22 Aprile Apr 2011 0822 22 aprile 2011

Il necrologio di UBS per Atene: «Sei già fallita»

Il necrologio di UBS per Atene: «Sei già fallita»

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«La Grecia ristrutturerà il suo debito nel 2012». L’ultimo report del colosso bancario elvetico UBS non lascia spazio all’ottimismo per il futuro di Atene. Nonostante le raccomandazioni alla calma del ministro delle Finanze George Papaconstantinou, il destino del Pireo è segnato. Il fallimento arriverà e la Grecia dovrà rinegoziare i suoi debiti. Per l’Eurozona potrebbero esserci perdite per almeno 155 miliardi di euro. Ma a preoccupare è il contagio che si scatenerà in seguito alla dichiarazione d’insolvenza.

Le procedure per la ristrutturazione del debito sono già iniziate. A dirlo è UBS, che ha calcolato non solo l’incidenza della rinegoziazione ellenica sulle banche europee, ma anche quella sull’intera Eurozona. Dato per scontato che la Grecia è già fallita, il problema è solo uno: in che modo l’Europa potrà resistere a questo shock. Tre sono le banche più a rischio: Commerzbank, Dexia e Postbank. Per loro l’esposizione dei portafogli (trading e banking book) è superiore al 21,6 per cento. Due le situazioni di haircut, cioè di taglio sui rimborsi obbligazionari, previste da UBS: 40 e 60%, a seconda di come finiranno le trattative del Governo greco con i creditori. Nel complesso, il fallimento di Atene potrebbe costare circa 155 miliardi di euro al solo sistema finanziario europeo: 20 miliardi a carico delle banche, 15 sulle spalle delle compagnie assicurative, 120 divisi fra fondi hedge, fondi pensione e fondi d’investimento. Ci sono poi i 50 miliardi di garanzie collaterali, composte prevalentemente da titoli di Stato, che la Banca centrale europea (Bce) sta attualmente detenendo. Anche per loro il taglio sarà previsto e Francoforte dovrà fronteggiare una nuova tegola.

Nel complesso l’esposizione globale al crac di Atene vale 277,9 miliardi di euro. Secondo gli ultimi dati della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), le nazioni più a rischio sono sempre Francia e Germania: sulla prima pesano 92 miliardi di euro, sulla seconda 69,4. L’Italia corre meno pericoli, con 6,5 miliardi di euro di esposizione sulla Grecia. Tuttavia, il rischio maggiore, come spiega UBS, è quello di un effetto domino capace di deprimere l’Eurozona. Non ci sarà una reazione simile a quello avuta con il fallimento di Lehman Brothers, avvenuto il 15 settembre 2008. In quell’occasione «i mercati furono colti di sorpresa», spiega la banca svizzera. Nel caso di Atene, invece, le aspettative sono state chiare fin dall’inizio. Il prestito ponte da 110 miliardi di euro approvato in maggio era già considerato «insufficiente» dal UBS. Del resto, come ricorda il report di ieri, l’istituto di credito aveva già raccomandato ai suoi clienti di vendere tutti i bond ellenici che avevano in portafoglio nel maggio 2010. E ora è arrivato il punto di chiarire la reale situazione del Paese.

Secondo un altro report, questa volta di Citigroup, la ristrutturazione del debito ellenico avverrà in diversi step. L’haircut sui bond sarà inizialmente del 52% e poi salirà progressivamente di anno in anno fino ad arrivare a quota 70% nel 2015. Per la banca statunitense «non ci sono altre opzioni oltre a queste». Del resto, lo stato dei conti pubblici di Atene è in costante peggioramento. Oggi un pool di ispettori di Fondo monetario internazionale (Fmi) e Banca centrale europea (Bce) ha mosso diverse critiche al Governo di George Papandreou per via dei lenti progressi del consolidamento fiscale necessario per ottenere i 110 miliardi di euro del pacchetto di salvataggio varato nello scorso maggio. Attualmente il debito pubblico è oltre il 150% del Prodotto interno lordo e le prospettive, secondo Citigroup, sono ancora peggiori. «È possibile che nel 2011 il rapporto debito/Pil possa eccedere il 170% per via degli oneri finanziari sui titoli di Stato», spiega l’istituto americano.

Ieri sui mercati secondari Atene ha vissuto attimi di panico. I Credit default swap (Cds), cioè gli strumenti derivati che proteggono dal fallimento di un asset, hanno sfiorato i 1.500 punti base, con un incremento giornalieri prossimo ai 100 punti. Ciò significa che per assicurarsi contro l’insolvenza di un titolo di Stato ellenico con scadenza quinquennale del valore nominale di 10 milioni di dollari, sono necessari 1,5 milioni di dollari l’anno. Inoltre, sulla piattaforma CMA Vision, che cura l’andamento mondiale dei Cds, la percentuale implicita di fallimento della Grecia è data al 67 per cento. Allo stesso modo, i differenziali di rendimento fra i bond greci e quelli tedeschi, storico benchmark di riferimento per la solidità di un Paese, sono schizzati a livelli mai toccati. Il titolo ellenico con scadenza a due anni ha toccato un tasso d’interesse del 23%, considerato da UBS «semplicemente insostenibile» da una nota interna. Quello a dieci anni ha avuto uno spread superiore ai 600 punti rispetto al bund tedesco di pari scadenza. E per oggi sono attese ancora scintille. 

Per ora, da Atene continua a tranquillizzare gli investitori, ma è solo un bluff. Il mercato ha già recepito che a breve arriverà la ristrutturazione del debito greco. Resta da capire quale potrà essere l’evoluzione della crisi europea dei debiti sovrani e in che modo potrà reagire l’Eurozona. La tragedia greca sta per arrivare al suo ultimo atto, l’epidemia sta continuando e non è detto che ci sia una cura valida.

fabrizio.goria@linkiesta.it 

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