13 Aprile Apr 2011 2248 13 aprile 2011

La destra fa prigioniero Obama sui tagli alla spesa

La destra fa prigioniero Obama sui tagli alla spesa

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Lacrime e sangue. Ieri sera Barack Obama si è presentato agli americani e ha proposto un taglio della spesa pubblica di quattro trilioni (4.000 miliardi) di dollari in 12 anni. Una cifra immensa che dovrebbe portare il deficit dal 10,9% del Pil nel 2011 al 2,5% nel 2015 e al 2% nel 2020. I repubblicani non chiedono un taglio molto superiore: 4.400 miliardi, appena il 10% più di quanto promette Obama. Quello che cambia, tra i due schieramenti, è il percorso da seguire per ottenere questo gigantesco risparmio. I repubblicani vorrebbero semplicemente ridurre la spesa pubblica. Obama chiede che uno dei quattro miliardi di risparmio sia ottenuto aumentando le tasse ai più ricchi eliminando gli sconti fiscali che George Bush aveva garantito ai miliardari.

Ecco, in sintesi, la differenza tra democratici e repubblicani nel momento in cui prende avvio la campagna per le elezioni presidenziali del 2012. È abbastanza per galvanizzare la base democratica e replicare la grande mobilitazione che garantì la vittoria di Obama nel novembre 2008? Molti democratici ne dubitano.
Barack Obama gioca in difesa perché sono i conservatori ad avere l’iniziativa. E non solo perché hanno la maggioranza alla Camera dopo la vittoria elettorale del novembre scorso. La loro campagna per limitare la spesa pubblica è popolare, fa presa sulla classe media e rischia di alienare gli elettori indipendenti dal partito democratico.

La prima battaglia tra i due schieramenti si è conclusa venerdì scorso dopo un lungo braccio di ferro. C’era il rischio che lo Stato federale restasse senza bilancio e fosse necessario mandare a casa 800 mila lavoratori, chiudendo servizi essenziali. Obama ha trovato la soluzione sul filo di lana, accettando un taglio di 38,5 miliardi (sul bilancio 2011 che chiude a settembre) e a questo punto si è sviluppata una strana pantomima.

I militanti del Tea Party hanno esultato per il risultato ottenuto, ben superiore rispetto a quello che avevano sperato (la loro proposta iniziale, rifiutata da Obama, prevedeva una sforbicita di 32 miliardi: alla fine ne hanno ottenuto 6,5 in più). Ma dall’altra parte anche Obama ha manifestato soddisfazione: invece di lamentarsi della riduzione che lo obbligherà a cancellare servizi sociali e investimenti in infrastrutture fino a ieri ritenute essenziali, ha sottolineato l’eccezionalità di avere operato il più drastico taglio alla spesa pubblica nella storia del paese.

L’economista Paul Krugman, premio Nobel e opinionista del New York Times, ha scritto: «Obama sta rinunciando a lanciare una qualsivoglia sfida alla filosofia oggi dominante nel dibattito in corso a Washington, secondo cui i poveri e la classe media devono accettare forti tagli nell’assistenza sanitaria, mentre i ricchi e le corporation devono accettare grandi tagli nelle tasse da pagare». L’accusa di Krugman è esplicita: stretto all’angolo dall’attacco dei conservatori, inchiodato dall’enorme deficit pubblico, Obama rinuncia a lanciare la sua battaglia culturale e si adatta a combattere sul terreno dell’avversario. Sa che il problema si porrà nuovamente, e in modo ancora più drammatico, nelle prossime settimane. Gli Stati Uniti sono uno dei pochi paesi al mondo dove il Congresso fissa un tetto legale al debito federale. E siccome questo tetto (oggi a 14,25 trilioni di dollari) sarà sfondato entro cinque settimane (stando ai dati diffusi dal Dipartimento del Tesoro), il Congresso è obbligato ad alzare il limite se vuole continuare a effettuare pagamenti. Se questo non avvenisse, il Tesoro non potrebbe più erogare fondi e pagare debiti: sarebbe il blocco del paese.

Su queste basi ricomincia la trattativa con i repubblicani. Lo speaker della Camera, il repubblicano John Boehner, dice che accetterà di alzare il tetto della spesa solo se i democratici accetteranno ulteriori tagli come contropartita. In un paese che invecchia (anche se meno dell’Europa) i Tea Party chiedono di ridurre il peso dell’assicurazione sanitaria per gli anziani (Medicare) e per le famiglie povere (Medicaid), pretendono di minimizzare le spese per la scuola pubblica, per le energie alternative, per le nuove ferrovie. Il budget del Pentagono, che anche quest’anno è salito, è invece fuori discussione.

In questa situazione Obama, con il suo acuto fiuto politico, si pone al di sopra delle parti. Sa di essere il grande favorito nelle elezioni del 2012, ma sa anche che i 53 americani su cento che votarono per lui nel 2008 sono in buona parte moderati e indipendenti che odiano la parola “tasse” e sono sensibili alla propaganda contro il “big government”. E allora cita Reagan, promette un bilancio 2012 con il più grande taglio nella storia nel paese, assicura che rimetterà i conti a posto in pochi anni. Si pone come un moderato di centro, accetta il terreno scelto dai repubblicani e attacca i Tea Party per il loro estremismo.
Robert Dallek, storico dei presidenti americani, paragona Obama a Franklyn Delano Roosevelt: lo definisce «un camaleonte che cambia colore e assume forme sempre diverse».

Certamente non stupisce che Obama ponga la spesa pubblica al centro delle sue preoccupazioni. Quando è diventato presidente si è trovato un paese con un debito colossale dovuto a due guerre fallimentari messe in cantiere da George Bush. Poi si è trovato ad affrontare la più grave crisi economica dell’ultimo mezzo secolo, e ha scelto di mettere sul tavolo il più grande programma di stimolo all’economia della storia americana. E ora che l’economia dà segni di vitalità e la disoccupazione cala, anche il Fondo Monetario Internazionale pensa che la spesa pubblica sia il tema chiave da affrontare negli Stati Uniti. In una nota appena pubblicata l’Fmi lancia l’allarme affermando che gli Stati Uniti non hanno ancora una strategia credibile per stabilizzare il loro deficit di bilancio, e sottolinea che questo potrebbe generare la scintilla di una nuova crisi economica. D’altra parte anche in Europa il debito pubblico, dopo avere travolto Grecia, Irlanda e Portogallo, è al centro del dibattito politico. E anche da noi la sinistra è sulla difensiva, mentre la destra conduce le danze.

La speranza, per questa sinistra americana a cui manca una narrativa vincente, è che i repubblicani non tirino fuori dal cappello un candidato convincente. Per ora (senza alcuna candidatura ufficialmente dichiarata) il personaggio più gradito nei sondaggi è Donald Trump, noto costruttore, miliardario eccentrico, abile comunicatore televisivo, famoso per i suoi grattacieli con il marchio “T” (come la Trump Tower di Manhattan, sulla Quinta Avenue), i rovesci finanziari, le belle mogli e una trasmissione di successo (“The Apprentice).

Perché Trump, che in passato è stato progressista, è oggi in testa alle preferenze dei Tea Party come possibile candidato repubblicano? È stato lui stesso a spiegarlo nel corso di un’intervista: «Sono orgoglioso di alcune delle idee che i Tea Party portano avanti. Voglio fermare questa ridicola spesa pubblica. Nel nostro paese stiamo dilapidando risorse, ci comportiamo come marinai ubriachi e questo distruggerà la nostra libertà». Parole semplici, dirette al cuore degli americani, lanciate da uno che sa bene che la spesa pubblica sarà l’argomento chiave della campagna elettorale per le presidenziali Usa. 

Obama prende nota e si adegua. È un primo della classe, e per lui è facile dimostrare che i tagli li saprà fare meglio degli altri.
 

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