarpe antifortunistiche. Eppure si eviterebbero le conseguenze più gravi degli incidenti con pochi accorgimenti. E da qui a poche centinaia di metri sorgerà l’area dell’Expo 2015.
 

Michele.Sasso@linkiesta.it

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