17 Aprile Apr 2011 0701 17 aprile 2011

Giorgio Perlasca, la Shoah e la banalità del Bene

Giorgio Perlasca, la Shoah e la banalità del Bene

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Marco Sonseri Sceneggiatore, nasce a Palermo il 20 febbraio del 1975. Quasi subito dopo il diploma di Liceo Classico decide di dedicarsi al mondo del fumetto maturando esperienze e diverse collaborazioni: con Panini Comics (Piccoli Brividi), San Paolo Edizioni (Gesù di Nazareth), Cronache di Topolinia e Pavesio Editore.

Ennio Bufi Disegnatore, laureato all’accademia di Belle Arti di Bari, inizia la sua carriera come scultore prendendo parte a diverse collettive del settore. Nel 2004 si trasferisce a Torino. Passato al fumetto vince il TorinoComics nel 2006 conquistando la targa di Migliore fumetto realistico nel 2006 e 2007. Dal 2007 al 2010 lavora nel campo del cinema d’animazione prendendo parte a diverse produzioni come animatore. È il character designer della prima serie del cartone animato che vede come protagonista il topo giornalista Geronimo Stilton.

ReNoir Comics è una giovane casa editrice di Milano. Nata dall’esigenza di cercare una grande qualità – nella scelta dei temi, delle parole, delle immagini, dei materiali e dei linguaggi – e uno sviscerato amore per il fumetto.

Giorgio Perlasca, un uomo comune

di Franco Perlasca

Sono passati oltre 65 anni dalla Shoah e dalla straordinaria avventura ungherese di Giorgio Perlasca. Eppure la sua storia, riscoperta alla fine degli anni ’80 dopo 45 anni di silenzio, continua a essere attuale e anzi, anno dopo anno, viene sempre più ricordata e portata come esempio positivo specie per le giovani generazioni.
Giorgio Perlasca fu testimone diretto della Shoah e della persecuzione verso gli ebrei in Ungheria. Qui, alla fine del 1944, inventandosi un ruolo non suo, quello di Console spagnolo, lui che non era né diplomatico né spagnolo, riuscì a salvare dallo sterminio più di 5.200 ungheresi di religione ebraica, e contribuì in maniera determinante a salvare dalla distruzione il ghetto della capitale dove erano rinchiuse a morire di fame e di freddo oltre 60.000 persone. Tornato in Italia, non raccontò a nessuno la sua vicenda, nemmeno in famiglia, e se non fosse stato per alcune donne ebree ungheresi che lo ritrovarono a fine anni ’80, la sua storia sarebbe andata dispersa. Ma il destino decise diversamente.

Perché non raccontò nulla e perché chi sapeva (e non erano pochi) tacque?
I motivi, interessanti da approfondire, sono da una parte “politici”, legati alla situazione dell’Italia negli anni del dopoguerra. Si voleva di certo guardare avanti dimenticando i terribili anni del conflitto; si sarebbe poi dovuto parlare delle nostre leggi razziali, della discriminazione verso i nostri cittadini di religione ebraica, delle persecuzioni seguite all’8 settembre 1943 che portarono all’uccisione di oltre 8.000 nostri connazionali. E in quegli anni, dopo l’amnistia Togliatti, nessuno ne aveva interesse. Ma soprattutto Giorgio Perlasca non era funzionale a nessuna parte politica, e quindi nessuno aveva interesse a rendere noto quanto successo. Ed erano in molti a sapere. Dal Console spagnolo, quello vero, che nulla disse e per tanti anni si prese l’esclusivo merito; al Nunzio in Ungheria che conosceva la vera identità di Jorge Perlasca; dal Governo italiano a cui venne consegnato, tramite l’allora ministro De Gasperi, il memoriale di quei mesi a Budapest; a tanti funzionari italiani a Budapest che, se interrogati, avrebbero ben potuto raccontare la vera storia. Mentre sui salvati dopo la liberazione si abbatté il nuovo regime comunista che tolse nuovamente la libertà, isolando per tanti anni il Paese.

Sul silenzio di Giorgio Perlasca, invece, i motivi sono diversi e possono essere riassunti e ben spiegati con un racconto della tradizione ebraica che imbastisce il vestito su misura ai Giusti: «Esistono sempre al mondo 36 Giusti, nessuno sa chi sono e nemmeno loro sanno d’esserlo, ma quando il male sembra prevalere escono allo scoperto e si prendono i destini del mondo sulle loro spalle e questo è uno dei motivi per cui Dio non distrugge il mondo». Compiuta la loro opera, i Giusti tornano alla vita normale di tutti i giorni, dimenticando quasi quanto fatto, perché ritengono, senza retorica, d’aver compiuto solo il proprio dovere di uomini, nulla di più e nulla di meno, e che qualsiasi persona in quelle circostanze si sarebbe dovuta comportare, con maggior o minor fortuna, nella stessa maniera. Per concedere il titolo di “Giusto fra le nazioni”, l’istituto israeliano Yad Vashem pone due condizioni: la prima vuole che si sia salvata la vita di almeno un ebreo, la seconda che la storia non possa essere raccontata dalla sola persona interessata ma anche da terzi, essenzialmente i salvati. Un Giusto, in sostanza, è un eroe con un grande valore aggiunto: la capacità, la voglia e l’umiltà nel senso più alto del termine di dimenticare quanto di buono fatto. «Non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra» dice il Vangelo per indicare che le opere buone non debbano essere fatte per avere qualcosa in cambio. E Giorgio Perlasca è un Giusto. In Italia e non solo – vuoi per la straordinarietà della sua vicenda, per il numero di persone salvate, vuoi per il successo mediatico della fiction con Luca Zingaretti (sceneggiata da Petraglia e Rulli con la collaborazione di Enrico Deaglio, autore del libro La banalità del bene) – è diventato il Giusto per antonomasia.

A chi gli chiedeva perché lo aveva fatto quando avrebbe potuto tranquillamente andare in Svizzera e lì attendere la fine della guerra, rispondeva con disarmante tranquillità: «Ma lei cosa avrebbe fatto al mio posto vedendo persone innocenti massacrate senza motivo». Era una persona normalissima che si trovava in Ungheria per motivi di lavoro eppure quando vide le sofferenze altrui non si voltò dall’altra parte per non vedere e seppe dire NO, anche a rischio della propria vita. Ha lasciato un grande testamento spirituale con una risposta a Giovanni Minoli che lo intervistò nel 1990 per la trasmissione televisiva Mixer. «Vorrei – disse – che i giovani si interessassero a questa mia storia unicamente per pensare, oltre quello che è successo, a quello che potrebbe succedere e sapere opporsi, se del caso, a violenze del genere». Sulla sua straordinaria avventura sono stati realizzati libri, documentari, ricostruzioni storiche e un bel film della Rai che ha reso popolare la sua figura. Ora è la volta di un libro a fumetti, che rappresenta l’occasione per un pubblico diverso di conoscere la sua straordinaria vicenda, ma soprattutto il suo insegnamento: ognuno di noi può fare qualcosa per opporsi al male, se ne ha la volontà.

Per approfondire: I libri su Giorgio Perlasca

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