19 Settembre Set 2011 1730 19 settembre 2011

Roche (per ora) non taglia le medicine all’Italia, ma l’allarme resta

Roche (per ora) non taglia le medicine all’Italia, ma l’allarme resta

Ospedali

La Grecia sta affondando nel naufragio e, nel naufragio, vengono colpiti anche ospedali e medicine. La multinazionale svizzera del farmaco Roche ha sospeso la fornitura di medicinali ad alcuni ospedali greci, finanziati dallo stato, che da anni non saldavano i debiti. Una scelta che somiglia a un segnale chiaro: tutto ciò che è greco, ed è pubblico, è pericoloso. Lo scrive il Wall Street Journal, riportando le parole del direttore generale Severin Schwan.

È anche questo un modo in cui la crisi, in Grecia, comincia a farsi sentire in modo concreto. Dal punto di vista dei pazienti, i farmaci Roche, che servono per combattere il cancro non saranno più disponibili negli ospedali. Li troveranno, però, nelle farmacie. Le quali, secondo quanto spiega Schwan, si sono dimostrate molto più affidabili nei pagamenti rispetto agli ospedali, anche perché gran parte del loro business dipende dalla disponibilità di medicine.

Nel caso di farmaci da assumere per via intra-venosa, o per terapie anti-cancro, i pazienti li potranno acquistare lì per poi portarseli in ospedali per il trattamento terapeutico. In sostanza, sottolinea il direttore generale, a chi ne avrà bisogno non verranno fatte mancare le medicine per le cure. Ma, precisano fonti della Roche interpellate da Linkiesta, gli ospedali che dispongono di risorse sufficienti per l’acquisto dei medicinali, lo potranno fare, senza che l’azienda chieda, prima il saldo del debito, che comunque è molto alto.

Del resto, secondo le recenti stime dell’Associazione Ellenica delle Compagnie Farmaceutiche, gli ospedali pubblici greci hanno saldato solo il 37% dei debiti contratti negli ultimi 18 mesi con le ditte produttrici di farmaci, cioè 717 milioni di euro, su un totale di debiti che raggiunge quota 1,9 miliardi di euro. E, in totale, il volume del debito del settore sanità verso i fornitori tocca gli 8 miliardi di euro. Secondo quanto spiega la Roche, alcuni ospedali non pagano i debiti da almeno tre anni. Altri addirittura da quattro. Una situazione che, sostiene Schwan, «è arrivata a un punto tale per cui non ha più senso tenere in piedi il rapporto».

Da tempo il gruppo farmaceutico, terzo nel settore dopo Pzifer e Johnson & Johnson's, aveva avanzato minacce nei confronti del governo greco. Verso la metà del 2010, dopo una lunga serie di contrattazioni, il gruppo aveva accettato il pagamento di 400 milioni di euro attraverso bond greci. La trasformazione del debito farmaceutico in debito sovrano, però, è stato poco conveniente per la multinazionale. «Non avevamo scelta. Tutti li prendevano. O li accettavamo, o non ottenevamo nulla», racconta Schwan. La società, aggiunge, all’inizio del 2011 li ha rivenduti subito. Al momento, l’azienda mantiene il possesso di un pacchetto di buoni greci del valore di 30 milioni di euro.

Ma la situazione non è facile da risolvere. I problemi di Roche sono diffusi in tutta Europa, o quasi. Non solo in Grecia: ci sono ospedali indietro nei pagamenti anche in Spagna, Portogallo e, aggiunge, Italia. I Paesi più in crisi nell’area euro. La notizia ha diffuso viva preoccupazione nella penisola iberica. In particolare, per gli spagnoli. Come riporta el Paìs, alcuni ospedali di Castilla y León hanno ritardi nei pagamenti che arrivano a circa 900 giorni, cioè, quasi tre anni. Ma dalla compagnia farmaceutica si sono affrettati a precisare che, al momento, non ci sono soluzioni drastiche in arrivo. Soltanto, si cercherà, nel caso della Spagna, di agire in modo urgente, insieme alle amministrazioni sanitarie, sia statali che regionali.

Per quanto riguarda l’Italia, segnalano a Linkiesta fonti della Roche che, al momento, non ci sono novità. Né sono in cantiere iniziative nei confronti di ospedali insolventi. «È importante specificare che il caso della Grecia è del tutto particolare, nel quadro europeo», spiegano. «Un problema a livello di Paese, non solo di strutture sanitarie». E per l’Italia, la situazione è calma. Per ora. «Magari, nel giro di un anno, il discorso sarà diverso». 

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