7 Agosto Ago 2011 0806 07 agosto 2011

Ecco la Norvegia, dove un anno fa iniziava il processo a Breivik

Ecco la Norvegia, dove un anno fa iniziava il processo a Breivik

Tribunale Breivik

Il regno di Norvegia sembra il Paese dei record: primo al mondo nell’indice di sviluppo umano, terzo donatore globale in rapporto al Pil, al terzo posto per reddito pro capite. Ancora: secondo esportatore di gas naturale e sesto di petrolio.

«La Norvegia è una società che guarda fortemente al futuro, e che investe sia dal punto di vista sociale sia da quello culturale», spiega a Linkiesta Emilia Lodigiani. La signora parla con cognizione di causa: è l’editore di Iperborea, piccola casa editrice milanese specializzata in letteratura nordica (sono suoi autori da centomila copie come il finlandese Arto Paasilinna, o lo svedese Bjorn Larsson).

«I norvegesi sanno investire in maniera eccezionale i soldi del petrolio. – sottolinea – Invece di spenderli edificando grattacieli come in Medio Oriente, cercano di costruire una società migliore. Sono quasi ossessionati dal pensiero di non dover sottrarre risorse alle nuove generazioni».

Le paure norvegesi affondano forse nella memoria, ancora vivida, di un passato povero. Oggi, grazie agli idrocarburi, la Norvegia gode di un benessere diffuso rarissimo nel resto del mondo. Nel corso della storia, però, è stata soprattutto terra di emigrazione. Scorrerie dei vichinghi a parte, si pensi solo all’esodo in Nord America nel diciannovesimo secolo: secondo lo U.S. Census Bureau, circa 4,6 milioni di statunitensi vantano antenati norvegesi, pari all’1,5% della popolazione totale (in North Dakota la percentuale supera il 30%, nei vicini Minnesota e South Dakota si attesta intorno al 15%).

A cambiare per sempre il destino della Norvegia fu, nel 1969, la scoperta dell’enorme giacimento petrolifero di Ekofisk, nel Mare del Nord. In pochi anni i norvegesi, popolo di pescatori, contadini, pastori luterani ed esploratori, si conquistarono l’improbabile nomignolo di «emiri dagli occhi azzurri».

Secondo i dati del Fmi, tra il 1980 e oggi, il Pil norvegese si è contratto solo due volte: nel 1988 (-0,2%) e nel 2009 (-1,4%). E quest’anno dovrebbe crescere di quasi il 3%. Merito soprattutto (ma non soltanto) del settore energetico.
Lo conferma a Linkiesta Fredrik Carlsen, docente di economia all’Università norvegese della scienza e della tecnologia (NTNU) di Trondheim. Secondo il professore, la ragione della buona prestazione dell’economia norvegese «è, probabilmente, la gran quantità di denaro proveniente dal petrolio e dal gas, che consente al governo di varare tradizionali politiche anticicliche keynesiane aumentando la spesa statale nei tempi cattivi, e tenendo così alti i consumi e gli investimenti».

Nell’ultimo decennio la produzione petrolifera della Norvegia è calata, ed è destinata a calare ancora (compensata però dall’aumento della produzione di gas). Ma questo non sminuisce certo l’importanza del settore energetico, che nel 2009 ha pesato per il 50% dell’export, il 27% delle entrate statali e il 22% del Pil.

Grazie agli idrocarburi la bilancia dei pagamenti norvegese vanta uno dei maggiori saldi attivi del pianeta: soltanto campioni dell’export come, ad esempio, la Cina, o superpotenze idrocarburiche quali l’Arabia saudita, riescono a fare meglio.

Ma, a differenza, di molti Stati mediorientali, Oslo non spreca neanche un petrodollaro. Le immense entrate energetiche alimentano il Fondo Pensioni Governativo – Globale (SPU), che con oltre mezzo trilione di dollari di asset è uno dei più grandi fondi sovrani del pianeta (e quasi di sicuro è il meglio gestito, e il più trasparente).

Intaccare in modo significativo lo SPU non è consentito, perché tutto quel denaro servirà tra qualche decennio, per affrontare meglio un futuro post-idrocarburico. Insomma, la preoccupazione per le nuove generazioni menzionata dalla Lodigiani non è solo uno slogan politico, a Oslo.
In tempi di crisi, comunque, le eccezioni sono ammesse. Nel 2009 (anno elettorale, è il caso di notarlo) il governo di centrosinistra, poi riconfermato, attinse allo SPU per sostenere l’economia in affanno: furono commissionati lavori pubblici, si costruirono scuole e altri edifici, arrivò pure un piccolo taglio delle tasse.

«Il petrolio e il gas sono fondamentali per la Norvegia. Il settore energetico è il volano dell’economia», conferma a Linkiesta Carlo Mazzali. Trentacinque anni, laureato a Pisa in ingegneria meccanica, Mazzali unisce la concretezza dei toscani alla precisione degli ingegneri. Dopo sei anni a Firenze, alla Nuovo Pignone, si è trasferito per amore nel regno nordico: ha lavorato per la General Electric, ora è passato al colosso energetico norvegese Statoil (che nell’ultima classifica del Financial Times è al settantaquattresimo posto tra le 500 società quotate più grandi del pianeta).

Sposato con una svedese, Mazzali vive a Oslo da due anni e mezzo, e ha già comprato casa. «Vedo il mio futuro in Norvegia, almeno nel breve e nel medio termine. – dice – perché la Norvegia offre un futuro, qui la qualità della vita è fantastica».

Lo Stato norvegese, poi, si prende davvero cura dei suoi cittadini. Basta un piccolo esempio per capirlo. «Alcuni miei amici hanno un appartamento in centro, vicino a una rotonda che il Comune ha deciso di ristrutturare – racconta l’ingegnere – e, per circa una settimana, i lavori avrebbero causato rumori fastidiosi, con il martello pneumatico. E quindi il Comune ha mandato una lettera a tutti i residenti nei pressi della rotonda, offrendosi di finanziargli il soggiorno in hotel per quei giorni».

Un aneddoto del genere può sembrare fantascienza a un italiano, eppure in Norvegia è realtà. Come realtà è l’uguaglianza tra i sessi. Almeno in parte. «Qui molte donne hanno accesso al mondo del lavoro, e possono facilmente combinarlo con la cura dei figli», racconta a Linkiesta Katarina G. Witek, funzionaria pubblica di origini polacche, che vive in Norvegia da ormai trentun anni. «Anche se le statistiche mostrano che le donne continuano a guadagnare meno, non c’è alcuna discriminazione salariale formale, o almeno, non nel settore pubblico. Le donne ricoprono incarichi importanti, ma stranamente non sono molto presenti nei più alti livelli del commercio e dell’imprenditoria (il dato è inferiore a quello statunitense). Tuttavia sono molto rappresentate in politica. E c’è molta poca sex press. Concentrarsi sul corpo delle donne, fare battute sessiste, non è accettato neanche se si tratta di uno scherzo».

Rispetto della donna non significa solo sostenere la maternità con congedi molto lunghi. Vuole anche dire spingere i neo-papà a non addossare tutto il peso della genitorialità sulle neo-mamme. Dopo la nascita di un figlio, «gli uomini possono prendere un minimo di dieci settimane di congedo, pagate al cento per cento», spiega in un ottimo italiano la moglie di Mazzali, Katja Arwidi, che ha anche due lauree.

Non stupisce che la Norvegia sia, secondo il Mothers’ Index di Save the Children, il posto migliore al mondo dove essere madri. O che ogni donna norvegese abbia in media 1,9 figli: un dato tra i più alti del Vecchio Continente, pari a quello francese, e migliore di quello italiano (1,4) o tedesco (1,3).
L’attenzione che la società norvegese riserva alle nuove generazioni, poi, è stupefacente. Dal 1981 esiste perfino un Ombudsman (difensore civico) per i bambini.

«Per i più giovani qui è fantastico», dice Mazzali a Linkiesta «Vicino a dove abitiamo, ad esempio, c’è una scuola, ed è fornitissima in fatto di attrezzature sportive: campi da calcio, da basket, da beach volley; ci sono pure le prese per fare il climbing».

Fa impressione scoprire che perfino il nuovo teatro dell’opera di Oslo pensa ai più piccoli. Costato mezzo miliardo di dollari, grandissimo, «ha anche una stagione per bambini da zero a tre anni, una per bambini da tre a dieci anni, e una per i ragazzi», racconta la Lodigiani. Una notizia che suona incredibile in Italia, la terra che ha inventato l’opera ma che sta lasciando morire i suoi teatri.

La genovese Chiara Palandri, conservatrice presso la Biblioteca Nazionale di Oslo, vive in Norvegia dal 1994, e conferma l’attenzione del regno verso i minori. Parla per esperienza diretta, dato che i suoi due figli sono nati in Norvegia, dove hanno ricevuto almeno parte dell’istruzione primaria. «La scuola norvegese non ha nulla a che vedere con le nostre scuole, dove domina l’ansia di imparare, il nozionismo, la voglia di essere i primi. In Norvegia ancora in quinta elementare i ragazzini vanno in giro per i boschi, giocano, lavorano molto in gruppo».

I numeri sembrano dare ragione ai nostri tre connazionali. In Norvegia la spesa per l’istruzione supera il 7% del PIL, un dato che fa impallidire quello tedesco (4,6%), italiano (5%) o francese (5,7%). Tuttavia bisogna stare evitare facili mitizzazioni. La spesa percentuale, così come il numero di insegnanti, sono sì alti ma, come precisa il professor Carlsen, soprattutto a causa della necessità di «mantenere un sistema scolastico decentralizzato. Il nostro Paese è lungo e montagnoso, con pochi abitanti, e perciò in molti posti il numero di alunni per scuola è basso. E questo richiede molti insegnanti per studente, e quindi molti insegnanti pro capite».

Un apparato scolastico efficiente e capillare, all’insegna del motto «nessun bambino lasciato indietro», è solo uno dei volti del generoso welfare norvegese. La quintessenza della leggendaria socialdemocrazia scandinava.
In base alle testimonianze raccolte da Linkiesta, il sistema sanitario locale (quasi tutto pubblico) è buono, anche se le liste d’attesa per le visite specialistiche tendono a essere lunghette. Da migliorare l’assistenza agli anziani, specie nelle località più remote.

«Nel complesso, se comparata a molti altri Paesi europei, la Norvegia è chiaramente un welfare system di successo. Il sociologo Gosta Esping-Andersen ha documentato come la Norvegia rafforzi l’indipendenza dei suoi cittadini dal mercato e dalla famiglia», spiega Karen Christensen, professoressa di sociologia all’università di Bergen. Però sottolinea anche che nel settore dell’assistenza ai disabili e ai malati cronici il ruolo delle aziende private stia lentamente crescendo, con esiti non sempre felici (ne è un esempio un recente scandalo in una casa di cura di Oslo).

Insomma, se il welfare norvegese funziona piuttosto bene, è per almeno tre motivi: un’economia che tira, una classe dirigente capace e forti valori comuni.
Come si è già visto, le ricchezze naturali sono la spina dorsale dell’economia locale. Non a caso un’altra grande multinazionale norvegese è la Norsk Hydro, colosso dell’alluminio e dell’energie rinnovabili.

Non si può però puntare tutto sull’oro nero e su quello azzurro, o sull’alluminio. E i norvegesi ne sono ben consapevoli. «Oggi abbiamo un enorme surplus nella bilancia commerciale a causa del petrolio. Dobbiamo però aumentare l’export non petrolifero nei prossimi 20 o 30 anni, e per farlo dobbiamo incrementare la produttività», racconta il professor Carlsen. «Tutti i partiti politici concordano nel dire che dobbiamo spendere di più su ricerca e sviluppo, ma finora ciò non è successo, perché si è speso soprattutto per le pensioni ecc…».

Prepararsi a un’economia post-petrolifera significa, prima di tutto, non abbandonare settori tradizionali ma importanti come la pesca e il trasporto marittimo (la Norvegia vanta una delle più grandi flotte mercantili del mondo). Al contempo occorre investire nei settori più promettenti, come l’ICT e l’energia pulita.

Ora: può sembrare paradossale che una potenza idrocarburica creda così tanto nella green economy (in realtà la coscienza ambientale dei norvegesi è fortissima). Tuttavia non dovrebbe stupire che un Paese sottopopolato e dal clima rigido, esteso soprattutto in latitudine e con tantissime isole, scommetta su internet e le telecomunicazioni.

E infatti a Fornebu, nei pressi di Oslo, c’è il Gruppo Telenor, gigante della telefonia mobile che opera in Scandinavia, Europa sudorientale e Asia. Brillano però anche aziende molto più piccole, ma davvero dinamiche, come Creaza: attiva a Oslo e nella Silicon Valley, fornisce strumenti online per realizzare e diffondere video.

I dati, poi, confermano la passione norvegese per il web. Nel 2008 c’erano oltre 82 internauti ogni cento abitanti, contro i 74 americani, i 43,5 greci e i 42 italiani. Sempre nello stesso anno l’84% dei nuclei familiari norvegesi usava internet, e ben il 33% della popolazione aveva un abbonamento a banda larga.

Tanta modernità non può che giovare al business. E infatti fare impresa in Norvegia è più facile che in altre parti d’Europa. La corruzione è bassissima, l’ambiente imprenditoriale tra i migliori del continente, le infrastrutture sono eccellenti e il governo fa di tutto per venire incontro a chi produce e dà lavoro. Certo, c’è ancora molto da fare. Come ha dichiarato all’inizio dell’anno un importante esponente della NHO (sorta di Confidustria locale), in Norvegia «abbiamo un velo di denaro petrolifero tra noi e la realtà».

Un imperativo è incrementare la produttività. Soprattutto considerando che, nonostante il tasso di natalità alto (per gli standard europei), la popolazione norvegese sta invecchiando (e proprio per questo motivo è stata appena varata una riforma del sistema pensionistico che, spiega il professor Carlsen, renderà «più conveniente lavorare più a lungo rispetto a oggi. Avrà però un effetto nel lungo periodo, nel breve incrementerà la spesa»).

Benché in Norvegia tutelare i diritti dei dipendenti sia una priorità, il mercato del lavoro è abbastanza elastico. «Una via di mezzo tra quello italiano e quello americano – lo definisce il professor Carlsen, che aggiunge – Ogni anno vengono creati molti posti e ne scompaiono altrettanti. In questo modo il nostro mercato del lavoro è abbastanza dinamico, e la disoccupazione è sotto il tre per cento».

La Palandri conferma: «Qui c’è molta mobilità nel lavoro. Si fa una professione, poi si cambia perché si ha voglia di fare altro, ma anche perché si vuole migliorare. E infatti si studia pure da adulti: si fa un corso, un anno all’università, magari pagato parzialmente dall’azienda, in modo da raggiungere un livello di istruzione superiore, e poter ambire a un lavoro migliore».

Se il mercato del lavoro norvegese è così vitale, una parte del merito va a imprenditori e sindacati responsabili. I primi hanno capito che spremere i dipendenti come limoni non è certo la strada maestra per rendere più competitive le loro aziende. Anzi: la parola d’ordine sembra essere il rispetto dell’impiegato e delle sue necessità, in primis familiari. «Il capo non farà mai problemi se uno se ne esce prima per prendere i bambini. Si recupera dopo, magari a casa», dice Mazzali.

Quanto ai sindacati norvegesi, sembrano preferire, allo scontro, il confronto, seppur duro. «I sindacati sono molto forti e centralizzati, i leader hanno molto potere, mentre non ci sono forti organizzazioni individuali nel settore manifatturiero, delle costruzioni», spiega il professor Carlsen. «Il potere è centralizzato e concentrato agli alti livelli. Ciò è stato un vantaggio in questa difficile situazione economica, perché è stato più facile per i sindacati accettare il cambiamento».

Dovendo azzardare una comparazione, si potrebbe dire che se in Italia la concertazione sembra ormai morta e sepolta, in Norvegia è viva e vegeta. Sindacati, governo e datori di lavoro si siedono intorno a un tavolo, discutono fino a notte fonda e cercano di trovare delle soluzioni decenti per i problemi del Paese.

D’altra parte, i primi a dare il buon esempio sono proprio i politici. Se si esclude il Partito del Progresso, forza di destra imbevuta di pugnace spirito reaganiano, i principali gruppi politici norvegesi, a cominciare dal Partito Laburista, dal Partito di Centro e, in qualche misura, dal Partito Conservatore, sono tradizionalmente orientati a cooperare tra loro. Per il bene superiore della Norvegia (e qualche nuovo voto), è chiaro.

Nei partiti norvegesi merito e trasparenza sono, se non la priorità, almeno qualcosa di più di un orpello retorico. Dei sette partiti presenti nello Storting (il Parlamento), ben cinque hanno come leader una donna. Alcuni dei deputati più in vista sono di colore: è il caso della deputata laburista Hadia Tajik (28 anni), o del suo collega di partito Akhtar Chaudhry, nato in Pakistan.

Probabilmente il dialogo tra destra e sinistra, sindacati e imprenditori, è più facile quando una società ha un’identità ben definita, e forti valori condivisi. Che inducono i cittadini a non approfittare di un welfare davvero munifico.
Secondo la Lodigiani, i norvegesi sono pragmatici, razionalisti e con una grande capacità di sdrammatizzare. «C’è un forte senso di responsabilità individuale. Ciascuno si sente responsabile delle sue azioni. Fino a pochi anni fa si poteva entrare all’opera senza che nessuno controllasse i biglietti. Poi, qualche tempo fa, hanno rubato L’urlo di Munch, la reazione della cittadinanza fu molto equilibrata. Qualcuno disse anche troppo. Ricordo che uno dei nostri scrittori, Erlend Loe, commentò il fatto osservando che come i norvegesi lasciavano la porta di casa aperta, così lasciavano i musei troppo aperti, ma forse ci si poteva consolare pensando che d’ora in poi, non essendo più esposto L’urlo, i visitatori avrebbero cominciato a guardare anche gli altri dipinti».

Anche a parere della Palandri, in Norvegia c’è un forte senso civico. E tantissimo rispetto per l’altro. Oltre che la fiducia per il prossimo già rimarcata dalla Lodigiani: «Quando ho avuto il primo lavoro, qui nella Biblioteca Nazionale di Oslo nel 1999, mi hanno dato da restaurare il primo manoscritto di Ibsen, il loro autore nazionale».

Forse, la civiltà norvegese affonda nel retroterra luterano. Nella tanto decantata etica protestante. «Riguardo all’adesione della popolazione norvegese alla religione luterana, le statistiche dicono che 3,7 milioni di persone (su un totale di 4,9 milioni) fanno parte della chiesa di stato. Nuove analisi, comunque, mostrano che un numero decrescente di persone va in chiesa regolarmente. – spiega la professoressa Christensen – In altre parole, la Norvegia ha una forte tradizione di fede cristiana, e d’altra parte è in corso un processo di secolarizzazione, soprattutto tra i più giovani».

Senza dubbio, la memoria collettiva contribuisce a rendere la società norvegese più coesa. Come dice la Lodigiani, «loro sono orgogliosi di essere norvegesi. Storicamente sono sempre stati abbastanza isolati, e prima della scoperta del petrolio erano una nazione abbastanza povera, di pescatori. E quando sei un pescatore il tuo futuro dipende anche dagli altri pescatori: si affronta il mare tutti insieme, sapendo che se non c’è una solidarietà collettiva da soli non si sopravvive».

La Christensen, che è danese, sembra concordare con l’editore milanese. «Rispetto alla Danimarca, la festa nazionale norvegese (il 17 di maggio) è molto più sentita. I norvegesi di tutte le età, da chi va all’asilo a chi sta in una casa di cura, celebrano questo giorno. Le strade sono piene di persone che indossano il costume nazionale locale (che molti norvegesi acquistano quando si cresimano). Dal mio punto di vista, di danese questi grandi festeggiamenti annuali, che richiedono mesi di preparativi, mostrano la necessità di esprimere e mantenere i valori nazionali norvegesi».

Naturalmente la vita in Norvegia non è tutta rose e fiori. Il costo della vita è molto alto, e la disparità dei redditi è maggiore che in Svezia e Danimarca, pur essendo assai inferiore a quella di Germania o Italia.

Anche se quasi tutti i norvegesi parlano l’inglese, c’è un certo provincialismo, soprattutto fuori da Oslo, che con i suoi seicentomila abitanti è l’unica vera metropoli del Paese. E come hanno confermato diverse persone a Linkiesta, il razzismo esiste, anche se è molto meno diffuso che in altri Paesi nordeuropei. Per la Witek quella norvegese «è una società relativamente tollerante e aperta. Tolleranza e democrazia sono valori spesso citati come i fondamenti dello spirito norvegese, e sono materia di insegnamento nelle scuole e negli asili». La signora precisa però che «la Norvegia è lontana dall’essere un paradiso», e che «anche se molti norvegesi non hanno nulla contro gli immigrati (in particolare contro gli immigrati dei Paesi cosiddetti occidentali, ad esempio i polacchi che sono oggi il gruppo più grande), le statistiche mostrano un alta disoccupazione tra gli immigrati non-occidentali, e molto alta tra quelli africani».

In materia di immigrazione, la politica norvegese non è poi così diversa da quella dei suoi vicini. Lo conferma Katrine Fangen, docente di sociologia all’università di Oslo e coordinatrice del progetto finanziato dall’Unione Europea, Eumargins, che studia le esperienze di esclusione e inclusione tra i giovani immigrati in sette Paesi europei, tra cui Norvegia, Svezia e Italia.
«Come in molti altri Paesi europei, la Norvegia cerca di assicurare un’immigrazione limitata e controllata». Quanto al multiculturalismo, «benché non sia una politica ufficiale del Paese, si è tradotto in una serie di provvedimenti (che potrebbero essere etichettate come “multiculturalisti”) adottati in una strategia ufficiale di integrazione. Ad esempio, lezioni in madrelingua, orari riservati alle donne musulmane nelle piscine, servizi di consulenza in lingue straniere nell’ambito sanitario, sociale o penale».

Secondo la studiosa, «il 2009 ha cambiato drammaticamente il discorso politico su integrazione e multiculturalismo in Norvegia. L’assalto a Gaza ha scatenato dimostrazioni pro-Palestina, e l’attenzione dei media si è concentrata su quei giovani partecipanti, di origine mediorientale, che lanciavano pietre e petardi». Ancora: «il Partito del Progresso ha conquistato i titoli dei giornali dichiarando che è in corso una “islamizzazione nascosta” della Norvegia. L’asserzione ha generato furiosi dibattiti».

Dopo le stragi del 22 luglio (opera dell’estremista di destra Anders B. Breivik) il tema del multiculturalismo tornerà a far discutere i norvegesi. Ma forse con maggior pacatezza. La stessa che adopera Thomas Enger, quando riflette sulle conseguenze della recente tragedia.

Musicista, giornalista e scrittore, il trentottenne Enger è autore del giallo Morte apparente (Iperborea), che in Scandinavia ha avuto un incredibile successo.
«[Dopo la strage] non penso che cambierà poi molto, in realtà, a parte il fatto che il nostro Paese ha ora questa immensa ferita che probabilmente non guarirà mai. Se fosse stato l’attacco di un’organizzazione di fondamentalisti, probabilmente saremmo stati presi dal panico, ma penso che ognuno capisce che è stato l’attacco di un folle solitario. Dopo questo fatto il nostro governo diventerà di certo più vigile per quanto riguarda la sicurezza nazionale ma, se non altro, questo gesto orrendo ha unito i norvegesi. In vita mia non riesco a ricordare un sentimento di unità più forte. I norvegesi non sono mai stati più orgogliosi di essere norvegesi, almeno non dalla fine della Seconda Guerra Mondiale».

E la Palandri: «Sono rimasta colpita dalla loro dignità incredibile. Io ero a Oslo, quel giorno, e sono ancora turbata. Per i norvegesi è stato un grande lutto familiare, in cui tutti si sono sentiti coinvolti, ma in una maniera dignitosa, orgogliosa, non piagnucolosa».

A dispetto dei titoloni di certi giornali, che hanno subito gridato al paradiso perduto e all’utopia sfumata, i norvegesi sono un popolo che non rinuncia facilmente ai suoi ideali. E che può insegnare molto agli altri. Per esempio, come spiega il professor Carlsen, a prendere valide decisioni collettive, «che siano buone per l’economia e non nuocciano ai più poveri».

Certo, il regno è fortunato: ha il petrolio, e una popolazione esigua. Ma sono tante le nazioni piccole benedette dal petrolio che sono finite male.

Forse la più grande lezione della Norvegia è proprio questa: puntare sul dialogo. Sempre. Tra forze politiche, tra parti sociali, tra semplici cittadini. In nome del bene comune.
In una parola, cooperare.

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