25 Luglio Lug 2011 1546 25 luglio 2011

Quante storie per quello spot Sky in odor di sacrilegio

Quante storie per quello spot Sky in odor di sacrilegio

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Pago regolarmente l’abbonamento a Sky. Lo dichiaro in premessa, visti gli andazzi dominanti, perché sto per difendere Sky da un rigurgito cattolico-perbenista che ha investito anche la creatura italiana di quel tanghero di Murdoch che naturalmente una ne fa e cento ne pensa. Più che difendere Sky, di cui m’interessa zero, in realtà difenderei la libertà intellettuale di intercettare un minimo buon gusto laddove altri intercettano invece un eccesso di volgarità, o addirittura uno sfregio nel tabernacolo cristiano.

Sta di fatto che l’altro giorno su Avvenire un paio di lettori si sono molto lamentati per quella pubblicità in cui certi giocatori famosi, Pirlo della Juve, Piquè del Barcellona, Eto’o dell’Inter e molti altri, vestiti con una tunica dagli sgargianti colori sociali e quindi riconducibili all’idea di allegri pretonzoli che giocano a calcio, si divertono – sospesi nell’aria e camminando sulle acque – nell’impresa di moltiplicar palloni, per concludere che, in nome e per conto dell’azienda, «solo su Sky lo sport fa miracoli. Beato chi si abbona».

Il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, persona avveduta, non ha assecondato il tono più rigido dei suoi lettori, lasciando a un detto popolare la risoluzione del problema: «Scherza coi fanti, ma lascia stare i santi. Non c’è acredine ed emerge, caso mai, una certa voglia di far vibrare corde sensibili nell’animo degli italiani. Ma l’esercizio è spericolato, e finisce per ferire tanti e disturbare tantissimi». La chiusa è comunque un pensierino moraleggiante allo squalo australiano: «Se è vero che l’Italia non è la Gran Bretagna di News Of The World è pur sempre vero che Sky, gruppo Murdoch, in questo momento avrebbe bisogno di tutto tranne che di creare ulteriore sconcerto». Molto meno brillante la sua critica tv, Mirella Poggialini, che addirittura ha parlato di «un esempio di cattiva educazione. Non si può usare la parola miracolo per una pantomima così».

Sconcerto, cattiva educazione, pantomima? Se dovessi pensar male, ma non ci azzeccherei, dovrei malignare che Murdoch e Benedetto XVI sono in combutta commerciale e che hanno congegnato il tutto ai nostri danni, di noi che consapevolmente andiamo dietro anche alle bubbole più improbabili. E invece se ne parla davvero, con l’aggiunta di un Tonini (il cardinale) d’annata che a Tv Sorrisi e Canzoni decreta trattarsi di «una gravissima mancanza di rispetto, associare la religione al concetto di vendita e di acquisto insito in una pubblicità è contro la dignità».

Insomma da che parte la vogliamo prendere ‘sta storia? Dalla parte della reciprocità, lo sapete, ci rimettete ampiamente: dovremmo dirvi quali e quante volte entrate senza averne diritto nelle nostre cose, anche in quelle più private, anche in quelle in cui l’autodeterminazione diventa uno dei fondamenti della vita civile e sociale? No, questa sarebbe la parte sbagliata, anche perché qui parliamo di innocentissimi spot, anche se commerciali, anche se tendenti al guadagno del vil denaro. Ma pur sempre innocentissimi. Sono quasi convinto che avrebbero divertito anche uno come Giovanni Testori, pensate un po’.

Forse è meglio attestarsi - noi e voi - su una condizione umana, su quell’espressione straordinaria, dibattuta, controversa che è «il comune senso del pudore», così controversa che ci insegue senza pietà da oltre mezzo secolo, e che ha visto trasformarsi la società in un modo così repentino che ogni volta c’era la necessità di aggiornarne il significato. Senza peraltro mai acchiapparlo pienamente.

Ecco, fermiamoci al «comune senso del pudore»: avvertite una lesione in quegli spot, una vera, concreta, reale mancanza di rispetto verso coloro che credono? Confrontiamoci su questo, se possibile. E se alla fine delle nostre infinite discussioni, sarete ancora convinti che sì, uno sfregio ci sia, allora usciamo insieme da casa una mattina qualunque e guardiamoci intorno, nell’inferno delle pubblicità. E poi tornati a casa, passiamo insieme la serata di fronte al televisore. Alla fine, ne sono certo, ci supplicherete di spegnere.

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