5 Maggio Mag 2011 0830 05 maggio 2011

Trieste, il suicidio di una città benestante

Trieste, il suicidio di una città benestante

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L’aria fritta austroungarica e il corridoio cinque

Visto che i cliché raramente si riesce a evitarli, è il caso quantomeno di metterli alla prova. Almeno cinque, nel raccontare Trieste, sono ormai consolidati: il confine, la tradizione asburgica, il vento, Barcola e la Barcolana (queste ultime due: la spiaggia cittadina simbolo di un modo appagato di vivere la vita, e la spettacolare regata d’ottobre con record di partecipanti, esempio adriatico di grandeur marinaresca)…
A spendere parole definitive sul passato sotto Cecco Beppe è il professor Paolo Feltrin, un veneto trapiantato da anni in città, dove insegna Scienza Politica all’Università: «Aria fritta» definisce quelle nostalgie austroungariche, con linguaggio non strettamente accademico ma di sicuro chiaro. «Servono solo a far piazzare qualche copia in più a certi intellettuali cittadini che ciacolano di finis Austriae e Austria felix», aggiunge, «e a vendere un po’ di turismo culturale grazie ai percorsi letterari, ai caffè storici e col rinforzo di un’enogastronomia sedicente mitteleuropea. Ma la Trieste “porto dell’Impero” e “cuore d’Europa” non sono che miti».

Corre a prendere una cartelletta e ne trae mappe con su tracciati assi viari e i famosi “corridoi europei” e la studia con la serietà di un generale di fronte alla battaglia, per spiegare la Caporetto (località – per inciso – qui vicina, ma ceduta alla Jugoslavia dopo la guerra di Mussolini) di Trieste. Una Caporetto infrastrutturale e strategica. «Non c’è scritto da nessuna parte che una città debba cogliere le opportunità che le dà la storia», riprende. «Ma certo, Trieste, dopo l’89, trovandosi al confine di un mondo come quello ex comunista che si stava aprendo, ha avuto un’occasione enorme. Non l’ha sfruttata per vent’anni. Si è cullata su se stessa e su vecchi odi di cui a nessuno, già a venti chilometri da qui, in Friuli, frega più niente. Ha preferito vivere delle rendite di posizione. Non decidere e non investire pur di non turbare i suoi equilibri interni. Il Porto vecchio, per fare un solo esempio, è fermo, in abbandono, ormai da decenni. E ora? Il superporto su cui voleva investire Unicredit quasi sicuramente non si farà qui, e ormai sta morendo anche il corridoio 5, il famoso asse Lisbona-Lione-Torino-Trieste-Kiev. Non voglio dar ragione agli anti Tav della Val di Susa, ma era inutile fin dall’inizio. È nato tra gli anni ’70 e ’80 nella mente di quattro tecnocrati che volevano mettere le braghe al mondo. Ma corre troppo a Sud rispetto al cuore economico industriale d’Europa, e a Est si perde nelle indefinite steppe russe del Bassopiano sarmatico. I soldi non ci sono più. Ma soprattutto è chiaro, ormai, alla Ue, che questo corridoio non è strategico. Quello che conta sono gli assi Nord-Sud e non ha senso farli passare per Trieste. Vincerà la sfida chi tra Italia e Slovenia riuscirà per primo a collegarsi in modo efficace con l’Austria. E purtroppo, ho già idea di chi è in testa nella corsa… E comunque, in entrambi i casi, sia che prevalga il collegamento Capodistria-Lubiana-Austria che quello Udine-Austria lungo la Pontebbana, Trieste sarà tagliata fuori».

Questa sensazione di crescente marginalità geografica ormai è percepita in città. La terza corsia dell’autostrada (la Regione assicura che i fondi ci sono e i progetti pure) ancora è di là da venire. Cesare Geronzi (ormai si racconta apertamente l’aneddoto dell’imbarazzo di chi, in Generali, doveva parlare al telefono nel giorno delle sue dimissioni, perché neppure coprendo la cornetta con la mano si riuscivano a nascondere i cori di felicità da stadio che risuonavano nel solitamente austero palazzo) è ricordato solo perché gli si attribuisce il merito – chissà se suo – di aver imposto la reintroduzione del volo Alitalia Trieste-Milano. I traghetti scarseggiano sempre più. E il colpo di grazia l’ha dato l’ad di Ferrovie dello Stato, Mauro Moretti, al Festival delle città impresa di Venezia, dopo che erano girati i progetti, a orecchio bizzarri, di un’Alta velocità “a bassa velocità” (60 chilometri orari) sul Carso. «La Tav arriverà a Mestre nel 2019, ma mai a Trieste. Trieste e Lubiana non hanno bacini di passeggeri sufficienti a proseguire la tratta e il progetto lungo costa non ha senso. I supertreni uniscono grandi città, non piccoli villaggi», ha detto. Restano dunque i vecchi regionali per arrivare in laguna, coi loro tempi e i loro standard. Quanto invece all’appoggio logistico al porto, Moretti ha accusato apertamente la città giuliana e le sue lentezze: «Il nostro progetto è fermo da quattro anni perché l’Autorità portuale non l’ha mai approvato. Se i nostri progetti non sono accolti non so che farci, il problema non sempre risiede nella mancanza dei soldi…».

Il cliché Barcola, Feltrin non lo ha invece distrutto. Anzi. «Entrando in città si capiscono un bel po’ dei suoi mali. In nessun altro posto vedrete un’atmosfera così rilassata, così tante persone in un giorno di lavoro a passeggiare e prendere la tintarella. Dove ci sono tanti soldi, come qua, il primo interesse non è farne di più, ma gestire e mantenere gli equilibri di potere. Qui non si produce, non si innova. Si vive di rendita».

Anche Veit Heinichen non la vede troppo diversamente, dalla sua terrazza che dà sul Golfo, sulla litoranea, poco lontano dal castello di Miramare. Scrittore di noir (bestseller in Germania e Austria e tradotti in italiano da E/O), ha scelto dal 1997 di vivere a Trieste dove ha anche trovato una compagna letteraria e di vita, la ristoratrice Ami Scabar. Il protagonista dei suoi libri, tutti ambientati in città, è il commissario Proteo Laurenti, salernitano d’origine. «Anche lui», dice, «ha capito che questo è un posto dove si vive bene senza dover fare granché. Perché mai tornarsene al Sud dove la polizia ha davvero le sue grane? Qui può starsene a contemplare il mare a Barcola, come stiamo facendo noi da questa terrazza, pensando a qualche caso. Trieste non è né una città italiana né una città europea. È una città triestina. L’alta borghesia di destra e di sinistra fanno di tutto perché tutto resti così com’è. Sul Carso dicono: “ciacole no fa fritole”, le chiacchiere non fanno le frittelle. Ma questa è una città di chiacchiere. Fatti nessuno. Guardate la campagna elettorale: dieci, undici candidati e non si capisce quali siano le proposte. La destra, divisa come non mai, ha perso con l’allargamento dell’Ue il suo vecchio cavallo di battaglia antislavo. Nel 2004, quando cadde il confine, fu costretta a trovare uno slogan patetico: “Sì all’apertura del confine. No all’ingiustizia”. Una frase che non vuol dire niente. La sinistra è capace soprattutto di perdere. E spreca quasi tutte le sue energie nei meccanismi di partito. Vive qui una solitudine eterna. Il sindaco di centrodestra è un piacione che parla con tutti, in piazza Unità. Loro invece sono sempre di corsa, col cellulare all’orecchio. Mi sono sempre chiesto se ci sia davvero qualcuno all’altro capo del telefono…».

Un’economia di pensionati e la coppia d’oro

Adriano Sincovich è il segretario triestino della Cgil. Parla offrendo continui dati statistici: «Bisogna considerare che Trieste è la seconda economia più terziarizzata d’Italia dopo Roma. Qui solo il 10% del Pil viene dall’industria, molto al di sotto della media nazionale. Sostanzialmente, qui ci mangiamo ricchezza ma non la produciamo. A livello manufatturiero c’è una situazione di crisi, data dalla contingenza, con casi di cassa integrazione ordinaria e in deroga. Un migliaio, in totale. Hanno avuto problemi la ex Grandi Motori (ora della finlandese Wärtsilä), chiuderanno le Ferriere ex Lucchini (ora della russa Severstal) che tra impiegati e indotto danno lavoro a mille persone, faticano le cartiere Burgo. E le situazioni più critiche sono spesso scaricate sull’indotto. In prospettiva aumenteranno i problemi sulla scia della questione Fincantieri, che annuncia ristrutturazioni pesanti. Ma, come detto, non siamo una città manifatturiera, quindi il colpo della crisi si è sentito meno. È stato attutito soprattutto dal fatto che su 205mila abitanti, 105mila sono pensionati (la città è tra le più vecchie d’Italia, insieme a Genova) e 25 mila sono dipendenti del pubblico impiego. La botta si è sentita nel terziario. Infatti, se è vero che qui ci sono i grandi nomi del mondo finanziario (Generali, Allianz…), c’è anche un terziario meno ricco, fatto di piccole imprese a bassa capitalizzazione, dove la crisi ha provocato uno sconquasso, con circa 5mila posti di lavoro persi e con un’importante caduta di lavoro autonomo e parasubordinato. Ma il dato più significativo è il punto di caduta negli avviamenti al lavoro. Nell’ultimo anno il saldo tra chi va in pensione e chi inizia a lavorare è stato negativo, segnando un meno 3000 unità. E poi c’è la disoccupazione. Era sempre stata bassa, sotto il 4%. È salita all’8,5. Ma quella che preoccupa è la disoccupazione giovanile (tra i 15 e i 24 anni): è al 27,6%; tassi da Sud Italia (la media nazionale è al 29%). Insomma, tutti gli indicatori statistici ci dicono che l’economia triestina non è più in grado di creare prospettive e futuro».

Il segretario della Cgil è scettico sulle possibilità di ripresa: «Dalla politica c’è solo grande confusione. Destra e sinistra sono consumate da attriti interni. Non c’è spazio fisico per aprire nuove aziende e attirare qui investimenti perché tutta l’area industriale è stata dichiarata in passato Sito inquinato di interesse nazionale. Come risultato, abbiamo 500mila metri quadri da bonificare. Adesso si cerca di sbloccarne almeno una parte, ma per altri due anni – minimo – saremo a bagnomaria. Insomma, siamo alla paralisi totale».

E, una volta tanto, Confindustria sembra d’accordo con la Cgil. Dall’incontro a porte chiuse con i candidati sindaci è filtrato che il presidente Sergio Razeto è «molto contrariato per i troppi progetti fermi, ben oltre la misura di una città da sempre famosa per essere statica». Gli industriali chiedono a gran voce anche la costruzione del rigassificatore, ma su questo hanno incassato il no di tutti i candidati.

È la sindrome Barcola. Il cliché triestino dell’immobilismo. E proprio lì, nel loro castelletto, vivono i due da molti accusati di essere la causa del freno a mano tirato. La coppia che tutti citano, con timore e rispetto (o con timore e disprezzo), come i veri padroni della città. Giulio Camber e Marina Monassi. Lui, onnipotente senatore Pdl, in precedenza giovane segretario Fuci negli anni ’70, poi leader della Lista per Trieste, una sorta di Lega locale ante litteram, quindi vicino al Psi e sottosegretario con Craxi. Proprio in quegli anni aveva conosciuto la compagna, figlia di un ammiraglio che si diceva vicino ai servizi, la romana Marina Monassi, ormai trapiantata nella Venezia Giulia e, da qualche mese, dopo una guerra fratricida nel Popolo delle libertà, tornata alla guida dell’autorità portuale, dopo aver sconfitto il sindaco uscente Roberto Dipiazza che, poco prima di perdere la battaglia, per San Valentino aveva promesso (non proprio una frase d’amore nel giorno degli innamorati): «Libererò Trieste dai Camber».

I dieci candidati e la guerra nel centrodestra

E così siamo al cliché della Barcolana. Della regata col numero record di partecipanti, dove tutti vogliono concorrere. Più che mai confermato da una campagna elettorale affollatissima (clicca qui per passare all’infografica), con undici pretendenti (dieci dopo un’esclusione decisa dalla commissione elettorale e confermata dal Tar), di cui cinque solo di destra, polverizzata in città. Tanto da regalare, nella città più anticomunista d’Italia, qualche speranza al candidato Pd (di robusta tradizione Pci; era il segretario della Fgci) Roberto Cosolini, appoggiato da tutte le, di solito litigiose, anime del centrosinistra. Non che proprio vadano d’amore e d’accordo, ma almeno per ora riescono a tenere nascoste le divisioni (i confini, per affrontare anche l’altro dei cliché). La scelta di un ex comunista non è andata giù all’ala ex Dc del Pd, per esempio. Nel gioco degli scambi politici e dei bilanciamenti interni è stato nominato nuovo segretario del partito il giovane professore universitario Francesco Russo, proveniente dalla Margherita e ora coordinatore di “360 gradi” di Enrico Letta. Nonché vicepresidente dell’avanzatissima Area scientifica di Trieste (a differenza della città, la provincia, che fa le nomine, è di centrosinistra e Maria Teresa Bassa Poropat del Pd cerca la rielezione). Il Pd ha una grossa occasione, ma Russo è prudente: «La battaglia è dura in una città con tanti anziani ancora ossessionati dal pericolo slavocomunista. Anche se la situazione è indubbiamente migliorata. Fino a pochi anni fa ci si scannava per il bilinguismo, si facevano su quello le campagne elettorali, manco fossimo Bolzano. Adesso, invece, anche per il 25 aprile il sindaco Dipiazza ha fatto un discorso ineccepibile». Rimpiange un po’ «che non si trovino più dei non politici alla Illy disposti a metterci la faccia». E sul Superporto è pessimista: «Camber passerà alla storia per non aver fatto niente. A parte ragnatele e clientele che tengono tutto fermo. Credo che anche se il governo promette di riaprire la questione e se Frattini è venuto qui a dire che si farà, non lo vedremo mai. Alla fine è forse meglio se lo costruiscono gli sloveni a Capodistria e noi prendiamo la scia. Se ci agganciamo al loro traino qualcosa di buono ci arriverà comunque. Perdiamo diecimila abitanti a decennio. La nostra presunta o reale intellighenzia cittadina sostiene addirittura che ci assesteremo a 70mila abitanti. Insomma, viviamo una – seppur dorata – decadenza. C’è una frase di Cosolini che mi piace. La ripete spesso: “Il pieno è stato fatto molto tempo fa. La macchina è in riserva, ma non per questo va più piano. Ma tra pochi chilometri rischia di fermarsi”».

Quanto al centrodestra, corre in ordine sparso. Il Pdl candida Roberto Antonione, che l’ha spuntata su Camber nella lotta alla spartizione del potere in città. Antonione aveva tenuto il primo discorso della campagna elettorale a una Festa di Fli (che nella città di Roberto Menia potrebbe contare su un certo sostegno). Poi è arrivato il niet da Roma e i finiani non sono stati accettati come alleati. Candidano Michele Lobianco. Niente Terzo Polo, qui. Anche l’Udc corre per sé (con Edoardo Sasco). E niente alleanza con il Pdl neppure per la Lega Nord (che schiera Massimiliano Fedriga. Il movimento non ha qui una forte tradizione, ma sarebbe in crescita tra gli appartenenti alla minoranza slovena). E poi c’è una lista di ex An usciti dal Pdl per questioni locali, che nulla hanno a che vedere con Fli. Candidano Franco Bandelli, un ex uomo di Dipiazza molto noto in città (era il suo assessore ai lavori pubblici anche al tempo in cui il sindaco prese a calci le transenne del Giro d’Italia perché intralciavano il traffico [VIDEO] ed è l’organizzatore della maratona cittadina, la Bavisela). Ma la vera battaglia sarà proprio nella microcoalizione che appoggia Antonione. Lasciando da parte la Fiamma Tricolore, sarà una guerra senza esclusione di colpi tra il Pdl, dove sono in lista i fedelissimi di Camber, e le due liste civiche alleate (Antonione e Dipiazza). Servirà a contarsi in vista della resa dei conti. Tanto che girano addirittura voci di voti stornati da Camber su altri candidati pur di sfavorire Antonione. E non mancano i gialli. Quella che si definisce «il braccio destro e sinistro di Antonione», la vicepresidente di Informest Silvia Acerbi, da sempre sua strettissima collaboratrice, è improvvisamente sparita dalla campagna elettorale, «per una pausa di riflessione».

La falce e martello sui tombini e il grido di Rumiz

Così, tutta la città si è riempita di gazebo elettorali dei dieci concorrenti (ovviamente nella locale versione rafforzata antibora, un quasi monopolio della ditta Flash di un certo Vincenzo Rovinelli). Non piacciono troppo al sindaco Roberto Dipiazza, mentre si aggira orgoglioso in piazza Borsa per l’inaugurazione delle nuove isole ecologiche (dei bidoni della spazzatura a scomparsa): «Che belli! Così non mi scasseranno più le palle che a Lubiana sono organizzati meglio, a Lubiana, a Lubiana a Lubiana…». Ma le migliorie cittadine a volte presentano qualche rischio, come confida a un collaboratore: «Hai visto i nuovi tombini, quelli che abbiamo fatto fare in Cina? C’è su la falce e martello. Troviamo una soluzione…». Ma arredo urbano a parte, Dipiazza, ex sindaco di Muggia («un posto così rosso che al confronto Bologna è rosa») prima dei due mandati a Trieste, e proprietario dei supermercati Despar, rivendica: «Me ne vado con un gradimento record. Ci fosse un terzo mandato non avrei problemi. Non abbiamo derivati né debiti, c’è un avanzo di dieci milioni di euro. Io mi sono comportato come nelle mie botteghe. Ho risparmiato. Ho dimezzato i responsabili in Comune rispetto ai tempi di Illy, da 64 a 32. Lascio alla città buone infrastrutture (la Grande viabilità triestina) e, soprattutto quella giornata. I tre presidenti e i tre inni, italiano, croato e sloveno in piazza [VIDEO]. Io, che triestino non sono – sono friulano – ho fatto ragionare i triestini. Li ho fatti smettere con quella lotta tra sciavi e fascisti. E poi ho fatto un ultimo regalo alla città: Antonione come candidato al posto di… di quel signore là». Non lo cita nemneno Camber, con cui però, odiandosi, corre da alleato.

Il vecchio confine con gli slavi, con il comunismo, con l’Est sfuma sempre di più. Tanti italiani comprano casa di là dalla ex frontiera (perché costa meno e alcuni servizi sono migliori) e ora sono gli sloveni a temere l’invasione. E sul Carso, tra la minoranza slovena d’Italia si è creato persino un movimento civico che chiede di arginare il fenomeno, per paura di essere circondati e assimilati. I veri confini ora corrono in città. Sono crepe e veleni. Paolo Rumiz ha scritto il 21 aprile un fondo su Il Piccolo, un atto d’accusa e d’autoaccusa veemente dal titolo «La cricca spolpa Trieste. E noi assistiamo», che ha poi riempito la rubrica delle lettere per giorni con le reazioni del pubblico. Ha usato parole durissime [ARTICOLO INTEGRALE]: «C’è una banda pronta a tutto, pur di impedire che altri mangino la torta. Anche a lavorare con lettere anonime e la denigrazione contro chi si oppone a questo monopolio soffocante. Ora è chiaro: non è l’ideologia ma questo potere quasi scientifico di interdizione e questa bulimia di onnipotenza a lacerare il centrodestra alla vigilia delle elezioni. Un potere capace anche di trasversalità con il centrosinistra. Gli altri hanno taciuto, per un ventennio, come se il futuro della città non importasse. E noi? Abbiamo vissuto la città in bermuda e infradito, come turisti, come se non fosse nostra ma un luogo di vacanza altrui».

Strano a dirsi, nella città della Bora (che quest’anno è tornata a soffiare con raffiche da record, portando pure alla deriva la mitica gru Ursus [VIDEO], vestigia del porto austroungarico) ma in questa Trieste vecchia e immobile non sembra soffiare il vento di nessuna novità.

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