17 Settembre Set 2011 2100 17 settembre 2011

1993: quel giorno al Raphael Craxi non uscì dal retro

1993: quel giorno al Raphael Craxi non uscì dal retro

Craxi

«“La macchina è pronta?”. “Sì”, “Bene”. Una pausa. “Allora andiamo”. Carica la giacca blu sulla spalla, e un poliziotto si precipita alla porta. Passa Craxi e dà un altro calcione tipo saloon, è fuori, è un boato. La sera è illuminata a giorno da flash e faretti, a guardarla in televisione sembra un primo pomeriggio. Eccolo, eccoli, salgono sulla Thema marroncina, Nicola alla guida, il fotografo Umberto Cicconi affianco, Craxi e Josi dietro, e volano urla, sassi, monetine, accendini, pacchetti di sigarette, un ombrello, Cicconi sanguina alla testa, Josi si è preso qualcosa in un occhio, Craxi niente, sorride, è pazzo, e intanto sono pugni sul vetro, colpi di casco e sacchetti di sassi sulla carrozzeria, non c’è filtro tra l’auto e i dimostranti, i poliziotti sono tutti spersi o travolti, via, si parte, via, Craxi sorride ancora rivolto al finestrino, “tiratori di rubli”, mormora».

Certo non gli mancava il fegato, a Bettino. Gli avevano suggerito di uscire dal retro del Raphael, per evitare la folla che assiepava davanti, ma lui non ne aveva voluto sapere. E allora – è la sera del 30 aprile 1993 – la affronta, quella folla. E succede quel che tutti sappiamo: gli tirano le monetine, gli sventolano banconote da 1000 lire urlando: «Prenditi anche queste». Accade quel che Filippo Facci rievocherà dieci anni dopo, nel brano citato all’inizio. Le monetine del Raphael entreranno nella storia.

La sera prima, il 29 aprile, la Camera aveva salvato Bettino Craxi negando l’autorizzazione a procedere per quattro delle sei imputazioni a suo carico. Lo stato maggiore del Psi si riunisce a festeggiare nella suite dell’albergo romano dove il segretario socialista viveva dagli anni Settanta, il Raphael, appunto. Si fa vivo anche un imprenditore amico di Craxi, Silvio Berlusconi, che però, lui sì, ha l’accortezza di uscire dal retro. «Che rispetto potremmo avere di noi stessi», dichiarerà Berlusconi ai giornalisti, «se essendo amici di qualcuno da anni dovessimo voltargli le spalle proprio nei momenti della cattiva sorte e della difficoltà? Sono amico di Bettino Craxi da vent’anni, e da amico, personalmente, sono contento per lui. Mi sembra che basti».

Forse, in quel suo ostinato ripetere «non farò la fine di Craxi», Berlusconi ha ben viva la memoria del Raphael e forse è proprio quella la «piazza urlante che grida, che inveisce, che condanna» citata da Berlusconi nel video della sua discesa in campo. La sera del 29 aprile, quindi, i socialisti festeggiano lo scampato pericolo del voto parlamentare, il Tg1 di Luca Giurato fa finta di niente e nemmeno riferisce delle mancate autorizzazioni a procedere. Parla del governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi (alla presidenza della Repubblica siede Oscar Luigi Scalfaro) e poi passa a un servizio su Gino Giugni, socialista, e padre dello Statuto dei lavoratori.

Articolo su La Stampa del 1 maggio 1993 firmato da Augusto Minzolini, oggi direttore del Tg1

Il 30 Craxi se ne sta chiuso tutto il giorno nel suo alloggio. Ci entravano le ragazze, in quelle stanze, ma non a decine per volta, invece ne entrava soprattutto una che ne valeva decine: Moana Pozzi. La pornostar ha avuto una relazione col leader socialista di cui tutta Roma mormorava, ma entrambi sono stati ben accorti a non farla finire sui giornali. La Repubblica, quel giorno titola: “Vergogna, assolto Craxi”. Tutti i quotidiani pubblicano editoriali di fuoco. L’Italia è quella di sempre: pronta a osannare i vincitori e altrettanto veloce ad abbandonare al proprio destino gli sconfitti; è già successo, accadrà ancora. Craxi è finito, ormai è chiaro, la questione non è più “se”, ma “quando”.

Verso sera, saranno le 18, il segretario socialista si affaccia alla finestra dell’albergo. «Cos’è questo casino?», domanda. Giù, in Largo Febo si sta riunendo una folla sempre più rumorosa. Proprio lì vicino, in Piazza Navona, si sta tenendo un comizio a cui partecipano Giuseppe Ayala, ex magistrato antimafia al tempo parlamentare repubblicano, Francesco Rutelli, al tempo non ancora baciabanchi, e Achille Occhetto, al tempo segretario del Pds. A mano a mano che passa il tempo, contingenti crescenti di militanti, soprattutto del Pds, lasciano Piazza Navona per andare a protestare sotto le finestre dell’albergo dove vive Craxi. Scandiscono slogan: «In galera», «Suicidio», «Un sogno nel cuore, Craxi a San Vittore». Intanto Occhetto finisce il suo intervento, si ode un boato, il comizio si scioglie e una parte della folla converge in Largo Febo.

«Perché non li cacciano?», aveva chiesto Craxi guardando i manifestanti e subito erano partite telefonate per il capo della polizia, Vincenzo Parisi. Questi tranquillizza e rassicura, ma intanto manda un gruppo di agenti in tenuta antisommossa sotto il Raphael. I poliziotti sono pochissimi e capiscono subito che se la situazione degenerasse, non potrebbero farci nulla. Nicola, l’autista del segretario socialista, fa da ambasciatore tra i dirigenti della polizia, nella hall, e i piani alti. Craxi deve andare a registrare un’intervista con Giuliano Ferrara, l’appuntamento è per le otto, e cercano di convincerlo a uscire dal retro, evitare la protesta e svignarsela senza dare nell’occhio. Lui decide altrimenti.

A un certo punto, riferisce Filippo Facci, si sente un colpo secco. Craxi ha spalancato la porta dell’ascensore con una pedata. È facile a infuriarsi, ma ora è assolutamente freddo. Si scusa con alcuni turisti per la confusione. Non degna nemmeno di un’occhiata i dirigenti di polizia che lo invitano a andarsene alla chetichella. Gli agenti si aprono e gli fanno ala, si avvicina alla porta d’ingresso, la apre con un calcio pure quella, e...

Qualcuno dirà che Craxi è morto quel giorno. Certo è invece che tutto è cambiato perché nulla cambi. La Chiesa, al tempo, si schiera apertamente; il cardinale Carlo Maria Martini che invita i cittadini alla «veglia dei lavoratori» fa apparire ancora più assordante l’attuale silenzio del cardinale Tarcisio Bertone. Riccardo De Corato, allora orgogliosamente missino, si ammanetta per un paio d’ore in Piazza Duomo, a Milano, inalberando il cartello: «Craxi in libertà, manette all’onestà». Umberto Bossi marcia su Milano. Dalla sede della Lega, allora in via Arbe, arringa i suoi accorsi con bandieroni verdi. Minaccia di tirare “un sac de tumat” (un sacco di pomodori, per i non lumbard) a chi vuol tenere in piedi il governo. Dice che bisogna approvare la nuova legge elettorale per la Camera, e poi: «Tutti a votare entro giugno, tangentisti a casa e si ricomincia a lavorare». Altri tempi.
 

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