22 Maggio Mag 2011 1428 22 maggio 2011

La Spagna vota con la paura di essere la nuova Grecia

La Spagna vota con la paura di essere la nuova Grecia

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La Spagna potrebbe essere la prossima vittima dell’epidemia europea dei debiti sovrani. Oggi la penisola iberica va al voto, tanto cruciale per il Partito socialista quanto significativo per i mercati finanziari. Si vota in tutte le municipalità e per 13 delle 17 municipalità autonome. Lo spettro, oltre a quello di una sconfitta per il Psoe di José Luis Rodríguez Zapatero, è quello di uno stallo politico capace di frenare il pesante processo di riforme, bancarie e previdenziali, di cui ha bisogno il Paese. Del resto, l’agenzia di rating Standard & Poor’s, l’indomani del voto in Italia, ha deciso di rivederne al ribasso l’outlook. Un segnale chiaro per una Spagna che pare sempre più essere solo capace di navigare a vista.

La vigilia della tornata elettorale più importante degli ultimi anni in Spagna si è aperta con le proteste dei Los Indignados, gli indignati. Sono giovani, meno giovani, laureati e non, che dal 15 maggio (perciò il movimento si chiama M-15) manifestano per avere un futuro, ma non solo. La protesta di piazza Puerta del Sol, a Madrid, denota soprattutto l’ansia di un Paese che si sente sempre più messo all’angolo. La disoccupazione è la peggiore delle conseguenze sociali di una recessione. In Spagna si continua a veleggiare con un tasso di disoccupati oltre quota 20%, con un picco per il settore dei giovani che supera il 40%. Difficile immaginare quindi una visione prospettica positiva sia sul fronte della fiducia sia su quello della coesione sociale. Gli Indignati non sono solo contro il Psoe, non sono solo contro il Partido Popular di Mariano Rajoy. No, sono semplicemente stufi dell’attuale situazione, apparentemente senza uscita. E possono seriamente diventare, insieme a deterioramento del mercato del lavoro, l’ago della bilancia del voto elettorale di cui si sapranno i primi risultati intorno alle ore 20 di oggi.

L’altro enorme problema della Spagna, l’altro tema fondamentale dell’indignazione degli spagnoli, è la bolla immobiliare. Il boom abitativo, specialmente seconde o terze case, si sta sgonfiando con un ritmo che nemmeno il Banco de España aveva ipotizzato. Non è un caso quindi che le stime sulle perdite derivate dal crollo dei prezzi degli immobili siano in costante mutamento. L’ultima previsione vede un’esposizione di circa 600 miliardi di euro per le banche iberiche, per quasi 200 miliardi di possibili perdite. Perfino il governatore della Banca centrale Miguel Angel Fernandez Ordonez ha definito «preoccupante» l’attuale assetto del sistema creditizio spagnolo, proprio per colpa delle svalutazioni sul mercato immobiliare.

L’ultima azione di rating sul debito sovrano spagnolo è datata 10 marzo 2011. L’agenzia Moody’s decise di tagliare il giudizio proprio sull’onda delle urgenze di ricapitalizzazione delle Cajas, le casse di risparmio iberiche che somigliano sempre più a un pozzo senza fondo. Il Banco de España aveva appena comunicato che per sostenere le Cajas, oltre al programma di consolidamento deciso da Zapatero, servivano almeno 15 miliardi di euro. Differente la visione di Moody’s: «In uno scenario di particolare stress, crediamo possano essere necessari circa 110-120 miliardi di euro». Immediatamente, la sofferenza spagnola sui mercati divenne sempre più intensa, tanto che fu proprio Zapatero a intervenire chiedendo di porre fine a «un pericoloso gioco al ribasso sulle situazione iberica». Il premier lo ha fatto anche due giorni fa, parlando apertamente di un ricorso al salvataggio europeo, un bail-out in salsa greca (o irlandese o portoghese), «nel caso non fosse aumentato il programma di austerità varato nel 2010».

Non sarebbe una sorpresa un taglio del rating da parte di Moody’s, Fitch e Standard & Poor’s. Oltre alla crisi politica, sociale, lavorativa, bancaria e di fiducia, c’è quella economica. Sì, perché i conti pubblici continuano ad allarmare Madrid e l’Europa. Nel 2008 il deficit, cioè la differenza fra entrate e uscite in un dato anno, era pari al 4,1% del Prodotto interno lordo (Pil). Nel 2009, con l’acuirsi della crisi, il peggioramento: 11,2 per cento. Nel 2010 un piccolo miglioramento, 9,2%, anche frutto del piano di austerity messo in atto dalla Moncloa, oltre 50 miliardi di euro di tagli. Il rischio, tuttavia, è che per l’anno in corso possano esserci nuovi problemi. Il Banco de España prevede un deficit al 6%, ancora tre punti percentuali sopra i parametri Ue. Tutto bene, ma fino a un certo punto. Una riduzione così significativa può avvenire solo in virtù di tagli capaci di deprimere ancora di più un’economia già in difficoltà. L’ultima prova di ciò l’ha fornita il ministro spagnolo dell’Economia, Elena Salgado, che ha tagliato le stime di crescita di Madrid per il 2011 dall’1,8 all’1,3 per cento. Le tre sorelle del rating, come anche i mercati finanziari, sono allertati. E attendono solo l’esito del voto.

fabrizio.goria@linkiesta.it 

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