20 Luglio Lug 2011 1530 20 luglio 2011

Casarini ricorda Genova: «L'Italia non è cambiata»

Casarini ricorda Genova: «L'Italia non è cambiata»

Luca%20Casarini

«Genova è un mostro che la Repubblica italiana non è riuscita a uccidere». A parlare è Luca Casarini (vi ricordate il leader dei Disobbedienti?) che - a dieci anni di distanza dal G8 e i suoi tragici eventi - affronta una riflessione sociale e politica su quei giorni. Ha appena pubblicato per Editori riuniti un volume, Genova dentro, che ripercorre la sua esperienza, durante il vertice. «Ma è diverso dai libri su Genova già pubblicati - spiega - Ho voluto affrontare in una chiave soggettiva il ricordo di quei giorni. Bisogna pensare a Genova come all’insieme di tante storie, variegate. Perché tali erano le esperienze, le biografie, e le provenienze geografiche di chi prese parte al movimento. Per molti di loro, quei giorni, costituirono la prima esperienza politica della loro vita. Nel primo capitolo descrivo il percorso politico e sociale che mi fece approdare al movimento: è, in un certo senso, la mia autobiografia».

Quarantaquattro anni, nato a Mestre, residente a Marghera dove ha una società, la Nexus 7, che si occupa di consulenza sulla comunicazione. Oggi Luca Casarini è, in apparenza, assai lontano dalle cronache che dieci anni fa lo ritraevano dentro una tuta bianca, come leader dei “Disobbedienti” e portavoce del Genoa Social Forum. Nei giorni che precedettero il vertice, rimase storica la sua “dichiarazione di guerra” ai leader mondiali che avrebbero partecipato all'evento. Protagonista di numerosi blitz che si sono aggiudicati le pagine dei giornali e molti servizi nei tg nazionali, oggi l’ex disobbediente sembra aver ritratto gli artigli del combattente e spostato la sua attitudine alla ribellione su altre piattaforme più istituzionalizzate, come la lotta contro il fisco che dissangua le partite iva. Ha pubblicato un romanzo, La parte della fortuna, per la Mondadori: decisione che, nelle critiche dei detrattori, è stata letta come una certa incoerenza con le trascorse battaglie.

Nel suo carnet biografico vanta una condanna, in via definitiva, a 2 anni e 6 mesi di carcere per la sua attività politica, nonché i domiciliari e altri provvedimenti restrittivi della libertà. È stato espulso da Israele, Messico e Colombia. All'epoca dei fatti parlava dei governi come dell’“impero”, e si schierava con la corrente di manifestanti che voleva adottare le soluzioni più radicali: «Invadere la zona rossa è una illegalità. Ma si tratta di una scelta fatta dalla moltitudine, necessaria per rimuovere ogni chiusura all’esercizio della democrazia», diceva a Repubblica. Qualcuno, dopo la morte di Carlo Giuliani, lo accusò di aver provocato la tragedia. Oggi, dopo dieci anni, della grinta di allora conserva l’eloquio che procede puntellando il discorso con termini strappati al linguaggio militare, come “guerra”, “bombardamento”, “esplosione”.

Casarini, perché Genova è un mostro?
«Perché si è risvegliato in vicende della cronaca attuale. Penso alla P4, alla corruzione della classe politica, a chi viene affidato alle mani della Polizia ed esce dalla questura dentro una bara, come Stefano Cucchi. Penso alla continua violazione dei diritti umani che procede dentro un silenzio senza spiegazioni. Ai migranti che muoiono sulle spiagge di Lampedusa. Il mostro non è morto perché la politica non lo ha voluto uccidere. Vedendo le fotografie del G8, dopo 10 anni, sembra che i fatti siano accaduti nel Cile di Pinochet. Non è un paese normale, questo».

Cos’è rimasto di quel grande movimento?
«In realtà molto. È come se il potere ci avesse bombardati e avesse gettato un ordigno contro la democrazia. Ma i mille pezzi che sono nati da quella deflagrazione non sono andati perduti. Sono germinati in altre forme, hanno preso strade diverse, si sono infilati in quelli che, a un’analisi più profonda, sono gli esiti del movimento. Per fare degli esempi più concreti penso alle recenti vicende dei referendum. Anche dieci anni fa, al G8, parlavamo di acqua, di energia, chiedevamo una maggiore partecipazione sociale, dal basso, alla vita e alle decisioni politiche. Una presa di parola diretta che allora – e questo non è mutato – spaventava il potere. Anche la battaglia dei No Tav, che prosegue da più di vent'anni, a Genova ha acquisito forza e senso. In realtà, quei giorni profetizzarono ciò che oggi si è verificato: una globalizzazione che come una violenta ondata ha trascinato con sé una spaventosa crisi finanziaria da cui non solo il nostro paese, ma anche gli altri governi, non riescono a uscire. Parlavamo, all’epoca, del rischio che si sarebbe acuita la sperequazione economica e sociale tra classi e paesi. Ed è successo. Parlavamo del rischio, per il lavoro, che i diritti si assottigliassero. Ed è accaduto. Genova ha lasciato delle cicatrici profondissime sulla politica e nella nostra storia. Violenza, morte, guerra, conflitti tra poteri, sospensione dei diritti costituzionali. La divaricazione tra politica e democrazia, che allora mostrava il suo volto più cupo, si è oggi consumata. Pensiamo alla manovra finanziaria delle ultime settimane. Si crede davvero che, a deciderla, sia stato il nostro governo? A deciderla sono state le grandi centrali finanziarie, il Fondo Monetario, le agenzie di rating, le speculazioni consumate altrove. Erano questi gli esiti perniciosi della globalizzazione che paventavamo allora, per le strade di Genova: un’espropriazione totale della sovranità popolare. Già in quei giorni si discuteva di oligarchie monopolistiche, di casta, di classe politica che sembra aver abdicato alla democrazia. Sono tematiche oggi più che mai attuali». 

Che cosa pensa degli esiti giudiziari della vicenda?
«Che mostrano lo stesso cancro che ha attaccato la politica. Vi sono stati abusi, violenze, massacri che hanno preso la strada della prescrizione, nel migliore dei casi. Le responsabilità non sono state, se non in minima parte, riconosciute. Non vi è stato neanche alcun intervento sulle sospensioni dagli incarichi dell’epoca di agenti della polizia che si sono macchiati di atti di violenza, come nel caso della caserma di Bolzaneto, o della scuola Diaz, o di piazza Manin. Ad alcuni responsabili istituzionali di allora è stato assegnato, dalla politica, un incarico ancora più rilevante. Gli stessi magistrati che si sono occupati delle inchieste, e degli episodi giudiziari di quei giorni hanno denunciato la guerra che è stata loro mossa dalla classe politica e da alcuni esponenti del governo. Ma se uno Stato non è capace di giudicare se stesso, quale garanzia di democrazia può assicurare ai propri cittadini? Se ci sono stati dei tagli delle risorse, a livello sociale, si è invece sempre assicurata la sopravvivenza delle Forze di Polizia. Perché la politica e le forze militari servono se stesse, in maniera reciproca».

Il bilancio, insomma, è negativo?
«No. Io credo che, nonostante tutto, non siano riusciti a uccidere lo spirito di Genova. La madre di Carlo Giuliani, Heidi, dopo un’esperienza in Senato nel 2006, gira ancora l’Italia battendosi per suo figlio, per raccontare cosa significarono, allora, quei giorni. Informa i più giovani e lo ricorda agli altri. Certo, non si può non condividere il suo pessimismo per l'esito delle vicende giudiziare, ma alcuni segnali di ottimismo ci sono. Si possono leggere anche nelle recenti vicende politiche legate ai referendum, e nei risultati delle amministrative in alcune città di rilievo in Italia. Qualcuno dice che il vento è cambiato e mi auguro che continui a soffiare. Noi dobbiamo farlo soffiare ancora. Oggi la modalità di aggregazione è cambiata: c'è internet, ci sono i socialnetwork, nuovi modelli di partecipazione e protesta, quindi nuovi strumenti e risorse».

Perché si è allontanato dal movimento?
«Non è proprio così. In realtà il mio attivismo politico e sociale si è spostato su altre piattaforme. Oggi mi occupo della mia azienda, ma sono rimasto, nonostante tutto, un ribelle. Ci sono diverse forme di lotta: contro le ingiustizie fiscali, contro il trattamento che devono affrontare i professionisti iscritti alle partite iva, contro le decisioni fiscali che ha adottato questo governo, nell’ultima manovra finanziaria, ad esempio. Interventi ingiusti, che schiacciano ancora di più le classi sociali già gravate dalla crisi. Bisogna tassare i patrimoni e le rendite di speculazione finanziaria, non i redditi da lavoro. Bisogna tagliare, con serietà, i costi che macina la politica. Ma c’è una classe politica che ha la volontà di intervenire? No. Credo che questa, che non riesce a uscire dalla crisi che, in parte, ha provocato, debba essere completamente rinnovata.

Vede un leader oggi che possa far ripartire il paese? Qualcuno parla di Nichi Vendola, per esempio.
«No. Sinceramente non mi sembra ci sia ancora nella scena politica attuale. Però una ricetta per rialzarsi ce l’ho».

Quale?
«Che le piazze tornino a riempirsi».  

paola.bacchiddu@linkiesta.it

Potrebbe interessarti anche
 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook